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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SliNO  Al  NOSTRI  GIORNI 

S  ]^  E  C  I  A  L  U  ENTE      INTORNO 

Al  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI_,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARIl  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII  ,  ALLE  FESTE  PlÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CEREMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CHE    ALLA    CORTE   E  CURIA    ROMANA    ED  ALLA  FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.    EC.    EC. 

COMPILAZIONE 

DI     GAETANO    MORONI    ROMANO 

Pr.lMO  \UJTANTE  DI  CAMERA  DI  SUA  SANTITÀ 

GREGORIO      XVI. 


VOL.  X. 


IN     VENEZIA 

I)  A  T.  L  A      TIPOGRAFIA      EMILIANA 
MDCCCXLl. 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


C 


CAR 


§  VI.  Altre  notizie  sui  Cardinali. 

I.  Prerogative,  preeminenze ^  e 
privilegi.  II.  Cariche,  qualifiche  che 
esercitano,  e  Cardinali  palatini. 
III.  Titoli  onorifici.  IV.  Precedenze 
nel  sagro  Collegio.  V.  Insegne,  di- 
stinzioni, e  vesti  usuali  e  sacre. 
VI.  Rendite.  VII.  Deposti,  ed  esclusi 
dalla  pontificia  elezione.  Vili.  Car- 
dinali celebri.  IX.  Esequie. 

I.  JL  rerogative ,  preeminenze,  e 
privilegi.  Oltre  quanto  in  questo 
articolo  superiormente  si  è  detto 
sulla  sublime  dignità  Cardinalizia, 
e  di  tutt'altro  che  riguarda  sì  emi- 
nente grado,  massime  nella  Chiesa 
universale,  di  cui  sono  prineipi  e 
senatori,  ed  oltre  ciò,  che  si  dice 
ne'  rispettivi  articoli  del  Dizionario 
su  questo  medesimo  argomento,  ac- 
cenneremo le  cose  principali  relative. 
Diversi  autori,  e  fra  gli  altri  l'an- 
nalista Baronio,  all'anno  882,  dicono 
che   il   Sommo    Pontefice   Giovanni 


CAR 

VIII  romano,  fu  il  primo  che  pub- 
blicò i  diritti,  e  le  preeminenze  dei 
Cardinali  della  santa  romana  Chiesa. 
Leggiamo  presso  l'altro  annalista  Ri- 
naldi, all'anno  i225,  la  costituzione 
di  Onorio  III ,  emanata  in  Rieti 
a'  20  novembre,  nella  quale  pub- 
blicò rigorose  pene  contro  quelli, 
che  in  qualche  modo  offendessero, 
ovvero  oltraggiassero  i  Cardinali  del- 
la Chiesa  romana,  dichiarandoli  rei 
di  lesa  maestà,  perpetuamente  infa- 
mi e  banditi;  ed  applicati  i  loro 
beni  al  fisco,  nel  caso  che  ostilmente 
perseguitassero  un  Cardinale,  1'  im- 
prigionassero, o  lo  percuotessero,  con 
altre  pene  simili  a'  loro  complici  e 
fautori ,  restando  tutti  soggetti  alla 
scomunica,  dalla  quale  non  potes- 
sero essere  assoluti,  che  dal  solo 
romano  Pontefice,  o  da  chi  ne  ri- 
cevesse da  lui  commissione.  Bonifa- 
cio VIII,  mentre  voleva  castigare  i 
Cardinali  Jacopo  e  Pietro  Colonna 
per  aver  cospirato  contro  la  Chiesa, 
per  contenere  tutti  a  venerare  e 
rispettare    la    dignità    Cardinalizia, 


6  CAR 

nel  1298,  pubblicò  una  costituzione 
simile  a  quella  di  Onorio  III,  ove 
al  capo  Felicìs  recordationis,  5.  De 
poetiìs  in  6,  fulminò  le  censure  ec- 
clesiastiche contro  quelli,  che  con 
sacrilego  attentato  ardissero  offendere 
i  CardinaH.  A  causa  poi  dell'atten- 
tato contro  il  Cardinal  s.  Cailo 
Borromeo,  il  Pontefice  s.  Pio  V, 
colla  costituzione  98,  lufelicis  sce- 
cnli,  de' 1 9  dicembre  1569,  rinnovò 
il  decreto  di  Bonifacio  Vili  contro 
quelli,  che  ardissero  macchinare  insi- 
die alla  vita  de'  Cardinali,  estendendo 
le  pene  medesime,  imposte  ai  rei  di 
lesa  maestà,  a  quelli  ancora,  che 
in  qualche  maniera  sapessero  gli 
autori  del  delitto  da  commettersi ,  o 
già  commesso,  e  non  lo  rivelassero. 
Gregorio  XI,  nel  iSyS,  come 
riporta  il  Burlo  nella  sua  vita,  vie- 
tò che  i  patriarchi,  arcivescovi,  e 
vescovi  potessero  portare  avanti  la 
croce  in  presenza  de'  Cardinali,  che 
fossero  legati,  o  nunzi  della  San- 
ta Sede.  Leone  X,  con  una  bolla 
de'  16  maggio  i5i6,  accordò  ai 
Cardinali  l'esenzione  dalle  decime, 
e  nel  concilio  generale  XVII  che 
celebrò,  determinò,  chela  casa,  fa- 
miglia, tavola  ed  arredi  de' Cardi- 
nali dovessero  essere  specchio  di 
modestia  e  di  moderazione,  e  che 
solamente  i  loro  famigliari  in  attua- 
lità di  servigio  godessero  l*  immu- 
nità ecclesiastica.  Per  la  bolla  di 
Paolo  IV,  de'  28  maggio  i5^5 , 
detta  comunemente  del  Compatto, 
i  Cardinali  erano  esenti  dalla  pre- 
venzione del  Papa  nella  collazione 
de'  benefizi ,  eh*  essi  facevano  come 
ordinari,  sia  ch'essi  li  conferissero 
soli,  che  unitamente  ai  capitoli,  per 
la  clausola,  tani  conjunctim,  quam 
divisim ,  locchè  veniva  accordato 
dipoi  dagli  articoH,  e  dalle  conven- 
zioni fatte  tra  i  Cardinali  riuniti  in 


CAR 

conclave  nella  sede  vacante;  ma 
Innocenzo  VI,  appena  eletto  nel 
i352,  cassò  tutte  le  leggi,  che  i 
Cardinali  aveano  stabilito  in  concla- 
ve, come  contrarie  al  pontificio  di- 
ritto, locchè  descrive  anco  1'  abbate 
Gusta,  della  condotta  della  Chiesa 
cattolica  nella  elezione  del  suo  capo 
visibile j  Venezia  1799,  a  pag.  147- 
Tuttavolta  Innocenzo  Vili,  creato 
a*  29  agosto  1484»  confermò  i  ca- 
pitoli, che  tutti  i  Cardinali  aveano 
giurato  di  osservare,  nel  caso  che 
uno  di  loro  fosse  eletto  Papa;  uso 
precedentemente  pure  praticato  nel 
conclave,  in  cui  fu  innalzato  al  pon- 
tificato Paolo  li  ,  nel  i464-  In 
esso  i  sacri  elettori  stabilirono  di- 
ciotto leggi,  che  riporta  il  Quirini, 
Vindiciae  Pauli  II,  pag.  22,  per 
la  buona  amministrazione  del  pon- 
tificato, y.  Natale  Alessandro,  Hist. 
Eccles.  tom.  VIII,  cap.  I,  art.  8. 
I  capitoH  del  conclave  d' Innocenzo 
Vili  sono  riferiti  dal  Burcardo, 
allora  maestro  delle  cerimonie,  pres- 
so il  Rinaldi  all'anno  i484j  "•  ^9 
e  3o,  e  sono  i  seguenti. 

I.  Che  si  dessero  dalla  camera 
apostolica  ogni  mese  cento  scudi 
d'  oro  a  que'  Cardinali,  che  non  ne 
avessero  quattromila  di  benefizi  . 
2.  Che  non  si  potesse  procedere 
contro  di  essi  senza  il  consenso  dei 
tre  Cardinali  prescelti  da  ciascuno 
dei  tre  ordini,  né  si  desse  contro 
di  loro  sentenza,  senonchè  secondo  la 
costituzione  di  Papa  Silvestro  l,  il 
quale,  essendo  interrogato  nel  con- 
cilio romano  del  824  quanti  testi- 
moni fossero  necessari  per  condan- 
nare gli  ecclesiastici,  rispose  che  per 
condannare  un  prete  Cardinale  non 
vi  volevano  meno  di  quarantadue 
testimoni,  e  per  condannare  un  dia- 
cono Cardinale  ve  ne  volevano  ven- 
tidue, come  riporta  l'Amati.  3.  Che 


CAR 

fossero  fi*anchi  da  ogni  gravezza.  4- 
Che  toccasse  ad  essi  il  provvedere 
i  benefizi  delle  chiese,  che  ognuno 
di  loro  possedeva.  5.  Che  ninno  de- 
gli stessi  Cardinali  fosse  punito  con 
censure  ecclesiastiche ,  se  così  non 
ordinassero  i  canoni.  6.  Che  il  fu- 
turo Pontefice  fosse  obbligato  a  da- 
re per  soldo  a'  soldati  contro  il 
turco  le  rendite  delle  allumiere  in 
difesa  de' cristiani ,  e  in  provvedere 
con  esse  i  nobili  esiliati  ,  e  cacciati 
dagl'  infedeli.  7.  Che  non  potesse 
andare  colla  curia,  e  corte  romana 
fuori  d'Italia,  se  non  col  consenso 
di  due  parti  de' Cardinali.  8.  Che 
non  potesse  alienale  i  beni  della 
Chiesa,  intorno  alla  qual  cosa  s.  Pio 
V  emanò  poscia  la  celebre  bolla 
Àdmonet  nosj  su  cui  debbono  giu- 
rare i  Cardinali  nel  ricevere  il  cap- 
pello rosso  ,  e  nell'  entrare  in  con- 
clave. 9.  Che  non  potessero  deporre 
alcun  prelato  per  le  istanze  de' prin- 
cipi, se  non  fosse  convinto  di  esser 
colpevole  d'  un  qualche  misfatto. 
IO.  Che  non  promovesse  al  Cardi- 
nalato, se  non  persone  ragguarde- 
voli per  virtù  e  dignità.  Qui  però 
rammentiamo,  che  il  sunnominato 
Innocenzo  VI  avea  stabilito  non  po- 
tersi l'autorità  pontificale  per  veru- 
na ragione  restringere  dai  Cardina- 
li in  conclave,  e  in  qualunque  tem- 
po della  sede  vacante,  ne  aver  altro 
diritto  i  Cardinali,  che  di  dare  al 
mondo  cattolico  il  padre  e  pastore, 
e  ai  dominii  della  Chiesa,  il  so- 
vrano. Ciò  non  pertanto,  tali  capi- 
toli si  continuarono  a  fare,  per  cui 
il  citato  Burcardo,  ne'  Conclavi  dei 
Pontefici  Romani j  a  p.  2  1 6,  ripor^:a 
i  capitoli  sottoscritti  dai  Cardinali 
nel  1559  nella  sede  vacante  di  Pa- 
pa Paolo  IV,  per  farli  giurare  e  os- 
servare al  Pontefice  futuro,  leggen- 
dosi,  a  pag.    218,  la    formula    del 


CAR  7 

giuramento.  Anzi  nel  continuatore 
del  Burcardo,  nel  conclave  del  i6o5 
per  r  elezione  di  Leone  XI  a  pag. 
45  r,  si  legge,  che  dai  Cardinali 
furono  sottoscritte  !e  capitolazioni  , 
in  aumento  della  dignità  e  autorità 
Cardinali/ia. 

I  Cardinali  godono  il  privilegio 
degli  altari  portatili  ,  e  possono  in 
conseguenza  aver  cappelle  domesti- 
che [Fedi),  e  quindi  far  celebrare 
la  messa  nelle  loro  stesse  camere  in 
tempo  di  malattia;  e  nei  viaggi  non 
solo  possono  celebrare  sull'altare  por- 
tatile prima  dell'aurora  ,  e  dopo  il 
mezzodì,  ma  possono  dare  autorità 
di  celebrar  la  messa  ai  propri  cap- 
pellani. Pompeo  Sarnelli,  nelle  Let- 
tere Ecclesiastiche j  tomo  Vili  lette- 
ra XXXV,  afferma  che  i  Cardinali 
non  solo  godono  l' indulto  di  eleg- 
gersi il  confessore  non  approvato  dal- 
l'Ordinario, ma  anco  pei  loro  fami- 
gliari. Intorno  a  ciò  leggasi  l' A ndreuc- 
ci.  Prima  del  conciho  tridentino,  i 
Cardinali  potevano  conferire  la  pri- 
ma tonsura,  e  gli  ordini  minori  nel- 
le chiese  titolari,  il  quale  indulto  fu 
revocato  dal  concilio,  sebbene  gra- 
vissimi dottori  sostengano  non  in- 
tendersi revocato  per  riguardo  ai 
propri  famigliari.  E  conferma  tale 
opinione  il  Barbosa,  con  una  deci- 
sione rotale  de' 3  dicembre  i582. 
I  Cardinali  dell'ordine  de' preti,  e 
dell'  ordine  de'  diaconi  godono  giu- 
risdizione quasi  episcopale  nelle  loro 
chiese  titolari.  Al  Cardinale  religio- 
so è  permesso  di  essere  padrino  e 
compare  nel  battesimo,  cosa  vietata 
a'  monaci  pei  motivi,  che  accenna  lo 
stesso  Barbosa,  i  quali  però  non  deb- 
bono considerarsi  pei  Cardinali,  giac- 
che evvi  r  esempio  che  quando  san 
Gregorio  I  era  diacono  Cardinale, 
tenne  al  sacro  fonte  un  figlio  del- 
l'imperatore Maurizio.  Certo    è  pe- 


8  CAR 

rò,  che  i  Cardinali  diaconi  per  am- 
ministrare il  sacramento  del  batte- 
simo, e  quello  del  matrimonio,  per 
Testir  monache,  e  per  celebrare  la 
messa  in  pubblico  se  sacerdoti,  han- 
no bisogno  della  pontifìcia  autoriz- 
zazione. Anzi  riporta  il  Macri,  No- 
tizia de*  vocaboli  ecclesiastici  j  de 
Cardinalibus  3  che  Urbano  IV  a- 
veva  ordinato,  che  niun  Cardina- 
le potes.se  usare  le  insegne  Cardi- 
nahzie,  ne  intervenire  alle  consulte 
e  congregazioni,  e  godere  le  entra- 
te ecclesiastiche,  prima  di  essere  sa- 
cerdote, lib.  I,  episL  37. 

Tutti  i  CardinaU  hanno  diritto 
di  assistere  ai  concistori,  alle  Cap- 
pelle Papali,  alle  processioni,  ed  al- 
tre sagre  funzioni  Pontificie  e  Car- 
dinalizie. F.  Cappelle  Pontificie,  e 
Cardinalizie.  Inoltre  i  Cardinali  in 
Italia  non  solo  andavano  esenti  dal- 
le decime,  ma  eziandio  dalle  gabel- 
le, e  da  ogni  carico  ordinario  e 
straordinario.  Nel  pontificato  di  Cle- 
mente X,  il  Cardinal  camerlengo 
privò  i  Cardinali  del  privilegio  del- 
l' esenzione  delle  gabelle,  ma  il  Pa- 
pa glielo  restituì.  Oggidì  non  lo  go- 
dono più,  ma  invece  hanno  per 
compenso  cento  scudi  annui.  Nel 
i565.  Pio  IV  proibì  con  una  co- 
stituzione, poi  confermata  da  Gre- 
gorio XIII,  che  i  palazzi  de'  Cardi- 
nali servissero  di  asilo  ai  delinquen- 
ti e  malfattori.  Urbano  Vili,  nel 
palazzo  vaticano,  istituì  l'archivio 
de' Cardinali,  per  loro  uso  in  con- 
clave coU'autorità  della  bolla.  Ad- 
monet  nos  cura  pastoralis  officii^ 
emanata  nel  1625,  decimo  octavo 
kal.  januarii. 

Durante  il  conclave  medesimo  e 
nella  sede  vacante ,  fa  le  veci  del 
segretario  di  stato ,  il  prelato  se- 
gretario del  sagro  Collegio  (Vedi). 
Oltre  il  segretario,  ed  altri  ministri. 


CAR 
il  senato  apostolico  ha  il  camerlen- 
go ,  ed  ogni  anno  per  turno  un 
Cardinale  diviene  camerlengo  del 
sagro  Collegio  (Fedi).  Questo  Car- 
dinal camerlengo  del  sagro  Colle- 
gio è  l'amministratore  delle  sue  ren- 
dite, e  furono  stabilite  meglio  le  sue 
ingerenze  nel  pontificato  di  Leone 
X,  giacché  più  remota  è  la  sua 
origine,  leggendosi  in  Cardclla  71/e- 
morie  storiche  de*  Cardinali  tomo 
li,  p.  i53,  che  Guglielmo  Curti, 
Court,  o  Novelli,  creato  Cardinale 
nel  i338  da  Benedetto  XII  in  A- 
vignone  ,  divenne  camerlengo  del 
sagro  Collegio,  come  rilevasi  dal  li- 
bro delle  obbligazioni  dell'archivio 
vaticano,  avendo  equivocato  chi  lo 
annoverò  tra  i  Cardinali  camerlen- 
ghi di  santa  romana  Chiesa.  Oltre 
quanto  dicemmo  del  camerlengo  del 
sagro  Collegio  al  citato  suo  artico- 
lo, non  riuscirà  discaro,  che  qui  si 
aggiunga,  come  dalle  costituzioni 
del  sagro  Collegio,  approvate  da 
Paolo  III  nel  i546,  e  stampate  in 
Roma  nel  i833,  si  ricavi,  che  se  i 
Cardinali  assenti  da  Roma,  gl'in- 
fermi, o  i  vecchi  vogliono  dispen- 
sarsi da  questo  ufficio,  è  in  loro  li- 
bertà, e  allora  viene  creato  in  ca- 
merlengo quel  Cardinale,  che  lo  se- 
gue per  anzianità  di  ordine  e  di 
creazione.  Quando  poi  il  Cardinal 
camerlengo  vuole  esentarsi  da  Ro- 
ma, ovvero  si  ammala,  può  egli 
surrogare  un  altro  Cardinale  a  sua 
scelta.  Se  il  Cardinal  camerlengo 
muore  prima  che  finisca  l' anno , 
deve  essere  surrogato  in  luogo  di 
lui  quel  Cardinale,  che  lo  segue  im- 
mediatamente; e  la  messa  cantata 
per  le  di  lui  esequie,  deve  esser 
celebrata  da  quel  Cardinale  cui 
tocca  secondo  il  turno  annuale  del- 
le cappelle ,  giacche  il  Cardinale 
successore    in   questo    camerlengalp. 


CAR 
entra  nella  carica  solo  nel  primo 
concistoro,  mediante  la  consegna , 
che  il  Papa  fa  a  lui  della  borsa. 
Ma  il  regnante  Pontefice  nella  mor- 
te del  Cardinal  Gamberini,  che  ces- 
sò di  vivere  a  ij  aprile  1841,  di- 
spensò il  Cardinal  Giustiniani ,  il 
quale  veniva  dopo  di  lui  (  e  che 
è  pure  camerlengo  di  santa  romana 
Chiesa)  dall'  attendere  il  consueto 
concistoro,  autorizzandolo  ad  eserci- 
tare l'uffizio.  È  poi  da  sapersi,  che 
il  Cardinal  camerlengo  del  sagro 
Collegio,  il  quale  in  tal  modo  suc- 
cede al  defonto,  non  viene  pregiu- 
dicato nel  turno,  cui  deve  fare  nel 
seguente  anno  ,  secondo  il  metodo 
da  noi  descritto  al  nominalo  arti- 
colo. 

Fino  agli  ultimi  tempi,  i  Cardi- 
nali godevano  dal  palazzo  apostolico 
la  così  detta  parte  di  pane  e  vino,  es- 
sendo considerati  quai  contij^iui  com- 
mensali del  Papa  ;  ma  sul  declinare  del 
secolo,  decorso,  cessarono  per  le  vicende 
dei  tempi  tali  somministrazioni ,  il  cui 
quantitativo  si  legge  nei  ruoli  dello 
stesso  palazzo.  Sotto  s.  Pio  V,  i  Car- 
dinali nominavano  per  cedola  uno  o 
due  famigliari  al  novello  Pontefice; 
ed  eletto,  nel  i566,  quel  Papa  ne  no- 
minarono diversi,  come  chirurghi,  ca- 
merieri, palafrenieri,  scudieri,  individui 
della  scuderia,  un  cappellano,  un  aiu- 
tante di  camera.  Così  l'ambasciatore  di 
Portogallo  nominò  un  medico,  quel- 
lo di  Spagna  un  cameriere  e  un 
palafreniere,  e  quello  dell'  imperato- 
re un  cameriere,  ed  un  sotto  came- 
riere. In  progresso  all'  elezione  del 
nuovo  Papa  nominarono  vm  fami- 
gliare, e  per  solito  il  più  antico  di 
livrea,  a  percepire  la  quota  di  cento 
scudi,  che  pagavasi  dal  palazzo  aposto- 
lico ,  ed  ora  i  primi  dodici  Cardinali, 
oltre  r  eletto  Papa,  nominano  il  più 
antico  de'  loro  domestici  per  la  piaz- 


CAR  9 

za  di  palafreniere  pontificio,  la  quale 
sogliono  cedere  ad  altro  soggetto  ido- 
neo ,  ed  approvato  da  monsignor 
maggiordomo  per  la  somma  di  cir- 
ca cinquecento  scudi  ;  e  vivente  il 
Pontefice ,  nominano  alle  vacanze 
que'  Cardinali,  che  non  aveano  eser- 
citato tal  privilegio.  Ma  di  questo 
argomento  si  tratta  all'articolo  Fa- 
miglia de'  Cardinali. 

Lungo  sarebbe  parlare  di  tutte 
le  prerogative,  preeminenze,  e  pri- 
vilegi de'  Cardinali ,  di  alcuni  dei 
quali  si  parlerà  ne'  seguenti  numeri, 
e  si  fa  menzione  agli  articoli  rela- 
tivi. /^.  Piati,  De  Cardi  ria  lìbusj  Sy- 
nopsis  praecipuavum  praecmìnentia- 
riinij  et  prwilegiorum  Sanctae  Ro- 
manae  Ècclesiae   Cardinalium. 

II.  Cariche  e  qualifiche^  che  eser- 
citano i  Cardinalij  e  Cardinali 
palatini. 

Le  tre  patriarcali  basiliche  di  Ro- 
ma ,  di  s.  Giovanni ,  di  s.  Pietro , 
e  di  s.  Maria  Maggiore  hanno  per 
arcipreti  altrettanti  Cardinali.  Inoltre 
i  Cardinali  occupano  le  seguenti  cari- 
che, cioè  di  vicario  di  Roma  ;  peniten- 
ziere maggiore  ;  camerlengo  di  santa 
Chiesa,  il  quale  è  pure  arcicancel- 
liere  dell'  università  Pvomana  ;  can- 
celliere, e  vice-cancelliere  di  s.  Chie- 
sa; legati  apostolici  delle  legazioni 
di  Velletri,  che  è  sempre  il  Cardi- 
nal decano,  di  Bologna,  di  Ferrara, 
di  Forlì,  di  Ravenna,  e  di  Urbino 
e  Pesaro  ;  prefetti  delle  congrega- 
zioni Cardinalizie,  meno  quelle  del- 
l'inquisizione, della  visita  apostolica, 
e  della  concistoriale  ,  la  cui  prefet- 
tura suole  ritenersi  il  Papa,  ma 
la  prima  ha  un  Cardinale  per  se- 
gretario, mentre  le  congregazioni  del- 
l' esame  de'  vescovi,  e  degli  affari  ec- 
clesiastici   straordinarii    non    hanno 


IO  CAR 

prefetto  considerandosi  per  tale  lo 
slesso  Pontefice.  Tutti  i  Cardinali 
poi,  anche  assenti  da  Roma  in  ser- 
vigio della  santa  Sede  ec,  sono 
membri  delle  congregazioni  Cardi- 
nalizie, il  cui  numero  e  relative 
notizie  si  riportano  a  quegli  arti- 
coli ,  delle  quali  congregazioni  non 
ne  hanno  meno  di  quattro,  asse- 
gnala loro  dal  Papa,  dopo  che  ha 
aperta  la  bocca  a*  medesimi  Cardi- 
nali. In  progresso  suole  accrescerle 
secondo  i  meriti ,  onde  non  vengo- 
no conferite  a  quei  Cardinali ,  che 
non  si  sono  recati  a  Roma  a  pren- 
dere il  cappello  Cardinalizio,  e  nep- 
pure a  que'  Cardinali ,  a  cui  per 
tratto  di  specialissima  onorificenza 
viene  spedito  il  cappello  nel  luogo 
ove  risiedono. 

Inoltre  ai  Cardinali  spettano  le 
cariche  di  visitatori  apostolici  di  luo- 
ghi pii,  come  ospedali,  ospizi,  con- 
serva torii,  ec,  di  bibliotecario  di  s. 
Chiesa,  di  presidente  della  congre- 
gazione della  revisione  de'  conti ,  e 
di  presidente  della  commissione  dei 
sussidii,  e  dell'ospizio  della  Madon- 
na degli  angeli  alle  terme  Diocle- 
ziane,  nonché  di  presidenti  del  con- 
siglio supremo  camerale.  Ad  un  Car- 
dinale il  Papa  assegna  pure  il  gran 
priorato  in  Roma  dell'  Ordine  ge- 
rosolimitano. Tutte  le  menzionate 
cariche  vacano  soltanto  per  rinun- 
zia, per  promozione  e  per  morte, 
seppure  non  disponga  altrimenti  il 
sovrano  Pontefice.  Talvolta  i  Car- 
dinali esercitano  cariche  prelatizie 
col  titolo  di  prOy  come  di  tesoriere, 
governatore  di  Roma,  ec. 

I  Cardinali  palatini,  cui  suole  eleg- 
gere ogni  nuovo  Papa,  a  meno  che 
non  confermi  alcuno  di  quelli  del 
suo  predecessore,  sono  il  datario,  il 
segretario  di  stato,  il  segretario  per 
gli  affiiri  di  stato  interni,    il  segre- 


CAR 

tarlo  de'  memoriali ,  e  il  segretario 
de'hrevi  Pontificii.  Quest'ultimo  però 
gode  tale  ufllcio  a  vita.  Come  prima- 
rii  famigliari  del  Sommo  Pontefice 
(siccome  prima  tali  cariche  veniva- 
no esercitate  dai  prelati  )  negli  an- 
tichi ruoli  del  palazzo  apostolico  e- 
rano  registrati  nella  distinta  classe 
de'  camerieri  segreti  partecipanti,  e 
perciò  al  pari  di  loro  avevano  scu- 
di quarantacinque  il  mese,  e  la  par- 
te di  pane,  vino  e  altre  cose;  ma 
nella  distribuzione  degli  emolumenti 
de'camerieri  segreti  partecipanti,  ora 
ne  gode  il  solo  segretario  de'  memo- 
riali. Quando  vi  sono  Cardinali  ni- 
poti, sono  considerati  fra  i  Cardinali 
palatini.  Così  se  il  prelato  uditore 
del  Papa  fosse  elevato  alla  porpora, 
e  rimanesse  nel  palazzo  apostolico 
colla  qualità  di  pro-uditore,  sareb- 
be considerato  Cardinale  palatino.  I 
Cardinali  palatini  hanno  dal  Ponte- 
fice le  udienze  (Vedi)  più  frequen- 
ti degli  altri  Cardinali,  stante  la 
qualità  degli  affari,  che  sono  lo- 
ro affidati  .  Tanto  i  Cardinali  pa- 
latini ,  che  le  loro  segreterie,  e  fa- 
miglie hanno  residenza  ed  abitazio- 
ne nei  palazzi  apostolici  ;  e  le  fami- 
glie godono  di  particolari  propine 
nelle  ricorrenze  di  agosto,  e  Natale, 
e  per  altre  circostanze.  I  Cardinali 
palatini  sono  invitali,  e  intervengo- 
no in  abito  Cardinalizio,  quando  il 
Papa  assiste  nella  basilica  vaticana 
alla  messa,  che  si  canta  dal  Cardi- 
nal arciprete  per  la  dedicazione  del- 
la chiesa,  quando  in  essa  si  espone 
il  ss.  Sagramento  in  forma  di  qua- 
rant'ore,  e  quando  si  celebrano  le 
esequie  de'  Pontefici  defimti  nella 
cappella  del  coro.  Così  intervengono 
pure  nel  giorno,  in  cui  il  Papa  dà,  nel 
cortile  del  Quirinale,  l'apostolica  be- 
nedizione all'  arcicon fraternità  del  ss. 
nome  di  Maria,  ed  in  altre  funzio- 


CAR 
ni,  come  di  consacrazione  di  vesco- 
vi, ec.  Di  tutte  le  cariclie,  dogli  uffi- 
zi ,  e  delle  qualificlie  Cardinalizie 
accennate  in  questo  numero,  si  par- 
la a'  relativi  articoli. 

Aggiungiamo  poi,  che  nel  ponti- 
ficato di  s.  Gregorio  11,  eletto  nel- 
l'anno 7 1 5,  essendosi  già  accresciu- 
ti i  diaconi  Cardinali  regionari,  dal 
numero  di  sette,  a  quello  di  quat- 
tordici, egli  ne  aggiunse  quattro  col 
nome  di  palatini,  per  assistere  sem- 
pre al  Pontefice  nella  basilica  di  s. 
Giovanni  in  Laterano,  nell'  atto  che 
celebrava  ;  quindi  incominciò  il  no- 
me dei  Cardinali  diaconi  palatini, 
come  fra  gli  altri  si  osserva  dal  Yit- 
torelli  apitd  Ciacconiiun  in  vita  s. 
Higynii.  Il  Pagi  ci  fa  sapere  che, 
nel  i4^o,  i  Cardinali  diaconi  erano 
giunti  al  numero  di  diciannove,  e 
tanti  il  Panvinio  assicura  che  fos- 
sero nel  i54^  sotto  Paolo  III.  Pio 
IV  li  portò  di  poi  al  numero  di 
venticinque,  ma  si  ridussero  in  se- 
guito a  ventuno,  finche  Sisto  V , 
nel  i585,  li  stabilì,  secondo  il  nu- 
mero anteriore  a  Gregorio  II,  cioè 
a  quattordici. 

III.   Titoli  onorifici. 

Ne' paragrafi  precedenti  si  è  det- 
to con  quali  denominazioni  fossero 
onorati  i  Cardinali  di  s.  Chiesa.  Qui 
aggiungiamo,  che  vennero  qualifica- 
ti siccome  «  partecipi  delle  chiavi 
"  pontificie,  proceri  del  clero,  basi 
»»  del  tempio  di  Dio,  luminari  chia- 
w  rissimi  della  Chiesa,  che  vegliano 
»  per  le  anime  dei  popoli,  e  colon- 
»>  ne  della  Chiesa  medesima".  Vuoi- 
si, che  l' imperatore  Costantino  de- 
corasse col  seguente  diploma  i  Car- 
dinaU  di  Roma:  »  Decretiamo,  che 
«  gli  uomini  chierici  reverendissimi, 
«  i  quali  in  diversi  ordini   servono 


CAR  .  ir 

j'  la  sacrosanta  romana  Chiesa,  go- 
»  dano  e  per  singolarità,  e  per  po- 
»i  tenza  e  per  dignità  di  quel  col- 
*»  mo,  della  cui  gloria  è  ornato  il 
«  nostro  amplissimo  senato,  dichia- 
»  riamocioè  ch'eglino  sieno  patrizi 
*>  e  consoli,  e  vengano  alties'i  deco- 
«  rati  con  tutte  le  altre  dignità  im- 
»  periali  ",  come  riporta  il  Tama- 
gna t.  I.  p,  2  11.  Quindi  s.  Pier 
Damiani  chiamò  i  Cardinali  Sena- 
tori di  tutto  il  mondo,  e  senatori 
ancora  di  tutta  la  Chiesa^  ed  an- 
co il  Muratori,  Rer.  Ital.  tom.  I. 
p.  II.  pag.  540,  dice,  che  a'  tempi 
di  Alessandro  III  i  Cardinali  veni- 
vano denominati  senatori.  Clemente 
IV  dichiarò  presidi,  e  proconsoli  i 
Cardinali  legati  a  latere,  e  il  gran 
Pio  II  chiamò  i  Cardinali  Senatori 
di  Roma. 

Il  titolo  di  Doniinuf:  fu  dato  as- 
sai per  tempo  a'  Cardinali,  per  cui 
il  detto  s.  Pier  Damiani  scrisse  Do- 
mino Hildeprando,  chiamandolo  dile- 
ctissifue  frater  et  domine.  Il  Garam- 
pi  nel  Sigillo  della  Garfagnana^  p. 
6^,  dice  che  si  dava  il  solo  titolo 
di  Domini,  o  Domni  ai  Cardinali; 
indi  soggiunge  l' istruzione  data  da 
un  canonista  della  curia  Romana 
al  tempo  di  Gregorio  IX,  del  1227, 
riguardo  ai  titoli  onorifici,  che  dare 
doveansi  ai  Cardinali,  nei  libelli  del- 
le petizioni,  nelle  cause  ecclesiasti- 
che. Egli  adunque  cosi  ne  insegna 
le  formule  :  Corani  vobis  Pater  san- 
cte,  si  es  corani  Domino  Papa.  Si 
es  coram  domino  Cardinali,  dices 
sic:  Coram  vobis,  venerande  Pater 
T.  tituli  s.  Sahinae  presbyter  Car- 
dinalisj  et  sic  si  es  coram  presby- 
teris  Cardinalibus.  Si  coram  diaco- 
nibus  dicas  sic  :  Corani  vohis  ve- 
nerande pater,  domine  Otto  s.  Ni- 
colai in  Carcere  Tulliano  diacone 
Cardinalis.    Diaconi  Gardinales  non 


12  CAR 

liabent  titulum  presbytcrl  sic.  Si 
corani  episcopis,  dices  sic:  Corani 
vobh  venerande  Pater,  domine  Sa- 
bìniensisj  domine  Ostiensi s  et  sic, 
sì  coram  episcopis  Caidinalibus  , 
supprimes  et  nomen  iituli  et  no- 
men  Cardinalis;  et  procedes  sic: 
Coram  vobis  venerande  pater  , 
partibiis  a  domino  Papa  audito- 
re concesso  ,  praeponit  Lauren- 
tius  procurator  capitali  roloma- 
gensisj  quod  ecclesia  rotomagensi 
vacante,  etc.  In  appresso  o  si  ag- 
giunse anche  quello  di  reverendi j 
e  ne'  libri  de'  conti  del  sagro  Col- 
legio, da  Bonifacio  Vili  fino  a  Gre- 
gorio XI,  il  quale  mori  nel  1378, 
furono  detti  reverendi  patres  et  do- 
mini, indi  si  cominciò  a  stabilire 
frequentemente  il  reverendissimus pa- 
ter et  domiìius,  che  si  continuò  nel 
XIV  e  XV  secolo. 

Eletto  Papa  Adriano  VI ,  a'  9 
gennaio  i522,  benché  assente  dal 
conclave ,  siccome  dimorante  nella 
Spagna ,  il  sagro  Collegio  gli  spedi 
il  decreto  di  sua  esaltazione;  onde 
nella  lettera  responsiva,  che  inviò  in 
Roma  a'  Cardinali,  e  che  leggesi  nel 
tomo  I  del  Cinelli,  in  data  dell'ul- 
timo febbraio ,  si  sottoscrisse  con 
questa  formula  :  Reverendissimarum 
Doni,  vestraruni  amicus  et  confra- 
ter,  etelectus  Ponlifex  romanus.  Di- 
poi Sisto  V  decretò  la  pena  di  sco- 
munica ,  se  i  Cardinali  ricevessero 
ed  aprissero  lettere  colla  direzione 
di  semplice  Cardinale,  senza  i  titoli 
d'  illustrissimo  ,  e  reverendissimo  , 
dovendole  subito  lacerare.  Dopo  che 
Clemente  VIII  assolvette  solenne- 
mente Enrico  IV  re  di  Francia, 
nel  1595,  dice  il  Bercastel,  Histoire 
de  VEglise,  toni.  XIX,  p.  56 1,  quel 
monarca  diede  il  titolo  di  cugini  ai 
Cardinali,  che  fino  allora  dai  re  di 
Francia    avevano    ricevuto    soltanto 


CAB 
quello  di   Caro  amico.  V,  THenault 
txtW Abregé  de  la  France. 

Urbano  Vili,  nel  i63o,  accrebbe 
le  preeminenze  de'Cardinali,  e  diede 
loro  il  titolo  di  eminenza,  ed  emi- 
nentissimo  {ì^edi),  in  vece  di  quello 
di  signore  illustrissimo ,  che  davasi 
ancora  a  diversi  principi  d' Italia , 
avanti  che  loro  si  attribuisse  il  ti- 
tolo di  altezza;  proibendo  a'  Cardi- 
nali di  ricevere  altri  titoli,  a  meno 
che  fosse  loro  dato  dalle  teste  coro- 
nate. Quindi  il  suo  immediato  succes- 
sore Innocenzo  X  approvò  il  decreto 
della  congregazione  cerimoniale,  che 
prescriveva  a'Cardinah,  di  qualun- 
que dignità  e  lignaggio  ,  di  conten- 
tarsi del  solo  nome  di  Cardinale, 
senza  veruna  aggiunta  di  titolo  se- 
colare :  tuttavolta  in  progresso  si  è 
permesso  aggiungervi  quello  d'impe- 
riale e  reale,  se  il  porporato  è  di  tali 
famiglie.  I  titoli,  che  comunemente  i 
Cardinali  si  danno  nello  scriversi 
tra  di  loro,  sono  di  eminentissimo  e 
reverendissimo  signor  mio  osservan- 
dissimo,  al  Cardinale  decano  si  dà 
per  distinzione  il  colendissimo ,  in 
vece  àeW osservandissimo,  ed  al  Car- 
dinal nipote  del  Papa  regnante,  se 
vi  fosse,  si  darebbe  dai  Cardinali 
creati  da  lui,  il  trattamento  di  pa- 
drone colendissimo,  in  vece  dell'o^- 
servandissinio ,  venendo  chiamato  il 
Cardinal  nipote  del  Papa,  il  Cardi- 
nal padrone.  Quando  i  Cardinah 
scrivono  al  Pontefice,  se  sono  stati 
da  lui  creati,  nella  sottoscrizione  ag- 
giungono: e  creatura.  11  Papa  scriven- 
do ai  Cardinali  vescovi  dà  loro  il  ti- 
tolo di  venerabili fratri  nostro j  se  poi 
sono  dell'ordine  de'  preti,  e  de'  dia- 
coni, dilecto  filio  nostro,  e  scriven- 
do loro  confidenzialmente  in  idioma 
italiano  :  Al  reverendissimo  signor 
Cardinale.  Parlando  poi  il  Pontefice 
ai  Cardinali  nelle  allocuzioni  conci- 


CAR 
stonali  5  si  indirizza  loro  col  titolo , 
venerabiles  fratres y  e  nelle  bolle  si. 
usa  la  frase  ,  de  Consilio  venerati- 
lìum  fratriini  nostrorum.  Dice  il 
Macri,  che  i  Cardinali  nel  promul- 
gare qualche  decreto ,  nel  principio 
de'  loro  titoli,  sogliono  usare  la  for- 
mula: N.  miseratione  divina  etc. 
Di  tale  argomento,  e  di  tutte  le  re- 
gole relative  abbiamo  le  istruzioni 
per  la  gioventù  impiegata  nella  se- 
greteria, di  Francesco  Parisi ,  stam- 
pate in  Roma  in  quattro  volumi  nel 
1785,  utilissime  principalmente  pei 
segretari  de'  Cardinali,  massime  nel 
tom.  Ili,  p.  65,  Tiiolario  per  Car- 
dinale,  disposto  secondo  i  nomi  del- 
le persone,  alle  quali  si  convengono 
i  titoli,  giusta  il  cerimoniale  dei  Car- 
dinali. 

IV.  Precedenze  nel  sagro  Collegio. 

All'  articolo  Cappelle  Pontificie 
parlandosi  dei  posti  di  esse,  e  di 
quelli  de'  Cardinali,  si  è  trattato  del- 
la loro  precedenza  sui  principi  ed 
ambasciatori,  riportandosi  vari  esem- 
pi analoghi.  Ma  per  rammentarne 
qui  alcuni  soltanto,  diremo  che  Car- 
lo Vili  re  di  Francia ,  recatosi  a 
R.oma  nel  1495»  con  trentamila  sol- 
dati, e  con  mire  ostili,  come  si  paci- 
ficò con  Alessandro  VI,  volle  assi- 
stere al  pontificale,  prendendo  posto 
dopo  il  primo  Cardinal  vescovo;  di- 
poi Alfonso  II  duca  di  Ferrara ,  e 
due  figli  del  duca,  ed  elettore  di 
Baviera,  furono  fatti  sedere  da  Inno- 
cenzo IX,  e  Clemente  VIII  in  con- 
cistoro, e  nelle  cappelle,  dopo  l'ulti- 
mo Cardinale,  mentre  altri  principi 
sovrani  vennero  situati  in  mezzo  agli 
ultimi  due  Cardinali.  Sotto  Alessan- 
dro VII,  quando  la  regina  Cristina 
di  Svezia  recossi  a  Roma ,  il  Papa 
deputò  due  Cardinali  ad  incontrarla, 


CAR  i3 

i  quali  colla  qualifica  di  legati  ed 
in  cappa  nel  solenne  ingresso  la  ac- 
compagnarono a  cavallo  sino  alla 
porta  Flaminia.  Quivi  il  sagro  Col- 
legio trovossi  a  complimentarla,  ed  in 
cappa  e  nobile  cavalcata  la  prece- 
dette nel  recarsi  dal  Papa.  I  Cardi- 
nali legati  andarono  a'  loro  luoghi, 
e  i  due  primi  diaconi  subentrarono 
a  prenderla  in  mezzo  nell'  accompa- 
gnamento. Sulle  precedenze  de'  posti 
fra'  Cardinali,  nelle  loro  chiese  tito- 
lari, protettone,  o  arcipretali,  si  può 
consultare  l'articolo  Cappelle  Cardi- 
nalizie, ove  dicesi  dell'invito,  che  si 
fa  al  sagro  Collegio  per  esse,  ed  al- 
tre cose  relative. 

Dividendosi  il  sagro  Collegio  in 
tre  ordini,  cioè  di  vescovi  suburbi- 
cari,  preti  e  diaconi  ,  si  passa  da 
quelli  de'preti  e  de'diaconi  a  quello 
de'  vescovi  col  metodo  che  diremo. 
I  preti  non  possono  essere  vescovi 
titolari ,  ed  abbiamo  solo,  che  Cle- 
mente Vili  dichiarò  arcivescovo  ti- 
tolare di  Filippi ,  il  Cardinal  Nino 
de  Cuevara;  Benedetto  XIV  arcive- 
scovo in  partibits  di  Nicosia,  il  Car- 
dinal delle  Lanze,  consacrandolo 
egli  stesso  nella  cappella  Paolina 
del  Quirinale.  V.  Vescovi  Cardinali 
CONSACRATI  DAI  Papi.  Altrettanto,  nel 
1758,  Clemente  XIII  fece  col  Car- 
dinal duca  di  Yorck,  che  ritenendo 
la  diaconia  era  passato  all'  ordine 
presbiterale.  Dopo  la  consacrazione 
Io  tenne  seco  a  mensa  in  uno  ai 
Cardinali  assistenti.  ^.  Pranzi,  ove 
dicesi  quali  erano  i  solenni  conviti, 
in  cui  aveano  luogo  i  Cardinah. 
Quindi,  nel  1762,  volendo  il  me- 
desimo Clemente  XIII  fare  vicario 
di  Roma  il  Cardinal  Marc' Antonio 
Colonna,  questi  dall'ordine  de'dia- 
coni con  pontificia  dispensa  passò  a 
quello  de'  preti ,  prendendo  luogo 
secondo   l' anzianità    della   sua  prò- 


i4  CAR 

mozione  alla  porpora.  Indi  il  con- 
sacrò arcivescovo  titolale  in  parti' 
bus  di  Corinto,  nella  predetta  Cap- 
pella Paolina  del  palazzo  Quirinale. 
Fra  i  Cardinali  diaconi ,  possono 
esservi  dei  preti ,  anzi  de'  vescovi 
eziandio,  senza  che  però  in  cappelli 
pontificia  nulla  più  possano  eserci- 
tarne che  le  sole  funzioni  inerenti 
all'ordine  diaconale.  ]\è  specialmente 
in  Roma  fanno  essi  funzioni  presbi- 
terali in  pubbliche  clìiese.  Molti  sono 
stati  i  Cardinali  diaconi  vescovi  di 
giurisdizione,  fra' quali  e  da  ram- 
mentarsi il  Cardinal  Gio.  Castiglioni 
vescovo  d' Osimo  e  Cingoli,  che 
continuò  sino  alla  morte,  accaduta 
nel  i8i5,  ad  appartenere  ali  ordine 
de'  diaconi.  A  questo  era  stato  in- 
Pxalzato  a'  17  gennaio  i8o3,  da  Pio 
VII,  che  allora  lo  pubblicò  Cardinale, 
e  gli  conferì  la  diaconia  di  s.  Maria 
in  Domnica.  Lo  stesso  era  avvenuto 
di  im  insigne  suo  antecessore  in 
quel  vescovato,  cioè  del  Cardinal 
Lanfredini,  ch'era  diacono  di  santa 
Maria  iu  Portico.  Inoltre  abbiamo 
che  Innocenzo  X,  nel  1654,  fece 
Cardinale  Carlo  Gualtieri,  e  gli  die- 
de per  diaconia  la  chiesa  di  s.  Pan- 
crazio, che  apparteneva  all'  ordine 
de'  preti,  essendo  che  erano  tutte 
occupate  le  diaconie;  e  sebbene  di 
tal  ordine,  lo  dichiarò  arcivescovo 
di  Fermo.  Avvenne  poi  che  trovan- 
dosi tal  Porporato  in  R.oma  nel 
pontificato  di  Clemente  IX  nel  d'i 
del  s.  Natale,  uè  potendo  il  Ponte- 
fice celebrare  la  messa  pontificale, 
ma  soltanto  assistervi,  menoi  Car- 
dinali diaconi,  che  doveansi  in  essa 
comunicare ,  avendo  tutti  gli  altri 
Cardinali  celebrato,  il  Papa,  per  non 
alterare  il  rito,  dichiarò  il  Gualtieri 
prete  di  s.  Eusebio,  e  gli  fece  can- 
tare la  messa.  Ed  a  questo  propo- 
sito è  a  desiderarsi,  ciie  si  renda  di 


CAR 
pubblico  diritto  una  eruditissima,  ed 
elegantissima  dissertazione  latina,  che 
il  sunnominato  Cardinal  Castiglioni 
lasciò  inedita  sotto  il  titolo  Diaconi- 
coriy  dedicata  al  Cardinal  Braschi 
diacono,  nella  quale  evvi  mirabil- 
mente esposto  quanto  riguarda  i  Car- 
dinali  diaconi. 

Il  passaggio  de'  Cardinali  da  un 
ordine  all'altro  chiamasi  Ozione, 
(Fedi)  ossia  oltare,  la  cui  origine  e 
progresso  dottamente  si  espone  dal 
Panvinio,  De  septeni  Urbis  Eccles. 
cap.  3  ad  finem:  >»  Presso  gli  anti- 
»  chi  pertanto,  egli  dice,  per  più 
«  di  mille  duecent'anni  non  inter- 
•'  rotti  si  mantenne  nella  Romana 
"  Chiesa  il  costume,  che  né  i  dia- 
fi  coni  le  diaconie  una  volta  rice* 
>»  vute,  né  i  prèti  i  titoli,  ne  i 
M  vescovi  Cardinali  i  propri  vescova- 
»  ti  mutassero;  dal  che  nasceva  che 
fi  ì  diaconi,  i  preti  e  i  vescovi  Cardi- 
as nali,  maggiormente  accudivano,  a- 
«  domavano,  rifabbricavano,  amplia- 
»  vano  le  propiie  diaconie,  e  i  propri 
}}  vescovati,  sapendo  di  doverli  ritene- 
y»  re  finche  vivessero.  Al  presente  i 
»  CardinaU  per  la  legge  dell'  ozione 
»  possono  ottare  a  molti  titoli  e 
yy  diaconie;  locchè  ebbe  principio  a' 
«  tempi  di  Alessandro  V  nel  con- 
•»  cilio  pisano  del  i4^o>  ^^^ìI  quale 
•>  avendo  prodotto  lo  scisma,  che  i 
«  titoli  Cardinalizi  avessero  almeno 
•3  due  Cardinali,  uno  dell'  ubbidien- 
«  za  d'Avignone,  l'altro  della  Ro- 
»  mana  ;  terminato  lo  scisma,  e  fat- 
»  to  di  tanti  Cardinali  im  solo  col- 
»  legio ,  creato  il  nuovo  Pontefice , 
•5  fu  d'uopo  allora,  che  tali  muta- 
"  zioni  si  facessero,  per  le  quali  un 
«  di  que'  due,  che  nello  scisma  ave- 
»  vano  il  vescovato  di  Frascati,  lo 
"  dimettesse  all'altro,  ed  ottasse  a 
"  quello  di  Sabina  allora  vacante. 
>»  Lo  stesso  accadde  ne'  titoli  e  nel- 


CAR 
»  le  diaconie:  locchè  sebbene  allora 
»  accadesse  per  necessità,  passò  poi 
«  frequentissimamente  in  esempio; 
"  e  perciò  vediamo  accadere ,  che 
»>  lo  stesso  Cardinale  fatto  diacono 
w  ha  oltato  a  tre  e  quattro  diaco- 
»>  nie  j  divenuto  prete  otta  ad  al- 
«  trettanti  titoli ,  e  fìnahnente  a 
«  tutti  i  vescovati.  Aggiungiamo , 
M  che  tanto  il  vescovo,  che  il  pre- 
>*  te  e  il  diacono,  sogliono  talora 
>»  ritenere  titoli  e  diaconie  in  com- 
»  menda  ".  Tale  esempio  della  ozio- 
ne  fu  con  parsimonia  seguito  sino 
a  Sisto  IV,  il  quale  assegnò  diaco- 
nie a'  preti,  e  titoli  a'  diaconi ,  fin- 
che Sisto  V  colla  bolla  Poslquam, 
e  Clemente  XII  colla  costituzione 
Pastorale  qfficium,  con  leggi  oppor- 
tunissime  determinarono  le  regole 
della  ozione,  leggendosi  nel  Cardinal 
Paleotti ,  De  sacri  concistorii  con- 
sult.  in  conci,  oper.  membr.  5  in 
princìp.y  che  ne'  tre  ordini  de'  Car- 
dinali la  gerarchia  terrena  corrispon- 
de alla  celeste  ripartita  in  serafini, 
cherubini  e  troni,  con  altre  simbo- 
liche spiegazioni,  delle  quali  egual- 
mente tratta  il  Piazza  nella  Gerar- 
chia  Cardinalizia, 

Ma  dicendosi  all'articolo  Ozione, 
quando  i  Cardinali  diaconi  possano 
ottare  al  vescovato  suburbicario  (es- 
sendo però  prima  entrati  nell'ordi- 
ne de'  preti,  ciocche,  secondo  la  co- 
stituzione di  Clemente  Vili ,  non 
possono  eseguire  prima  di  dieci  an- 
ni di  Cardinalato  ) ,  ci  limiteremo 
ad  accennare,  aver  Clemente  XII 
decretato ,  che  il  più  anziano  dei 
Cardinali  vescovi  suburbicari  resi- 
denti in  curia,  o  che  ne  sia  assen- 
^  per  pubblica,  o  necessaria  cagio- 
ne, deve  occupare  il  pos'.o  di  deca- 
no del  sagro  Collegio,  ed  essere  ve- 
scovo d'Ostia  e  Velletri.  Tuttavia 
non  mancano  esempi,  per  cui  si  co- 


CAR  i5 

nosce,  che  alcuni  Cardinali  decani 
non  vollero  passare  a  tal  vescova- 
to, come  da  ultimo  fecero  i  Cardi- 
nali Francesco  Pignatelli ,  e  Gio. 
Francesco  Albani.  Né  ancora  altri 
vollero  divenire  decani ,  come  fece 
nel  1763  il  Cardinal  Paolucci,  per 
cui  Clemente  XIII  permise,  cke  pas- 
sasse il  Cardinal  Cavalchini.  Ma  per 
le  relative  notizie  sul  decanato  del 
sagro  Collegio,  V.  il  Riganti,  Coni- 
ment.  ad  Reg.  Can.  t.  I,  ad  Reg. 
8,  §  2. 

Anticamente  dopo  il  Papa,  pre- 
conizzavano in  concistoro  diversi 
vescovati  i  Cardinali  ,  massime  i 
Cardinali  protettori  ;  anzi  Urbano 
VIII  concesse  al  Cardinal  seniore 
dell'  ordine  de'  preti  di  fare  il  pro- 
cesso delle  chiese  suburbicarie ,  e 
proporle  nel  concistoro  segreto,  ma 
poi  diede  tal  privilegio  al  Cardinal 
vicario  di  Roma,  che  l'esercitò  sino 
a  Pio  VI;  come  sino  a  quel  Papa 
il  Cardinal  camerlengo  del  sagro 
Collegio  propose  l'ultima  chiesa  va- 
cante :  argomento,  che  si  tratterà  al- 
l' articolo  Concistori,  ed  altrove. 

V.  Insegne^  distinzioni ^  e  vesti  usuali 
e  sagre. 

Sono  insegne  del  Cardinalato  l'uso 
della  campanella  (Fedi)  ai  loro  pa- 
lazzi, e  la  mazza  di  argento  (Vedi\ 
sebbene  esse  non  sieno  più  in  uso. 
La  prima  suonavasi  al  ritorno  del 
concistoro  in  cui  aveano  ricevuto  il 
cappello  rosso,  nell'  uscire  di  palazzo 
col  treno  nobile,  e  nel  ricevere  vi- 
site formali,  ec.  La  seconda  si  fa- 
ceva portare  innanzi  da  un  aiutan- 
te di  camera,  qual  segno  di  auto- 
rità e  giurisdizione,  allorché  si  reca- 
vano alle  cappelle,  ai  concistori  e  in 
altri  luoghi  e  funzioni,  secondo  il 
decretato  di  Paolo  li.  Solevano  i  Car- 


i6  GAR 

ilinali  anticamente  recarsi  ai  detti 
siti  in  cavalcata ,  per  cui  racconta 
Marc*  Antonio  Valena  ,  che  quando 
i  Cardinali  andavano  pontificalmen- 
te vestiti  in  cavalcata,  godevano  l'au- 
torità di  poter  all'incontrarsi  con 
alcuno,  che  subisse  la  condanna  del- 
l'estremo  supplizio,  liberarlo  dalla 
morte.  Ma  perchè  ciò  non  passasse 
in  abuso,  nella  mattina  in  cui  ese- 
guivasi  qualche  sentenza  capitale,  i 
Cardinali  si  astennero  in  seguito  di 
andar  per  la  strada  ove  dovea  pas- 
sare il  condannato,  e  pel  luogo,  ove 
dovea  subire  la  pena  di  morte.  Pio 
IV,  nel  i564,  esortò  gravemente  i 
Cardinali  a  non  adottare  l'uso  delle 
carrozze  allora  introdotto,  ed  Inno- 
cenzo XI,  nel  1676,  con  patetico 
discorso  in  concistoro  segreto  invitò 
il  sagro  Collegio  a  non  adoperare 
carrozze  superbe  ed  eleganti,  né  ve- 
stire i  domestici  loro  con  livree  fa- 
stose.  V.  Carrozze  e  Cavalli. 

Anche  il  concilio  generale  XVII, 
nella  sessione  XII,  disse  convenire  ai 
Cardinali  la  porpora  che  vestono.  Mol- 
ti poi  sono  gli  scrittori,  i  quali  col  ven. 
Bellarmino,  cap.  8  deìV  apologia,  di- 
chiarano che  la  porpora  si  deve  alla 
loro  dignità  reputata  eguale  alla  regia. 
La  porpora  vuoisi  anticamente  usata 
dai  Cardinali  apocrisari,  o  sieno  nunzi 
apostolici.  Certo  è  che  nel  pontificato 
di  Gregorio  IX  i  Cardinali  si  videro  di 
essa  vestiti,  finche  stabilmente  decre- 
tolla  Bonifacio  VIII,  e  megHo  ancora 
Paolo  II.  Ma  di  questa,  e  delle  altre 
insegne  del  Cardinalato,  ecco  come  si 
espressero  i  padri  di  Basilea,  finche 
ecumenico  fu  il  concilio  loro:  >>  Ri- 
«  flettano  i  Cardinali  nel  ricevere 
»  le  insegne  della  propria  dignità, 
w  al  loro  significato,  il  quale  si  è 
»  che  pel  bene  della  Chiesa  univer- 
«  sale,  quando  sia  necessario,  non 
»  debbono    temere    di   spargere    il 


CAR 
"  proprio  sangue,  "  a  cui  appunto 
allude  il  colore  rosso  della  porpora, 
e  delle  altre  insegne,  e  indumenti 
Cardinalizi.  P^.  Capi'a  de' Cardinali, 
nonché  gli  articoli  Croccia,  veste  che 
usano  in  conclave.  Porpora  Cardi- 
nalizia, e  Calze  de'  Cardinali. 

Il  Cappello  rosso  è  parere  di  al- 
cuni, che  fosse  stato  usato  dai  Car- 
dinali legati  prima  che  Innocenzo 
IV,  nel  1245,  lo  stabilisse  ai  Car- 
dinali, insieme  alla  porpora.  Quel 
Papa  lo  decretò  di  colore  rosso  per 
rammentare  al  sagro  Collegio,  che 
fosse  sempre  pronto  a  spargere  il 
sangue  per  la  fede,  per  la  sede 
apostohca,  e  per  la  pace  del  cristia- 
nesimo. ^.  Agostino  Patrizi,  Ccercin. 
lib.  I,  sect.  8,  cap.  4-  Quindi  questo 
cappello  servì  per  decorare  lo  stem- 
ma gentilizio,  e  i  sigilli;  ma  Inno- 
cenzo X  vietò,  che  fosse  sovrasta- 
to da  alcuna  corona  reale,  o  du- 
cale. Riporta  il  Macri  che  l' arci- 
vescovo di  Salisburgo,  usava  porre 
sulle  di  lui  arme  il  cappello  rosso, 
intitolandosi  Cardinalis  flatus.  V. 
Sigilli. 

L' anello,  che  il  Papa  dà  a'  Car- 
dinali, ha  per  gemma  un  zaffiro,  che 
denota  il  sommo  sacerdozio,  ed  an- 
che il  regno,  giacche  i  Cardinali 
fanno  parte  del  Pontefice,  e  come 
dicemmo ,  regibus  aequiparantur j 
onde  nel  conferirlo  il  Pontefice,  in 
uno  ai  titoli,  e  alle  diaconie,  dice 
il  Lunadoro,  che  intende  coiigiun- 
gerli  e  sposarli  colla  chiesa ,  che 
loro  assegna. 

La  berretta,  e  il  berrettino  rosso  fu- 
rono da  Paolo  II  accordati  a'  Cardi- 
nah  per  distinguerli  dai  prelati  nei 
luoghi  ove  non  potevano  usare  il 
cappello  rosso;  ma  i  Cardinali  i-eli- 
giosi  continuarono  a  portare  il  cap- 
puccio, ovvero  la  berretta  del  colore 
dell'abito  del  proprio  Ordine,  finché 


CAR 
Gregorio  XIV  concesse  anche  ad 
essi  tanto  la  berretta ,  che  il  berret- 
tino rosso.  Paolo  II  die'  pure  a'Car- 
dinali  le  gualdrappe  rosse  da  usarsi 
nelle  cavalcate,  e  dispose  che  nelle 
cappelle,  nei  concistori,  ed  in  altri  luo- 
ghi, sedessero  su  banchi  piti  alti  di 
quelli  di  qualunque  prelato.  L' om- 
brellino (Fedi),  ed  il  baldacchino 
(redi),  sono  pure  distintivi  de'Car- 
dinali. 

Benedetto  XIV  decretò,  che  i 
Cardinali  ascritti  a  qualche  Ordine 
equestre,  come  il  gerosolimitano, 
potessero  portare  la  croce  di  pezza 
bianca  sulla  mozzetta  rossa,  consi- 
derandosi come  parte  di  abito  d'una 
religione  professa.  F.  Vesti  Cardi- 
nalizie. Anche  il  Sarnelli  è  di  opi- 
nione, che  i  Cardinali  incomincias- 
sero da  Bonifacio  Vili  a  vestire 
di  rosso  e  di  paonazzo,  al  quale 
poi  si  aggiunse  il  rosaceo  nelle  do- 
meniche Gaudcte  e  Lcelare .  In 
quanto  alla  forma ,  che  in  tutti 
dev' essere  eguale,  dice  che  sia  inco- 
minciata nel  pontificato  di  Bonifacio 
IX,  mentre  in  avanti  procedevano 
in  abito  ecclesiastico  molto  somi- 
gliante al  monastico.  Alessandro  VII 
vietò  a'  Cardinali  1'  uso  del  corruc- 
cio nella  loro  persona,  col  quale 
solevano  palesare  il  dolore  per  la 
perdita  de'  congiunti.  In  che  esso 
consistesse,  lo  si  dirà  al  citato  arti- 
colo Vesti  Cardi]valizie.  Intorno  a 
ciò  è  a  vedersi  il  Sandini  nella  vita 
di  quel  Papa.  Alcuni  Cardinali  del 
secolo  passato,  parenti  o  nipoti  di 
alcun  Pontefice,  per  la  morte  di 
lui  suggellarono  le  loro  lettere  con 
cera  di  Spagna  di  color  nero. 

Gli  abiti  sagri  de'  Cardinali  con- 
sistono nel  piviale ,  pianeta  e  dal- 
matiche, secondo  l'ordine  episcopale, 
presbiterale,  e  diaconale  cui  appar- 
tengono. Con  essi  intervengono  alle 


CAR  17 

cappelle,    e     funzioni    pontificie,    in 
cui  usano  mitre  di   damasco   bianco, 
siccome  dispose  Paolo  II.  Il  Garam- 
pi,  nel  suo  Sigillo  della  Carfagna- 
na,    pag.   7 3,    dice    che  l'uso  della 
mitra    ne'Cardinah    incominciò    nel 
secolo  XI,   nei    pontificati  dei  santi 
Leone  IX,    e   Gregorio  VII,    e  che 
fu  comune  pure  a' Cardinali  diaconi, 
riportandone  testimonianze  del  1 192, 
in  cui  governava  la  Chiesa  Celestino 
III.  Aggiunge  poi  il  Macri,  che  sotto 
Eugenio  IV  le  mitre  Cardinalizie  era- 
no di    bambacina    bianca.    Oltre   le 
mitre  di  damasco,  i  Cardinali  ado- 
perano anco  le  mitre  giojellate,  e  i 
vescovi  suburbicari  per  formale  han- 
no   tre     pigne     dorate,     coperte   di 
perle;  ma  cantando  messa,  e  facen- 
do altre  solenni  funzioni,  i  Cardinali 
hanno  l'uso  de'sacri  paramenti  pon- 
tificali.    Possono    in    morte   lasciare 
i  Cardinali,    i   paramenti    e    i  sacri 
arredi,  mediante    indulto    pontificio, 
a  chiese  pubbliche    ed   ai  propri  ti- 
toli ,  secondo  le  prescrizioni  del  con- 
ciho  generale  XVII,  e  di  s.  Pio  V, 
altrimenti  appartengono  alla  cappella 
pontificia,     secondo    le    disposizioni 
di   Clemente  VII,    di   Giulio  III,  di 
Clemente  Vili,  di  Urbano  Vili,  e 
di  Benedetto    XIV.     V.   le  bolle  di 
questi  due  ultimi  Pontefici,  Equuni 
est,  de' 19  luglio    164^,  Bull.  rom. 
tom.  XI,  par.  II,  pag.  836,  e  l'altra, 
Inter  arduas,   de'  22    aprile    i749> 
Bull  tom.  XVIII,  pag.  26. 

VI.  Rendite  de^  Cardinali. 

Sino  dal  nascere  della  Chiesa  tut- 
ti i  ministri  di  lei  furono  mantenuti 
dal  tesoro  e  rendite  di  essa,  finche 
poi  ebbero  origine  i  benefici  eccle- 
siastici (Vedi),  co'  quali  si  provvide 
alla  sussistenza  degli  ecclesiastici.  Na- 
turalmente ne  fruirono  ancora  i  Car- 


VOL.    X. 


tS  CAR 

diiiàli.  Considerando  Nicolò  IV,  elet- 
to nel  1288,  di  quanto  aiuto  fossero  i 
Cardinali  al  sovrano  Pontefice,  e,  co- 
me dic*egli,  y*  quanto  operosa  scdulita* 
f>  te  cum  ipso  laborarent,et  tim  ipsius 
>•  ecclcsiae,  quam  totius  orbis  incum- 
»  bentia  onera  indefessis  cum  eo 
•»  sollicitudinibus  partirentur  ",  dispo- 
se che  di  tutte  le  rendite  della  sede 
apostolica  due  pomoni  se  ne  faces- 
sero, una  cioè  per  la  camera  papale, 
e  l'altra  si  ripartisse  egualmente  fra 
tutti  i  Cardinali;  e  che  la  elezione, 
o  rimozione  di  tutti  gli  uffiziali,  mi- 
nistri ed  esattori  delle  rendite  sud- 
dette, non  si  facesse  che  De  Consi- 
lio Cardinalìum.  Benedetto  XII,  nel 
i334,  soccorse  ai  bisogni  de'  Cardi- 
nali con  centomila  zecchini  d' oro  ; 
e  i  successori  conferirono  loro  pin- 
gui beneficii  per  sostenere  con  isplen- 
dore  la  loro  dignità.  Queste  rendi- 
te dai  Cardinali  si  impiegarono  in 
gran  parte  nella  erezione  di  sontuose 
chiese,  nella  riparazione  delle  caden- 
ti, in  pie  istituzioni,  ed  in  largizioni 
co'  poveri,  come  si  rileverà  alle  rispet- 
tive biografie  ed  altrove.  Rimonta 
a  Paolo  II,  siccome  d'animo  gran- 
de, il  cosi  detto  Piatto  Cardinali- 
zio (Vedi),  rendita  di  che  annual- 
mente godono  i  Cardinali,  oltre  gli 
emolumenti ,  provvisioni  ed  abitazio- 
ni annesse  alle  cariche  primarie  del 
sagro  Collegio.  Gregorio  X  però,  col- 
le leggi  formate  pel  conclave  e  sede 
vacante,  vietò  a'  Cardinali  di  nulla 
prendere  in  quel  tempo  dalla  came- 
ra apostolica  e  dalle  sue  rendite,  il 
che  confermarono  altri  Pontefici.  V. 
Conclave,  e  conclavisti  de'  Cardi- 
nali. Pel  rotolo,  o  distribuzioni,  che 
fa  il  Cardinal  camerlengo  del  sagro 
Collegio  al  collegio  medesimo,  a  ca- 
gione dell'  assistenza  nelle  cappelle , 
congregazioni,  concistori,  si  è  già  det- 
to  abbastanza    a    quell'  articolo  ;  di 


CAH 

pih  ne  tratta  la  costituzione  da  Paolo 
IV  emanata  a'  12  giugno  1 556,  che 
si  legge  nel  tomo  IV ,  p.  33o  del 
Bollano  romano,  e  la  costituzione. 
In  regimine y  pubblicata  da  Benedet- 
to XIV,  a'  3  febbraio  174^,  e  ri- 
portata nel  Bollarlo  magno  t.  XVI, 
p.  278,  ed  il  Plato,  IJfe  munere  Car- 
dinalinm  ratione  ordinis^  hoc  occa- 
sione dividitur  solimi  inter  Cardina- 
les  praesente^ ,  pag.  76.  Pertanto  i 
Cardinali  assenti  dalla  curia  non  pos- 
sono godere  degli  emolumenti  del 
rotolo,  e  tutto  al  più,  come  leggia- 
mo anche  nel  Lunadoro,  De  Car- 
dinaliy  tom.  II,  p.  27  ,  ne  parteci- 
peranno que'  Cardinali,  che  per  qual- 
che legittima  causa  fossero  andati  a 
Roma,  e  vi  avessero  dimorato  alcun 
tempo. 

VII.    Cardinali  deposti^  ed    esclusi 
dalla  Pontificia  elezione. 

Lungo  sarebbe  il  dire  de'  Cardi- 
nali, che  ne'  tempi  lagrimevoli  della 
Chiesa  seguendo  le  parti  degli  anti- 
papi, furono  da  essi  fatti  anticardi- 
nali, e  perciò  scomunicati,  e  deposti 
dai  legittimi  Pontefici.  Intorno  a  ciò 
si  parla  agH  articoli  Scismi  ,  Anti- 
papi, E  Anticajsdinali,  e  nelle  singole 
biografie.  F.  Coronelli  de' Cardi na^ 
li,  e  della  Serie  dei  Pseudo- Car- 
dinali, o  A  mi  cardinali.  Ci  limiteremo 
pertanto  a  rammentare,  che  Odetto  di 
Coligny,  creato  Cardinale  ad  istanza  di 
Francesco  I,  nel  i533,  da  Clemente 
VII,  abbracciò  gli  errori  di  Calvino 
per  compiacere  ai  suoi  fratelli;  motivo 
per  cui  da  Pio  IV,  nel  concistoro 
de'3i  marzo  i563,  fu  deposto  dal- 
la sua  dignità,  e  degradato  formal- 
mente, venendo  in  seguito  esiliato 
dalla  Francia.  Pio  VI,  nel  1788,  per 
le  premure  di  Luigi  XVI,  non  sen- 
za ripugnanza,  creò  Cardinale    Ste- 


CAR 
fano  Carlo  de  Lomeniè  de  Brienne, 
arcivescovo  di  Sens.  Costui  in  se- 
'  giiito  fece  il  civico  giiirametito  alla 
famosa  costituzione  del  clero  di  Fran- 
cia, e,  ad  onta  delle  paterne  ammoni- 
zioni dello  stesso  Pio  VI,  prese  par- 
te nello  scisma,  il  quale  desolò  quel 
regno  nel  fine  del  secolo  decorso, 
perlocliè  il  medesimo  Pontefice,  nel 
concistoro  de'  '>.%  settembre  1791,  lo 
dichiarò  decaduto,  spergiuro  e  pri- 
vato della  dignità  Cardinalizia.  V. 
\  Allocuzione,  concistoriale  del  men- 
tovato concistoro. 

Nel  formare  Gregorio  X  le  men- 
zionate leggi  pel  conclave,  nell'  arti- 
colo Vili  prescrisse,  che  non  sì 
poteva  negare  l'ingresso  ai  Cardi- 
nali soggetti  alla  censura  e  scomu- 
nicati. Ed  è  perciò,  che  appena 
muore  il  Papa ,  il  sagro  Collegio 
spedisce  corrieri  straordinari  per  tut- 
te le  parti  a'  colleghi  assenti ,  per 
partecipar  loro  la  morte  del  sovrano 
Pontefice,  ed  invitarli,  ancorché  af- 
fetti colle  censure,  a  recarsi  solleci- 
tamente al  conclave,  e  concorrere 
alla  elezione  del  nuovo  Papa.  La 
disposizione  di  Gregorio  X,  che  i 
Cardinali  affetti  colla  scomunica,  o 
qualunque  altra  censura,  non  sieno 
esclusi  dalla  voce  sì  attiva  che  pas- 
siva nel  conclave,  fu  poi  confermata 
anche  dai  Pontefici  Clemente  V  colla 
costituzione,  Ne  Romani,  De  Elect. 
lib.  I,  tit.  3,  4)  Cceterumj  da  Pio 
IV,  mediante  la  costituzione,  In 
eligendisy  Bull.  Roni.  tom.  IV  par. 
II,  pag.  145,  non  che  dalla  costi- 
tuzione di  Urbano  VIII,  Ad  Ro- 
mani, Bull.  tom.  V,  par.  V,  pag. 
397,  e  da  Gregorio  XV,  in  virtù 
della  costituzione  Aeterni  Patris, 
Bull,  tom.  V,  par.  IV,  pag.  4oo- 

Tuttavolta  dai  seguenti  esempi  si 
rileverà,  che  talora  i  Cardinali  fu- 
rono esclusi  dal  concorrere  ad  eleg- 


CAPt  19 

gerc  il  sommo  Pontefice.  Di  fatti  i 
Cardinali  Jacopo  e  Pietro  Colonna, 
zio,  e  nipote  scomunicati,  degra- 
dati e  deposti  dal  Cardinalato  da 
Bonifacio  Vili,  non  poterono  inter- 
venire ai  conclavi  in  cui,  nel  i3o3, 
Rieletto  Benedetto  XI,  e  nel  i3o5, 
in  cui  fu  creato  Clemente  V.  Questi 
però  li  assolvette,  e  li  restituì  alla 
dignità  Cardinalizia. 

Cospirarono  contro  Giulio  II  i 
Cardinali  Bernardino  Carvajal,  Gu- 
glielmo Brissonnet,  Francesco  Borgia, 
Rinaldo  di  Prie,  e  Federico  di  San- 
severino,  con  altri  riferiti  dallo  Spon- 
dano  all'anno  i5i  i,  affine  di  depor- 
lo dal  pontificato,  per  la  guerra,  che 
erasi  accesa  con  Lodovico  XII  re 
di  Francia,  per  cui  convocarono  a 
Pisa  un  conciliabolo.  A  reprimere  co- 
tanta audacia,  ad  esempio  di  Euge- 
nio IV,  che  celebrò  il  concilio  di 
Firenze  contro  il  conciliabolo  di  Ba- 
silea, il  gran  Giulio  II  intimò  il 
concilio  di  Laterano  V.  Ma  mentre 
questo  proseguiva  nelle  sessioni ,  il 
Papa  si  ammalò  gravemente,  e  vi- 
cino a  morire,  chiamò  a  se  il  sagro 
Collegio,  e  gli  disse,  che  ad  esso 
spettava  la  elezione  del  successore , 
non  a' padri  del  concilio  generale, 
ch'eglino  potevano  accordare  il  di- 
ritto del  suffragio  a'  Cardinali  as- 
senti, ma  non  agli  scismatici,  desi- 
gnando così  i  capi  del  concilio  pi- 
sano :  "  Come  Giuliano  della  Rovere 
(eh'  era  il  nome  battesimale),  dis- 
se egli,  >'  io  perdono  ad  essi  colla 
»  sincerità  del  mio  cuore;  ma  co- 
"  me  Giulio  II,  capo  della  Chiesa, 
»  io  debbo  vendicare  i  suoi  diritti, 
«  e  li  escludo  dalla  elezione'*.  Nel 
i5>i3  gli  successe  Leone  X,  il  qua- 
le continuò  la  celebrazione  del  con- 
cilio ;  indi  fatti  arrestare  in  Livorno 
Carvajal,  e  Sanseverino,  li  fece  con- 
durre segretamente  a  Roma,  ed  essi  si 


I 


ao  e  AR 

prostrarono  pentiti  a* piedi  del  Papa,  il 
quale,  malgrado  1'  opposizione  di  va- 
ri principi,  li  restituì  all'  antico  gra- 
do, colla  penitenza  di  digiunare  u- 
na  volta  il  mese  finche  vivessero. 
Spogliatisi  allora  dell'abito  paonaz- 
zo con  cui  si  presentarono  al  con- 
cistoro come  semplici  preti,  il  mae- 
stro di  cerimonie  li  rivesti  della 
porpora.  Quanto  agli  altri  tre  no- 
minati Cardinali  fautori  del  conci- 
liabolo, Borgia  era  morto,  ed  il  Prie 
e  Brissonnet  furono  compresi  nella 
riconciliazione  tra  la  santa  Sede,  e 
il  re  di  Francia. 

Non  andò  guari,  che  per  vicen- 
de politiche  e  personali,  nel  i5i7, 
fu  tramata  ima  congiura  contro  la 
sacra  persona  dello  stesso  Leone  X, 
alla  testa  della  quale  era  il  Cardi- 
nal Alfonso  Petrucci  ;  ma  volendo 
Dio  farla  scoprire,  con  legale  pro- 
cesso, il  Petrucci  a'  6  luglio  fu  segre- 
tamente decapitato  in  Castel  s.  An- 
gelo, ed  i  suoi  complici  principali 
subirono  la  pena  di  morte.  Come 
consapevoli  della  congiura,  restarono 
accusati  e  prigioneri  quattro  Car- 
dinali, cioè  Riario,  decano  del  sagro 
Collegio,  Saoli,  Volaterrano  fratello 
di  Soderini  principe  di  Firenze,  e 
Adriano  di  s.  Grisogono.  Il  primo 
domandò  perdono  per  non  averne 
dato  avviso,  e  l'ottenne  dopo  esse- 
re stato  spogliato  di  tutti  i  benefizi 
e  della  porpora,  e  dopo  aver  paga- 
ta la  multa  di  centomila  scudi;  il 
secondo,  egualmente  complice,  per 
non  aver  manifestato  la  congiura , 
ebbe  la  sentenza  di  privazione  del- 
la porpora,  e  di  perpetua  prigio- 
nia, pena  che  poi  fu  commutata  nel 
pagamento  d'una  cospicua  somma 
di  danaro,  onde  venne  reintegrato 
di  tutti  i  benefizi ,  restando  però 
privo  di  voce  attiva  e  passiva ,  ad 
arbitrio  di  Leone  X  e  suoi  succes- 


CAR 

sori,  nonché  di  concorrere  alla  fu- 
tura elezione,  come  riporta  il  Ri- 
naldi all'anno  i5i7,  num.  96.  Gli 
altri  due  ottennero  similmente  per- 
donò colla  pena  di  sborsare  ognuno 
dodicimila  fiorini.  Di  tutto  ciò  scri- 
ve minutamente  il  Ciacconio  nella 
storia  del  pontificato  di  Leone  X, 
nella  sua  opera  Gesta  Rom.  Ponti- 
Jicum. 

Eletto  in  successore  di  Leone  X 
il  Papa  Adriano  VI,  il  detto  Car- 
dinal Soderini,  mentre  ne  godeva 
tutto  il  favore,  occultamente  avvisava 
con  lettere  i^rancesco  I  contro  Car- 
lo V  e  contro  il  medesimo  Ponte- 
fice, ma  venendo  intercettate  le  let^ 
tere,  fu  convinto  di  fellonia,  e  con- 
dannato al  carcere  di  Castel  s.  An- 
gelo. Morto  però  Adriano  VI  a'  i4 
settembre  i523,  nell' ultimo  giorno 
delle  novendiali  esequie,  il  sagro 
Collegio  lo  liberò  perchè  si  recasse 
in  conclave ,  in  cui,  sebbene  ripu- 
gnante, diede  il  voto  per  l'elezione 
di  Clemente  VII,  il  quale  genero- 
samente gli  perdonò,  lo  liberò  dal 
carcere,  e  Io  ammise  alla  sua  grazia. 

Nel  conclave  del  1 721,  in  cui  fu 
eletto  Innocenzo  XIII,  a  tenore  del- 
le costituzioni  pontificie,  furono  in- 
vitati al  conclave  i  Cardinali  de 
Noailles  (Vedi)  ed  Alberoni  {Vedi\ 
affetti  colle  censure  ;  ma  il  primo  si 
scusò  di  andarvi  per  la  sua  avanza- 
ta età  e  cagionevole  salute ,  ed  il 
secondo  vi  si  recò,  benché  sfigurato 
da' suoi  travagli,  e  dai  nascondigli 
ove  si  tratteneva.  Dipoi,  per  morte 
di  Benedetto  XIII,  Clemente  XII 
e  Benedetto  XIV,  il  sagro  Collegio 
chiamò  il  famoso  Cardinal  Coscia 
ad  assistere  ai  comizi  per  l'  ele- 
zione de'  tre  Papij  siccome  effettiva- 
mente eseguì,  mediante  il  salvacon- 
dotto dello  stesso  sagro  Collegio . 
Però  Clemente  XII,  ad  esempio  di 


CAR 
Leone  X,  che  avea  privato  il    Car- 
dinal  Saoli  della  voce  attiva    e  pas- 
siva anche  nell'  elezione  del  Romano 
Pontefice,  ne  lo  privò,  dopo  forma- 
le processo  compilato  da   una    con- 
gregazione di  sei  Cardinali,  e  fu  pure 
sospeso    dalle    funzioni     arcivescovili 
colla  multa  di  duecento  mila  scudi 
a    favore    della    camera    apostolica , 
per  aver    abusato    nel  potere    sotto 
Benedetto  XIII,  che  lo  avea  ammes- 
so all'intima    sua    confidenza.    Tut- 
ta volta     venne    in    seguito    assoluto 
dalle  censure,  e    liberato  dal    carce- 
re di    Castel  s.   Angelo,    a  cui     era 
stato  condannato  per  dieci  anni.  La 
sentenza    di    lui    si  legge    presso    il 
Lunig,  tom.   IV  pag.   585,  e    com- 
pendiata presso  il  Guerra,  Epitome 
del   Bull.   tom.   I,  p.   394. 

Finalmente,  avendo  il  parlamen- 
to di  Parigi  giudicato  il  Cardi- 
nal de  Rohan  per  la  sua  incol- 
pazione, essendo  stato  quel  tribu- 
nale incompetente  al  suo  grado,  ed 
avendo  perciò  violati  il  Cardinale  i 
giuramenti  fatti  nel  ricevere  la  di- 
gnità Cardinalizia,  non  potè  più 
aspirare  alle  prerogative  ed  onori 
di  tal  qualifica.  Quindi  da  Pio  VI, 
nel  concistoro  segreto  de'  i3  feb- 
braio 1786,  con  un  decreto  fu  so- 
speso, e  privato  della  voce  attiva 
e  passiva,  e  degli  onori  e  diritti 
della  porpora,  da  durare  sinché  en- 
tro sei  mesi  non  si  fosse  presentato 
alla  santa  Sede,  e  purgato  della  ele- 
zione, che  avea  fatta  del  menzionato 
tribunale  laicale  ed  incompetente. 
Ma  dipoi  essendo  dal  Cardinal  de 
Rohan,  per  mezzo  di  monsignor  Al- 
bani, state  rappresentate  le  sue 
ragioni  in  concistoro,  venne  assolu- 
to e  rimesso  al  godimento  di  tutte 
le  prerogative  e  preeminenze  del  Car- 
dinalato. Il  menzionato  decreto  pon- 
tificio si  riporta    dal  Tavantij    Fa- 


CAR  21 

sti  di  Pio  VI,  tomo  I,  pag.  224. 
V.  ConstituUones  Jposl.  et  decreta 
quae  jurnntur ,  ac  formula  fura- 
menti  praestari  solita  a  S.  R.  E. 
Carditialibusj  Romae,   1755. 

Vili.  Cardinali  celebri. 

Il  numero  di  questi   è    pressoché 
impossibile  ad  essere  descritto:  però 
dalle  individuali  biografie  se  ne  am- 
mireranno   le    luminose  gesta    e    le 
splendide  virtù,  esercitate  da  moltis- 
simi  Cardinali,    che    o  si  distinsero 
per    santità    e    meritarono    V  onore 
degli  altari  ;    o    furono   sollevati    al 
Pontificato  ed  in  esso  destarono  ve- 
nerazione a  tutto  il  mondo  per  jna- 
gnanime  imprese;    o  ricusarono  ac- 
cettare s\  sublime  dignità,  come  di- 
cesi air  articolo  Rinunzie  al  Ponti- 
ficato ;    o    divennero    rinomati    per 
profonda  scienza,  e  pel  disbrigo  di 
alti  e  gravissimi  affari    diplomatici  , 
civili   ed  ecclesiastici.  E    la  presente 
età  nostra  può  ben  vantare   porpo- 
rati, che  risplendono  per  probità  di 
costumi,  senno,    dottrina    ed    espe- 
rienza, essendone    il    principale    or- 
namento il  Cardinal  Bartolomeo  Pac- 
ca, decano  del  sagro  Collegio ,    che 
conta  otto  lustri  di  Cardinalato,  e  il 
p.    Carlo     Odescalchi    gesuita  ,    che 
da  ultimo  rinunziò  la  poipora.  Nel- 
l'articolo, che  tratta  della    Porpora 
si  dic^    di  quella    rinunziata,    e    si 
vedranno  que'  Cardinali  che  per  u- 
miltà  deposero    la    porpora.    Volen- 
do tuttavolta  indicare    i  principali  , 
che  fiorirono  nelle  decorse   epoche, 
incominciando  solo  dal  XIII  secolo, 
oltre  quelli  che  furono  collocati  sulla 
veneranda  cattedra  di    s.  Pietro ,  e 
quelli  di  regio  sangue,  meritano  spe- 
cial menzione  i  seguenti. 

Pietro    Capocci,    romano,    fatto 
nel    1244     Cardinale    da  Innocenzo 


32  CAR 

IV,  ricuperò  alla  Chiesa  romana 
parecchi  dominii,  esercitò  varie  le- 
gazioni con  sommo  decoro,  e  in  Ro- 
ma edificò  le  chiese  di  s.  Antonio 
abbate,  e  di  s.  Maria  in  "Via. 

Matteo  Rosso  Orsini,  romano, 
elevato  al  Cardinalato  nel  1262  da 
Urbano  IV,  meritò  V  intima  amici- 
zia di  s.  Francesco  d'Assisi,  inter- 
venne a  tredici  conclavi,  coronò  co- 
me primo  diacono  cinque  Pontefici, 
e,  sebbene  invano,  si  oppose  al  tras- 
fei'imento  della  sede  Pontificia  in 
Francia. 

Latino  Frangipane  Orsini,  roma- 
no, dell'  Ordine  de'  predicatori,  fat- 
to Cardinale  nel  1278  dallo  zio 
Nicolò  III ,  fu  di  tale  riputazione , 
che  quattro  Papi  nulla  risolvettero 
senza  il  suo  oracolo,  e  per  sua  morte 
s.  Celestino  V  pose  in  esecuzione 
la  rinunzia,  che  meditava  del  Pon- 
tificato. 

Bertrando  di  Eux,  francese,  in- 
signito della  dignità  Cardinalizia,  nel 
i338,  da  Benedetto  XII,  esercitò  le 
primarie  cariche  e  legazioni,  oltre 
il  vicariato  apostolico  di  Roma  e 
dello  stato  ecclesiastico. 

Egidio  Albornoz  Cardio,  spa- 
gnuolo,  elevato  al  Cardinalato  da 
Clemente  VI,  nel  i35o,  fu  cogno- 
minato dai  Papi  Padre  della  Chie- 
sa, e  vindice  della  libertà  ecclesia- 
stica,  avendo  ricuperato  alla  santa 
Sede  molti  dei  suoi  dominii. 

Giuliano  Cesarini,  romano,  elet- 
to Cardinale  nel   1426    da  Martino 

V,  celebre  per  le  legazioni  sostenute 
con  vantaggio  della  Chiesa  Romana, 
e  modello  di  scienza  e  virtù. 

Domenico  Capranica  ,  romano , 
creato  nel  1428  segretamente  Car- 
dinale da  Martino  V,  sostenne  do- 
dici legazioni,  fu  dotato  di  rari  pre- 
gì,  e  fondò  il  primo  collegio  in  Roma, 
dal  suo  nome  chiamato  Capranica, 


CAR 

Giovanni  Vitello  Vitelleschi ,  di 
Fuligno,  nato  in  Corneto,  cicalo  nel 
1437  Cardinale  da  Eugenio  IV,  fu 
ricuperatore  de'  dominii  della  sede 
apostolica,  onde  il  senato  romano 
gli  eresse  una  statua ,  col  titolo  di 
terzo  padre  della  patria,  dopo  Ro- 
molo ed  Augusto. 

Bessarione  di  Trehisonda,  fatto 
nel  1439  Cardinale  da  Eugenio  IV, 
era  profondo  letterato,  mecenate  dei 
dotti,  e  glorioso  per  le  sue  qualità. 

Guglielmo  di  Estouteville,  france- 
se, annoverato  al  sagro  Collegio  da 
Eugenio  IV,  nel  i439,  fu  restaura- 
tore delle  lettere  e  scienze  in  Fran- 
cia, e  fondatore  della  chiesa  e  del 
convento  di  s.  Agostino  in  Roma. 

Ludovico  Scarampi  Mezzarota  di 
Padova,  fatto  Cardinale  nel  i44o 
da  Eugenio  IV,  ed  assai  rinomato 
per  le  vittorie  strepitose,  che  ripor- 
tò sui  nemici   della  Chiesa  romana. 

Nicolò  di  Cusa,  di  Treveri,  nel 
i448>  ^a  Nicolò  V  venne  fatto  Car- 
dinale, e  fu  gran  difensore  e  lega- 
to della  santa  Sede,  attribuendosi 
alla  sua  rara  dottrina  il  rinnova- 
mento dell'  ipotesi  del  moto  della 
terra  intorno  al  sole,  messa  in  ob- 
blio  dopo  Pitagora,  e  poi  riprodot- 
ta da  Copernico  e  Galileo. 

Latino  Orsini,  romano,  fatto  Car- 
dinale nel  i44^  da  Nicolò  V,  fu 
arbitro  degli  affari  sotto  Sisto  IV , 
il  quale  con  tulli  i  Cardinali  essen- 
do infermo  1'  andò  a  trovare,  e  ce- 
lebrò un  concistoro  nella  sua  ca- 
mera. In  Roma  edificò  egli  il  mo- 
nistero,  e  la  chiesa  di  s.  Salvatore 
in  Lauro. 

Pietro  di  Auhusson  ,  francese  , 
XXXIX  gran  maestro  di  Rodi  , 
nel  14^9  ^"  sollevato  alla  porpora 
da  Innocenzo  VIII,  colla  qualifica  di 
legato  dell'  Asia;  fu  chiamato  il  Sal- 
vatore di  Rodi. 


CAR 

Francesco  Ximenes  de  Cisneros, 
spaguuolo,  elevato  al  Cardinalato 
nel  i5o7  da  Giulio  li,  primo  mi- 
nistro della  monarchia  spagnuola, 
eccellente  politico,  di  santa  vita  e 
riputazione. 

Innocenzo  Cibo ,  genovese ,  nel 
i5i3,  da  Leone  X  fu  fatto  Cardi- 
nale, e  riuscì  assai  benemerito  della 
Chiesa  romana  e  dell'Italia,  per  a- 
ver  impedito,  che  Clemente  VII  pas- 
sasse in  Avignone.  Assai  fu  ancora 
benemerito  co'  letterati  pei  tesori , 
cui  profuse  in  loio  favore ,  e  fu  si 
moderato,  che  ricusò  il  principato  di 
Firenze. 

Nicolò  Ridolfi ,  fiorentino,  nel 
1 5 1 7,  fu  premiato  da  Leone  X  col 
Cardinalato,  alloggiò  in  sua  casa 
Clemente  VII,  Paolo  III  e  due  volte 
Carlo  V,  ed  era  chiamato  lo  splen- 
dore del  suo  secolo. 

Antonio  Perronet  de  Granvela, 
francese,  ornato  colla  porpora  da 
Pio  IV  nel  1 56 1,  era  viceré  di  Na- 
poU  e  di  Spagna,  e  fu  pieno  di 
gloria,  gran  diplomatico  e  colto  nel- 
le lingue.  Egli  ad  un  tempo  detta- 
va a  cinque  segretari. 

Francesco  Toledo ^  gesuita  spa- 
gnuolo ,  maestro  del  celebre  dome- 
nicano Soto,  fu  creato  Cardinale  nel 
iSgS  da  Clemente  Vili.  Era  pro- 
fondo letterato  ,  e  fu  benemerito 
della  conversione  di  Enrico  IV. 

Cesare  Baronio  di  Sora,  della 
congregazione  dell'  Oratorio ,  autore 
dell'  immortal'  opera  :  Annali  eccle- 
sìasticiy  onde  fu  chiamato  il  padre 
della  storia  ecclesiastica. 

P^en.  Roberto  Bellarmino ,  gesuita 
di  Montepulciano,  il  cui  nome  è  un 
elogio.  Clemente  Vili  nel  «599  in 
crearlo  Cardinale,  disse:  hunc  eli- 
gimus  j  quia  pareni  non  habct  in 
ecclesia  quoad  doc  tri  nani. 

Giacomo    Dary  du    Ferron  j   di 


CAR  a3 

Normandia,  abiurato  il  protestan- 
tismo, si  meritò  per  l' alto  suo  in- 
gegno, il  titolo  di  s.  Agostino  della 
Francia,  e  nel  1604  ebbe  la  por- 
pora da  Clemente  Vili. 

Armando  Gio.  du  Plessis  de  Ri- 
chelieuj  primo  ministro  di  Fi-ancia, 
uno  de'  più  grandi  ingegni  della  Fran- 
cia, e  de'  più  abili  ministri  diplo- 
matici, che  sieno  stati  al  mondo,  ri- 
cevette la  porpora  da  Gregorio  XV 
nel   1622. 

Giulio  Mazzarinij  dell'Abruzzo, 
degno  successore  del  Richelieu  nel 
ministero  di  Francia,  sommo  in  po- 
litica e  nel  trattare  i  piùi  rilevanti 
affari,  nel  1641,  fu  ascritto  da  Ur- 
bano Vili  al  sagro  Collegio. 

Francesco  Sforza  Pallavicino _,  ro- 
mano ,  della  compagnia  di  Gesù , 
autore  della  Storia  del  concilio  di 
Trento^  fatto  Cardinale  nel  iGSy, 
ad  onta  della  sua  ripugnanza ,  da 
Alessandro  VII. 

Gio.  Bona,  cistcrciense  di  Mon- 
dovi  ,  renitente  accettò  per  ubbi- 
dienza, nel  1669,  il  Cardinalato  da 
Clemente  IX,  encomiato  per  singo- 
iar scienza  liturgica,  e  santità  di  vita. 

Gio.  Battista  de  Luca,  napolita- 
no, di  grande  riputazione,  d'illibati 
costumi ,  e  di  eminente  dottrina , 
specialmente  legale,  fu  fregiato  del- 
la porpora  da  Innocenzo  XI  nel 
1681. 

Melchiorre  de  Polignac,  francese, 
creato  Cardinale  nel  1712  da  Cle- 
mente XI,  di  straordinario  talento, 
e  peritissimo  nell'arte  di  trattare  gli 
affari. 

Fincenzo  Petra^  napolitano,  ele- 
vato al  Cardinalato  nel  1724  da 
Benedetto  XIII.  Egli  per  la  sua  pietà, 
sapere  ed  opere,  meritò,  che  in  con- 
clave il  sagro  Collegio  l'eleggesse  pe- 
nitenziere maggiore,  confermandolo 
Clemente  XII. 


24  CAR 

Angelo  Maria  Quen'ni,  venezia- 
no, fatto  Cardinale  nel  172G  da 
Benedetto  XIII,  la  cui  dottrina,  e- 
rudizione,  ed  opere  sono  a  lutti  note. 

Silvio  P  a  lenti  Gonzaga,  di  Man- 
tova, aeato  Cardinale  da  Clemente 
XII  nel  1738,  di  vasta  niente,  e 
di  memoria  così  pronta,  che  inter- 
rotto nel  dettare,  facilmente  ripren- 
deva il  sentimento,  che  avea  lascia- 
to, onde  si  acquistò  la  stima  e  fi- 
ducia di  Benedetto  XIV. 

Giuseppe  Agostino  Orsi,  fioren- 
tino, dell'  Ordine  de'  predicatori,  ap- 
plaudito autore  della  Storia  eccle- 
siastica dei  primi  secoli  della  Chie- 
sa, fatto  Cardinale,  nel  1759,  da 
Clemente  XIII. 

Giacinto  Sigismondo  Gerdil,  bar- 
nabita di  Savoja,  annoverato  al  sa- 
gro Collegio  nel  1777  da  Pio  VI, 
siccome  chiaro  per  santa  vita ,  e 
profonda  scienza. 

Inoltre  veneriamo  sugli  altari  i 
seguenti  Cardinali  di  s.  Chiesa ,  di 
cui  riportiamo  le  epoche  nelle  quali 
furono  assunti  al  Cardinalato.  i.°  s. 
Pier  Damiani,  nel  io58]  2.°  s.  Pie- 
tro Igneo  nel  1075;  3."  s.  Bernar- 
do vescovo  di  Parma  nel  1 090  ; 
4.°  s.  Berardo  nel  iii4;  ^-^  s. 
Guarino  nel  11 44  5  ^-^  s.  Galdino 
nel  II 65;  7."  s.  Alberto  de' conti 
di  Lorena  martire  nel  ii92;8.*'s. 
Raimondo  Nonnato  nel  1237  ;  9.°  s. 
Bonaventura  Fidanza  nel  1273  ; 
1 0.°  s.  Carlo  Borromeo,  nel  1 56o  ; 
li."  b.  Gio.  Domenico  Bianchini,  o 
di  Domenico  nel  i4o8;  12.*"  b.  Al- 
bergati nel  1426;  iS."  b.  Burah 
nel  1570;  14.°  b.  Barbarigo  nel 
1660;  i5."  b.  Tommasi  nel  1712. 
Si  annoverano  inoltre  come  beati 
i  seguenti  Cardinali ,  ma  non  evvi 
per  altro  fino  ad  ora  l'oracolo  del 
Vaticano  pel  loro  culto.  i.°  b.  li- 
berto nel   1097;  2."  b.  Matteo  nel 


CAR 
II25»;  3.°  b.  Baldovino  nel  ii3o; 
4."  b.  Stefano  nel  ii4o;  ^''  ^^^ 
Ugo  nel  ii5o;  6."  b.  Enrico  nel 
1179;  7.°  b.  Beccaria  nel  1257; 
8.°  b.  Manzuoli  nel  i4o8;  9."  b. 
Alamand  nel    1426. 

Il  b.  Pietro  da  Luxemburgo  an- 
ticardinale di  Clemente  VII  pseu- 
do-Papa, non  può  annoverarsi  tra 
i  Cardinali,  mentre  nel  breve  apo- 
stolico di  beatificazione  ,  emana- 
to nell'anno  i537  dal  legittimo  Pon- 
tefice Clemente  VII,  si  tace  la  qua- 
lifica di  beato. 

In  eterna  rinomanza  sono  poi, 
oltre  di  questi,  altri  porporati,  che 
si  distinsero  in  pietà ,  virtù,  scien- 
za, generosità,  protezione  a'  lette- 
rati, e  in  tante  altre  simili  prege- 
voli qualità,  da  renderne  immor- 
tale il  nome.  Tali  sono  gli  Ac- 
ciajuoli,  gli  Acquaviva,  gli  Aguir- 
re,  gli  Albani,  gli  Albizi  gli  Aldo- 
brandini,  gli  Altieri,  gli  Amboise, 
gli  Ammanati ,  gli  Antoniani ,  gli 
Azzolini,  i  Barbarigo,  i  Barberini,  i 
Belluga,  i  Bembo,  i  Benti voglio,  i 
Bichi,  i  Boncompagno,  i  Bonelli,  i 
Borghesi ,  i  Borgia ,  i  Borromei ,  i 
Brancacci,  i  Caetani,  i  Campeggi,  i 
Capizucchi,  i  Caraccioli,  i  Cara  (fa, 
i  Carpegna,  i  Carvajal,  i  Casanala, 
i  Castiglioni,  i  Ceccano,  i  Cenci,  i 
Ce?arini,  i  Cesi,  i  Chigi,  i  Cibo,  i 
Colonna,  i  Conti,  i  Consalvi,  i  Cor- 
dova, i  Cornare,  i  Corsini,  i  Cre- 
scenzi,  i  Delci,  i  Delfino,  i  Boria,  i 
d'  Este,  i  Facchinetti ,  i  Falconieri , 
i  Farnese,  i  Ferrari,  i  Fieschi ,  i 
Fontana,  i  Gambara,  i  Garampi,  i 
Gentili,  i  Ginnasi,  i  Giudice,  i  Giu- 
stiniani, i  Gonzaga,  i  Gozzadini,  i 
Grimaldi,  i  Grimani,  i  Gualtieri,  i 
Guisa,  i  lacobacci,  gl'Imperiali,  i 
Lancellotti,  i  Laute,  i  Lorena,  i  Lu- 
dovisi ,  i  de  Lugo ,  i  Madrucci ,  i 
Maffei,  i  Manriquez,  i  Marescotti,  i 


CAR 
Malici,  i  Medici,  i  Mendoza,  i  Mil- 
liui,  i  Moroni,  i  IVlorosini,  i  JVegro- 
ni,  i  Nelli,  i  Nobili,  i  Noris,  gli  O- 
descalchi,  gli  Orsini,  gli  Ossat,  gli 
Ottoboiii ,  i  Pacecco  ,  i  Pallavicini , 
i  Paleotti,  i  Pailotta,  i  Pamphily, 
i  Paolucci,  i  Paparesclii,  i  Passioiiei, 
i  Peretti,  i  Pelrucci,  i  Piccolomini, 
i  Pierleoni,  i  Pignatelli,  i  Pisani,  i 
Polo,  i  della  Porta,  i  Priuli,  i  Puc- 
ci, i  Quignones,  i  Rezzonico,  i  Ria- 
ri,  i  Rocheroucault,  i  Rohan,  i  Ro- 
spigliosi,  i  Rovere,  i  Ruffo,  i  Sac- 
chetti, i  Sadoleto,  i  Sagripanti,  i 
Salviati,  i  Sanseverino,  i  Santorio, 
i  Santacroce,  i  Savelli,  i  Serbelloni, 
gli  Sfondrati,  gli  Sforza,  i  Silva,  i 
Simonetta,  i  Sirleti,  gli  Spada,  gli 
Spinola,  i  Talleyrand,  i  Teodoli,  i 
Torres  ,  i  Trivulzi ,  i  Truchses ,  i 
Turrecremata  ,  i  Veralli,  i  Vidoni, 
i  Visconti,  i  Zabarella,  i  Zacchia , 
i  Zelada,  i  Zuniga,  e  i  Zurla,  oltre 
tanti  altri,  e  quelli  die  hanno  fio- 
rito delle  imperiali  e  reali  case  d'A- 
ragona ,  d'Austria,  di  Raviera,  di 
Bourbon,  di  Yorck,  di  Portogallo, 
di  Savoja ,  di  Sassonia ,  e  di  altre 
case  sovrane  summentovate. 

9.  Esequie  dei  Cardinali. 

Gli  anniversari ,  ed  esequie  pei 
Cardinali  furono  regolarizzate  da  A- 
lessandro  IV  del  \i5^.  Dipoi,  nel 
i5i8,  nel  pontificalo  di  Leone  X, 
il  Cardinal  Achille  de  Grassi  otten- 
ne, che  si  celebrassero  a'  5  novem- 
bre, dovendo  cantare  la  messa  il 
camerlengo  del  sagro  Collegio.  Be- 
nedetto XIII,  nel  concilio  romano 
del  1725,  stabili  meglio  questa  con- 
suetudine :  argomento  che  si  tratta, 
in  uno  agli  anniversari  pei  Cardi- 
nali di  alcune  congregazioni,  agli 
articoH  Anniversari  pei  Cardinali, 
nelle  cappelle  Pontificie  al  §  X,  ed 


CAR  25 

a  Cappelle  Cardinalizie.  Le  ese- 
quie poi  pei  Cardinali  furono  egual- 
mente regolarizzate  da  Alessandro 
IVj  indi  si  celebrarono  per  nove 
giorni.  Sisto  IV  ne  moderò  la  spe- 
sa, ed'  altrettanto  fecero  Alessandro 
VI,  e  il  concilio  lateranense  V;  ma 
meglio  ne  determinò  il  cerimoniale 
Benedetto  XIV  nel  1741-  Tanto 
per  la  benedizione,  che  s' implora 
dal  Pontefice  dai  Cardinali  agoniz- 
zanti, quanto  per  l'esposizione,  tras- 
porto ,  esequie  e  tumulazione  del 
cadavere  de'  Cardinali,  si  tratta  agli 
articoli  Benedizione,  Cappelle  Pon- 
tificie STRAORDINARIE,  CADAVERE  ed  E- 
SEQUIE. 

I  Cardinali  decano,  vicecancellie- 
re, camerlengo  e  penitenziere  mag- 
giore godono  la  prerogativa,  che  il 
loro  cadavere  sia  trasportato  dal 
proprio  palazzo  alla  chiesa  ,  in  un 
magnifico  letto,  mentre  quello  degli 
altri  vi  si  reca  nella  carrozza  fime- 
bre,  nella  quale  oggidì  sogliono  in- 
distintamente recarsi  tutti  i  Cardi- 
nali ,  cosicché  non  ha  perciò  più 
luogo  la  cavalcata  pei  trasporti  del- 
le spoglie  mortali  de'  menzionati 
quattro  Cardinali  dignitari.  V.  il 
Cardinal  Petra,  Commenlar.  ad  con- 
stit,  Jpostolic.  tom.  II,  ad  consti t.  2, 
Honorii  III^  secL  unic. 

Sdissero  le  vite  de'  Cardinali  Teo- 
doro Amidenio,  Donio  Attichy,  Fe- 
lice Contelorio,  Alfonso  Ciacconio , 
Girolamo  Garimberti,  Mario  Guar- 
nacci,  Filippo  Monti  Cardinale,  Gio- 
vanni Palazzi,  Onofrio  Panvinio,  Gio. 
Antonio  Pietramellara,  Antonio  San- 
dero,  Giuseppe  de  Novaes,  Giancarlo 
Stadel;  nonché  Vincenzo  Coronelli, 
nella  sua  Tavola  sinottica  de^  Car- 
dinali dalla  loro  istituzione  fino 
al  XVII  secolo y  colla  serie  de'  pseu- 
do-Cardinali ^  ec,  stampata  in  Ve- 
nezia nel    1701;    e    principalmente 


26  GAR 

Lorenzo  Gardella,  Memorie  storiche 
de'  Cardinali  della  s.  romana  Chie- 
sa, incominciando  da  quelli  di  s. 
Gelasio  I,  sino  ai  creati  da  Be- 
nedetto XIV y  Roma   1792. 

Noi,  colla  possibile  diligenza,  pro- 
curiamo riempire  il  vuoto  che  vi 
era,  delle  biografìe  de' Cardinali  di 
Clemente  XIV,  dei  due  Pii  VI  e 
VU,  non  che  di  Leone  XII,  Pio 
Vili,  e  dello  stesso  regnante  Gre- 
gorio XVI,  ma  defonti,  con  com- 
pendiose biografie,  e  notizie  tratte 
da  buone  fonti. 

Della  dignità  Cardinalizia,  e  per 
ciò  che  riguarda  i  succitati  autori, 
abbiamo  Andrea  Barbagia,  De  Prae- 
stantia  Cardinalìunij  Cardinal  Ago- 
stino Valerio,  Della  dignità  del  Car- 
dinalato, Venezia  i833;  P.  Stanis- 
lao Santinelli,  Della  dignità  del  Car- 
dinalato, ec,  nel  tomo  XXIV  degli 
Opuscoli  di  Calogerà,  pag.  395; 
Jo.  Fr.  Budaeus,  de  origine  Cardi- 
nalitiae  dignitatis,  Scìiediasma  Hist. 
Jenae  1693:  ma  di  questo  autore 
furono  proibite  le  opere  a'  5  mag- 
gio 1759.  Si  possono  inoltre  con- 
sultare Ludovico  Muratori ,  Disser- 
tazione LXl  dell'  Origine  ed  isti- 
tuzione de' Cardinali,  Exst.  in  t.  V, 
^nt.  nied.  aevi.  Giovanni  Boterio , 
Dell' officio  del  Cardinale  j  Pao- 
lo Cortesi ,  del  Cardinalato ,  Gian- 
tiandrea  Tria,  delV  uffizio  e  digni- 
tà da'  Cardinali  di  S.  R.  Chiesa, 
e  Carlo  Bartolommeo  Piazza,  Della 
Gerarchia  Cardinalizia,  Roma  1703. 

CARDO,  o  DELLA  Ruta.  Ordine 
militare  nella  Scozia,  chiamato  an- 
che di  s.  Andrea  del  Cardo.    Fedi. 

CARDO  s.  Mari\  (  DEL  ).  Ordine 
militare,  nella  Borgogna.  Filippo  II, 
//  Buono,  duca  di  Borgogna ,  dopo 
aver  avuto  la  gloria  di  fondare  l'Or- 
dine del  Tosone  d'oro,  per  le  com- 
petenze contro  il  duca  d'Orleans,  e 


CAR 

Giovanni  conte  d'AngouIcme,  am- 
bedue pupilli,  volle  prenderne  la 
difesa,  istituendo  l'Ordine  de' cava- 
lieri denominati  del  Cardo,  e  della 
b.  Vergine,  conosciuto  anco  sotto 
il  nome  di  Notre^Dame  da  Char- 
don,  sebbene  il  Michieli,  Tes.  Milit., 
pag.  88,  opini,  che  tal  Ordine  fu 
piuttosto  dal  detto  principe  restau- 
rato nel  i4o3,  ciocche  dal  Giusti- 
niani viene  protratto  al  f43o.  Diede 
pertanto  il  duca  Filippo  per  insegna 
e  distintivo  a'  cavalieri  un  collare,  o 
collana  d'oro  e  argento,  formata  di 
gigli  e  fiori  di  cardo,  col  motto 
Esperancej  insegne,  che  assunse  egli 
stesso,  dichiarandosi  capo  e  gran 
maestro  dell'Ordine.  Con  tal  motto 
egli  intese  dichiaiare  la  grandezza 
del  suo  animo,  col  giglio  1'  analogo 
simbolo  della  speranza,  e  col  cardo, 
siccome  ha  il  fiore  color  celeste, 
volle  esprimere,  che  le  azioni  do- 
veano  essere  virtuose,  ed  aver  sem- 
pre per  iscopo  il  godimento  del 
cielo.  A  tal  oggetto  doveano  i  ca- 
valieri essere  pronti  alla  difesa  della 
cattolica  religione.  Dalla  collana  pen- 
deva una  croce  equestre,  e  nel  mezzo 
una  medaglia  smaltata  di  color  ver- 
de, coir  immagine  della  b.  Vergine 
col  bambino  Gesù  in  braccio,  coix)- 
nata  di  stelle  e  cinta  di  raggi . 
Questi  cavalieri  nelle  funzioni  solen- 
ni ,  come  riporta  il  Bonanni ,  usava- 
no un  abito  di  seta  damascata  color 
di  carne,  con  maniche  larghe,  ed  ar- 
macollo di  velluto,  nel  quale  me- 
diante un  ricamo  formavasi  la  pa- 
rola Esperance:  la  fibbia  era  della 
forma  del  cardo,  ed  ornata  di  smalto 
verde,  mentre  la  cappa,  o  manto  era 
di  seta  turchina  damascata,  con  fo- 
dera rossa,  del  quale  colore  era 
pare  il  berrettone.  Tanto  riporta  il 
Giustiniani  citato,  neWHistorie  cro- 
nologiche degli  Ordini  equestri  ec, 


CAR 
al  capo  LVII.  Il  Boiianni,  Catalogo 
ec. ,  ne  dà  anche  la  figura  alla  ta- 
vola XX.  Ne  deve  tacersi,  che  altri 
credono  istituito  quest'Ordine  caval- 
leresco nel  iSyo  in  Moulins  da  Luigi 
ir  soprannominato  il  Buono,  duca 
di  Borbone,  il  giorno  della  Purifi- 
cazione di   Maria  Vergine. 

CARDONA  Errico,  Cardinale. 
Errico  Cardona,  nato  nel  i4B5  in 
Urgelle  della  Spagna  dai  duchi  di 
Cardona,  era  assai  virtuoso.  Secon- 
do Ayraerich,  nel  i3o5,  Giulio  II 
lo  esaltò  al  vescovato  di  Barcellona, 
coU'amministrazione  della  chiesa  di 
Urgelle;  poi,  nel  i5i2,  lo  promosse 
alla  metropolitana  di  Monreale  in 
Sicilia.  Andato  per  mare  al  governo 
della  sua  chiesa,  i  corsari  gì'  invo- 
larono il  sagro  pallio,  ed  il  Ponte- 
fice saputolo,  senza  esserne  richiesto, 
gliene  mandò  un  altro.  Nel  i522, 
dalla  Spagna  si  recò  a  Roma  con 
Adriano  \I,  che  gli  conferì  poi  la 
prefettura  di  Castel  s.  Angelo;  quin- 
di con  altri  Cardinali  lo  costituì 
commissario,  e  giudice  nella  causa 
del  Cardinal  Sederini,  In  appresso, 
a  mezzo  di  Carlo  V  ai  2 1  novem- 
bre i527.  Clemente  VII  sebbene 
fosse  in  Castel  s.  Angelo,  lo  creò 
Cardinal  prete  assente  di  s.  Marcel- 
lo ,  viceré  e  presidente  della  Sici- 
lia. A  Monreale  fondò  un  moniste- 
ro  alle  sagre  vergini ,  e  beneficata 
insignemente  quella  chiesa,  mori  a 
Roma  nel  i53o  di  quarantacinque 
anni,  e  tre  di  Cardinalato.  Fu  se- 
polto in  S.  M.  di  Monferrato,  alla 
cui  fabbrica  avea  contribuito  con 
grosse  somme.  Arricchì  poi  questa 
chiesa  anche  di  rendite  perpetue,  tra 
le  quali  di  una  messa  quotidiana. 

CARDONA  Jacopo  ,  Cardinale. 
Jacopo  Cardona,  nato  nella  Spagna 
da  nobilissima  famiglia ,  straordina- 
rio in  iscienza,  e  di  piissimi    costu- 


CAR  27 

mi,  era  vescovo  di  Urgelle,  quando 
a  mezzo  del  re  di  Aragona,  ai  18 
dicembre  del  1461,  Pio  II  lo  creò 
Cardinal  prete.  Ma  dopo  un  lustro 
di  Carchnalato,  verso  il  fine,  del 
1466,  morì  nel  castello  di  Cervara 
nella  Catalogna. 

CARIA.  Provincia  dell'Asia  mi- 
nore neir  impero  Ottomano,  che 
vuoisi  così  appellata  da  Car,  di  lei 
fondatore.  Ora  è  compresa  nell'Ana- 
tolia o  Natòlia  occidentale,  detta  il 
paese  di  levante.  Afiodisiade  n'è  la 
metropoli,  e  le  altre  sue  principali 
città  sono  Alicarnasso,  Gnido,  Mile- 
to  e  Mindo.  Siccome  s.  Giovanni 
apostolo  ed  evangelista  è  riconosciuto 
per  istitutore  della  chiesa  d'  Asia ,  così 
vuoisi  aver  egli  bandito  l'evangelo 
in  Caria.  In  essa  l'anno  366  si  ce- 
lebrò un  concilio ,  coli'  intervento 
di  trentaquattro  vescovi  dell'Asia, 
seguaci  di  Macedonio,  i  quali  riget- 
tarono la  parola  consostanziale,  ap- 
provando la  formula  di  fede  com- 
pilata nelle  assemblee  d' Antiochia 
e  Seleucia.  V.  V  annalista  Baronie 
al  suddetto  anno.  Il  Dizionario  dei 
concili  chiamò  questo  il  concilio 
Cariense^ed  aggiunge,  che  la  detta 
professione  di  fede  fu  opera  del 
martire  s.  Luciano. 

CARIACENO  PiKTRo,  Cardinale. 
Pietro  Cariaceno  da  Garisendo,  dio- 
cesi di  Bologna,  fu  creato  Cardinal 
prete  dei  ss.  Silvestro  e  Martino  ai 
Monti,  da  Onorio  II,  nelle  tempora 
di  dicembre  del  i  i25.  Si  mantenne 
fedelissimo  ad  Innocenzo  11  ,  contro 
l'antipapa  Anacleto,  e  si  trovò  ai 
comizi  di  lui.  Si  legge  il  suo  nome 
in  una  bolla  spedita  in  Laterano, 
nel  1 1 28,  da  Onorio  II.  Morì  pro- 
babilmente nel  pontificato  d' Inno- 
cenzo II,  poiché  non  si  sa,  che  sia 
intervenuto  ai  comizi  di  Celestino  lì, 
immediato  successore  d'Innocenzo. 


28  CAR 

CARIATI  (C/irtrm//>/i.).  Città  con 
residenza  vescovile  nel  regno  delle 
due  Sicilie,  nella  provincia  della 
Calabria  citeriore,  ed  anche  titolo 
di  principato,  o  contea  appartenente 
al  duca  di  Semìnaria.  Chiamasi  Ca- 
riati vecchia  V  antica  Patcrnum  _, 
per  distinguerla  da  Cariali  nuovo, 
borgo  mezza  lega  distante  dalla  città. 
Essa  è  edificata  con  solido  recinto  di 
mura,  nella  parte  boreale  del  pro- 
montorio, fi-a'  due  golfi  di  Taranto 
e  di  Scjuillace,  e  viene  bagnata  dal 
piccolo  fiume  Aquanite,  che  mette 
foce  nel  mar  jonio.  La  sua  sede 
vescovile,  eretta  verso  il  secolo  IX, 
fu  poscia  unita  a  Cerenza,  Gerun- 
tiaj  ma  sempre  restò  suffraganea 
della  metropoli  di  s.  Severina,  come 
Io  è  tuttora.  Cariati  fu  occupata  per 
ben  due  volte  dai  turchi.  Tale  sog- 
gezione si  vuole  imposta  nel  1 1 8 1  da 
Lucio  III  ;  ma  a' nostri  giorni  il  Pon- 
tefice Pio  VII  colla  bolla,  Deutiliori 
doniinicce,  quinto  kalend.  julii  1818, 
confermò  T  unione  di  Cerenza  a 
Cariati,  ed  inoltre  vi  unì  le  sedi  ve- 
scovili di  Strongoli  ed  Umbriatico  , 
ambedue,  come  Cerenza,  erette  nel 
secolo  decimo.  La  bella  cattedrale 
di  Cariati  è  dedicata  a  s.  Michele 
Arcangelo,  e  si  compone  il  capitolo 
di  cinque  dignità,  prima  delle  quali 
è  l'arcidiacono,  essendo  le  altre  il 
decano,  l'arciprete,  il  cantore  e  il 
tesoriere,  di  nove  canonici,  e  di 
altri  sacerdoti  e  chierici  pel  divino 
servigio.  Sonovi  due  conventi  di  re- 
ligiosi ed  il  seminario.  Ne'  registri 
della  camera  apostolica,  è  tassata 
di  duecento  novantatre  fiorini,  f^. 
Cerenza. 

CARICA.  Uffizio,  impiego,  posto, 
munus,  off/cium,  dìgnitas,  magistra- 
lus.  Dignità,  che  dà  potere  ed  au- 
torità sopra  degli  altri  a  quelli,  cui 
viene  conferita.    Cosi  nella    corte   e 


CAR 
curia  romana  sono  denominali  ge- 
nericamente gli  ufiìci.  S.  Bernardo, 
nel  lib.  IV,  de  Conmlcrat.  cap.  4  , 
dice:  che  quello,  il  quale  per  s^ 
stesso  prega  per  alcuna  carica,  è 
già  giudicalo j  ed  il  Papa  Nicolò  HI 
del  1277,  soleva  ripetere,  che  la 
dottrina  senza  bontà,  era  veleno 
senza  medicina^  F.  Catechism.  con- 
cil.  Trident.  p.  3,  de  7  prcecept. 
uum.  7.  Fra  i  Pontefici,  che  furono 
assai  cauti  nel  conferire  le  cariche, 
meritano  special  menzione,  Paolo  II 
del  i464j  che  fu  il  primo  sovrano 
Pontefice,  il  quale  affidasse  la  cu- 
stodia delle  fortezze  a'  prelati  e  a 
degni  ecclesiastici ,  affinchè  in  ogni 
evento  fossero  più  fedeli  alla  Santa 
Sede.  Tanto  zelante  si  mostrò  nel 
distribuire  le  cariche,  e  tanta  sag- 
gezza e  rettitudine  vi  poneva ,  che 
egli  ne  in  fretta,  né  per  le  pre- 
ghiere, o  raccomandazioni  di  per- 
sone ragguardevoli,  ma  solamente 
con  piena  e  matura  deliberazione, 
a  misura  de'  meriti  personali  distri- 
buiva le  cariche  e  le  dignità;  onde 
di  frequente  accadeva,  che  trovavasi 
all'  improvviso  premiata  la  virtù  di 
molti  soggetti  di  esemplar  bontà, 
malgrado  la  loro  assenza  da  Roma, 
o  di  altri  affiitto  ignari  di  simile 
guiderdone.  Paolo  V,  eletto  nel 
i6o5,  si  astenne  nel  bollore  del- 
l' esaltazione  di  dispensar  cariche, 
dicendo,  che  troppo  facile  era  in 
quel  tempo  il  chiedere,  ed  il  con- 
cedere inavvedutamente.  Appena  e- 
saltato,  nel  1691,  al  pontificato  In- 
nocenzo XII,  a  scegliere  i  soggetti 
adatti  e  meritevoli  delle  cariche 
vacanti,  per  tre  giorni  si  chiuse  col 
Cardinal  Albani  (  che  gli  successe 
col  nome  di  Clemente  XI),  affine 
di  scegliere  i  migliori  con  maturo 
consiglio.  Divenuto  Papa,  nel  1724, 
Benedetto  XI lì,    stette    ritiralo    tre 


CAR 
giorni  in  contìnua  orazione,  per  im- 
plorare il  divin  lume,  ed  assunto,  nel 
I  740,  a  tal  dignità  il  gran  Benedetto 
XIV,  subito  con  modi  convenienti 
esortò  i  prelati  ad  una  seria  appli- 
cazione allo  studio,  e  ad  una  con- 
dotta irreprensibile,  protestandosi  di 
non  promoverne  giammai  veruno, 
se  non  che  a  proporzione  delle  scien- 
ze e  de'  buoni  costumi ,  che  osser- 
Terebbe  in  essi. 

CARILEFO  (s.),  nacque  in  Al- 
vergna.  I  genitori  di  lui,  distintissi- 
mi per  nobiltà  e  virtù,  ebbero  tutta 
la  cura  di  allevarlo  alla  pietà  ed 
alle  scienze,  e  appena  uscito  d' in- 
fanzia, lo  afìidarono  ai  monaci  di 
Menat  nella  diocesi  di  Clermont. 
Cresciuto  in  età ,  abbracciò  quella 
regola,  ma  non  corse  molto  tempo 
che,  in  compagnia  di  s.  Avito,  ab- 
bandonò quel  monistero,  affine  di 
starsene  in  maggior  solitudine  nella 
badia  di  Micy,  presso  ad  Orleans. 
Quivi  fu  ordinato  sacerdote,  e  aman- 
te quale  egli  era  della  vita  romiti- 
ca,  dal  monistero  di  Micy  andos- 
sene  nel  Maine,  imitando  interamen- 
te gli  anacoreti  orientali.  A  cagio- 
ne della  gran  copia  di  discepoli,  che 
a  lui  venivano  da  ogni  parte,  do- 
vette mutar  consiglio  il  nostro  san- 
to, e  donato  dal  re  Childeberto  di 
un  pezzo  di  terreno,  vi  piantò  un 
monistero,  chiamato  prima  Anisole 
o  Anille,  dal  fiume  sul  quale  era 
posto,  e  detto  poi  di  s.  Carilefo  o 
s.  Caluis,  dal  nome  del  suo  fonda- 
tore. La  vita  di  lui  fu  un  continuo 
modello  di  penitenza  e  di  orazione. 
Morì  nell'anno  5^1,  e  la  sua  me- 
moria si  onora  il  giorno  primo  di 
luglio. 

CARILLO  Alfonso  ,  Cardina- 
le. Alfonso  Carillo,  altrimenti  Gan- 
glio da  Cuenca,  prima  fu  pseudo 
Cardinale    dell'  antipapa    Benedetto 


CAR  !S9 

XIIT;  ma  poi,  conosciuta  la  verità,  ri- 
corse a  Martino  V,  che  creollo  Car- 
dinal prete  del  titolo  dei   Santiqua t- 
tro,  ai  19  marzo  del  1419.  Poscia  fu 
arciprete  della  basilica  lateranese,  le- 
gato di  Bologna,  e  da  Eugenio  IV 
venne  fatto     vicario    di     Avignone  , 
Ma  ad  onta    delle    piti    forti   rimo- 
stranze di  quel  Pontefice,  volea  sos- 
tenersi   in  quella    legazione    con    le 
armi;  per  cui  dovette  il  Papa   pii- 
vario  dell'amministrazione  della  chie- 
sa di  Osma,  o  di  Siguenza ,   e  mi- 
nacciarlo di  altre  pene;  e  quindi  in 
suo  luogo  fece  legato  il  Cardinal  Pie- 
tro di    Foix,  che  dopo  alcuni  mesi, 
cacciato  il  Carillo,  n'  ebbe  il  possesso. 
Ristaurò  magnificamente    la    chiesa 
del  suo  titolo,  come  apparisce  dalla 
marmorea  lapide,     che    tuttora     si 
conserva;    poscia,  nel     i434j    dopo 
diciannove  anni  di  Cardinalato,  com- 
preso quello  pseudo    sotto  Benedet- 
to XIII,    morì  a  Basilea,    ove  andò 
per  assistere    al    concilio.    Ebbe    poi 
onorevole    tomba     nella    chiesa    di 
Osma  nella  Spagna.  Questo   illustre 
Cardinale    lasciò    grosse    somme    di 
danaro  da  distribuirsi  ai  poveri  ve- 
scovi ,  che  si   trovavano    a    quel  si- 
nodo. 

CARINA,  o  CARINI.  Città  ve- 
scovile degli  Abruzzi,  nel  regno  delle 
due  Sicilie.  La  sua  sede  istituita  nel 
quinto  secolo,  fu  nei  primi  del  sesto 
unita  dal  Pontefice  s.  Gregorio  I,  il 
Grande^  alla  metropolitana  di  Reg- 
gio di  Calabria.  A' nostri  giorni,  enei 
1 8 1 8,  Pio  VII ,  colla  bolla  De  Melio- 
ri,  r  unì  per  sempre  all'  arcivescovo 
di  Trani.  Ora  non  è  che  un  borgo, 
capo  luogo  di  cantone  della  pro- 
vincia di  Palermo,  sul  fiume  del 
suo  nome,  con  un  castello  gotico. 
Poco  distante  si  veggono  le  rovine 
dell'  antica  Hyccara. 

CARINOLA,   Celenna.   Città  ve- 


3o  CAR 

scovile  nel  regno  delle  due  Sicilie, 
nella  provincia  della  Terra  di  La- 
▼oro,  col  titolo  di  contea.  Fu  edi- 
ficata presso  r  antica  Galeno,  tra  il 
monte  Massico,  e  il  fiume  Saone 
in  posizione  umida.  Vuoisi  fondala 
verso  il  io58  dai  principi  longo- 
bardi di  Capua,  e  fiorì  allorquando 
essi  distrussero  Forum  Claiidìi,  le 
cui  vestigia  sono  poco  distanti,  e 
perciò  dicesi  Civita  rotta.  Il  vescovo 
di  quest'ultima  città,  la  cui  sede 
vescovile  era  stata  eretta  nel  VI 
secolo,  verso  il  1087,  essendo  go- 
vernata da  s.  Bernardo,  trasferì  il 
seggio  a  Carinola,  che  rimase  suffra- 
ganea  della  metropoli  Capuana,  sin- 
ché cessò  anche  essa  di  esistere  nel 
18 18,  allorché  Pio  VII  la  unì  a 
Sessa.  Si  contano  quarantotto  vesco- 
vi, che  governarono  le  due  diocesi. 
Tuttora  si  conservano  la  bella  cat- 
tedrale, una  collegiata,  il  seminario, 
ed  un  convento  di  francescani. 

CARIJN'TIA  (  Carinthia  ).  Antica 
provincia  dell'impero  d'Austria,  che 
avea  il  titolo  di  ducato,  e  divide- 
vasi  in  alta  e  bassa.  Oggidì  forma 
il  circolo  di  Klagenfurt,  e  di  Vil- 
Jacco  del  regno  d'Illiria  (Fedi).  S. 
Virgilio,  vescovo  di  Salisburgo,  vie- 
ne venerato  per  apostolo  della  Ca- 
rintia ,  cosicché  essa  abbracciò  la 
dottrina  di  Gesù  Cristo  nel  settimo 
secolo.  Gli  antichi  Carni  abitatori 
delle  Alpi  della  Carniola  alta,  ne 
presero  il  nome,  e  verso  la  caduta 
dell'impero  occidentale  nel  secolo 
V  sì  dilatarono  nel  vicino  Noricum, 
onde  poscia  si  chiamarono  Carinti. 
In  seguito  vi  si  stabilirono  molti 
slavi,  e  gli  abitanti  allora  ebbero  il 
proprio  principe.  Carlo  Magno  ne 
conferì  il  governo  ad  Ingevone  , 
sottoponendo  gì'  imperatori  suoi  suc- 
cessori r  intero  paese  ai  margravi , 
Nel   1073  Marguardo  ne  fu  dichia- 


CAR 
rato  duca  da  Enrico  IV.  Alla  mor- 
te del  duca  Enrico  III,  per  man- 
canza di  successione,  Lotario  II  die- 
de il  ducato  ad  Erbone  conte  pa- 
latino, a  cui,  nel  i  i4o,  per  volere 
di  Corrado  IH,  successe  in  questo 
dominio  il  conte  di  Sponheim  En- 
gelberto,  ma  la  sua  posterità  ter- 
minò nel  1269.  Passò  il  ducato 
sotto  il  dominio  dei  re  boemi,  ma 
essendosene  impadronito  Rodolfo  di 
Absburg,  nel  1282,  ne  investì  Mer- 
cardo,  il  quale,  col  suo  genero  Al- 
berto d'  Austria  fece  un  accordo , 
che  all'  estinzione  della  linea  masco- 
hna  la  Carintia  passerebbe  nei  di- 
scendenti d'Alberto  :  il  che  si  verificò 
nel  i32  I.  Fu  allora,  che  i  duchi  Al- 
berto ed  Ottone  vennero  riconosciu- 
ti per  legittimi  signori  del  ducato 
da  Ludovico,  il  Bavaro^  e  rimase  per 
sempre  nella  casa  d' Austria.  Nelle 
ultime  vicende  fu  varia  la  sorte 
della  Carintia,  giacché,  nel  1809, 
l'alta  fu  ceduta  alla  Francia,  ed  unita 
alle  Provincie  illiriche ,  finché  nel 
18 14,  fu  restituita  all'Austria,  ed 
insieme  alla  bassa  Carintia  passò  a 
far  parte  del  regno  Illirico.  Attual- 
mente nella  Carintia  vi  sono  i  ve- 
scovati di  Gurk  e  di  Lavant  (Vedi). 
CARIOPOLI,  o  CLARIOPOLI 
(Chariopolitan.).  Vescovato  in  par- 
tibusy  sottoposto  alla  metropoli  di 
Stauropoli,  che  da  ultimo,  nel  conci- 
sloro  de'2  ottobre  1887,  dal  regnan- 
te Pontefice  fu  conferito  a  d.  Raf- 
faele Serena  napolitano.  Questa  cit- 
tà della  Caria  nell'  Asia  minore,  fii 
già  sede  e  residenza  vescovile  fon- 
data nel  IX  secolo,  soggetta  all'e- 
sarcato di  Tracia.  Abbiamo  noti- 
zia di  quattro  vescovi,  che  vi  ebbe- 
ro sede  ,  e  furono  sulfraganei  di 
Eraclea.  L'altra  Chariopolis  ,  o  Che- 
riopolis,  o  Cheropoli,  sode  vescovi- 
le fondata  nel  secolo  XII  nella  Mo- 


CAR 
rea,  era    sottoposta    alla    diocesi    di 
Misi  tra. 

CARISSIMO.   V.  Caro. 

CARTSTO  {Carysti'n.y  Città  ve- 
scovile della  Crecia  nella  parte  orien- 
tale dell'  isola  di  Negroponte,  della 
primiera  A  caia  neiresarcalo  di  Ma- 
cedonia, presso  il  capo  di  Loro,  con 
l)uon  porto.  Un  tempo  fu  assai  ri- 
nomata tanto  per  le  cave  di  mar- 
mo, che  per  l'amianto,  con  cui  for- 
mavasi  una  tela  incombustibile.  Al- 
cuno la  chiama  anche  Castel-Ros- 
so. Nel  quinto  secolo  vi  fu  eretta 
una  sede  vescovile,  suffraganea  di 
Calcide  di  Negroponte  ;  ma  oggidì 
è  un  vescovato  in  parlibus,  sogget- 
to alla  medesima  metropolitana,  il 
cui  titolo  ultimamente  dall'  odier- 
no Pontefice  Gregorio  XVI ,  nel 
concistoro  de' 17  settembre  i838, 
fu  conferito  a  d.  Giuseppe  Gioac- 
chino Goldtmann,  per  aver  trasla- 
tato  alla  sede  di  Beauvais  l' attuai 
vescovo,  che  il  godeva. 

CARITÀ^  (s.)  Questa  santa,  uni- 
tamente alle  due  sorelle  s.  Fede  e 
s.  Speranza,  sostenne  glorioso  mar- 
tirio nel  regno  di  Adriano.  La  ma- 
dre di  loro  s.  Sofia ,  condotta  da 
riverenza  alle  virtù  teologali,  impo- 
se alle  tre  sue  figliuole  questi  no- 
mi, e  dopo  averle  allevate  nel  ti- 
mor santo  di  Dio,  destò  nei  loro 
petti  il  desiderio  di  morire  per  lui, 
e  le  vide  ripiena  di  santa  letizia, 
versare  il  sangue  per  Gesù  Cristo. 
I  nomi  di  queste  tre  sante  sorelle 
sono  celebri  nelle  chiese  d' Oriente 
non  meno  che  in  quelle  dell'  Occi- 
dente. 

CAR1TA\  Ordine  militare.  En- 
rico III,  re  di  Francia  sedette  su 
quel  trono  dal  1^74  fino  al  1^89, 
epoca  della  sua  morte.  In  vantag- 
gio dei  militari  resi  imperfetti  nel- 
le membra    [>cgli    avvenimenti  della 


CAR  3i 

guerra,  isfituì  l'Ordine  della  Carità 
cristiana.  QuelH,  che  vi  erano  am- 
messi ,  dovevano  portare  una  croce 
al  sinistro  lato  del  mantello,  stabi- 
lendo ,  che  la  croce  dovesse  essere 
circondata  dal  motto,  ricamato  in 
oro:  per  aver  fedelmente  servito, 
volendo  dare  così  un  premio  d'in- 
coraggiamento a  quelli,  che  in  servi- 
gio del  proprio  sovrano ,  e  per  la 
gloria  della  nazione  aveano  affron- 
tato valorosamente  i  pericoli.  Ma 
quest'Ordine  terminò  colla  vita  del 
suo  fondatore. 

CARITA\  Ordine  religioso ,  sta- 
bilito da  s.  Giovanni  di  Dio  in  ser- 
vigio degli  ammalati ,  volgarmente 
chiamati  Benf rateili.    Vedi. 

CARITÀ".  Congregazione  de' fra- 
ti di  s.  Ippolito.  Verso  l'anno  i585 
un  pio  uomo  chiamato  Bernardino 
Alvarez  del  Messico  nelle  Indie  oc- 
cidentali, animato  dallo  spirito  di 
carità  pel  prossimo,  che  guidò  san 
Giovanni  di  Dio,  prima  formò  una 
società  di  persone  divote ,  perchè 
avessero  cura  de'  poveri  infermi,  e 
poi  fondò  per  essi  un  ospedale  fuori 
della  città  di  Messico ,  col  titolo  di 
s.  Ippolito.  Avvegnaché  nel  giorno 
di  questo  santo  si  era  convertita 
qiXella  città  dall'idolatria  alla  fede 
cattolica,  formò  colla  detta  società 
una  confraternita ,  con  apposite  re- 
gole. Furono  queste  confermate  da 
Gregorio  XIII,  insieme  all'erezione 
dell'ospedale,  e  da  Sisto  V,  il  quale 
esentò  l'istituto  altresì  dalla  giurisdi- 
zione degli  Ordinari.  Si  accrebbero 
gli  ospedali  da  loro  fabbricati,  onde 
la  congregazione  prese  il  nome  della 
Carità  di  s.  Ippolito.  Clemente  VIII, 
con  breve  de'  2  aprile  1594,  accor- 
dò a  questi  spedalieri  tutte  le  grazie 
ed  esenzioni  concesse  da  s.  Pio  V, 
Gregorio  XIII  e  da  Sisto  V  a  quei 
di  s.  Giovanni  di  Dio.  Non  facevano 


3i  CAR 

però  gli  spedalieri  di  s.  Ippolito,  che 
due  voti,  semplici  di  castità  e  di 
povertà  ;  ma  non  credendosi  obbli- 
gati a  perseverare  nella  congregazio- 
gazione ,  l' abbandonavano  quando 
loro  piaceva.  Il  generale,  che  avea 
il  titolo  di  maggiore,  con  alcuni  suoi 
religiosi  ricorse  allo  stesso  Clemente 
Vili,  il  quale  con  una  bolla,  data 
il  primo  ottobre  i594,  gli  olabligò 
in  avvenire  di  fare  i  voti  di  peipe- 
tua  ospitalità  ed  ubbidienza,  in  vece 
degli  altri  due,  e  volle  che  fossero 
emessi  anco  da  coloro,  che  già  com- 
ponevano la  congregazione. 

In  seguito  nacque  da  ciò  un  dis- 
ordine ,  a  cui  riparò  fr.  Gio.  Ga- 
breia  procuratore  generale  di  essi 
con  ricorrere  al  Pontefice  Innocen- 
zo XII,  e  domandando  a  nome  dei 
suoi  confratelli  la  licenza  di  pronun- 
ziare i  voti  solenni,  sotto  la  regola 
di  s.  Agostino,  fece  istanza,  che  ai 
venti  spedalieri  più  anziani  (dai  qua- 
li secondo  l'ordinamento  di  Clemen- 
te VIII  doveva  eleggersi  il  generale, 
o  maggiore),  si  sostituissero  altri 
venti  più  esperimentati  e  capaci.  Il 
Papa  aderì  alla  prima  parte  della 
domanda,  e  con  la  bolla.  Ex  debito^ 
de'  20  maggio  1700,  che  si  legge 
nel  tomo  IX,  p.  539  del  Bollano, 
permise  loro  di  fare  i  voti  solenni 
di  povertà,  castità,  ubbidienza  ed 
ospitalità,  e  di  professare  la  regola 
di  s.  Agostino.  Eresse  la  congrega- 
zione in  Ordine  religioso,  conferman- 
dole i  privilegi  de'  suoi  predecessori, 
e  la  prese  sotto  la  protezione  della 
Santa  Sede,  ma  in  quanto  all'elezio- 
ne del  maggiore,  non  volle  innovare 
cosa  alcuna.  Indi,  a  1 1  giugno  del- 
l'anno stesso,  mediante  la  costituzio- 
ne. Ex  injuncto ,  approvò  pure  le 
costituzioni  ,  fra  le  quali  una  ve 
n'è,  che  i  frati  dell'Ordine  debbano 
essere  laici,  e  che  un  solo  sacerdote 


CAR 
vi  sìa  in  ciascun  o.spedale,  e  questo 
sia  incapace  di  essere  superiore  della 
congregazione. 

In  oltre  Clemente  XI,  ai  17  giu- 
gno 1701,  col  disposto  della  coslilu- 
zione ,  Injiincti ,  presso  il  tomo  X 
par.  I  del  citato  Bollario,  concedette 
a  questi  spedalieri  della  carità  di 
s.  Ippolito  la  comunicazione  de'  pri- 
vilegi degli  Ordini  mendicanti,  e  dei 
chierici  regolari  ministri  degli  infer- 
mi, di  che  pur  godono  que*  dell'Or- 
dine di  s.  Giovanni  di  Dio.  Con 
quest'Ordine  quelli  di  s.  Ippolito  con- 
vengono altresì  nella  forma  dell'abi- 
to, ne  differiscono  che  nel  colore, 
poiché  per  quello  di  s.  Ippolito  è 
tanè,  e  pei  Benfratelli  (Vedi)  pre- 
sentemente è  nero. 

Poco  di  poi,  considerando  lo  stesso 
Clemente  XI ,  che  dovendo  essere 
un  solo  sacerdote  in  ciascun  ospe- 
dale, poteva  accadere  che  per  la 
morte  di  esso  dovesse  restare  alcun 
ospedale  per  tempo  notabile  senza  sa- 
cerdote, cioè  almeno  fino  alle  più  pros- 
sime tempora,  affinchè  ne  fosse  or- 
dinato un  altro ,  permise  ai  7.5  giu- 
gno 1701,  colla  costituzione,  Cuin 
sicut ,  che  i  chierici  di  questa  con- 
gregazione si  potessero  ordinare  fuori 
di  dette  tempora.  E  vedendo  Inno- 
cenzo XIII,  che  alcune  costituzioni 
d'Innocenzo  XII  non  erano  state 
trovate  utili  all'  istituto,  ai  7  agosto 
1722,  le  corresse,  e  le  accrebbe  col- 
r  autorità  del  suo  breve.  Ex  poni , 
riportato  dal  Bollario  romano,  al 
tomo  XII,  part.  II,  pag.  2  5o.  Cle- 
mente XII  poi,  a'  19  aprile  i73i  , 
in  virtù  della  costituzione,  Emana" 
vit,  presso  il  tom.  XIII  del  Bollario, 
stabilì  che  in  ciascun  ospedale  vi 
fossero  due  sacerdoti,  i  quali  però, 
come  prescrisse  colla  costituzione , 
Nuperj  de'  7  ottobre  i735,  non  po- 
tessero godere,  come  nell'Ordine  dei 


CAR 

Benfratelli,  alcuna  prelatura  nella 
congregazione,  nella  quale  determi- 
nò ancora  col  contenuto  della  costi- 
tuzione, Clini  sicutj  che  in  luogo  di 
tre  anni ,  come  si  faceva  prima ,  si 
celebrassero  i  capitoli  generali  di  sei 
in  sei  anni. 

CARITA'(IsTiTUTO  della).  Congre- 
gazione religiosa j,  ch'ebbe  origine 
nel  1828  sopra  il  sagro  monte  Cal- 
vario di  Domodossola  nella  diocesi 
di  Novara  per  opera  del  sacerdote 
conte  Antonio  Rosmini  Serbati,  ec- 
clesiastico esemplare,  ed  autore  ce- 
lebratissimo  di  opere  filosofico-mo- 
rali, il  quale  impiegò  tutte  le  sue 
fortune  in  vantaggio  della  medesi- 
ma congregazione,  nata  e  sviluppa- 
ta sotto  gli  auspici  del  Cardinal 
Giuseppe  Morozzo,  vescovo  di  No- 
vara, non  meno  che  del  piissimo 
Carlo  Alberto  re  di  Sardegna .  I 
membri  di  questo  rispettabile  istitu- 
to, composto  di  sacerdoti  e  di  lai- 
ci, hanno  per  fine  la  propria  e  l'al- 
trui perfezione  e  santificazione,  pro- 
curata coi  vicendevoli  aiuti,  che  si 
trovano  in  una  società  religiosa,  ed 
esercitante  quelle  opere  di  carità,  le 
quali  loro  sono  possibili,  e  vengono 
ad  essi  domandate.  Il  perchè  qualun- 
que pia  opera  da  essi  viene  riguardata 
come  essenziale  occupazione  dell'  isti- 
tuto, non  escluso  l'insegnamento  nel- 
le scuole,  ed  il  servigio  negli  ospe- 
dali ec,  anzi  in  quanto  ad  essi  i 
membri  di  questo  istituto  predili- 
gono i  ministeri  più  bassi,  e  me- 
no considerati.  Se  niente  venga  lo- 
ro domandato,  attendono  nelle  loro 
chiese  alla  preghiera,  ed  allo  studio 
nelle  loro  case.  Si  propongono  poi 
in  un  modo  speciale  di  prestar  ogni 
ossequio  a'  vescovi,  e  di  servirli  in 
ciò,  eh'  essi  desiderano  .per  lo  bene 
del  loro  gregge.  E  quando  sieno  ri- 
chiesti da  alcun  superiore    ecclesia- 

YOL.    X. 


CAR  33 

stico,  o  da  alcun  semplice  fedele, 
sono  pronti  a  prestarsi  per  quanto 
è  dato  lor  di  potere.  Fanno  i  voti 
semplici  e  perpetui  ;  con  questa 
condizione  però,  che  sieno  stabiUti 
dietro  il  giudizio  de' loro  superiori. 
Alcuni  scelti  dal  superiore  emetto- 
no anche  un  quarto  voto  delle  mis- 
sioni al  Sommo  Pontefice,  ponen- 
dosi a  disposizione  di  lui. 

Possono  appartenere  a  questo  i- 
stituto,  oltre  che  i  membri  legati 
con  voto,  anche  altri  fedeli  senza 
voti  per  mera  divozione,  al  fine  di 
prendere  parte  all'  esercizio  di  quel- 
le opere  di  carità,  che  l'istituto  a- 
vesse  occasione  di  assumere.  I  su- 
periori di  questo  istituto  sono  pri- 
mieramente un  superiore  generale,  e 
secondariamente  de' superiori  parti- 
colari da  lui  proposti  ne'  vari  luo- 
ghi, secondo  i  diversi  peculiari  biso- 
gni. Quelli,  che  desiderano  qualche 
servigio  dall'  istituto,  si  rivolgono  ai 
superiori  del  medesimo,  i  quali  so- 
no obbligati  di  riceverlo  senza  ave- 
re nessun  riguardo  a'  temporali  in- 
teressi ,  purché  sieno  certi  di  ave- 
re de'  soggetti  capaci  di  questo  in- 
carico; ma  nel  caso  contrario,  han- 
no il  diritto  di  non  assumere  l'o- 
pera ricercata. 

Tra  le  opere  caritatevoli^  in  cui 
questa  congregazione  ebbe  occasio- 
ne di  adoperarsi  fino  dal  principio, 
una  si  fu  la  conversione  dei  prote* 
stanti,  che  vanno  a  Domodosso- 
la dalla  vicina  Svizzera.  Pietro  Fa- 
vre  del  cantone  di  Vaud,  la  mo- 
glie e  la  figlia  di  lui  furono  i  pri- 
mi, di  cui  i  sacerdoti  della  carità 
abbiano  ricevuta  1' abiura  nel  1828, 
e  dopo  quel  tempo  ne  istruirono 
nella  fede  cattolica  e  indussero  ad 
abiurare  un  gran  numero,  fra  i 
quali  si  conta  anche  la  nobile  don- 
zella inglese  Letizia  Frelawny,  figlia 
3 


34  CAR 

ilei  baronetto  Guglielmo  Frelawny, 
membro  del  parlamento  nella  ca- 
mera dei  comuni  per  la  contea  di 
Corno  vaglia.  L'abiura  di  questa  don- 
zella fu  ricevuta  dal  sullodato  Car- 
dinal Morozzo  ai  i3  ottobre  i833, 
e  ne  pai'larono  le  Memorie  di  Reli- 
gioncy  e  di  letteratura  di  Modena, 
t.  III.  p.  449,  e  seg. 

I  membri  di  questa  congregazio- 
ne furono  chiamati  successivamente 
nel  Tirolo  italiano,  nella  Savoja,  e 
neir  Inghilterra.  Presentemente  si 
trovano  in  due  distretti  di  quel  re- 
gno, cioè  neir  occidentale  e  nel  me- 
dio, de' quali  sono  -vicari  apostolici 
monsignor  Baines  vescovo  di  Siga , 
e  Walsh  vescovo  di  Cambisopoh.  Il 
sacerdote,  che  col  titolo  di  vice- 
provinciale regge  presentemente  l'i- 
stituto in  Inghilterra,  è  d.  Giovan- 
ni Battista  Pagani,  noto  per  le  pie 
opere  da  lui  stampate.  Nel  i835, 
il  detto  regnante  re  di  Sardegna 
Carlo  Alberto  esibì  all'istituto  del- 
la Carità  l'antica  Badia  di  s.  Miche- 
le della  Chiusa  nella  diocesi  e  provin- 
cia di  Susa  in  Piemonte,  per  prov- 
vedere al  decoro,  e  alla  venerazione 
di  quel  santo  luogo,  già  un  tempo 
floridissimo  monistero,  detto  capo  dei 
suo  Ordine.  A  tal  fine  impetrò  dal 
Papa  regnante  Gregorio  XVI  un 
breve,  che  fu  spedito  ai  23  agosto 
i836,  e  col  quale  il  Pontefice  con- 
ferì all'istituto  della  Carità,  l'  am- 
ministrazione e  il  godimento  di  det- 
ta abbazia.  I  padri  della  Carità  vi 
entrarono  nell*  ottobre  dello  stesso 
anno.  Contemporaneamente  il  me- 
desimo religiosissimo  re  di  Sardegna 
fece  trasportare  in  quella  chiesa 
abbaziale  le  spoglie  mortali  di  vari 
principi  suoi  antenati  ;  nella  quale 
occasione,  l'abbate  Gustavo  de'  conti 
Avogadro  di  Valdengo  pubblicò  la 
Storia  dell* Abbazia  ec. ,  Novara  1837. 


CAB 

In  questo  anno  si  apri  una  nuo- 
va casa  dell'  istituto  della  Carità  nel- 
la medesima  città  di  Domodossola,  e 
l'ottimo  e  benemerito  conte  Giacomo 
Mellerio  le  affidò  la  direzione  degli 
studi  del  suo  ginnasio,  con  appro- 
vazione della  regia  riforma,  a  cui 
fu  poi  aggiunto  un  convitto  di  gio- 
vanetti, e  lo  studio  della  filosofia. 
A  Stresa  sul  lago  maggiore,  in  a- 
mena  posizione,  havvi  il  noviziato  del- 
l'istituto,  in  un  edifizio  apposita- 
mente fabbricato.  Finalmente  il  pre- 
fato Sommo  Pontefice ,  con  lettere 
apostoliche  dei  20  settembre  1839, 
che  incominciano.  In  sublimi  mili- 
tantis  Ecclesìae  solio  ,  ha  canoni- 
camente approvata  questa  religiosa 
congregazione,  i  cui  membri  vesto- 
no abito  talare  di  color  nero,  della 
comune  forma  ecclesiastica. 

CARITÀ".  Ordine  religioso  del- 
la b.  Vergine.  Esso  fu  istituito  da 
certo  Guido  signore  di  Joinville  nel- 
la diocesi  di  Chalons-sur-Marne  in 
Francia,  nel  declinar  del  secolo  XIII, 
colla  regola  di  s.  Agostino  ,  come 
racconta  l' annalista  Spondano  al- 
l'anno  1290.  I  religiosi  ebbero  poi 
in  Parigi  un  convento  chiamato  Bil- 
lettes.  I  Pontefici  Bonifacio  Vili  e 
Clemente  VI,  eletto  nel  i342,  con 
autorità  apostolica  approvarono  que- 
st'  Ordine,  che  per  altro  essendosi 
poco  propagato,  non  ebbe  lunga 
durata. 

CARITÀ'  DELIA  Madonna.  Ordine 
delle  religiose  ospitalarie.  Nel  1624 
Simona  Gaugain,  ad  imitazione  dei 
Benfratelli,  volle  istituire  in  Parigi 
le  monache  per  servir  }e  donne  in- 
ferme. A  tal  effetto  acquistò  una 
casa  presso  il  convento  de'  minimi, 
ed  insieme  ad  alcune  compagne, 
pose  le  fondamenta  del  suo  Ordine, 
ufficio  del  quale  è  appunto  quello  di 
assistere   le   donne  inalate  negli    o- 


CAR 

spedali.  Superata  dalla  fondatrice 
ogni  difficoltà,  non  senza  particola- 
re assistenza  divina,  poscia  terminò  i 
suoi  giorni  in  Parigi  ai  i4  ottobre 
i655,  piena  di  meriti  e  col  nome  di 
madie  Francesca  della  Croce. 

Seguivano  queste  religiose  ospi- 
taliere le  costituzioni,  che  ai  20  lu- 
glio 1628  loro  diede  Gianfrancesco 
de  Gondy,  arcivescovo  di  Parigi,  e 
che  furono,  nel  i633,  approvate  da 
Urbano  Vili. 

In  principio  professarono  la  re- 
gola del  terzo  Ordine  di  s.  Fran- 
cesco, indi  adottarono  quello  di  s. 
Agostino,  stabilendo  però  che  al  ve- 
spero  e  al  mattutino  si  facesse  com- 
memorazione dei  due  santi,  cele- 
brandone la  festa  con  rito  di  pri- 
ma classe.  Aveano  fondati  ospedali 
presso  i  loro  monisteri,  in  cui  ri- 
cevevano le  donne  inferme,  non  pe- 
rò di  mali  incurabili  e  contagiosi. 
Molto  per  la  Francia  si  sono  esse  pro- 
pagate, e  facevano  i  tre  voti  ordi- 
nari, non  che  quello  di  esercitare  i 
detti  uffizi  ospitalieri  colle  femmine. 
L' abito  loro  era  di  panno  bigio,  cinto 
di  un  cordone  bianco  con  uno  sca- 
polare di  tela  bianca.  Nelle  funzioni 
usavano  un  manto  egualmente  bi- 
gio, ed  esercitavansi  in  altre  pie  pra- 
tiche, come  riporta  il  p.  Annibali, 
nel  suo  Compendio  della  storia  de- 
gli Ordini  regolari,  parte  III.  p. 
1^5  e  seg. 

CARITÀ^  (Sorelle  della).  Ordi- 
ne di  mònache  istituito  da  s.  Vin- 
cenzo de  Paolis,  e  da  madama  Lui- 
gia di  Marillac,  vedova  di  Antonio 
le  Gras,  dette  anche  Figlie  della 
Carità,  e  suore  grigie.  Questa  pia 
signora,  essendole  morto  il  marito 
nel  1625,  si  pose  sotto  la  direzione 
di  s.  Vincenzo,  che  avea  fondata 
la  congi-egazione  de'  Signori  della 
Missione.   Egli  la  impiegò  negli  sta- 


CAR  35 

bilimenti  di  carità,  che  andava  fon- 
dando, massime  in  Parigi;  ma  ella 
col  medesimo  suo  direttore  volle 
stabilire  quest'Ordine  composto  di 
zitelle ,  per  servire  i  poveri ,  aver 
cura  de'  vecchi,  de'  fanciulli  e  degli 
infermi,  cui  la  vergogna  impedisce 
recarsi  ne'  pubblici  ospedali.  Il  no- 
viziato fu  stabihto  per  le  sue  seguaci 
in  Parigi  nel  sobborgo  s.  Denis,  con 
voti  semplici,  e  cinque  anni  di  pro- 
ve, e  sotto  la  direzione  de'  superio- 
ri della  congregazione  della  missio- 
ne. Assistevano  queste  monache  an- 
co gl'infermi  negli  ospedali,  visita- 
vano le  prigioni,  ed  istruivano  le 
fanciulle  povere.  L'istituto  propa- 
gossi  ovunque  dopo  la  morte  della 
benemerita  confondatrice  (che  se- 
gui ai  1 6  marzo  1 660  ) ,  -  sì  per 
tutta  la  Francia,  che  nella  Germa- 
nia, in  Polonia,  nelle  principali  città 
d' Italia ,  e  persino  in  America .  Le 
regole  di  quest'  Ordine  furono  scrit- 
te dallo  stesso  s.  Vincenzo  de  Paolis. 
Molte  altre  congregazioni  si  sono 
formate  in  appresso  sotto  il  nome  di 
figlie,  o  sorelle  della  carità,  e  per  lo 
piti  tutte  addette  agli  stessi  carita- 
tevoli esercizi,  e  composte,  o  presie- 
dute dalle  principali  dame. 

Correndo  l'anno  18 19,  nel  pon- 
tificato di  Pio  VII,  alcune  matrone 
romane  istituirono  in  Roma  puran- 
co  le  sorelle  della  Carità,  colle  re- 
gole presso  a  poco  conformi  alle  sud- 
dette, ed  ai  2  febbraio  1820,  con 
autorizzazione  pontificia  il  Cardinal 
Litta,  allora  vicario  di  Roma,  ne 
fece  la  canonica  erezione  nella  chie- 
sa di  s.  Maria  de*  Monti,  costituen- 
done il  parroco  a  perpetuo  diretto- 
re ,  sotto  la  presidenza  de'  Signori 
della  Missione,  i  quali  debbono  in- 
tervenire alle  congregazioni,  che  si 
tengono  dalle  sorelle.  Sono  escluse 
le  donzelle,  e  solo  ammesse  a  farne 


i 


36 


CAR 


parie  le  vedove  e  le  maritate.  Il 
loro  impiego  consiste  nel  visitare  due 
volte  per  settimana  nelle  proprie  ca- 
se i  poveri  infermi  cronici  d'ambo 
i  sessi ,  esclusi  dai  grandi  ospedali , 
somministrar  loro  il  medico,  il  chi- 
rurgo e  i  medicinali  gratuitamen- 
te, assistendoli  eziandio,  come  si  ag- 
gi-avino  nel  male,  sì  di  giorno  che 
di  notte.  Fm  le  sorelle  una  ha  il 
titolo  di  superiora  ;  ed  un  analogo 
discorso ,  che  si  fa  loro  in  ogni  mese, 
infervora  le  esemplari  sorelle  al  ca- 
ritatevole ed  utile  ufficio.  Esse,  nel 
1826,  si  estesero  nella  parrocchia 
di  s.  Agostino,  e  in  quella  di  s.  Sal- 
vatore in  Lauro  de' March eggiani,  e 
successivamente  in  altre  parrocchie. 
Ne  si  deve  passar  sotto  silenzio,  che 
queste  «orelle  nei  casi  di  bisogno  si 
prestano  reciprocamente  assistenza. 
Nel  piedetto  anno  1826,  furono  stam- 
pate in  Roma  le  Regole  della  corri' 
pagaia  della  Carità  istituita  da  s. 
F'incenzo  de  Paolis,  ec,  e  di  essa 
tratta  monsignor  Morichini,  Degli 
istituti  di  pubblica  carità,  ec,  pub- 
bhcati  in  Roma  nel  1882,  alla  parte 
I,  capitolo  XI. 

La  pia  principessa  d.  Teresa  Bo- 
ria Pamphilj ,  volendo  introdurre 
negli  ospedali  femminili  in  Roma  le 
sorelle  della  Carità,  fondò  nel  182  i 
una  congregazione  di  esse  col  titolo 
di  ospitala  rie,  le  quali  furono  col- 
locate neir  arcispedale  del  ss.  Salva- 
tore al  Laterano,  approvandone  le 
regole,  nel  1827,  Leone  XII.  Nel 
medesimo  anno  si  stamparono  Co- 
stituzioni per  la  congregazione  del- 
le ospitalarie^  detta  della  misericor- 
dia, e  quindi  furono  confermate  dal 
regnante  Pontefice.  Fanno  esse  quat- 
tro voti  semplici,  di  povertà,  casti- 
tà, obbedienza  ed  ospitalità.  Posso- 
no essere  zitelle,  o  vedove,  ed  il  lo- 
10  abito  è  di  saia  nero.    Si  divido- 


CAR 
no  in  oblate  e  in  converse,  ed  os- 
servano la  vita  comune.  Fanno  tutti 
gli  ufficii  relativi  all'  assistenza  del- 
le inferme,  comprese  quelle  della 
bassa  chirurgia.  La  loro  utilità  ed 
esemplarità  mosse  il  regnante  Gre- 
gorio XVI  a  stabilire  queste  ospita- 
larie  anche  nell'  arcispedale  di  s. 
Giacomo  in  Augusta  nel  quartiere 
delle  donne,  il  che  effettuò  nel  i834, 
con  benefìzio  e  vantaggio  dello  stabi- 
limento, per  la  vigilante  ed  esemplar 
carità,  colla  quale  sì  benemerite  suo- 
re assistono  le  malate.  F.  Ospe- 
dali. 

CARITÀ'  DELLA  Madonna.  Con- 
gregazione di  religiose.  Il  p.  Odone, 
fondatore  della  congregazione  dei 
preti,  da  lui  detti  Odonisti,  sotto 
r  invocazione  di  Gesù  e  Maria ,  fa- 
cendo le  missioni ,  convertì  molte 
donne  peccatrici,  le  quali  ai  25  no- 
vembre 1641,  da  lui  furono  rin- 
chiuse in  una  casa  nella  città  di 
Caen.  Aumentandosi  il  loro  nume- 
ro, stabilì  d'istituire  colla  regola 
di  s.  Agostino  un  nuovo  Ordine  di 
reUgiose,  che  ai  tre  soliti  voti  ag- 
giungessero il  quarto,  d'impiegarsi 
cioè  nelle  istruzioni,  e  nella  cura  del- 
le donne  pencolanti.  Il  p.  Odone 
scrisse  per  esse  ancora  le  regole  con- 
fornii a  quelle  delle  monache  della 
Visitazione,  meno  alcune  particola- 
rità proprie  di  questo  istituto.  For- 
mò pure  le  costituzioni  per  le  pe- 
nitenti, ordinando  fra  le  altre  cose, 
che  abitassero  separate  dalle  mona- 
che, e  che  fosse  la  congregazione 
diretta  dalle  religiose  della  Visitazio- 
ne. Ai  2  gennaio  1666,  Alessandro 
VII  con  sua  bolla  l'eresse  però  in 
Ordine  religioso,  per  cui  ben  pre- 
sto si  diffuse  in  diversi  luoghi  di 
Francia.  L'abito,  lo  scapolare,  e  il 
manto  sono  di  color  bianco,  ma  il 
velo  pel  capo  è  nero.   Sullo  scapo- 


I 


CAR 
lare  evvi  un  cuore  di  argento  colla 
b.  Vergine  ed  il  Bambino  scolpiti, 
giacche  il  p.  Odone  inculcò  alle  mo- 
nache lina  particolare  divozione  al 
Cuor  di  Gesù  e  di  Maria.  Il  perchè 
celebrarono  la  festa  del  Cuore  di 
Maria  sino  dal  i643,  mediante  l'ap- 
provazione di  parecchi  vescovi  di 
Francia,  e  la  conferma  dei  Sommi 
Pontefici,  e  poscia  celebrarono  anco 
quella  del  Cuore  di  Gesti. 

CARITÀ'  (Figlie  della).  Congre- 
gazione di  religiose.  L'istituto  delle 
così  dette  Figlie  della  Carità  ebbe 
principio  nella  città  di  Verona  nel- 
l'anno 1808.  L'illustre  e  piissima 
dama  Maddalena  de'  marcnesi  di 
Canossa  ne  fu  la  benemerita  fonda- 
trice; e  Leone  XII  con  amplissimo 
breve  apostolico  de'  28  dicembre 
1828,  ne  confermò  pienamente  le 
regole.  Trovasi  questa  istituzione 
oramai  diffusa  per  quasi  tutto  il  re- 
gno lombardo-veneto ,  ed  anche  al 
di  là  di  esso,  con  sommo  vantag- 
gio della  popolazione,  mediante  l' e- 
ducazione  che  riceve  la  gioventti  più 
povera  ed  abbandonata ,  e  l' assi- 
stenza che  si  presta  da  queste  -ali- 
giose  alle  inferme  negli  ospedali,  non 
meno  che  l' istruzione  alle  contadi- 
ne per  sostenere  l'uffizio  di  maestre 
nelle  ville,  colla  pratica  ad  un  tem- 
po degli  spirituali  esercizii  ne'  loro 
moni  steri  a  comodo  e  vantaggio 
della  classe  più  agiata  delle  città. 

CARITONE.  Ordine  religioso. 
Esso  fu  celebre  nell'oriente,  e  vanta 
origine  antichissima,  dappoiché  ri- 
conosce per  fondatore  s.  Caritone 
di  Iconio,  discepolo  di  s.  Tecla,  e 
di  s.  Paolo  primo  eremita.  Neil'  im- 
pero pertanto  di  Aureliano  egli  pa- 
ti tormenti  e  persecuzioni  siccome 
confessore  della  fede  di  Gesù  Cri- 
sto, e  solo  alla  di  lui  morte  usci 
di  prigione,  e  recossi  in  Gerusalem- 


CAR  37 

me.  Liberato  miracolosamente  dalle 
sevizie  di  alcuni  malandrini,  diven- 
ne anche  possessore  del  loro  dana- 
ro, col  quale  edificò  una  chiesa  con 
romitorio,  che  prese  il  nome  di 
Phai^os.  Ivi  molti  ricevettero  da  lui 
il  battesimo,  ed  altri  elessero  di  vi- 
vere sotto  la  sua  direzione  solita- 
riamente, con  vesti  di  ciHcio  e  par- 
chissimo cibo,  attendendo  ad  opere 
eziandio  manuali,  ed  osservando  le 
regole,  che  il  fondator  loro  aveva 
composte.  Indi  partì  s.  Caritone  a 
fondare  altro  romitorio,  chiamato 
Sucam,  ove  grande  fu  il  concorso 
delle  persone  per  seguirne  il  vivere 
religioso.  Ma  il  nostro  santo,  per 
maggior  austerità,  abitava  in  una 
spelonca  detta  cremastos  o  pensile,, 
perchè  non  poteva  ascendervisi  che 
mediante  una  scala,  finche  santa- 
mente morì  nel  pontificato  di  san 
Giulio  I,  eletto  l'anno  336.  L'abito 
di  questi  religiosi  era  di  colore  leo- 
nino, con  cappuccio  simile  nella 
forma  a  quello  dei  greci.  Riferisce 
Isidoro,  che  tanto  si  accrebbero, 
che  in  un  solo  monistero  eretto 
dallo  stesso  istitutore,  si  contavano 
più  di  mille  monaci,  ed  Apollonio 
aggiunge,  che  talvolta  se  ne  nume- 
rarono cinque  mila.  K.  Il  Lippoma- 
no  nelle  Vite  de  Padri  di  quest'  Or- 
dine a' 28  settembre. 

CARLISLE  (  Carleoluni) .  Città 
vescovile  d'Inghilterra,  capo  luogo 
della  contea  di  Cuberland,  situata 
in  mezzo  ad  amene  pianure  al  con- 
fluente dell'Eden,  e  del  Caldew.  Fu 
chiamata  anche  Luguvalluni  _,  ed  il 
«uo  nome  significa  città  presso  il 
muro,  perchè  è  vicina  a  quello  edi- 
ficato dai  romani  per  difendere  i 
bretoni  dalle  scorrerie  dei  calcedo- 
ni. Nel  castello,  edificato  nel  VII 
secolo,  da  Egfrido  re  di  Northum- 
berland,    stette    prigione    la    regina 


38 


CAR 


di  Scozia,  r  infelice  Maria  Stuard. 
Dopo  di  aver  fiorito  sotto  il  domi- 
nio de' romani,  ne*  primordii  del 
IX  secolo,  fu  rovinata  dai  danesi. 
Nel  regno  di  David  sovrano  di  Sco- 
zia appartenne  Carlisle  alla  Scozia, 
e  tanto  piacque  la  sua  posizione  a 
Guglielmo  li,  che  montato  sul  tro- 
no inglese,  nel  io83,  la  fece  rifab- 
bricare. Sotto  la  dominazione  di 
Enrico  III  fu  incendiala  dagli  scoz- 
zesi, disastro,  che  per  avvenimento 
fortuito  si  rinnovò  in  quello  di 
Odoardo  I.  Indi  fortificolla  Enrico 
Vili,  e  il  generale  Lesly  la  superò 
nel  i644>  ^  ^^1  174^  cadde  in 
pótei'e  del  pretendente  Odoardo 
Stuard  ;  ma  il  duca  di  Cumberland 
subito  la  fece  tornare  all'ubbidienza 
deir  Inghilterra. 

Alla  fine  del  secolo  XI  venne 
edificato  in  Carlisle  un  monistero 
di  canonici  regolari,  mediante  1'  e- 
redità  di  certo  Vauthier.  La  chie- 
sa, magnificamente  fabbricata  con 
disegno  sassone  gotico  ,  talmente 
piacque  ad  Enrico  I,  e  a  Turstand 
arcivescovo  di  Yorck,  che  fu  eretta 
in  cattedrale  suffraganea  a  detta 
metropoli,  coli 'approvazione  del  som- 
mo Pontefice  Innocenzo  II  verso 
Tanno  ii33,  anche  per  togliere  le 
differenze  giurisdizionali,  che  nasce*» 
▼ano  tra  il  vescovo  di  Glascow,  e 
quello  di  Yorcli,  onde  ne  fu  pre^ 
posto  a  primo  vescovo  un  tal  A- 
delvraldo,  scelto  dai  canonici  con 
indulto  apostolico .  Nelle  vicende 
della  riforma  ,  soggiacque  questa 
sede  alla  sorte  delle  altre,  e  in  par- 
te la  cattedrale  fu  demolita;  però 
ancora  esiste  il  vasto  suo  coro.  Vi 
ha  pure  in  Carlisle  la  chiesa  di  san 
Curberto  degna  di  memoria;  ma 
ora  questa  città  è  sede  d'un  ve- 
scovo anglicano,  ed  ha  il  titolo  di 
contea. 


CAR 
CARLO  Borromeo'  (s).  Di  Giber- 
to Borromeo  e  di  Margarita  de' Me. 
dici,  sorella  di  Giannangelo  poi  Pon- 
tefice, nacque  questo  santo  nel  castel- 
lo di  Arona  a'  2  di  ottobre  dell'an- 
no  i538.  I  genitori  di  lui,  se  era- 
no distintissimi  per  la  nobiltà  della 
nascita,  chiari  non  meno  rendevan- 
si  per  la  santità  dei    costumi,    cosi 
che  il  loro  figliuolo  non  appena  co- 
nobbe la  grandezza  della  sua  origi- 
ne, che  sentissi  tratto  dal  loro  esem- 
pio all'  esercizio  delle  cristiane  virtù. 
Fanciullo  ancora,  dava  egli  non  dub- 
bi segni  di  quella  vocazione,  che  do- 
vea  renderlo  in  appresso  il  modello 
dei  pastori  della  Chiesa  di  Cristo,  poi- 
ché nulla  curante  dei  piaceri    anche 
innocenti,  cui  quella  età  è  di  ordinario 
inchinevole,  era    tutto  nelle  pratiche 
di    pietà,   e    nelle    opere  di    miseri- 
cordia. Cresciuto   negli  anni,  ricevet- 
te  la    chericale  tonsura,  e   compito 
il    dodicesimo    anno,   Giulio  Cesare 
Borromeo ,  zio  di    lui    gli  rassegnò 
la    abbazia  di  s.    Gratiniano  ^    e  s. 
Felino  ,    nel    territorio    di    Arona, 
che  da  lungo  tempo  era   posseduta 
da  persone   ecclesiastiche    di   quella 
illustre  famiglia.  Carlo,  cui  non  erano 
ignote  le  regole  della    Chiesa,    rap- 
presentò a  suo  padre,  che  delle  ren- 
dite di  quel  ricchissimo  beneficio  vo- 
leva fosse  distribuito  a'poverelli  quan- 
to sopravvanzava  alla  sua  educazio- 
ne, ed  al  servigio  della  Chiesa.  Pie- 
no di   compiacenza    il    buon    padre 
per  le  sante  intenzioni  del  figlio,  in- 
càricossi  ben  volentieri,  nella  mino- 
rità di  lui,  della  amministrazione  di 
quei  beni,  dandone  il  sopravvanzo  in 
limosina.  Studiò  Carlo  la  gramatica 
e  la  rettorica  in  Milano,  fu  indi  a 
Pavia  per  lo  studio  del   diritto    ci- 
vile e  canonico,  e,  l'anno    i55g,  di 
ritorno  da  Milano,  dove  erasi   con- 
dotto a  cagione  della  morte  di  suo 


CAR 
padre,  vi  prese  il  grado  di  dottore. 
Restituitosi  in  patria,  e  giuntagli  to- 
sto la  nuova,  che  il  Cardinale  de 
Medici,  suo  zio,  era  stato  innalzato 
alla  suprema  dignità  della  Chiesa, 
col  nome  di  Pio  IV,  anziché  insu- 
perbirsene, e  sentir  compiacenza  del- 
le universali  congratulazioni^  che  da 
tutta  Milano  se  ne  facevano,  pensò 
essere  pivi  savio  consiglio  il  ricorre- 
re a  Dio,  acciocché  si  degnasse  di 
non  permettere,  che  cadesse  in  va- 
nagloria ,  fermando  proposito  di 
non  partire  da  Milano  se  non  allo- 
ra che  per  obbedienza  lo  chiamasse 
il  Pontefice.  Non  andò  guari  di 
tempo,  che  il  Papa  lo  volle  a  sé,  e 
giunto  in  Roma,  lo  fece  segretario 
de'  memoriali,  protonotario  apostoli- 
co, e  referendario  d'ambedue  le  se- 
gnature. Dopo  un  mese  da  Pio  IV 
fu  creato  Cardinale  a'  3 1  di  gennaio 
dell'anno  i5i6o,  e  gli  venne  con- 
ferita la  diaconia  de'  ss.  Vito  e  Mo- 
desto. Quindi  nell'anno  appresso  fu 
nominato  arcivescovo  di  Milano ,  non 
contando  ancora  il  vigesimo  terzo  an- 
no di  età.  Non  è  a  dire  quanto  siasi 
adoperato  il  nostro  santo  per  non 
accettare  queste  onorevoli  cariche,  e 
quanto  fermamente  durò  in  sino  a  che 
gli  fu  concesso  di  rifiutare  la  digni- 
tà di  camerlengo,  di  grande  autori- 
tà ed  onorificenza,  ed  allora  la  più 
lucrosa  della  corte  romana.  Il  Pon- 
tefice, che  teneramente  lo  amava, 
non  già  per  la  parentela,  ma  per 
la  conoscenza  del  vero  suo  merito, 
e  perché  in  lui  vedeva  un  utile  e 
zelante  ministro  dello  stato ,  lo  inca- 
ricò pure  della  legazione  di  Bologna, 
della  Romagna  e  della  Marca  di  An- 
cona, stabilendolo  anche  protettore 
della  corona  di  Portogallo,  dei  Paesi- 
Bassi,  dei  cantoni  cattolici  della  Sviz- 
zera, e  degli  Ordini  religiosi  di 
s.  Francesco,  dei  carmelitani,   e  del- 


CAR  39 

1^  Ordine  gerosolimitano  di  Malta.  La 
maggior  gloria  di  Dio  era  1'  unico 
fine,  che  proponevasi  il  Borromeo 
in  ogni  sua  azione  e  imprendimento. 
Sempre  guidato  da  questo  pensie- 
ro, non  è  a  maravigliare  com'egli 
rispondesse  perfettamente  in  ogni 
suo  affare  al  desiderio  di  tutti  i 
buoni.  Fatto  più  agli  altri  che  a  se, 
non  risparmiava  fatica  pel  bene  del- 
lo stato  e  della  Chiesa ,  e  siccome 
in  mezzo  a  si  grandi  e  svariate  in*- 
cumbenze  non  é  difficile  il  prendere 
un  qualche  abbaglio,  egli,  che  non 
sentiva  molto  avanti  di  sé  stesso, 
amò  aversi  sempre  da  vicino  perso- 
ne di  specchiata  virtù  e  prudenza, 
le  quali  frequentemente  consultava, 
sottomettendosi  con  somma  docilità 
in  ogni  cosa  al  loro  giudizio.  Sape- 
va egli  così  saviamente  distribuire  il 
suo  tempo,  che  non  avea  giorno  in 
cui  alcuna  ora  non  consacrasse  alla 
orazione  ed  allo  studio,  e  preso  da 
caldo  amore  a  quest'ultimo,  ad  istil- 
larlo in  altrui,  e  ad  isbandir  l'ozio, 
istituì  nel  Vaticano  una  accademia 
di  ecclesiastici  insieme  e  di  laici ,  i 
quali  con  frequenti  tornate  doves- 
sero trattare  di  oggetti  riguardanti 
la  religione  ed  il  progresso  sempre 
maggiore  degli  ottimi  studi;  accade- 
mia di  cui  parlammo  al  suo  articolo, 
nel  voi.  I,  p.  4^  di  questo  Dhionario. 
Se  Carlo  alloggiò  in  Roma  un  magni- 
fico palazzo,  e  questo  elegantemente 
addobbato,  non  é  a  credersi  che  il 
cuore  di  lui  fosse  schiavo  della  am- 
bizione, poiché  anzi  se  esteriormente 
viveva  con  pompa,  affine  di  unifor- 
marsi all'uso  della  corte,  egli  sapeva 
mortificare  sé  stesso  anche  in  mezzo 
a  quella  grandezza,  e  perciò  si  rese 
più  meritevole  di  encomio  la  sua 
umiltà.  Quantunque  la  sua  assen- 
za da  Milano  non  fosse  volonta- 
ria,   ed  egU   prestasse    l'opera  sua 


4o  CAR 

al  bene  universale  della  Chiesa,  pu- 
ve  il  Borromeo  non  poteva  acquie- 
tarsi sul  fatto  della  residenza,  e  non 
fece  fine  a^  suoi  dubbi  se  non  quan- 
do il  pio  e  dotto  arcivescovo  di 
Braga,  Bartolommeo  de'  Martiri,  con 
saggia  decisione  lo  tranquillò  intiera- 
mente. Morto  l'unico  fratello  suo, 
nel  mese  di  novembre  dell'anno 
1 562,  e  rimasta  così  senza  consola- 
zione e  sostegno  quella  illustre  fa- 
miglia, i  suoi  amici  ed  il  Papa  me- 
desimo lo  persuadevano  a  lasciare 
lo  stato  ecclesiastico,  per  ripararne 
il  danno,  ma  egli  affine  di  liberarsi 
da  ogni  ulteriore  sollecitazione,  ri- 
cevette l'ordine  sacro  prima  che  ter- 
minasse quell'anno,  e  non  molto  ap- 
presso fu  fatto  gran  penitenziere,  ed 
arciprete  della  basilica  di  santa  Ma- 
ria Maggiore,  divenendo  in  seguito 
prete  del  titolo  di  santa  Prassede . 
Non  è  tacersi  quanto  egli  siasi  ad- 
operato ,  con  sommo  zelo  e  pru- 
denza ,  per  la  conclusione  del  conci- 
lio di  Trento,  avvenuta  l'anno  se- 
guente i563,  avvertendo  i  vescovi 
e  i  principi  del  cattivo  stato  di  sa- 
lute del  Papa ,  ed  eccitandoli  con 
caldissime  istanze  ad  affrettarne  il 
compimento  j  né  è  da  passarsi  sotto 
silenzio,  come  egli,  tostochè  fu  sciol- 
ta quella  venerabile  assemblea,  die- 
desi  ogni  premura  di  far  eseguire 
tutti  i  decreti,  che  riguardavano  la 
riforma  della  disciplina.  Non  appe- 
na seppe,  che  la  diocesi  di  Milano 
abbisognava  della  presenza  di  lui , 
a  togliere  alcuni  disordini,  ai  quali 
in  vano  si  studiava  di  rimediare  il 
piissimo  suo  vicario  generale  Orma- 
netto,  fece  istanza  al  santo  Padre, 
perchè  gU  permettesse  di  partire,  e 
cosi  ardentemente  ne  lo  pregò,  che 
ottenne  di  andare  a  Milano  per  te- 
nervi un  concilio  provinciale,  e  far 
la  visita  della   sua  diocesi .    Pio  IV 


CAR 
finalmente  glielo  concesse,  creatolo 
prima  suo  legato  a  Intere  per  tutta 
r  Italia.  Il  giorno  primo  di  settem- 
bre dell'anno  1 565  ,  s.  Carlo  parfi 
da  Roma,  e  trattenutosi  un  qualche 
giorno  a  Bologna,  di  cui  era  legato, 
fu  a  Milano,  dove  egli  venne  accollo 
con  le  dimostrazioni  della  più  sen- 
tita esultanza,  parendo  a  quel  popo- 
lo di  rivedete  in  lui  ricopiata  la 
immagine  di  s.  Ambrogio.  Non  mol- 
to dopo  il  suo  arrivo,  apri  il  santo 
arcivescovo  il  primo  concilio  provin- 
ciale ,  cui  intervennero  due  Cardi- 
nali forestieri  ed  undici  suffraganei 
di  Milano.  Fu  comune  l'ammirazio- 
ne nel  vedere  con  quanto  zelo  e 
pietà  venne  celebrato  questo  conci- 
lio da  un  giovane,  qual  era  s.  Carlo, 
di  soli  ventisei  anni  di  età.  Si  trattò 
principalmente  in  questo  concilio  in- 
torno alla  riforma  del  clero,  alla 
celebrazione  dell'offizio  divino,  all'am- 
ministrazione dei  ss.  Sacramenti,  al- 
la maniera  di  tenere  il  catechismo, 
tutte  le  domeniche  e  feste  dell'anno, 
in  ogni  chiesa  parrocchiale,  facen- 
dosi sopra  tutto  questo,  dei  sapien- 
tissimi regolamenti.  11  Pontefice,  to- 
sto che  ne  fu  informato,  scrisse  al 
nipote  le  sue  più.  confortanti  con- 
gratulazioni. Posto  termine  al  con- 
cilio, la  prima  cura  di  s.  Carlo  fu 
rivolta  alla  visita  della  sua  diocesi. 
Avuta  notizia,  che  il  Papa  era  gra- 
vemente ammalato,  parti  per  Roma, 
con  santa  libertà  scuoprì  allo  zio  il 
suo  pericolo  ,  e  volle  egli  stesso 
amministrargli  il  santo  Viatico  e 
l'estrema  unzione,  né  si  allontanò 
da  lui,  ma  unitamente  a  san  Filip- 
po Neri  lo  assistè  sino  alla  morte, 
che  avvenne  a'  io  dicembre  dell'an- 
no 1 5^5.  s.  Pio  V,  successore  a  que- 
sto Pontefice,  voleva  persuadere  il 
nostro  santo  a  trattenersi  in  Roma, 
come   per  lo  avanti,   ma  egU,  che 


CAR 
desiderava  di  riparare  ai  disordini 
della  sua  diocesi ,  pregò  il  Papa  a 
dispensamelo ,  sebbene  senza  riguar- 
do alcuno,  a  solo  bene  della  Chie- 
sa, ne  avea  promosso  V  esaltazione  ; 
e  rimastosi  con  lui  alcuni  gior- 
ni soltanto  per  informarlo  delle  co- 
se dello  stato.  Indi  rinunziò  le  cari- 
che che  disimpegnava ,  dalle  quali 
traeva  una  rendita  di  cinquanta 
mila  scudi;  ed  abbandonò  quella 
capitale,  giungendo  nella  sua  Mi- 
lano nel  mese  di  aprile  del  i566. 
Ad  ottenere  con  più  efficacia  la  ri- 
forma della  diocesi,  pensò  essere  di 
molto  vantaggio  l'unire  all'eloquen- 
za della  parola ,  quella  ancora  del- 
l' esempio ,  ammaestrato  dal  divino 
Pastore,  di  cui  è  detto,  che  pri- 
ma fece  e  poscia  insegnò.  Quantim- 
que  la  precedente  sua  vita  fosse  sotto 
ogni  riguardo  esemplare,  pure  egli 
si  studiò  di  meglio  piti  sempre  per- 
fezionarla, e  vi  riuscì  per  modo,  che 
divenne  oggetto  della  imiversale  ve- 
nerazione. Troppo  lunga  cosa  sareb- 
be r  enumerare  le  distinte  virtù  di 
lui,  e  difficile  il  dire  in  quale  più 
che  nelle  altre  risplendesse ,  se  in 
tutte  egli  toccava  il  sommo  grado 
della  perfezione  cristiana.  Nelle  ora- 
zioni riceveva  grazie  e  consolazioni 
straordinarie,  che  desiderava  non 
fossero  note  ad  alcuno ,  mortificava 
continuamente  il  suo  corpo  colle  più 
lunghe  astinenze,  e  con  asprezze  le 
più  rigorose,  distribuiva  ai  poveri 
ed  agli  ospitali  ogni  sua  rendita  fa- 
mi gh  are,  e  quanto  a  lui  veniva  da- 
gli altri  beneficii,  non  riservando 
per  se  stesso  che  breve  parte  dei 
suoi  averi.  Lo  zelo  pastorale  di  lui 
mal  comportando  i  disordini  in  che 
miseramente  era  avvolta  la  diocesi 
di  Milano  ,  sicché  le  grandi  verità 
della  salute  parevano  andate  in  di- 
menticanza, le  pratiche  di  religione 


CAR 


4^ 


sconosciute  o  superstiziose,  negletli 
i  sacramenti,  e  i  sacerdoti  per  la 
maggior  parte  ignoranti  e  scostuma- 
ti, s.  Carlo  tenne  sei  concilii  provin- 
ciali ed  undici  sinodi  diocesani,  e 
pubblicò  degli  ordinamenti  e  delle 
istruzioni  pastorali,  che  si  ebbero 
poi  sempre  dai  più  zelanti  pastori 
come  modelli  in  simil  genere.  Seb- 
bene da  principio  il  santo  arcivesco- 
vo abbia  incontrate  delle  difficoltà 
nella  esecuzione  dei  decreti  dei  suoi 
concili,  pure  égli  seppe  cosi  accop- 
piare alla  dolcezza  dei  modi  una 
fermezza  inflessibile,  che  non  v'ebbe 
in  progresso  chi  non  si  assoggettasse 
alla  regola.  La  predicazione  della  di- 
vina parola  era  da  lui  sostenuta  con 
amorevole  assiduità  e  copiosissimo 
frutto  :  e  siccome  egli  era  persuaso, 
che  la  più  efficace  maniera  a  per- 
petuare la  cognizione  e  la  pratica 
della  religione  consisteva  nello  istrui- 
re i  fanciulli ,  non  contento  di  in- 
fiammare a  ciò  i  sacerdoti  tutti  della 
sua  diocesi,  piantò  molte  scuole,  nel- 
le quali  insegnavansi  i  primi  erudi- 
menti della  fede,  dandone  egli  me- 
desimo il  regolamento.  L'anno  i5jS 
istituì  la  congregazione  degli  oblati 
di  s.  Ambrogio,  composta  di  preti  se- 
colari, i  quali  si  offerivano  al  vesco- 
vo per  lavorare  nella  vigna  del  Si- 
gnore, ed  a  questi  affidò  in  seguito 
il  reggimento  del  grande  suo  semi- 
nario, governato  in  prima  dai  ge- 
suiti ,  che  lo  rinunziarono.  Formò 
ancora  in  Milano  una  società  di  pie 
donne ,  affinchè  col  buon  esempio 
loro  giovassero  al  ravvedimento  di 
altrui,  e  ne  ebbe  i  più  consolanti 
risultati.  Nelle  visite  di  tutta  la  sua 
diocesi  mostrò  chiaramente  quanto 
ardesse  il  cuore  di  lui  dell'amore  di 
Dio  e  del  vantaggio  delle  anime  al- 
la sua  cura  affidate,  poiché  in  que- 
ste ebbe  a    sofferire    continui  disagi 


4^  CAR 

nel  corpo,  per  la  distanza  e  difficol- 
tà dei  luoglii,  e  multe  amarezze  nel- 
lo spinto  per  la  pervei'sità  di  alcuni, 
che  si  studiavano  di  opporsi  alle  sante 
intenzioni  del  loro  prelato,  lo  che 
tutto  egli  valse  a  superare  con  in- 
vitta costanza ,  rallegrandosi  molto 
allorquando  per  amore  di  Gesù  Cri- 
sto dovea  sopportare  anche  il  fred- 
do, la  fame  e  la  sete;  e  di  questa 
non  curanza  del  propizio  bene  per 
provvedere  a  quello  degli  altri,  non 
dubbia  prova  noi  abbiamo  in  quel 
tempo  nel  quale  la  pestilenza  me- 
nava i  suoi  guasti  nella  diocesi  di 
Milano.  Egli,  anziché  seguire  il  con- 
siglio di  molti,  che  lo  persuadevano 
a  ritirarsi  in  alcuna  altra  parte  non 
infetta,  affine  di  conservare  la  pre- 
ziosa sua  vita,  sostenendo  che  un 
vescovo,  il  quale  è  obbligato  a  dare 
il  sangue  pel  suo  gregge,  non  pote- 
va senza  grave  colpa  abbandonarlo 
nel  pericolo,  volle  assistere  egli  me- 
desimo i  malati,  e  amministrar  loro 
i  sacramenti,  esortando  così  anche 
col  l'esempio  i  suoi  cooperatori  a  non 
curare  la  propria  vita  temporale  in 
confronto  degli  spirituali  bisogni  dei 
loro  fratelli.  Ordinò  in  quella  lut- 
tuosissima circostanza  tre  processioni 
generali,  cui  egli  intervenne  a  piedi 
scalzi ,  con  una  corda  al  collo ,  e 
con  un  crocefisso  nelle  mani,  offe- 
rendosi vittima  al  Signore  per  li 
peccati  del  suo  popolo.  Ne  solamen- 
te ai  soccorsi  spirituali  si  rimaneva 
l'ardente  carità  di  lui,  ma  per  assi- 
stere ai  poveri  fece  fondere  tutto  il 
suo  vasellame,  e  diede  loro  in  sollie- 
vo ogni  suo  mobile,  per  sino  anche 
il  suo  letto;  ed  in  un  sol  giorno 
distribuì  ai  poveri  quaranta  mila  scudi, 
e  ventimila  in  un  altro.  Egli  amava  di 
assistere  alle  persone  moribonde,  e 
quantunque  mettesse  innanzi  ad  ogni 
altra  cosa  i  doveri  generali,  che  guar- 


CAR 
davano  il  bene  della  sua  diocesi,  pure 
faceva  in  modo,  che,  questi  adem- 
piuti ,  gli  rimanesse  alcun  che  di 
tempo  per  assecondare  cotale  suo 
desiderio,  e  ben  volentieri  aiutava 
del  suo  consiglio  e  dirigeva  nello 
spirito  quei  molti,  che  a  lui  accor- 
revano ,  come  a  privato  direttore 
della  coscienza.  In  una  parola  la  vita 
di  lui  fu  in  ogni  sua  parte  conse- 
crata  per  modo  alla  maggior  gloria 
di  Dio,  ed  al  vantaggio  delle  anime, 
da  potersi  asserire  con  franchezza, 
essere  stato  il  nostro  santo  uno  dei 
più  distinti  pastori  della  Chiesa  di 
Cristo.  Ma  le  durate  incessanti  fa- 
tiche nel  governo  della  sua  diocesi, 
e  le  severe  sue  penitenze,  venivano 
così  logorando  i  preziosi  giorni  di 
lui,  che  a  dì  24  di  ottobre  dell'an- 
no i584  gravemente  infermò,  e  ren- 
dutosi  inutile  ogni  umano  rimedio, 
il  giorno  4  novembre  dell'anno  me- 
desimo nella  ancor  fresca  età  di 
quarantasei  anni,  e  ventiquattro  di 
Cardinalato ,  col  riso  sulle  labbra, 
che  sembrava  un  presagio  della  fu- 
tura sua  gloria,  santamente  morì. 
Il  Signore  rese  chiaro  ben  presto  il 
santo  arcivescovo  con  gran  copia 
di  miracoli ,  a  di  lui  intercessione 
operati,  e  l'anno  i6io  fu  Carlo  so- 
lennemente canonizzato  nel  primo 
di  novembre  dal  Pontefice  Paolo 
V.  Tra  le  sue  opere  pubblicate  par- 
ticolarmente in  Milano  nel  1747  in 
voi.  V  in  fol.  sono  degne  di  special 
riguardo  le  Istruzioni  pei  confessori, 
che  il  clero  di  Francia  fece  stampa- 
re a  sue  spese;  ed  Acta  Ecclesiae 
Mediolanensis ,  Milano  iSqq,  in  fog. 
Si  hanno  ancora  molte  sue  opere 
dommatiche  e  morali,  e  la  biblioteca 
del  santo  sepolcro  di  Milano  con- 
serva trenta  volumi  manoscritti  di 
lettere  del  santo  prelato. 

Fra  le   molte   vite    di    s.    Carlo 


CAR 
Borromeo,  delle  quali  riporta  un  ca- 
talogo il  Novaes  t.  IX,  p.  i  i3,  una 
delle  più  esatte  e  piìi  ampie,  anzi, 
al  dire  del  Volpi,  delle  più  belle, 
accurate  e  giudiziose  vite  de' santi 
scritte  in  italiano,  è  quella  di  Giam- 
pietro Giussani,  medico  milanese,  e 
poi  oblato  di  s.  Sepolcro,  che  fu 
stampata  in  Roma  dalla  tipografia 
camerale  nel  1610,  e  poi  in  Brescia 
nel  161 3.  Il  Rossi,  dotto  prete  del- 
la congregazione  degli  oblati,  la 
tradusse  in  latino,  e  poi  venne  ar- 
ricchita di  osservazioni  importanti 
dall'  Oltracchi,  e  pubblicata  nel  ijSo 
in  Milano.  Monsignor  Godeau  la 
scrisse  in  francese,  e  la  pubblicò  a 
Parigi  nel  i663;  ed  ivi  il  p.  Tou- 
ron  stampò  la  sua  nel   1761. 

CARLO  IL  Buono  (ven.).   Fu  fi- 
gliuolo a  s.  Canuto  re  di  Danimar- 
ca. L'anno   1 1 1 9    divenne  conte  di 
Fiandra  per  testamento  di  Baldovi- 
no. Mostrossi  adorno  di  tutte  le  cri- 
stiane virtù,  ma  quelle,  che  più  bril- 
larono in  lui,  furono  la  carità  verso 
i  poveri    e    la  umiltà.    Più    volte 
diede  fondo  ai  suoi  tesori  per  sov- 
venire gì'  indigenti ,    e  non  fu  raro 
il  caso,  che  vendesse  anche  le  vesti 
per  sostentarli.    Amava    più    chi  lo 
rimproverasse   d'un    qualche    fallo, 
che  non  chi  lo  esaltasse  per  le  sue 
virtù  :  e  perchè  a  guarentire  la  mi- 
seria dall'oppressione  dei  grandi  sta-^ 
bili  soavissime  leggi,  si  attirò  l'odio 
di  questi,  tra  i  quali  Bertulfo,  ini- 
quo   usurpatore,   venne   nell'empia 
deliberazione  di  torgli  la  vita,  e  non 
durò  molta  fatica  a  trovare    di  un 
tal  delitto  scellerati  esecutori.  Ne  fu 
avvisato  il  venerabile  Carlo  ;  ma  egli, 
anziché  procurarsi  uno  scampo,  rispo- 
se, che  se  era  in  piacere  al  Signo- 
re   di    troncare    i   suoi  giorni,  egli 
moriva  contento,  non  potendosi  per- 
dere la  vita  per  una  causa   miglio- 


CAR  43 

re.  E  così  avvenne  nel  fatto,  poiché 
mentre  faceva  orazione  nella  chiesa 
di  s.  Donaziaiio,  innanzi  all'altare 
della  beata  Vergine ,  fu  assassinato 
dai  suoi  nemici  nell'  anno    1 1 24. 

CARLO  MAGNO  (b.).  Fu  figliuo- 
lo del  re  Pipino,  e  nacque  nell'an- 
no 742.  Rimasto,  per  la  morte  del 
padre  e  del  fratello  Carlomano,  so- 
lo padrone  di  tutta  la  monarchia 
francese,  si  rese  chiaro  così  per  la 
grandezza  delle  sue  conquiste,  da 
meritarsi  il  soprannome  di  Magno. 
Egli  si  mostrò  assai  pio,  zelante  e 
caldo  per  la  causa  dei  Pontefici , 
ed  Adriano  I  (  Fedi  )  e  Leone  IH 
(Vedi)  ne'  varii  bisogni  dello  slato 
sperimentarono  i  benefici  effetti  del 
figliale  attaccamento  di  lui.  Il  primo 
Carlo  Magno  l'ebbe  in  conto  di 
padre,  ne  pianse  la  morte,  e  ne  ce- 
lebrò le  geste;  dal  secondo  ricevet- 
te la  corona  imperiale,  rinnovando 
in  lui  con  autorità  apostolica  l'im- 
pero d'occidente.  Noi  non  diremo 
delle  vittorie  di  questo  principe,  e 
degli  avvenimenti  maravighosi,  che 
lo  riguardano,  venendone  trattato 
ai  rispettivi  articoli.  Qui  è  nostro 
intendimento  di  mostrarlo  solamen- 
te benemerito  alla  religione  ed  al- 
la Chiesa,  e  porre  in  chiaro  del- 
le azioni  di  lui  quelle  soltanto,  che 
degno  lo  resero  del  titolo  di  bea- 
to. Non  è  a  qegarsi,  ch'egli  non 
abbia  macchiato  i  primi  suoi  an- 
ni con  quei  disordini,  ai  quali  d'  or- 
dinario la  gioventù  è  troppo  in- 
chinevole; ma  se  fU  peccatore,  sep- 
pe ancora  redimere  i  suoi  peccati 
con  larghissime  limosine,  e  coU'e- 
satto  adempimento  dei  doveri  del 
vero  cristiano.  Non  contento  di  san- 
tificare se  stesso,  egli,  che  per  la 
sua  condizione  più  che  altri  mai  lo 
poteva,  si  adoperò  di  promuovere 
la  santificazione  aneora   negli  altri , 


44  CÀR 

€  ben  conoscendo,   che  il  contegno 
delle  persone  consagrate    al    Signo- 
re   ha  molta  forza  sui  popoli,    usò 
moltissima  cura  per  la  riforma  del 
clero  e  dei  monisteri,  e  di  qui  eb- 
bero origine  quei  molti  sinodi,   nei 
quali  si  stabilirono  quegli  esimii  re- 
golamenti, che  trovansi  nei  Capito- 
lari di  questo    principe.    Mostrò    la 
pili  interessante   premura  peixihè  il 
divino  servizio   si  facesse    con    quel 
decoro    e    con   quella    maestà,  che 
conviene  alla  grandezza    di  Dio,  e 
decorò  a  tale  effetto  con  grande  ma- 
gnificenza le  chiese,  e  le  provvide  di 
vari  e  preziosi  ornamenti  per  la  ce- 
lebrazione dei  sagrosanti  misteri.  Lo 
zelo  di  lui  fu  ardentissimo  a  toglie- 
re quelle  nuove  dottrine,  che  a'  suoi 
giorni  tentavano  di  guastare  la  pu- 
rezza della  immacolata  fede  di  Cri" 
sto,  e  ne  ebbe  i  piti  confortanti  ri- 
sultati. Questo  ottimo  sovrano,  che 
tanto  operò  per  la   maggior    gloria 
di  Dio,    e    per    lo    splendore  della 
santa  Sede  apostolica,  mori  nel  set- 
tantesimo secondo  anno  di  sua  età, 
a'  dì  28  di  gennaio  dell'anno  814. 
Sebbene  il  decreto  di  sua  canonizza- 
zione sia  dato  a*  29  dicembre  11 65 
dall'antipapa  Pasquale  III;  pure  la 
s.  Chiesa  in  considerazione  delle  be- 
nemerenze di  Carlo  Magno,  tollerò 
il  culto,  che  alcuni  a    lui  rendono, 
e  non    abrogò    il   decreto    dell'ille- 
gittimo Pontefice:   per  la  qual  cosa 
può  considerarsi   come  dalla    mede- 
sima Chiesa  beatificato.  Così  la  opi- 
narono il  Lambertini,  e  il  Contelori. 
Il  suo  nome  peraltro  non  fu  intro- 
dotto nel  Martirologio  romano.  Egli  è 
onorato  da  molte  chiese  di  Francia, 
di  Fiandra  e   di    Germania,  la  sua 
memoria  però  non  è  venerata  nella 
Chiesa  universale. 

CARMELITANE.  Ordine  di  Mo- 
nache,  che  seguono    la    regola    dei 


CAR 
carmelitani  (Fedi),  dei  quali  da  al- 
cuno si  fa  rimontare  l'origine  non 
solo  alla  prima  età  della  Chiesa , 
ma  altresì  a  quella  de'  profeti,  cioè 
allo  stesso  Elia,  che  si  vuole  istitu- 
tore de*  religiosi  detti  dell'  antica  os- 
servanza. A  tale  questione  impose 
silenzio  Innocenzo  XII  ,  mediante 
la  costituzione,  Redemptoris ,  che 
emanò  ai  20  novembre  i6q8.  Il 
Bonanni,  nella  seconda  parte  del 
Catalogo  degli  Ordini  religiosi  , 
stampato  in  Roma  nel  1741,  al  nu- 
mero 37,  racconta,  parlando  delle 
antiche  monache  del  monte  Car- 
melo, che  verso  l'anno  826,  essen- 
dosi recata  in  Gerusalemme  l'im- 
peratrice s.  Elena  per  discoprire  il 
sepolcro  del  Redentore,  il  rinvenne 
ove  stavano  due  monache  solitarie 
nascoste  in  una  spelonca  per  non 
essere  uccise  dai  barbari ,  secondo 
che  riporta  a  detto  anno  il  p.  Le- 
zana  annalista  dell*  Ordine  carme- 
litano. Il  Bostio,  ed  altri  storici 
affermano,  ch'erano  religiose  car- 
melitane, denominate  anche  di  s. 
Elia,  giacche,  secondo  quegli  autori, 
in  tal'  epoca  non  si  conosceva  altro 
Ordine  regolare.  Certo  è,  che  la  pia 
Augusta  fondò  un  monistero  presso 
il  s.  Sepolcro,  in  cui  pose  molte 
vergini,  affinchè  vivessero  colla  re- 
gola de*  solitarii  abitanti  del  monte 
Carmelo,  dando  loro  per  direttrici 
le  due  monache  menzionate. 

Il  succitato  autore  parlando  poi 
al  numero  38  delle  monache  car- 
melitane d'Europa,  ed  altrove,  as- 
serisce ch'erano  sparse  ovunque,  e 
si  distinguevano  per  santità  di  vita, 
avendone  mitigata  l'antica  regola  In- 
nocenzo IV  nel  1248.  Ignorasi  per 
altro  qual  fosse  il  primo  monistero 
di  esse  in  Europa,  e  sembra  che  si 
principiasse  a  fondarle  nell'  epoca,  in 
cui  gli  storici   riportano    il    trasferi- 


CAR 
nieuto  de'  carmelitani  dalla  Palesti- 
na. Abbiamo  inoltre  dal  p.  Luigi 
di  s.  Teresa,  autore  del  libro:  La 
successione  di  Elia^  seguito  da  altri, 
che  il  b.  Giovanni  Soreth,  essendo 
generale  de'  carmelitani,  ottenne  da 
Nicolò  V,  divenuto  Papa  nel  i447j 
il  privilegio  di  poter  avere  il  suo 
Ordine  i  monisteri  delle  monache, 
come  gli  aveano  i  domenicani  e  gli 
agostiniani  ,  riputandosi  a  vergo- 
gna, diceva,  che  gli  altri  Ordini  a- 
vessero  donne  osservatrici  delle  loro 
regole,  e  che  il  solo  Ordine  carme- 
litano , .  particolarmente  istituito  pef 
onorare  la  regina  delle  vergini,  non 
ne  avesse  alcuno  di  queste.  Da  ciò 
inferisce  l'autore  della  Storia  degli 
Ordini  religiosi^  tradotta  dal  p.  Fon- 
tana, tomo  I,  part.  I,  cap.  44)  che 
le  monache  carmelitane  fossero  isti- 
tuite, verso  l'anno  1452,  dallo  stesso 
b.  Soreth  coli'  autorità  apostolica 
della  bolla  conseguita  da  Nicolò  V, 
per  cui  fondò  in  Francia  i  primi 
cinque  monisteri.  Tuttavolta  che  pri- 
ma delle  suindicate  epoche  esistes- 
sero monisteri  di  carmelitane,  lo  ri- 
leviamo dalla  costituzione  Sanctorum 
meritis,  presso  il  bollario  dell'  Or- 
dine, parte  I,  appendice  p.  546,  di 
Giovanni  XXII,  con  cui  accordò  in- 
dulgenza per  la  chiesa  delle  carme- 
litane di  Messina.  Checche  ne  sia , 
si  prese  tanta  cura  il  zelante  padre 
Soreth ,  che  volle  sempre  visitarle 
di  persona,  mentre  talvolta  ad  altri 
commetteva  la  cura  di  visitar  i  con- 
venti de'  suoi  frati ,  principalmente 
il  monistero  di  Liegi  (dal  quale  per 
la  distruzione  recatavi  nel  1468  da 
un  incendio,  fece  trasferir  le  mona- 
che ad  Huy),  nonché  l'altro  di  Van- 
nes,  fabbricato  nel  i463  dalla  ven. 
suor  Francesca  del  regio  sangue 
d'Amboise,  già  duchessa  di  Bretta- 
gna, che  dopo  la  morte  del  marito 


CAR  45 

vi  si  ritirò,  ne  prese  l'abito,  e  nel 
i4B5  vi  morì  in  odore  di  santità. 
Le  monache  di  Huy,  siccome  vicine 
al  convento  dei  religiosi,  aveano  in 
principio  la  chiesa  intitolata  delle 
tre  Marie  in  comune:  ma  ad  evi- 
tarne r  incomodo  ,  la  pia  duchessa 
ottenne  dal  Pontefice  Sisto  IV,  che 
le  sue  monache  passassero  in  un  mo- 
nistero di  benedettine ,  dopo  aver 
loro  ottenute  molte  grazie  spirituali 
e  privilegi.  Queste  religiose  differi- 
vano nell'abito  dalle  altre  carmeli- 
tane, usando  tonaca  e  scapolare  di 
color  bigio ,  mantello  bianco  fode- 
rato di  pelli  d'agnello,  e  velo  nero 
in  testa. 

Vestono  le  monache  carmelitane, 
come  i  religiosi  dell'antica  osservan- 
za, cioè  tonaca  e  scapolare  di  color 
tanè,  velo  bianco  sul  capo,  cui  ne  so- 
vrappongono altro  nero,  e  recandosi 
in  coro,  assumono  anche  un  manto 
bianco  a  guisa  di  cappa,  essendo 
tutto  di  lana.  Egualmente  vestono 
le  monache  riformate  e  della  stretta 
osservanza,  siccome  tutte  unite  al- 
l' Ordine  carmelitano ,  e  sottoposte 
gir  immediata  giurisdizione  del  p. 
generale.  Godono  perciò  i  privile- 
gi dei  mendicanti;  ma  è  da  avver- 
tirsi, che  non  tutte  le  monache  car- 
melitane sono  soggette  alla  giurisdi- 
zione del  p.  generale,  mentre  gran 
parte  di  esse  dipendono  da  quella 
de'  rispettivi  Ordinari.  Fra  le  car- 
melitane fiorirono  un  gran  numero 
di  serve  di  Dio,  e,  per  non  dire  che 
delle  principali,  solo  nomineremo  s. 
Teresa  solennemente  canonizzata  nel 
1622  da  Gregorio  XV,  fondatrice 
de'  carmelitani  scalzi,  e  delle  carme- 
litane scalze  (Fedi),  e  s.  Maria  Mad- 
dalena de'  Pazzi,  che  colla  stessa  so- 
lennità fu  esaltata  all'onore  degli 
altari  nel  1669  da  Clemente  IX. 
F.  il  p.  Daniele  della  Vergine  Ma- 


46         .  CAR 

ria  nella  frigna  del  Carmelo,  al 
n."  996,  e  il  Martirologio  gallica- 
no tlcl  Soussay  a*  4  ottobre. 

In  Róma  le  carmelitane  hanno 
la.  chiesa,  ed  il  monistero  sotto  il 
titolo  della  ss.  Incarnazione  del  Ver- 
bo divino,  detto  delle  Barberi  ne, 
presso  le  terme  Diocleziane,  per  la 
strada  che  conduce  a  porta  Pia.  In 
questo  luogo  anticamente  eravi  una 
chiesa  dedicata  all'  Annunzia^ione  di 
Maria  Vergine,  con  un  ospizio  dei 
romitani  di  monte  Vergine.  Il  mo- 
nistero fu  fatto  fabbricare  nel  1639 
da  Urbano  Vili,  Barberini ^  ove 
poi  entrò  la  moglie  di  d.  Paolo 
fratello  del  Pontefice,  colle  figlie,  nel 
recarsi  da  Firenze  a  Roma;  ed  il 
suo  nipote  Cardinal  Francesco  Bar- 
berini ,  detto  il  seniore,  per  mezzo 
dell'architetto  Paolo  Picchetti,  eresse 
dai  fondamenti  la  contigua  chiesa , 
da  lui  stesso  consagrata  ai  23  ot- 
tobre 1670,  i  cui  quadri  furono  di- 
pinti dal  rinomato  Giacinto  Brandi. 
Alessandro  VII  diede  in  cura  a  que- 
ste monache  la  contigua  chiesa  di 
s.  Cajo  (Vedi).  Ma  il  Piazza,  Gerar- 
chia cardinalizia^  p.  554,  <^ice  che 
fu  Urbano  Vili,  il  quale  fece  tal  con- 
cessione. Per  la  vicinanza  al  pontificio 
palazzo  del  Quirinale,  il  monistero  fu 
onorato  dalle  visite  di  parecchi  Papi, 
massime  di  Clemente  XI  e  Inno- 
cenzo XIII;  e  nel  1724  Benedetto 
XIII  vi  vestì  coli'  abito  religioso  due 
figlie  del  principe  Pamphilj,  Nel 
1742  si  stampò  in  Roma  il  Ritua- 
le del  ven.  monistero  della  ss.  In- 
carnazione del  Verbo  divino  in  Ro- 
ma, e  degli  altri  monisteri  dell'i- 
slituto  carmelitano j  ed  il  Venuti, 
nel  tomo  I,  p.  180,  della  sua  Ro- 
ma moderna,  ci  dà  notizie  sulla 
detta  chiesa  e  monistero.  Queste  car- 
melitane però  appartengono  ad  una 
specie  di  riforma,  secondo  le  parti- 


CAR 
colari  usanze  introdotte  nel  moni- 
stero  dì  Firenze  da  s.  Maria  Mad- 
dalena de' Pazzi,  cui  danno  il  titolo 
di  madre.  Quindi,  a  differenza  delle 
antiche  carmelitane,  usano  nel  di- 
vino uffizio  il  rito  romano,  ed  han- 
no costituzioni  proprie  approvate, 
nell'anno  1657  ^i  ^^  ;dicémbre, 
dal  Cardinal  Carlo  Barberini  loro 
protettore. 

CARMELITANE  Scalze.  Ordine 
di  monache,  dette  anche  Teresiane. 
Di  tutte  le  riforme  dell'insigne  Or- 
dine carmelitano,  la  più  celebre  e 
ragguardevole  è  quella  eseguita  da 
s.  Teresa  d'Avila.  In  quella  città, 
nel  i535,  entrò  ella  nel  monistero 
delle  carmelitane,  detto  dell'Incar- 
nazione, il  quale  seguiva  la  regola 
di  s.  Alberto,  approvata  da  Onorio 
III,  e  ai  2  novembre  ne  vestì  l'a- 
bito. Ricolma  delle  divine  grazie, 
superò  le  prove  del  noviziato,  e  fece 
la  solenne  professione.  Quindi,  ar- 
dendo il  suo  cuore  del  desiderio 
di  riformare  il  proprio  Ordine  a 
vivere  con  maggiore  austerità,  e  di 
più  aumentarlo  a  riparazione  dei 
danni  recati  alla  Chiesa  dai  prote- 
stanti,  incoraggita  da  una  divina 
rivelazione,  comunicò  il  suo  divisa- 
mento  ad  alcune  fanciulle  secolari, 
che  seco  convivevano  nel  monistero, 
le  quali  si  dichiararono  pronte  a 
seguirla.  La  sua  cugina  Antonia 
de  Paxas,  chiamata  poi  in  religione 
Antonia  dello  Spirito  Santo,  ed 
una  dama  somministrarono  loro 
mezzi  per  acquistare  una  casa,  on- 
de col  consiglio  del  confessore  e 
de' ss.  Pietro  d'Alcantara,  e  Ludo- 
vico Bertrando,  intraprese  in  Avila 
la  fondazione  del  primo  monistero. 
Ad  onta  delle  gravi  difficoltà,  che 
incorse,  nel  i562,  ne  ottenne  da 
Pio  IV,  ai  7  febbrajo  per  organo 
del  Cardinal  penitenziere  maggiore, 


CAR 

la  facoltà  diretta  a  due  illustri  ma- 
trone benemerite  dell'opera,  coli' ap- 
provazione ex  nunc  prò  tiinc  degli 
statuti,  e  delle  ordinazioni  da  com- 
pilarsi dalla  priora,  e  dalle  mona- 
che intorno  al  governo  del  moni- 
stero.  Cosi  la  santa  v«nne  abilitata 
a  stabilire  la  riforma,  ed  erigere  un 
monistero  di  Carmelitane,  sotto  quel 
titolo,  che  le  fosse  piaciuto,  coU'ob- 
bligo  di  seguir  Y  istituto  carmelita- 
no, e  colla  soggezione  al  vescovo 
d'Avila. 

La  nuova  casa  fu  dedicata  a  san 
Giuseppe  protettore  dell'Ordine,  e 
particolare  santo  di  s.  Teresa.  Vi 
introdusse  essa  la  detta  sua  cugina, 
e  tre  orfane  povere  ,  cioè  Anto- 
nia dello  Spirito  Santo,  Maria  della 
Croce,  Orsola  de'  Santi,  e  Maria 
di  s.  Giuseppe,  che  furono  come 
quattro  pietre  fondamentali  della 
stessa  riforma.  Vestirono  esse  una 
tonaca  grossolana,  collo  scapolare  di 
color  tanè,  coprirono  il  capo  con 
una  grossa  tela,  e  incedendo  scalze 
nei  piedi,  incominciarono  ad  osser- 
vare r  antica  regola  dell'Ordine,  se- 
condo le  dichiarazioni  d'  Innocenzo 
IV.  Superate  altre  contrarietà,  santa 
Teresa  ai  5  dicembre  i562  conse- 
gui dal  medesimo  *Pio  IV,  per  lo 
stesso  mezzo  del  Cardinal  peniten- 
ziere maggiore,  accedendo  poi  alla 
conferma  lo  stesso  Papa  con  altra 
costituzione,  che  non  potesse  il  suo 
istituto  possedere  cosa  alcuna  né  in 
particolare,  né  in  comune,  e  vivesse 
colle  limosine.  In  principio  vennero 
escluse  le  converse,  perchè  si  servis- 
sero scambievolmente.  Niente  sgo- 
mentata dai  vinti  ostacoli,  s.  Teresa 
concepì  il  meraviglioso  disegno  di 
riformare  anche  i  religiosi  del  me- 
desimo Ordine.  Il  perchè  aiutata 
dai  due  carmelitani  p.  Antonio  di 
Gesù,    e    p.   Giovanni    della  Croce, 


CAR  47 

poi  canonizzato  da  Benedetto  XIII 
(  il  quale  per  averla  ajutata  in  tale 
riforma  è  riconosciuto  qual  confon- 
datore de'  Carmelitani  scalzi  ),  venne 
aperto  il  primo  convento  in  Dur- 
velo,  e  poi  quello  di  Pastrana  rico- 
nosciuto dall'Ordine  per  principale, 
giacché  ivi  si  perfezionò  la  regolare 
osservanza.  V,  Carmelitani  Scalzi, 
detti  anche  Teresiani. 

Frattanto  le  fondazioni  delle  mo- 
nache si  moltiplicarono,  e  la  rifor- 
matrice ebbe  la  consolazione  di  es- 
serlo anche  di  quello  della  sua  pri- 
ma professione ,  cooperandovi  Io 
stesso  p.  Giovanni  della  Croce,  che 
ne  divenne  confessore,  e  prima  di 
morire  potè  vedere  già  fondati  di- 
ciassette monisteri,  e  quindici  con- 
venti dì  sua  riforma.  Essa  fu  gra- 
ziata da  Dio  dei  più  grandi  favori, 
del  dono  della  contemplazione,  della 
rivelazione ,  risplendendo  eziandio 
per  uno  spirito  superiore  e  straor- 
dinario quale  si  ravvisa  nelle  sue 
opere  ascetiche  tutte  spirituali,  e 
piene  dell'  intelligenza  delle  cose  di 
Dio.  Dopo  la  beata  sua  morte  il 
suo  istituto  si  propagò  per  tutto  il 
mondo,  e  il  Cardinal  BerLille  con- 
dusse sei  religiose  dalla  Spagna  in 
Francia ,  fra  le  quali  due  erano 
state  discepole  della  fondatrice.  Il 
primo  monistero  si  fondò  per  esse 
in  Parigi  nel  borgo  di  s.  Giacomo, 
ed  ivi  ritirossi  la  duchessa  de  la 
Valliere,  ed  avendo  la  regina  di 
Spagna  Elisabetta  mandato  in  dono 
a  quella  di  Francia  Maria  de'  Me- 
dici un  dito  della  santa,  essa  Io 
diede  al  detto  monistero. 

Tuttora  propagate  fioriscono  le 
Carmelitane  scalze  con  singoiar  edi- 
ficazione, e  vantaggio  dei  popoli.  In 
alcuni  luoghi  sono  soggette  ai  su- 
periori dell'Ordine,  e  in  altri  agli 
Ordinari.  Ove  ciò  possa  farsi  senza 


I 


43  CAR 

certo  aggravio,  debbono  vivere  di 
iimosiue,  e  non  possedere  veruno 
slabile.  Ne'  raonisteri,  che  hanno 
rendite,  venti  debbono  essere  le  mo- 
nache, comprese  tre  converse,  e  si 
ammette  in  qualche  caso  una  de- 
cima ottava  corista.  Ne*  mouisteri 
privi  di  rendite  sufllcienli  ricevono 
un  minor  numero  di  monache.  Il 
vestiario  è  quale  superiormente  si 
è  accennalo.  Solo  aggiungiamo,  che 
portano  il  soggolo  sullo  scapolare, 
e  che  al  velo  nero  del  capo  ne  so- 
vrappongono altro  più  ampio,  par- 
ticolarmente quando  si  debbono 
comunicare.  Il  mantello,  o  la  cappa 
è  bianca,  e  più  lunga  dei  frati;  i 
sandali  sono  di  canape,  e  le  calze 
di  panno  grosso,  secondo  le  prescri- 
zioni dell' istitutrice,  benché  si  chia- 
mino scalze.  Tutti  i  loro  indumenti 
sono  di  lana,  e  Tuso  del  lino  è 
affatto  vietato.  Pel  loro  tenore  di 
vita  austero  (giacché  dormono  su 
letti  senza  materazzi,  cioè  su  sac- 
coni di  paglia,  e  non  mangiano 
carne  se  non  inferme),  veggasi  il 
p.  Annibali  da  Latera,  Compendio 
della  storia  degli  Ordini  regolari j 
nel  capitolo  XII,  delle  religiose 
Carmelitane  pag.    122  e  seg. 

Lungo  sarebbe  il  qui  riportare 
tutte  le  serve  di  Dio,  che  apparten- 
nero air  Ordine  delle  Carmelitane 
scalze,  per  cui  ci  limiteremo  a  par- 
lare delle  due  ultime.  Clemente  XIV 
nel  1771  approvò  il  culto  imme- 
morabile della  b.  Giovanna  Scopelli, 
monaca  carmelitana  della  congrega- 
zione di  Mantova,  che  Eugenio  IV 
arricclù  di  privilegi,  e  che  fonda- 
trice divenne  del  monistero  di  santa 
JNIaria  del  Popolo  di  Reggio.  Il  Pon- 
tefice Pio  VI,  nel  1791,  solenne- 
mente beatifico  la  b.  Maria  dell'  In- 
carnazione, fondatrice  delle  Carme- 
litane scalze  in  Francia,  e  beneme- 


CAR 
rita  per  aver  contribuito  in  quel 
regno  a  propagare  sì  esemplar  isti- 
tuto, e  ciò  ad  istanza  dell'assemblea 
del  clero  di  Francia,  di  Luigi  XVI, 
e  di  altri,  che  ne  supplicarono  la 
Santa  Sede.  In  Roma  vi  sono  cin- 
que monisteri  di  religiose  Carmeli- 
tane scalze,  cioè  di  s.  Giuseppe  a 
capo  le  case,  di  s.  Maria  del  Monte 
Carmelo  in  s.  Egidio  nel  rione  di 
Trastevere,  de* ss.. Pietro  e  Marcel- 
lino ,  di  s.  Maria  dell'Assunta  detta 
Regina  CoeH,  e  di  s.  Teresa,  come 
appresso. 

Presso  la  piazza  di  Spagna  sonovi 
la  chiesa  e  il  monistero  di  s.  Giu- 
seppe a  capo  le  case,  cosi  chiamato 
perchè  all'  epoca  della  sua  prima 
erezione,  non  eranvi  come  al  pre- 
sente altre  case  in  sito  più  elevato 
su  questa  estremità  del  monte  Pin- 
cio.  La  chiesa  e  il  monistero  furo- 
no, nel  1598,  edificati  dalla  pietà 
del  p.  Francesco  Soto  spagnuolo, 
sacerdote  dell'oratorio  di  s.  Filippo 
JVeri ,  e  cantore  della  cappella  pon- 
tificia, donandolo  alle  Carmelitane 
scalze:  il  perché  fu  il  primo  moni- 
stero,  che  le  Carmelitane  scalze  aves- 
sero in  Roma,  e  nello  stato  ponti- 
fìcio, non  però  soggetto  all'Ordine, 
mentre  il  prinfb  di  quelli  soggetti 
all'  Ordine  fu ,  come  diremo,  il  se- 
guente di  s.  Egidio.  Per  questo  di 
s.  Giuseppe  a  capo  le  case  contribuì 
ad  aumentarne  le  rendile  la  celebre 
Fulvia  Sforza  dama  romana.  Fu  di 
poi  la  chiesa,  nel  1628,  restaurata 
dal  Cardinal  Marcello  Laute,  che 
per  la  sua  carità  fu  chiamato  san 
Giovanni  Limosinarlo .  Egli  inoltre 
la  decorò  di  buoni  quadri,  avendo 
dipinto  il  Lanfranco  quello  di  santa 
Teresa,  mentre  1'  altro  rappresen- 
tante la  nascita  di  Gesù  Cristo  è 
opera  di  suor  Maria  Eufrasia  Be- 
nedetti monaca  di  questo  monistero. 


CAR 
Andrea  Sacchi  vi  dipinse  il  quadro 
dell'altare  maggiore,  ossia  s.  Giusep- 
pe, e  la  s.  Teresa  sulla  porta  del 
monistero,  del  quale  fu  anco  bene- 
fattore il  Cardinal  Emmanuele  de 
Gregorio,  che,  morendo  nel  1839, 
volle  ivi  essere  sepolto  presso  la  sua 
genitrice. 

Il  monistero  delle  Carmelitane 
scalze  sotto  il  titolo  di  s.  Maria  del 
Monte  Carmelo,  eretto  pel  primo 
come  dipendente  dall'  Ordine  dei 
Carmelitani  scalzi  in  Roma,  e  nello 
stato  pontifìcio,  è  questo  di  s.  Egi- 
dio in  Trastevere,  nel  pontificato 
di  Paolo  V,  ai  29  luglio  1610,  con 
facoltà  concesse  dal  Papa  uivce  vocis 
oraculoy  che  poi  ad  istanza  della 
principessa  di  Venafro  confermò  con 
suo  breve  de' 29  marzo  161 1.  Ove 
è  ora  la  chiesa  dedicata  alla  B.  V. 
del  Carmelo,  vi  era  una  piccola 
chiesa  dedicata  ai  santi  Crispino  e 
Crispiniano^  con  confraternita  dei 
lavoranti  calzolari ,  che  da  Urbano 
Vili  fu  trasferita  a  s.  Bonosa.  Quin- 
di r  altra  piccola  chiesa  dedicata  a 
s.  Egidio  venne  ricostruita  e  rac- 
chiusa nel  recinto  della  clausura , 
e  con  facoltà  di  Urbano  Vili,  data 
col  breve  Devotionis  et  fideì,  de'  1 5 
novembre  i632,  il  titolo  di  san- 
t'  Egidio  fu  trasferito  alla  predetta 
chiesa  de' calzolari.  E  altresì  a  sa- 
persi, che  anticamente  la  chiesa  di 
s.  Egidio  era  dedicata  a  s.  Lorenzo, 
e  dipendeva  dalla  basilica  di  san- 
ta Maria  in  Trastevere,  il  cui  capi- 
tolo avendola  conceduta  ad  Agostino 
Lancellotti  nobile  romano,  questi  la 
rifabbricò  iiT  onore  di  s.  Egidio  ab- 
bate, restaurandola  poscia  il  conte- 
stabile d.  Filippo  Colonna.  Il  qua- 
dro dell'  aitar  maggiore,  il  quale  è 
tuttp  di  marmo  bianco,  rappresenta 
Maria  Santissima,  che  dà  l'abito  a 
s.  ij^imone  Stock,  ed  è    dipinto  dal 

VOL.     X. 


CAR  49 

<^amassie,  quello  dal  lato  sinistro  è 
di  s.  Egidio  del  Roncalli ,  detto 
Pomarancio  il  giovane,  e  quello 
della  parte  destra  da  ultimo  è  opera 
del  Pozzi,  il  quale  vi  dipinse  la  Ma- 
donna, che  pone  s.  Teresa  sotto  il 
patrocinio  di  s.  Giuseppe.  Ai  due 
tondini  di  questo  altare  vi  figurò  Io 
stesso  Pozzi,  s.  Giovanni  della  Cro- 
ce, e  la  b.  Maria  dell'Incarnazione. 
Il  coro  è  pieno  d'  insigni  reliquie, 
ma  ciò,  che  rende  celebre  questo 
monistero  si  è  non  solo  l'essere  esso 
il  primo  in  ordine  agli  altri  aggre- 
gati ai  Carmelitani  scalzi,  ma  an- 
cora r  essere  radice  di  altri  mo- 
nisteri,  quah  sono  quello  di  s.  Te- 
resa a  Terni ,  di  s.  Teresa  nella 
strada  pia  alle  quattro  fontane,  di 
cui  in  seguito  parleremo,  di  s.- Giu- 
seppe a  Vienna,  e  di  s.  Maria  Regi- 
na Coeli,  del  quale  pure  si  tratterà. 
La  ven.  Maria  Chiara  della  Passione, 
figlia  del  contestabile  d.  Filippo  Co- 
lonna summentovato,  le  cui  virtù 
in  grado  eroico  con  solenne  decreto 
approvò  Clemente  XIII,  quivi  prese 
l'abito  religioso,  dopo  che  Francesca 
Mazziotti  vi  avea  meglio  stabilito  il 
monistero. 

La  vera  origine  di  questo  moni- 
stero  di  s.  Egidio  si  dee  a  dieci  divo- 
te donne,  parte  delle  quali  erano 
vedove  e  nobili.  Ritiratesi  esse  nel 
1601  in  una  povera  casa  situata 
nel  luogo  stesso  del  monistero,  vis- 
sero sino  alla  menzionata  epoca  del 
1 6  r  o,  secondo  la  regola  delle  Car- 
melitane scalze,  finche  eretta  la  ca- 
sa in  monistero,  si  fecero  venire  da 
quello  di  s.  Giuseppe,  fondato  in 
Napoli,  due  monache  colla  qualifica 
di  priora,  e  sotto  -  priora.  Quando 
si  vestì  la  detta  venerabile  Maria 
Chiara  della  Passione,  era  tanto  pove- 
ro e  angusto  il  monistero,  che  otten- 
ne dal  genitore  l'erezione  del  nuovo, 


I 


(^  CAR 

e  la  riedificazione  della  chiesa.  Dive- 
nuta piiora,  uscì  dal  monislero  per 
fondare  quello  di  Regina  Coeli  unita- 
mente alla  m.  Teresa  di  s.  Giusep- 
pe, colla  coopcrazione  dei  signori 
della  Corbara  nel  i654.  Ma  già, 
sino  dal  i6r8,  due  altre  religiose  e- 
rano  nscite  per  fondar  quello  di 
Terni,  una  delle  quali,  cioè  la  m. 
Caterina  di  s.  Domenico,  si  recò  nel 
1629,  a  Vienna  per  erigere  quel  di 
s.  Giuseppe,  mentre  nel  1627  per 
l'altro  di  s.  Teresa  alle  quattro  Fon- 
tane, era  stata  prescelta  la  m.  Ippo- 
lita Maria  Colonna,  sorella  della  ve- 
nerabile Maria  Chiara.  Ma  non  avendo 
essa  accettato  tale  incarico,  furono 
surrogate  altre  due  madri  dello 
slesso  monistero  di  sant'  Egidio. 
7^.  Eusebius  ab  omnibus  Sanctis, 
Enchìrìdion  Chronologìcum  ,  Ro- 
mae  1787,  pag.  44-  72"  1^0.  122. 
e  260. 

11  monistero  di  s.  Egidio  fu  sem- 
pre riguardato  con  benevolenza  dai 
Sommi  Pontefici.  Urbano  Vili  si 
recava  sovente  a  visitarlo,  trattenen- 
dosi entro  la  clausura  colla  religio- 
sa famiglia,  vi  disse  messa  privata  in 
chiesa,  e  comunicò  le  monache.  Ales- 
sandro VII  lo  aiutò  con  limosine, 
e  gli  assegnò  venti  scudi  al  mese. 
Clemente  XI,  Clemente  XII,  e  Be- 
nedetto XIV  ne  furono  egualmente 
benemeriti,  e  da  ultimo  Leone  XII 
in  molti  incontri  gli  dimostrò  la 
sua  sovrana  protezione.  Tanta  è 
dunque  la  venerazione,  che  si  ha 
per  questo  rispettabile  luogo,  il  quale 
viene  appellato  arcìmonistero.  Fra 
le  sovrane  recatesi  a  Roma  che  l'o- 
norarono in  persona,  va  rammen- 
tata la  vedova  di  Giovanni  III,  re 
di  Polonia,  Maria,"  che  vi  si  recava 
ogni  dì ,  e  voleva  ivi  ritirarsi,  se  non 
era  obbligata  a  far  ritonio  nel  re- 
gno,  come   si   legge   nella   cronaca 


GAR 

del  monistero  scritta  dal  p.  Emma- 
nuele  di  Gesù  e  Maria. 

Le  Carmelitane  scalze  del  moni- 
stero  de'  ss.  Pietro  e  Marcellino 
vicino  al  Laterano  riconoscono  per 
loro  primario  istitutore  il  Cardinal 
Domenico  Ginnasi,  decano  del  sagro 
Collegio,  che  meritò  1'  intima  ami- 
cizia dei  ss.  Giuseppe  Calasanzio,  e 
Camillo  de  Lellis.  Avendo  egli  il 
suo  palazzo  sulla  piazza,  che  da  lui 
prese  il  nome,  presso  le  botteghe 
oscure,  ove  oggidì  dimorano  le  mae- 
stre pie,  collocatevi  dal  Papa  re- 
gnante, acquistò  la  contigua  chiesa 
di  s.  Lucia,  già  antica  parrocchia, 
e  poscia  unitala  al  suo  palazzo,  di- 
vise questo,  parte  per  un  collegio 
di  otto  giovani  di  Castel  Bolognese 
sua  patria,  e  parte  lo  donò  pel 
monistero  delle  Carmelitane  scalze, 
che  ai  3o  giugno  1687  vi  restarono 
chiuse,  da  lui  perciò  dette  Tercsiane 
Ginnasie.  Piacque  poscia  a  Bene- 
detto XIV  di  trasportare  vicino  a 
s.  Pietro  in  Vincoli  i  monaci  ma- 
roniti, collocati  nel  1707  da  Cle- 
mente XI,  nel  monistero,  che  fab- 
bricò loro  presso  la  chiesa  dei  santi 
Pietro  e  Marcellino,  ciò  che  avven- 
ne nel  1754.  La  chiesa  de' ss.  Pietro 
e  Marcellino  era  stata  titolare  del 
medesimo  Benedetto  XIV,  ed  aven- 
dola fatta  rifabbricare,  la  fece  con- 
sagrare dal  Cardinal  Malvezzi ,  e 
quindi  la  concesse  col  contiguo  mo- 
nistero alle  monache  Carmelitane 
Ginnasie,  che  vi  passarono  ad  abi- 
tarlo, lasciando  il  primo  lor  moni- 
stero  alle  botteghe  oscure,  y.  Chiesa 
de'  ss.  Marcellino    e  Pietro. 

Il  monistero  dell'Assunta  di  santa 
Maria  Regina  Coeli  alla  Lungara, 
delle  Carmelitane  scalze  riformate, 
fu  eretto  da  d.  Anna  Colonna  »mo- 
glie  di  d.  Taddeo  Barberini,  nipote 
di  Urbano   Vili,    neirauno   i654> 


CAR  CAR  ^'^r 
il)  un  alla  cliiesa  contigua,,  con  ar-  XIV,  a'  7  gennaio,  vi  ammise  alla 
chi  lettura  di  Francesco  Contini.  Ivi  professione  religiosa  d.  Isabella  Co- 
parlicolannente  è  pregevole  il  cibo-  lonna,  col  nome  di  suor  M.  Anna 
rio  formalo  di  pietre  di  valore ,  e  Teresa  Inìelde  di  Gesù  Crocefisso, 
il  quadro  di  s.  Teresa  dipinto  dal  Ro-  che  inoltie  comunicò  ed  esortò,  e 
manelli.  Si  chiamano  queste  monache  poi  vi  fece  ritorno  a  farne  la  vela- 
di  Regina  Coeli  [l'aedi))  non  perchè  /ione,  dopo  aver  celebrata  la  messa, 
secondo  il  loro  religioso  istituto,  Lo  stesso  Pontefice  vi  vestì  solenne- 
ogni  quattro  ore  recitino  quell'anti-  mente  dell'  abito  Carmelitano,  nel 
fona  al  suono  della  loro  campana,  ly^a,  d.  Lucrezia,  altra  figlia  del 
jna  sibbene  percbè  alla  Regina  del  contestabile  Colonna ,  facendo  da 
Cielo  Maria  fu  dedicato  il  monistero  paraninfo  il  pronipote  di  lui  d.  Gio. 
loro.  La  predelta  d.  Anna,  che  era  Lambertini. 

stata  congiunta   in    matrimonio  con  II  monistero    poi   e   la   Chiesa  di 
d.  Taddeo,  dallo  stesso  Urbano  Vili,  s.    Teresa,    nella    strada   pia,    alle 
con  somma  grandezza  d'animo  sos-  quattro  fontane  con  disegno  di  Bai-- 
tenne    il  suo    gi'ado  in    molti  fasti-  tolomeo    Braccioli    di    s.  Angelo    in 
diosi    incontri,  e  mostrò  nobile  for-  Vado,  per  le  monache  Carmelitane 
tezza  nelle  avversità  della  casa  Bar-  scalze  dette  le  Teresiane,    fu    eretto 
berini.    Rimasta    vedova,  non    solo  dalla  pia  d.  Caterina  Cesi,  figlia  di 
fondò  a  sue  spese  questo  monistero,  d.  Olimpia  Orsini,  e  di  d.  Federico 
ma   volle   ritirarvisi,   ed   esservi  se-  Cesi    duca    di    Acquasparta,    vedova 
polta    colf  altra    confondatrice    sua  del  maichese    della  Rovere.    Questa 
sorella  d.   Vittoria,    che  professando  rispettabile  donna,  nell'età  di  Iren- 
nel    monistero     di     s.    Egidio,     nel  tatre  anni,  si  vesfi  Carmelitana  nel 
1629,  nelle  mani  del  Cardinal  s.  O-  monistero    di  s.  Egidio,    ne   avendo 
nofrio  Barberini,  fratello  di  Urbano  accettato    f  incarico     di   fondare    il 
Vili,  la    regola,    prese   il    nome  di  monistero    di    s.  Teresa     la    madre 
Chiara  Maria  della  Passione.  Uscen-  Ippolita  Maria  Colonna  che  n'era  stata 
do  poi  da  s.  Egidio,   nel   i654,  in  deputata, fu  surrogata  la  Cesi,  laqua- 
compagnia   della   m.    Teresa  di  san  le  avea  assunto  il  nome  di  M.  Catc- 
Giuseppe,   si    recò   in  questo  moni-  rina    di    Cristo.  Essa,  in  compagnia 
stero    ad    ordinarne    I'  instituzione ,  di  altra  monaca,  si  recò  a   fondarlo, 
per  cui  è  riconosciuta  per  confonda-  e  vi  si  ritirò  a' 9.3  aprile  1627,  nel 
trice.    Inoltre    vi    si    ritirò,    e    vi  fu  pontificato  di  Urbano   Vili,    giorno 
pure  tumulata  d.  Laura  Tomacella  in  cui  si  celebra  la  festa  di  s.  Gior- 
loro  parente.    Il  deposito  di  d.  An-  gio  martire.  La  prima  messa  fu  ce- 
na è  di  finissimi  marmi  neri,  ed  il  lebrata    ai  2.5  del  predetto  mese,  e 
busto  è  di  bronzo.  Il  p.  Biagio  della  quivi    la    fondatrice    mori  in  età  di 
Purificazione   carmelitano    scalzo,    e  quarantasette    anni  ,    ai    i3  maggio 
Luigi  Ignazio  Orsolini  pubblicarono      1637.    Questa    chiesa    e   monistero, 
la  vita  di    d.  Vittoria  Colonna  car-     per  essere  vicini    al   palazzo  aposto- 
melitana    scalza,     confondatrici    del     lieo  Quirinale,  furono  onorali  dalle 
monistero,  che  per  la  sua  santa  vita     visite  di  vari  Sommi  Pontefici,  mas- 
ebbe  il  titolo  di  venerabile,  ricono-     sime  nella  festa  di  s.  Teresa.  Inno- 
scendone    le  viriti    in    grado   eroico     cenzo    XIII ,  avendovi  da  Cardinale 
Clemente  XIII.  i\el  1746,  Benedetto     vestilo    due     pronipoti,     figlie    del 


52  CAR 

principe  Ruspoli ,  vi  si  recò  nel 
1721  a  dar  loro  solennemente  il 
sagro  velo. 

CARMELITANI  Calzati  dell'an- 
tica osservanza.  Ordine  religioso, 
che  trae  il  suo  nome,  e  la  sua  ori- 
gine dal  Carmelo  {Vedi),  montagna 
della  Siria,  abitata  in  passato  dai 
profeti  Elia  ed  Eliseo,  da  cui  pre- 
tendono i  Carmelitani  discendere , 
per  una  non  interrotta  successione. 
Abitando  separatamente  in  quali- 
tà di  eremiti  sul  monte  Carmelo 
parecchi  di  essi,  riunitisi  insieme 
nel  secolo  XII,  ebbero  nel  1209  da 
s.  Alberto,  patriarca  di  Gerusalem- 
me, una  regola,  che  nel  1226  da 
Onorio  III  fu  approvata.  Tuttavia 
essendo  quest'  Ordine  grandemente 
benemerito,  ed  insigne  nella  Chiesa, 
è  necessario  riportare  le  differenti  o- 
pinioni  sulla  di  lui  rimota  origine, 
e  le  questioni  insorte  su  tale  antichi- 
tà, nonché  quanto  altro  lo  riguarda. 

Tra  i  Carmelitani  pertanto  è  tra- 
dizione costante,  che  il  loro  venera- 
bile Ordine  abbia  avuto  incomin- 
ci amento  circa  novecento  anni  avan- 
ti la  nascita  di  Gesù  Cristo,  dal  san- 
to profeta  Elia  nativo  di  Tesbe  nel 
paese  di  Galaad,  il  quale  fiorì  nei 
regni  d'  Acab  re  d'  Israele,  e  di 
Giosafat  re  di  Giuda.  Provano  essi 
tal  tradizione  con  ragioni,  autorità 
di  scrittori,  tanto  carmelitani,  che 
stranieri,  e  con  quanto  dissero  i 
Pontefici  Romani ,  principalmente 
Giovanni  XXII,  Sisto  IV,  Giulio  III, 
s.  Pio  V,  Gregorio  XIII,  Sisto  V, 
e  Clemente  Vili.  Benedetto  XIII, 
nel  1725,  accordò  loro  di  erigere 
nella  basilica  vaticana,  fra  le  statue 
dei  fondatori  degli  Ordini  religiosi, 
quella  di  s.  Elia  con  questa  iscrizio- 
ne: Universus  Ordo  Carmelilarum 
fundatori  suo  sancto  Eliae  prophe- 
tae  erexit.  Prima  dei  detti  Papi,  i 


CAR 

Carmelitani  ne  citano  in  loro  favore 
altri  più  antichi,  cioè  Giovanni  V, 
Stefano  V,  Leone  IV,  Adriano  II, 
Sergio  III,  Gregorio  VII  ed  Ales- 
sandro III  che,  al  dire  di  Silvera, 
accordarono  parecchie  indulgenze  a 
coloro,  i  quali  in  alcuni  giorni  del- 
l' anno  avessero  visitate  le  chiese  dei 
Carmelitani,  come  dicono  rilevarsi 
dalle  loro  bolle,  approvate  da  Si- 
sto IV  nel  i477'  Confermano  poi 
la  medesima  tradizione  coli'  offizio , 
che  da  tempo  immemorabile  recita- 
no di  s.  Elia  a'  20  luglio,  nel  qua- 
le apertamente  viene  egli  appellato 
duce,  fondatore,  e  padre  de' Carme- 
litani. Finalmente  la  corroborano 
con  diversi  martirologi,  e  con  altri 
monumenti,  che  si  possono  vedere 
nel  p.  Lezana  annalista  de'  Carme- 
litani; nella  Vigna  del  Carmelo  del 
p.  Daniele  della  Vergine  Maria;  nel- 
lo Specchio  del  Carmelo  del  medesi- 
mo autore;  ne' due  tomi  deW  Arse- 
nale islorico-teologico  del  p.  Fran- 
cesco di  Buona  Speranza;  nell'  opera 
del  p.  Sebastiano  di  s.  Paolo;  nella 
Storia  Cronologica,  e  nel  Sacro 
Carmelo  italiano  del  p.  Mariano 
Ventimigha,  tutti  riportati  dal  p. 
Annibale  da  Latera,  nel  suo  Com- 
pendio della  storia  degli  Ordini  re- 
golari ^  al  capitolo  X,  e  in  altri  mol- 
ti autori,  che  per  difendere  la  tan- 
to contrastata  origine  de'  Carmelita- 
ni scrissero  in  diversi  tempi,  e  par- 
ticolarmente verso  il  fine  del  seco- 
lo XVII,  e  nel  principio  del  seguen- 
te, contro  il  celebre  p.  Papebrochio, 
ed  altri  continuatori  di  Bollando, 
nel  tomo  I  :  Ada  sanclorwn  Bol- 
landiana  vindicataj  e  fu  allora,  che 
sostenendosi  con  calore  la  contro- 
versia se  l'Ordine  del  Carmine  fos- 
se fondato  da  Elia  ed  Eliseo  profe- 
ti, le  parti  contendenti  cominciava- 
no ad  allontanarsi  dai  termini  con- 


CAR 
venevoli,  per  cui  il  Pontefice  Inno- 
cenzo XII,  Pignatlelliy  a*  20  novem- 
bre i6g8,  colla  costituzione  178, 
che  si  legge  nel  Bollano  romano  al 
tomo  IX  p.  49 ^>  i  1^1  pose  silenzio  ai 
due  partiti,  sotto  pena  di  scomuni- 
ca latac  sententiae  in  caso  di  con- 
travvenzione. Questa  costituzione  è 
anche  riportata  da  Tommaso  Pas- 
cucci nel  Compendio  ad  consult.  ca- 
nonicas  Pignattelli  part.  II,  p.  348. 
Veggasi  su  questa  famigerata  que- 
stione Papebrocliio  in  P^ita  h.  Alber- 
ti die  8  aprìlis  p.  777,  e  nel  Pro- 
pilaeo  par.  II.  p.  89  ;  Bellarmi- 
no lib.  II,  de  Monachis  cap.  89, 
p.  240,  tom.  II;  Baronio  ad  atinum 
1 1 8 1  §  1 3,  ed  il  Cardinal  ^Petra, 
Commentar,  ad  Const.  Jpost.,  tomo 
li,  p.  273,  non  che  il  tomo  I  del- 
la Chronìca  dos  Carnielitas  del  p. 
Pereira,  il  quale  parlando  dell'  ori- 
gine della  sua  religione,  dice  che  il 
fondatore  fu  s.  Elia,  volendolo  pro- 
vare con  diversi  fondamenti,  fra  i 
quali  riporta  la  rivelazione  della  b. 
Vergine  fatta  a  s.  Pietro  Tommaso, co- 
me si  legge  nell'uffizio  di  questo  santo. 
Dopo  s.  Elia,  scrive  che  s.  Eliseo 
abbia  esercitato  il  generalato  de'Car- 
melitani  fino  all'  anno  della  creazio- 
ne del  mondo  32o4,  cioè  849  anni 
prima  della  nascita  del  Redentore; 
indi  descrivendo  gli  altri  generali 
del  Carmine  in  tempo  della  legge  scrit- 
ta, passa  a  quelli  della  legge  di  grazia, 
in  cui  fu  il  primo  a  sostenere,  co- 
me egli  crede,  questo  carattere  s. 
Gio.  Battista,  e  lo  convalida  colla 
testimonianza  di  fr.  Gio.  da  Car- 
tagena  francescano,  nel  tomo  III  de 
sacris  arcanis  Deiparae ,  ove  si 
appoggia  a  molti  testi  de'  ss.  Padri. 
Dal  menzionato  profeta  EHa  questo 
Ordine  è  detto  anche  Eliano  j  altri 
però  lo  chiamano  Mari-Eliano^  da 
s.  Elia,  e  da  Maria    santissima,    la 


CAR  53 

quale  fu  veduta,  siccome  diversi  af- 
fermano, dalla  cima  del  monte  Car- 
melo sotto  la  figura  d'una  nuvolet- 
ta, che  ascendeva  dal  mare.  Favo- 
rì ella  di  poi  in  varie  circostanze, 
e  ricolmò  di  grazie  l'Ordine  mede- 
simo, per  cui  in  quel  monte,  e  al- 
trove è  stata,  ed  è  venerata  con 
particolar  culto  qual  patrona  del- 
l'Ordine. Dimostrano  i  Carmelitani 
poi  la  loro  discendenza  da  Elia  fino 
a  Cristo  per  mezzo  di  Eliseo,  e  dei 
figli  de'  profeti,  e  quindi  pegli  assidei 
ed  esseni,  i  quali  erano  uomini  riputa- 
ti giusti  e  religiosi  nell'  antico  testa- 
mento, perchè  affettavano  un  grado 
di  santità  più  eminente  di  quella 
ordinata  dalla  legge,  di  cui  zelan- 
do r  osservanza,  vivevano  per  lo 
più  nelle  campagne  in  istretta  u- 
nione  tra  loro,  separali  dalla  socie- 
tà, e  tutti  occupati  nella  contem- 
plazione, e  nel  lavoro  delle  mani. 
Per  provare,  che  questi  uomini  dab- 
bene, e  discendenti  da  Elia,  esistes- 
sero pure  ne' tempi  apostolici,  che 
abbracciassero  con  molto  ardore  la 
religione  cristiana,  e  si  chiamassero 
eremiti  del  monte  Carmelo,  addu- 
cono r  autorità  del  vescovo  di  Ge- 
rusalemme Giovanni  II,  primo  pa- 
triarca di  quella  città,  presa  dal  ca- 
pitolo 3o  del  libro  a  lui  attiibuito, 
de  Instilutione  Monachoruni,  e  di- 
retto a  Caprasio,  tane  totius  ordi- 
nis  eliani  archìmandritae^  et  abba- 
ti generali.  Apportano  anche  l'au- 
torità di  Giuseppe  Antiocheno,  il 
quale  secondo  il  Possevino  fiori  nel- 
l'anno  di  Cristo  i3o,  e  nel  capito- 
Io  XII  de  perfecta  mililia  primiti- 
vae  Ecclesiae  ,  dice  che  i  soli- 
tari imitatori  di  Elia  ed  Eliseo  al 
tempo  degU  apostoli,  discesero  dal 
monte  Carmelo,  predicarono  la  fe- 
de di  Gesù  Cristo  nella  Gali- 
lea,  nella    Samaria,   e    nella    Pale- 


54  CAR 

slina,  et  in  Virginis  Marine  hono- 
rem in  montis  Carmeli  dccliinofa- 
bricantes  pratorinni,  Salvatoris  Ma- 
iri specialissime  servicrwit.  Aggiun- 
gono alle  sopraddette  autorità  quella 
del  Cardinal  di  Vitriaco,  nel  capo 
52  della  Storia  orientale,  da  lui 
scritta  dopo  avere  scorsi  que'  paesi , 
ed  essersi  trovato  nel  12 19  in  Da- 
ni iala  coir  esercito  de'  cristiani,  ivi 
accampato  contro  il  puscià  d'Egit- 
to. I  sopraccitati  scrittori,  non  che 
il  Bollarlo  Carmelitano,  par.  I,  pag. 
I,  vogliono  quindi,  che  a' religiosi 
abitatori  del  monte  Carmelo,  e  dei 
suoi  dintorni  parte  eremiti,  e  parte 
cenobiti,  essendosi  accresciuti ,  verso 
r  anno  4^0,  il  mentovato  patriarca 
gerosolimitano  Giovanni  li  desse  la 
regola  contenuta  nel  menzionato  li- 
bro de  institut.  Monadi.  _,  regola 
che  da  loro  si  osservò ,  finche  al- 
tra non  ne  ottennero  da  s.  Alberto, 
altro  patriarca  di  Gerusalemme,  ai 
i3  gennaio  1171,  o  1181.  Il  p. 
Gros,  generale  dell'Ordine,  verso  il 
1 4 1 1 ,  lasciò  scritto  nel  suo  Orto 
del  Carmelo^  che  il  patriarca  Gio- 
Tanni  II  diede  al  suo  discepolo  Ca- 
prasio  non  una  regola  da  lui  com- 
posta, ma  quella  di  s.  Basilio,  e  che 
questa  essi  osservarono  sino  all'al- 
tra loro  assegnata  nel  i2o5,  o  nel 
1209  ^^^  parmigiano  s.  Alberto. 
Tutta  volta  è  in  questione,  che  Gio- 
vanni II  patriarca  gerosolimitano 
abbia  dato  la  regola  ai  Carmelita- 
ni. Si  legga  r  autore  della  Storia 
degli  Ordini  monastici  religiosi  e 
militari,  tradotta  dal  p.  Fontana, 
ove  alla  pag.  817  si  dice,  che  i 
Carmelitani  non  hanno  ricevuto  al- 
cuna regola,  né  quella  di  s.  Basilio, 
ne  il  libro  delle  Istituzioni  dei  mo- 
naci falsamente  attribuito  al  detto 
Giovanni  II  di  questo  nome,  e 
Xm  o  XLIV  vescovo  di    Gerusa- 


CAR 
lemme,  né  altra,  meno  quella  ad  essi 
data  dal  patriarca  s.  Alberto.  Di  lat- 
ti s.  Brocctu'do,  superiore  degli  eremi- 
ti del  monte  Carmelo,  fu  quello  che 
a  lui  K\  domandò  vedendo  aumen- 
tarsi il  numero  de*  suoi  eremiti  ; 
locchè  dal  patriarca  s.  Alberto  gli 
venne  accordato,  onde  scrisse  una 
regola  e  l' inviò  a  s.  Broccardo  e 
ai  suoi  eremiti,  che  vivevano  sot- 
to la  di  lui  ìibbidien/a,  e  dimora- 
vano alla  fontana  di  Elia  sul  mon- 
te Carmelo.  Tal  regola  comincia  co- 
sì :  Albertus  Dei  gratia  Jerosoly- 
mitanae  ecclesìae  vocatus  patriar- 
cha,  dilectis  in  Chris  lo  Jìliis  Broc- 
cardo, et  caeteris  eremitis,  qui  sub 
ejus  obedie/Uia  juxta  fontem  Elide 
in  monte  Carmelo  morantur,  sàlu- 
tem  in  Domino.  V.  pure" il  Butler,  Vi- 
te de  Santi,  aprile  pag.  945  ^^^^ 
dimostra  aver  s.  Alberto  data  la 
regola  non  prima  dell'anno  1209. 
Questi  dopo  essere  stato  trasferito 
da  Innocenzo  III  nell'  anno  1 204 
dalla  chiesa  di  Vercelli  a  quella  di 
Gerusalemme,  fu  il  XII  patriarca 
latino  di  tal  metropolitana.  11  me- 
desimo santo  chiamato  dal  detto 
Papa  al  concilio  generale  Xll,  di 
Laterano  IV,  nel  12 15,  non  vi  si 
potè  recare  essendo  stato  ucciso  nel 
precedente  anno  da  un  italiano,  per 
vendicarsi  delle  giuste  correzioni  fat- 
tegli quando  era  vescovo  di  Ver- 
celli. Mori  martire  della  giustizia , 
sebbene  i  Carmelitani  ne  celebrino 
la  festa  agli  otto  aprile  con  rito  di 
confessore. 

La  regola  adunque  scritta  in  die- 
ciotto brevissimi  capitoli  da  s.  Al- 
berto, e  da  lui  data  a  s.  Broccar- 
do, superiore  degli  eremiti  del  mon- 
te Carmelo,  successore  nello  stesso 
uffizio  di  s.  Bertoldo  Malafaida  di 
nazione  francese,  il  quale  fu  il  pri- 
mo che,  lasciato  il  titolo   di    abba- 


GAR 

te  e  di  archimandrita  ,  prendesse 
ali'  uso  de'  latini  quello  di  priore 
generale;  regola  che  da  molti  Carmeli- 
tani si  osserva  ;  è  appunto  quella  che 
nel  1226  ai  3  gennaio,  fu  approva- 
ta da  Onorio  IH,  e  altri  dicono,  tra 
i  quali  Bergier,  con  diploma  dato 
in  Rieti  ai  3o  gennaio  1226,  cor- 
retta in  parte  da  Innocenzo  IV,  e 
mitigata  da  Eugenio  IV,  come  me- 
glio si  dirà.  Questa  regola  tratta 
dell'elezione  del  priore,  de' suoi  do- 
veri, delle  celle  de'  frati  in  mezzo 
alle  quali  prescrive  l' erezione  di  un 
oratorio ,  in  cui  tutti  i  religiosi 
dovranno  adunarsi  per  assistere  al- 
la messa,  e  che  fuori  di  tal  tempo, 
e  dell'uffizio  divino  stieno  ritirati 
nelle  proprie  celle,  ove  si  occupino 
in  orare,  meditare,  e  nel  lavoro  del- 
le mani,  meno  un  legittimo  impe- 
dimento. Prescrive  altresì  l'epoca 
per  celebrare  i  capitoli  locali,  e  il 
digiuno  dall'  esaltazione  della  croce 
i^iuo  a  Pasqua,  la  perpetua  asti- 
nenza dalle  carni,  il  rigoroso  silen- 
zio da  vespero  sino  a  terza  del  di 
seguente,  la  privazione  di  qualun- 
que cosa  in  particolare,  e  la  recita 
da  farsi  dai  frati  laici,  o  conversi  di 
alcune  orazioni  in  luogo  del  divino 
uffizio.  Celebrano  però  i  carmelita- 
ni calzati  la  messa,  col  rito  dell'an- 
tico messale  Parisiense  F.  il  Dal- 
masi  Explicatio  Missae,  tomo  IV. 
disser.  XV.  art.  4- 

A  moderare  e  correggere  tal  re- 
gola, i  Carmelitani  spedirono  due 
religiosi  al  Papa  Innocenzo  IV ,  il 
quale  vi  deputò  il  Cardinal  Ugo  di 
s.  Carlo ,  e  Guglielmo  vescovo  di 
Antaiada  ossia  Tortosa  nella  Fran- 
cia. Questi  vi  aggiunsero  il  voto  di 
castità,  indi  dichiararono,  che  seb- 
bene i  carmelitani  fossero  eremiti,  ciò 
non  ostante  potessero  avere  conventi 
non    jjùlo    nelle    solitudini    (giacché 


CAR  5^ 

alcuni  pretendevano  che  ivi  solo  po- 
tessero dimorare),  ma  ancora  in  tutti 
i  luoghi  compatibili  colla  regolare 
osservanza:  ordinarono  che  ne'  viag- 
gi si  potessero  nutrire  di  erbe  cotte 
nel  brodo  della  carne,  e  navigando 
per  mare  anche  di  carne ,  restrin- 
gendo il  silenzio  da  compieta  sino 
all'  ora  di  prima  del  giorno  appres- 
so. Permisero  loro  ancora  di  man- 
giare nel  refettorio,  e  regolarono  la 
recita  del  divino  ufficio,  ch'essi  di- 
cono eseguire  secondo  il  rito  gero- 
solimitano. Tuttociò  fu  approvato 
da  Innocenzo  IV  nel  1248  colla  bol- 
la, Quac  honorem,  e  confermato  da 
altri  Papi  :  onde  quelli,  che  osserva- 
no le  correzioni  fatte  da  Innocenzo 
IV  chiamaronsi  Carmelitani  osser- 
vanti la  regola  primitiva,  e  gli  altri, 
che  seguirono  quella  mitigata  da 
altri  Pontefici,  si  denominarono  Car- 
melitani conventuali. 

Nel  pontificalo  di  Giegorio  IX , 
predecessore  d' Innocenzo  IV ,  per 
una  rivelazione  della  ss.  Vergine  al 
beato  Alaino  generale  de'  carmeli- 
tani ,  molti  di  essi  dalla  Siria  e  Pa- 
lestina passarono  in  Europa  ,  e 
quindi  fondarono  conventi  in  Ci- 
pro, Inghilterra  e  Sicilia,  propagan- 
dosi altresì  per  la  Francia,  Germa- 
nia, Italia  e  altri  luoghi,  per  cui  il 
loro  primo  capitolo  generale  tenuto 
in  Europa ,  ebbe  luogo  nel  1 24  j, 
nel  convento  di  Ailcsford  in  In- 
ghilterra. Eletto  fu  successore  al 
b.  Alaino,  il  celebre  b.  Simone  Stock, 
sotto  il  cui  governo  1'  Ordine  car- 
melitano proseguì  a  moltiplicarsi  mi- 
rabilmente ;  ed  il  medesimo  b.  Si- 
mone Stock  otteime  per  esso,  come 
si  dirà  poi,  dalla  ss.  Vergine  lo  sca- 
polare, e  dai  Pontefici  molti  privi- 
legi. 

In  tempo  del  grande  scisma  d  Oc- 
cidente, incominciato  nell'anno  iSyi), 


&e  CAR 

si  divisero  i  carmelitani  in  due  par- 
titi, secondo  le  ubbidienze  che  se- 
guivano, di  Roma  o  di  Avignone , 
ognuna  delle  quali  si  elesse  un  ge- 
nerale, argomento  di  che  diffusa- 
mente ti^atta  il  p.  Sebastiano  Fan- 
toni  Castrucci  carmelitano,  ncW  Tsto- 
ria  d'/4fignonej  T^whhVicala  nel  1678 
in  Venezia.  Per  questo  in  epoca  sì 
lagrimevole  per  tutti  gli  Ordini  re- 
ligiosi, anche  nel  carmelitano  s'in- 
trodusse il  rilassamento  dall'antico 
spirito,  che  durò  sino  al  i43o,  nel 
qual  anno  fu  celebrato  il  capitolo 
generale,  in  cui  determi nossi  ricor- 
rere al  Sommo  Pontefice  per  por- 
vi un  opportuno  riparo.  Difatti  il 
Papa  Eugenio  IV,  creato  a'  3  marzo 
dell'anno  i43i,  vi  prese  provviden- 
za, e  ne  mitigò  il  rigore,  dappoiché 
permise  loro  di  mangiare  la  carne 
tre  volte  la  settimana ,  moderò  il 
digiuno  dalla  festa  della  ss.  Croce 
sino  alla  Pasqua,  moderò  il  continuo 
silenzio,  e  concedette  loro  di  uscire 
dalle  proprie  celle  alcune  ore  deter- 
minate, e  di  passeggiare  dentro  la 
clausura.  Insorto  poi  il  dubbio  sul 
digiuno,  che  alcuni  superiori  vole- 
vano osservato  anche  ne'  giorni  in 
cui  era  permesso  di  mangiar  carne, 
ricorsero  a  Pio  II  che,  nel  i/i^^g, 
diede  facoltà  ai  generali  prò  tem- 
pore di  ordinare  in  proposito  ciò 
che  avessero  stimato  più  confacente 
in  proporzione  della  qualità  delle 
persone,  de'  luoghi  e  dei  tempi. 

I  Carmelitani  vestivano  dapprima 
un  abito  bianco  ;  ma  i  saraceni , 
presso  i  quali  tal  colore  è  segno  di 
nobiltà,  avendoli  obbligati  a  lasciar^ 
Io,  adottarono  gli  abiti  formati  a 
striscie  secondo  l'uso  degli  orientali, 
per  cui  in  passato  vennero  chia- 
mati Fratres  Barrati,  Bìrratì,  Ra- 
diati, Stragidatij  a  motivo  di  tal 
abito  screziato  a  diversi    colori,  ed 


CAR 
in  Italia  furono  detti  Listati,  per 
cui  in  alcune  pitture  antiche  tali  liste 
compariscono  bianche,  grigie  e  ne- 
re, ed  in  altre  bianche  e  tanè  ;  in 
alcune  si  veggono  stese  per  lungo 
da  cima  a  fondo  della  cappa,  e  in 
altre  poste  a  traverso  a  guisa  di 
fascie.  Se  ne  vedono  talvolta  cinque, 
e  tal' altra  sette,  ed  anche  in  mag-^ 
gior  numero.  Passati  i  religiosi  in 
Europa,  stabilirono  di  lasciare  que- 
ste liste,  ma  venne  l'ordine  sospeso 
nel  concilio  generale  XIV ,  lionese 
II,  celebrato  da  Gregorio  X  nel  1274, 
acciocché  fosse  più  maturamente  esa- 
minato. Assunto  però  nel  i285  al 
pontificato  Onorio  IV,  non  solo  egli 
lo  confermò,  come  si  ha  pure  da 
Tolomeo  da  Lucca,  Histor.  Eccl.  lib. 
XXIV,  capo  i4>  nia  per  le  istanze 
del  p.  Pietro  di  Milland  generale 
de'  carmelitani,  concesse,  che  lasciato 
l'abito  d'allora  siccome  non  decen- 
te ,  assumessero  la  cappa  bianca , 
ciocché  si  effettuò  nel  capitolo  ge- 
nerale adunato  nel  1287  in  Mont- 
pellier, nel  qual  anno  principiarono 
ad  usare  anche  uno  scapolare  eguale 
a  quello  donato  dalla  ss.  Vergine 
al  b.  Stock,  siccome  affermano  molti 
autori,  fra'  quali  Sandero,  Cornelio 
a  Lapide,  Papebrochio  stesso,  e  il 
gran  Lambertini,  De  festia,  t.  II , 
p.  871.  Fu  approvato  tale  scapola- 
re dalla  congregazione  de'  Riti  nel- 
r  ufìlzio  della  commemorazione  so- 
lenne della  b.  Vergine  del  Carmelo 
a'  16  luglio,  ed  era  di  color  tanè, 
simile  a  quello  dell'abito  o  tonaca, 
e  del  cappuccio,  che  portano  di  con- 
tinvio.  Sullo  scapolare  sovrappongo- 
no nelle  funzioni,  e  quando  escono 
dal  convento  a  beneplacito,  la  detta 
cappa  bianca  con  altio  cappuccio 
di  egual  colore  ;  abito  che  inoltre  di 
poi  fu  approvato  da  Bonifacio  Vili 
ai  25  novembre   \ic)5,  coli' autorità 


f 


CAR 
della  costituzione,  Jiistis  pctentìum , 
come  racconta  s.  Antonino  in  Chron. 
part.  Ili,  tit.  20,  cap.  5.  F.  il  Ga- 
ra mpi  nelle  sue  Memorie  della  b. 
Chiara,  ove  a  p.  i44  l'iporta  eru- 
ditissime notizie  suir  antico  abito 
de'  Carmelitani. 

Dicesi,  che  il  Pontefice  Giovanni 
XXII,  eletto  nel  i3i6,  abbia  pub- 
blicato in  favore  de'Carmelitani,  ai 
3  marzo  del  sesto  anno  del  suo 
pontificato,  la  celebre  bolla,  Sacra- 
tissinio  Itti  culmine,  emanata  in  Avi- 
gnone, chiamata  volgarmente  Sab- 
bati na,  perchè  la  b.  Vergine,  sicco- 
me molti  autori  affermano,  avea 
promesso  al  beato  Simone  Stock 
di  levare  dal  purgatorio,  nel  primo 
sabbato  dopo  la  loro  morte ,  tutti 
quelli  che  fossero  ascritti  alla  fra- 
tellanza o  confraternita  di  s.  Maria 
del  Carmine,  della  quale  tratta  il 
Baillet  a'  i5  agosto  §  6,  num.  34. 
Nel  pontificato  però  di  Paolo  V 
avendo  egli  a'  27  maggio  1606 
pubblicato  la  costituzione,  Romanus 
PontifeXj  che  si  legge  nel  tomo  V 
del  Boll,  roman.  par.  Ili,  p,  227, 
Gon  essa  sospese  tutte  le  indulgenze 
accordate  da'  suoi  predecessori  a'  re- 
golari. Ciò  non  pertanto  i  Carmeli- 
tani di  Portogallo  seguitarono  a  pre- 
dicare la  Sabbatina,  bolla  che  seb- 
bene sospetta  a  molti  eruditi,  fra  i 
quali  a  Launoio  in  Dissert.  de  car- 
melitani scapularis  sodali lio ,  tom. 
II,  pag.  4^45  P^i'  i^on  trovarsene 
l'originale,  ne  per  essere  stata  ap- 
provata dai  Pontefici  in  forma  spe- 
cifica,  ma  solo  in  forma  comune, 
tuttavolta  era  stata  confermata  in- 
torno alle  indulgenze  e  privilegi,  che 
concedeva  a'  religiosi  e  confrati  del 
Carmine,  da  Clemente  VII  ai  1 2  a- 
t;osto  i53o  colla  costituzione  Ex 
Clementi j  da  Paolo  III  colla  coi\.\- 
iuzione  Proi^isionis  nostrae  del  i534j 


CAR  57 

da  s.  Pio  V,  colla  costituzione,  Su- 
perna, dispositione  del  1 5^*0 ;  da  Gie< 
gorio  XIII,  colla  costituzione,  Ut 
laude;},  del  18  settembre  1577;  da 
Clemente  X,  colla  costituzione,  Coni- 
missa  nobis,  degli  B  maggio  1673, 
non  che  da  altri  Pontefici. 

Insorte  per  la  suddetta  bolla  di 
Paolo  V  da  per  tutto  gravi  dispu- 
te, e  principalmente  in  Portogallo , 
di  cui  fece  la  storia  Paolo  di  Tutti 
i  Santi,  nella  Clavìs  aurea  par.  II, 
cap.  i5,  i  Carmelitani  furono  denun- 
ziati air  inquisizione  di  Lisbona,  ed 
il  Pontefice,  dopo  maturo  esame, 
per  fermare  il  corso  alla  controver- 
sia, fece  inviare  nel  161 3  all'inqui- 
sitore generale  di  Portogallo  il  pon- 
tificio decreto  ,  in  cui  si  permet- 
teva a'  pp.  carmelitani  di  predicare, 
«  che  il  popolo  cristiano  poteva  pia- 
«  mente  credere  il  soccorso  che 
«  godono  le  anime  de'  religiosi ,  e 
»  de'  confratelli  del  Carmine,  cioè 
»  che  la  beatissima  Vergine  co'  suoi 
>i  meriti,  e  colla  sua  intercessione, 
>i  principalmente  nel  giorno  del  sab- 
»  Lato,  aiuterà  le  suddette  anime, 
>i  che  moriranno  in  grazia;  se  in 
»  questa  vita  avranno  portato  l'a- 
«  bito ,  serbata  la  castità  nel  loro 
»  stato,  quelli  che  sapranno  legge- 
«  re ,  avranno  recitato  1'  uffizio  pic- 
«  colo  della  Madonna,  e  non  sapen- 
»  do  recitarlo,  avranno  osservati  i 
»  digiuni  della  Chiesa,  e  si  saran- 
"  no  astenuti  dalla  carne  il  mer- 
«  coledì  ed  il  sabbato,  eccetto  se 
>y  in  tali  giorni  accadesse  il  Natale 
>i  del  Signore.  Vietava  però  che  si 
»  potessero  dipingere  le  immagini 
>y  della  medesima  Vergine  Maria  in 
«  atto  di  scendere  nel  purgatorio 
>^  per  levarne  quell'anime  ".  Questo 
decreto,  secondo  Lambertini,  De  fé- 
stis  B.  M.  Plrgiìiisj  §  77y  p.  282, 
trovasi  nel  bollario    dei    carmelitani 


58  CAR 

tomoi,  p.  62,  lom.  II,  p.  601  ,  con- 
servandosene roiiginale  nella  segre- 
taria del  consìglio  generale  dell'in- 
quisizione di  Lisbona. 

Dai  carmelitani  ebbero  origine  le 
carmelitane  (Fedi)^  nel  secolo  XV 
i  carmelitani  rifoi  inati  (  Vedi  ) ,  nel 
secolo  XVI  i  carmelitani  scalzi  o 
Teresiani  (Vedi),  oltre  i  carmeli- 
tani del  tei-zo  Ordine  (  Vedi  ).  In 
questo  benemerito  Ordine,  che  colla 
costituzione  65  di  s.  Pio  V,  emanata 
nel  1567,  fu  riconosciuto  per  men- 
4icante,  insieme  alle  sue  monache, 
in  ogni  epoca  fiorirono  moltissimi 
dotti  e  santi  religiosi,  come  leggia- 
mo nel  citato  autore  della  Storia 
degli  Ordita  religiosi,  tradotta  dal 
j».  Fontana  t.  I,  p.  I,  e.  44»  «o» 
che  dai  pp.  Gio.  Gros,  Francesco 
di  s.  Angelo,  Emmanuele  Romano  Do- 
menico di  Gesù,  ed  altri  carmelita- 
ni, i  quali  composero  interi  volumi, 
per  enumerare  i  soggetti  del  loro 
Ordine  illustri  per  santità  di  vita , 
per  le  dignità  ecclesiastiche  eserci- 
tate, e  per  la  loro  profonda  dottri- 
na. Un  altro  parimenti  ne  diede  in 
bice  il  p.  Domenico  di  Gesù,  che 
tratta  de*  soggetti  presi  da  questa 
religione  per  conterir  loro  la  prima 
dignità  della  Chiesa.  Essi,  come  ri- 
leva il  Novaes  nel  tomo  I,  p.  84 
delle  sue  Dissertazioni ,  contano  fra 
i  loro  religiosi  tre  Pontefici,  due  an- 
tichissimi, cioè  s.  Telesforo  greco, 
eletto  nel  i  ^1 ,  s.  Dionisio  greco , 
creato  nel  261,  e  il  b.  Benedetto 
XII  esaltato  nel  i334,  che  da  car- 
melitano passò  abbate  di  Cistello , 
sebbene  il  Baluzio  non  sia  di  tal 
parere.  Leone  XII,  dopo  avere  tras- 
Jatato  dalla  sede  vescovile  di  Rieti 
a  quella  di  Osimo  e  Cingoli  mon- 
signor Timoteo  Maria  Ascenzi  car- 
melitano, mentre  nel  1828  lo  vo- 
leva creare  Cardinale,  venne  rapito 


CAR 
dalla  morte  ;  ma  il  Papa  regnante 
nel  concistoro  de' 6  aprile  i83f), 
annoverò  al  sagro  Collegio  Placitlo 
Maria  Tadini,  dell'  Ordine  della  b. 
Vergine  del  Carmelo  dell'  antica 
osservanza,  attuai  degnissimo  arci- 
vescovo di  Genova,  e  gli  conferì  il 
titolo  presbiterale  di  s.  Maria  in 
Traspontina  degli  stessi  carmelitani. 

Quest'  Ordine  insigne,  oltre  la 
congregazione  di  Mantova,  e  la  vi- 
caria di  Sardegna ,  ora  elevata  a 
provincia,  ebbe  sino  a  trentacinque 
Provincie,  sotto  l'ubbidienza  di  un 
solo  generale,  il  quale  risiede  nel 
convento  di  s.  Maria  in  Trasponli- 
na  di  Roma,  siccome  capo  dell'Or- 
dine. In  Madrid  dimorava  il  vicario 
generale  delle  provincie  Cismonta- 
ne: ma  per  le  attuali  vicende  per 
la  Spagna  ora  non  vi  è  che  un  com- 
missario apostolico,  colle  facoltà  di 
vicario  generale  per  la  sola  peniso- 
la, eletto  dal  Papa  regnante,  e  re- 
sidente in  Roma.  Il  procuratore  ge- 
nerale dell'Ordine  gode  il  privilegio 
di  pronunziare  il  discorso  nella  Cap- 
pella pontificia,  nella  quarta  dome- 
nica di  quaresima,  e  nella  quarta 
domenica  dell'avvento. 

La  prima  chiesa  concessa  in  Ro- 
ma a' Carmelitani  dell'antica  osser- 
vanza, fu  quella  di  s.  Giuliano  ai 
trofei  di  Mario  sul  monte  Esquili- 
no.  Presentemente  hanno  i  Carme- 
litani tre  conventi  in  Roma ,  colle 
chiese  annesse  che  sono  parrocchie, 
e  titoli  Cardinalizi,  cioè  i."  la  chie- 
sa dei  ss.  Silvestro  e  Martino  ai 
Monti,  che  Bonitàcio  Vili  nel  1295 
diede  in  cura  a'Carmelitani,  i  qua- 
li ne  furono  assai  benemeriti,  giac- 
ché ripete  l'attuai  forma  dafp.  Gio- 
vanni Antonio  Filippini  romano, 
generale  dell'  Ordine,  che  v'  impie- 
gò grossa  somma  di  danaro,  e  scuo- 
prì  l'antica  chiesa  sotterranea;  2."  La 


CAR 
chiesa  di  s.  Grisogono  in  Trasleve- 
re,  presso  la  quale  fu  già  l'  abitazione 
de' Pontefici,  e  che  Sisto  IV  nel 
1480  diede  ai  CarmeUtani  riformati 
della  congregazione  di  Mantova  (/^e- 
di);  3.°  La  chiesa  di  s.  Maria  in 
Traspontina  in  Borgo  nuovo  nel 
1484  concessa  ad  essi  da  Innocenzo 
Vili,  ma  che  per  essere  stata  demolita 
affine  di  fortificare  Castel  s.  Angelo, 
fu  data  loro  l'attuale  incominciata 
a  edificarsi  da  Pio  IV  nel  i564j 
insieme  al  contiguo  convento  per 
abitazione  dei  Carmelitani ,  peroc- 
ché già  in  avanti  possedevano  la 
vecchia  chiesa  di  Traspontina.  Al- 
l' articolo  Chiese^  si  riportano  le  no- 
tizie delle  tre  qui  mentovate. 

Sino  al  pontificato  poi  di  Leone 
XII,  i  Carmelitani  ebbero  il  con- 
vento e  la  chiesa  di  s.  Maria  di 
Montesanto,  o  Regina  Coeli  sulla 
piazza  del  popolo  in  Roma,  loro 
concessa  nel  1662  da  Alessandro 
VII,  venendo  poi  rifabbricato  il 
convento  dall'  architetto  Girolamo 
TeodoH.  Abbiamo  dal  Bonanni  , 
Catalogo  degli  Ordini  religiosi  , 
capo  LXVI,  che  i  rehgiosi  Carme- 
litani di  detto  convento  non  por- 
tavano cappello,  coprendosi  del  solo 
cappuccio  i  vestivano  come  gli  altri, 
ma  di  panno  più  grosso  di  color 
grigio,  ed  il  mantello,  o  cappa  di 
color  bianco.  Nelle  memorie  dei 
Carmelitani  il  detto  panno  grosso 
veniva  chiamato  carpila^  e  ne  trat- 
ta il  Du-Cange. 

Lo  stemma  dei  Carmelitani  cal- 
zati e  scalzi  è  sovrastato  da  una 
corona,  sulla  quale  sorge  un  brac- 
cio, la  cui  mano  stringe  una  spada. 
Nella  targa  evvi  un  monte  acumi- 
nalo con  tre  stelle,  cioè  due  late- 
ralmente alla  sua  estremità,  l'altra 
nel  mezzo  dello  stesso  monte.  Sullo 
stemma  di   questo  Ordine,    si    può 


CAR  59 

vedere  il  p.  Ventimiglia,  Cronolog. 
de'  generali  latini  a  pag.  i,  e  il  p. 
Daniele,  Speculum  Carni,  tom.  I, 
pag.  102,  ove  riportandosi  lo  stem- 
ma vi  è  la  figura  di  Elia  sul  Ta- 
borre,  avente  nella  bandiera  lo  stem- 
ma dell' Ordine  come  sopra. 

E  però  da  avvertirsi,  che  lo  stem- 
ma de' Carmelitani  scalzi  dilFerisce 
in  questo  sol  punto,  che  la  sommi- 
tà del  monte  è  intersecata  da  una 
linea  orizzontale,  che  forma  una 
croce,  a  denotare  la  vita  più  peni- 
tente, che  essi  menano  osservando 
la  primitiva  regola.  Il  monte  poi 
dello  stemma  figura  il  monte  Carmelo; 
le  stelle  rappresentano  Maria  Santiss. 
che  la  Chiesa  appella  Stella  /narisj 
la  corona  è  figura  della  di  lei  so- 
vranità, essendo  regina  de' patriar- 
chi, e  di  tutti  i  santi  ;  la  spada  fi- 
nalmente impugnata  dalla  mano  di 
Elia,  è  simbolo  del  di  lui  zelo. 

CARMELITANI  Riformati.  La 
prima  riforma  di  quest'  Ordine,  do- 
po le  mitigazioni  della  loro  regola 
fatte  da  Papa  Eugenio  IV,  si  fu 
quella  introdotta  dal  b.  o  ven.  (co- 
si detto  pel  culto  immemorabile 
che  gode)  Giovanni  Soreth  france- 
se di  Normandia,  il  quale  avendo 
principiato  a  riformare  diversi  con- 
venti, eletto  XXV  generale  latino 
del    suo    Ordine    in    Avignone    nel 

i45»r,  si  applicò  con  indefesso  zelo 
per  restituire  ne'  Carmelitani  l'anti- 
co splendore,  e  la  primiera  osser- 
vanza. I  religiosi  da  coro  a  suo 
tempo  vestivano  di  nero,  e  i  laici 
o  conversi  di  color  tanè  ,  ond'  egli 
lasciato  il  primo,  prese  il  secondo. 
Nel  capitolo  generale    celebrato    nel 

1472  in  Asti  fu  quell'abito  con  una 
costituzione  adottato  per  tutti  i  suoi 
correligiosi,  i  quali   tuttora  1'  usano, 

giacché  vuoisi,  che  questo  (osse  l'aa- 
tico    colore    dell' abito    carmelitano, 


I 


6o  CAR 

secondo  l'opinione  di  alcuni,  oltre 
quanto  si  disse  all'articolo  precedente 
Carmelitani.  Il  b.  Sorelli  inoltre  fon- 
dò quattro  monisteri  di  Carmelitane 
nel  i45»2,  uno  de' quali  a  Liegi,  che 
fu  poscia  trasportato  ad  Huy.  Un 
altro  ne  fondò  a  Vannes ,  benché 
per  altro  il  fondasse  Francesca  di 
Ainboise  duchessa  di  Brettagna,  che 
dopo  la  morte  del  duca  Pietro  II  suo 
marito,  vi  prese  il  velo  l'anno  i^Sy. 
Questo  santo  religioso  soffri  molte 
peripezie  per  introdurre  tal  riforma 
ne*  conventi ,  visitando  a  questo  fine 
quasi  tutte  le  provincie  d' Europa. 
Quindi  pel  desiderio  di  vivere  con 
maggior  ritiratezza ,  presso  Nantes 
edificò  un  altro  convento  in  un  luo- 
go chiamato  Coets,  ove  pieno  di 
meriti  morì  nel  i^S5  santamente, 
sebbene  il  p.  Annibale  nel  suo  Com- 
pendio ec. ,  dice ,  che  morisse  ad 
Angres,  nel  1 4?  i  >  e  che  Dio  ha 
illustrato  il  suo  sepolcro  con  molti 
prodigi. 

L'altra  celebre  riforma  de'Car- 
melitani,  è  quella  della  Congrega- 
zione di  Mantova,  della  quale  si  fa 
autore  il  p.  Tommaso  Conecte  fran- 
cese, che  avendola  incominciata  ver- 
so il  i4^4»  e  ^^^  seguente  anno 
nel  convento  di  Girona  sulle  Alpi, 
nella  diocesi  di  Sion,  recandosi  poi 
a  Roma,  la  stabili  nel  convento  del- 
le Selve  nella  Toscana.  Da  questo 
essendo  passato  all'  altro  convento 
di  Mantova,  riuscì  il  più  celebre,  e 
diede  il  nome  alla  medesima  con- 
gregazione e  riforma.  Taltavolta  vi 
sono  alcuni,  che  riconoscono  per  di 
lei  autore  il  p.  Giovanni  Lapi  fio- 
rentino, e  vogliono  che  coU'autorità 
d'  una  bolla  di  Eugenio  IV  avesse 
principio  nel  convento  di  Mantova, 
mentre  altri  scrivono  che  fosse  isti- 
tuita nel  i4i3  in  quello  delle  Sel- 
ve dal  p.  Giacomo  Alberto  profon- 


car 

do  teologo,  a  cui  il  p.  Bonanni  nei 
suo  Catalogo^  capo  LXVI,  dà  per 
compagno  non  solo,  ma  assegna  an- 
co il  merito  principale  di  tale  isti- 
tuzione al  b.  Angelo  Agostino,  det- 
to comunemente  Angelino,  donde  il 
p.  Francesco  Tommaso  insigne  in 
pietà  e  dottrina,  e  il  p.  Pietro  Ste- 
fano tolosano,  che  fu  il  primo  vi- 
cario generale  della  congregazione, 
passarono  a  Mantova  a  fare  la  ri- 
forma carmelitana.  L' opinione  per 
altro  più  abbracciata  è,  che  il  det- 
to p.  Conecte  introducesse  la  con- 
gregazione nel  convento  di  Girona, 
al  quale  essendosi  unito  quello  delle 
Selve,  e  l'altro  di  Mantova  sotto  il 
governo  d'un  superiore,  che  dap- 
principio avea  il  titolo  di  presiden- 
te, si  rivolsero  tutti  e  tre  al  Pontefi- 
ce Eugenio  IV  per  l' approvazione, 
ed  egli  venuto  in  cognizione  della 
osservanza  ed  esemplarità  con  cui 
vivevano  tali  religiosi ,  sottrasse  i 
conventi  dalla  giurisdizione  del  pro- 
vinciale, e  li  lasciò  soggetti  a  quella 
soltanto  del  priore  generale  dell'Or- 
dine, concedendo  loro  molti  privi- 
legi, e  la  facoltà  di  eleggersi  un  vi- 
cario generale,  che  li  governasse.  Il 
generale  de'  Carmelitani  dell'antica 
osservanza  non  volle  approvarne  la 
elezione,  ma  iiel  144^  'vi  supplì 
Eugenio  IV  con  autorità  apostolica, 
prescrivendo  nella  bolla  perciò  ema- 
nata, che,  eletto  il  vicario  generale 
da  due  terzi  del  capitolo,  si  avesse 
come  per  confermato  senza  rivol- 
gersi al  padre  generale ,  e  ciò  si  do- 
vesse godere  dall'  Ordine  finché 
continuasse  a  vivere  nella  esatta 
osservanza    stabilita. 

Ben  presto  fiorì  e  si  propagò  la 
congregazione  di  Mantova,  contando 
in  Italia  più  di  cinquanta  conventi. 
Sisto  IV  avendo  fatta  proseguire  la 
basilica  della    s.  Casa  di  Loreto  in- 


CAR 
cominciata  da  Paolo  li,  per  mezzo 
del  Cardinal  della  Rovere  suo  ni- 
pote, e  primo  protettore  di  questa 
riforma,  ne  concesse  ai  pp.  di  que- 
sta congregazione  la  cura ,  per  cui 
vi  dimorarono  alcun  tempo.  Il  me- 
desimo Cardinale ,  essendo  passato 
dal  titolo  di  s.  Balbina  a  quello  di 
s.  Grisogono,  volle  che  questa  anti- 
chissima chiesa  fosse  officiata  dai 
suoi  Carmehtani,  facendo  fabbricare 
il  contiguo  convento. 

Il  p.  Penso  scrisse  la  vita  degli 
uomini  illustri,  che  si  resero  distinti 
nella  congregazione  di  Mantova,  ma 
merita  special  menzione  il  p.  Giam- 
battista Spagnoli,  detto  il  Mantovano, 
rinomato  per  santità  di  vita,  e  per 
le  sue  opere,  nonché  per  essere  sta- 
to eletto  sei  volte  vicario  generale 
della  medesima ,  e  poi  generale  di 
tutto  l'Ordine  nel  i5i3,  fatto  in  Ro- 
ma nel  capitolo  generale.  Procurò 
egli  di  dilatare  in  diversi  conventi 
la  riforma,  e  per  mantenere  in  essa 
il  color  tanè  contro  chi  bramava  si 
adottasse  il  nero  nell'abito,  rinunziò 
al  generalato,  e  morendo  nel  1 5 1 6, 
gli  fu  eretto  un  magnifico  sepolcro 
nella  chiesa  di  Mantova.  Inoltre  Fede- 
rico I,  duca  di  Mantova,  collocò  la 
sua  statua  appresso  quella  di  Virgi- 
lio nell'arco  trionfale  da  lui  eretto, 
perchè,  oltre  queste  doti,  il  p.  Spa- 
gnoli fu  tenuto  pel  poeta  più  eccel- 
lente de'  suoi  tempi.  I  religiosi  di 
questa  congregazione  differivano  da- 
gli altri,  perchè  in  tutto  Tanno  nella 
feria  seconda  e  quarta  non  mangia- 
vano carne ,  vivevano  con  vita  co- 
mune, e  per  altre  particolari  con- 
suetudini. Vestivano  come  gli  altri 
Carmelitani ,  ed  una  volta  non  si 
distinguevano  da  questi  che  pel 
cappello,  il  quale  nella  parte  supe- 
riore era  bianco  ,  cangiandolo  po- 
scia   in  quello  ecclesiastico   di  color 


CAR 


6i 


nero.  Nel  secolo  decorso  i  religiosi 
tralasciarono  di  eleggere  il  vicario 
generale,  e  di  seguire  la  costituzio- 
ne e  nome  della  congregazione  man- 
tovana, riunendosi  all'Ordine  carme- 
litano dell'  antica  osservanza  ,  sotto 
la  immediata  giurisdizione  del  priore 
generale. 

Mentre  il  p.  Spagnoli  era  gene- 
rale de'  Carmelitani,  ebbero  luogo 
due  altre  riforme ,  una  in  Francia 
detta  la  congregazione  d' Alby ,  la 
quale  governavasi  da  un  vicario  ge- 
nerale eletto  dal  capitolo  generale 
della  congregazione  di  Mantova,  che 
nel  i58o  fa  riunita  all'Ordine  da 
Papa  Gregorio  XI li,  l'altra  istituita 
presso  Genova  in  un  convento,  che 
prese  il  nome  di  Monte  Oh  velo,  per 
opera  del  p.  Ugolino,  il  quale  non  con- 
tento dell'osservanza  della  regola  mi- 
tigata da  Eugenio  IV,  volle  intro- 
durre quella  anteriormente  dichia- 
rata e  corretta  da  Innocenzo  IV, 
disegno  che  effettuossi  solo  nel  con- 
vento di  Monte  Oliveto  ,  il  quale , 
sebbene  fosse  solo  ,  e  soggetto  inte- 
ramente al  generale  dell'Ordine,  pu- 
re nel  pontificato  di  Leone  X  prese 
il  titolo  di  congregazione .  Nella 
Francia  fu  operata  inoltre  altra  ri- 
forma di  Carmelitani  verso  l' anno 
i6o4  ^^^1  P-  Pietro  Bonhourt  nel 
convento  di  Rennes  nella  Brettagna  ; 
poi  fu  perfezionata  dal  p.  Teobaldo 
e  in  seguito  dai  pp.  Riccardo  e 
Giovanni  Baray,  Nel  capitolo  provin- 
ciale tenuto  in  Gand  nel  i6o3,  pre- 
sieduto dal  p.  Silvio,  si  fecero  diversi 
decreti  per  istabilir  la  riforma,  e  in 
breve  per  opera  de'  suddetti  religiosi,  e 
di  altri  che  loro  si  unirono,  vennero 
fondati  nuovi  conventi  sotto  la  me- 
desima osservanza  ,  co'  quali  si  for- 
mò la  provincia  Touranie.  Da  que- 
sta ,  ad  onta  delle  opposizioni  degU 
altri  Carmehtani,  la  riforma  si  dif- 


Oi  CAR 

fuse  non  solo  in  Francia,  ma  uelle 
Fiandre  e  in  Italia. 

Nell'anno  1619,  i  pp.  Desiderio 
rianca  da  Catania,  e  Alfio  Lican- 
dro,  ambedue  della  provincia  di  s. 
Alberto,  intrapresero  altra  riforma 
nella  Sicilia,  ed  i  pp.  Perrone  e  Sta- 
tella  altra  pure  ne  fecero  in  detta  iso- 
la nel  1727.  La  prima  era  composta 
di  quattordici  conventi,  cioè  due  nello 
stato  pontifìcio,  tre  nel  regno  di  Napoli, 
e  nove  in  Sicilia ,  e  si  appella  di 
Monte  Santo.  La  seconda  è  compo- 
sta di  nove  conventi ,  e  si  chiama 
Scala  Paradisi.  La  prima  fu  dichia- 
rata provincia,  nel  1646,  da  Papa 
Innocenzo  X;  la  seconda  lo  divenne 
col  l'approvazione  di  Benedetto  XIII. 
L'una  e  l'altra  non  formano  un  corpo 
distinto,  e  separato  dall'Ordine,  stan- 
do subordinate  al  priore  generale.  Am- 
bedue non  ammettono  gradi,  e  so- 
lamente differiscono  in  questo ,  che 
la  seconda  pratica  vita  comune,  e 
la  prima  non  la  osserva,  per  la  po- 
vertà de'  suoi  conventi  ora  divenuti 
sette.  Tutte  e  due  queste  riforme 
professano  il  primiero  istituto  car- 
melitano, avendo  rinunziato  all'in- 
dulto di  Eugenio  IV ,  si  astengono 
dalle  carni  come  i  carmelitani  scalzi, 
e  seguono  la  regola  moderata  da  In- 
nocenzo IV. 

La  congregazione  di  Torino  fu  fatta 
nel  i633,  in  quella  città,  ad  istanza  di 
Vittorio  Amadeo  I,  duca  di  Savoia, 
venendo  destinato  ad  incominciarla  il 
regio  commissario  p.  Teodoro  Stra- 
nio generale,  e  a  promoverla  il  p. 
Luigi  Bulla,  cui  successe  il  p.  Do- 
menico di  s.  Maria,  che  felicemente 
vi  riuscì ,  istituendola  nel  convento 
della  città  di  Torino,  donde  si  di- 
latò ad  altri  conventi  della  provin- 
cia del  Piemonte.  Il  p.  Antonio  Fi- 
lippi l'ornano,  eletto  in  Roma  gene- 
rale, a'  3o  maggio   1648,  si  adope- 


CAR 

ro  con  tutta  V  efllcacia  per  intro- 
durre la  stretta  osservanza  nella  Ger- 
mania, e  gli  riuscì  di  stabilirla  in 
diversi  conventi  di  quelle  provincie 
per  mezzo  dei  pp.  Antonio  della  pro- 
vincia di  Touranie,  e  Gabriele  della 
Nunziata  della  provincia  di  Fiandra, 
destinati  a  tal  fine  suoi  commissari. 
Ad  indurre  tutti  i  conventi  ad  ab- 
bracciarla, mandò  una  circolare  alla 
maggior  parte  de'  Carmelitani,  ma 
altro  non  ottenne,  che  molti,  lasciata 
la  tonaca  di  color  nero ,  ne  vestis- 
sero altra  di  color  tanè ,  o  grigio 
scuro,  onde  tutti  quelli,  che  l'adot- 
tarono, vestono  come  gli  altri  del- 
l'Ordine, e  poco  tra  loro  distinguon- 
si,  avendo  tutti  le  stesse  costituzioni 
prescritte  nel  i635  dai  religiosi  del- 
la provincia  di  Touranie.  Tali  co- 
stituzioni essendo  state  confermate  da 
Urbano  Vili  nel  1639,  fu  quindi  co- 
mandato dal  generale  capitolo  tenuto 
in  Roma  nel  i64^>  che  si  osservasse- 
ro colla  conferma  pontificia  d'Inno- 
cenzo X  in  tutti  i  conventi  riformati 
dell'Ordine,  fondati  e  da  fondarsi,  af- 
fine di  mantenere  l'uniformità. 

Finalmente  nel  generalato  del  p. 
Teodoro  Strazio,  fu  eseguita  in  Fran- 
cia altra  riforma  particolare  dal  p. 
Biancardo,  in  cui  si  dovea  osservar 
la  regola  del  patriarca  s.  Alberto  sen- 
za le  dichiarazioni  d' Innocenzo  IV, 
e  senza  le  mitigazioni  di  Eugenio  IV, 
onde  quelli  che  professarono  tale  rifor- 
ma furono  appellati  Carmelitani  del 
primo  istituto.  Indi  unitisi  al  p.  Bian- 
cardo alcuni  religiosi ,  fabbricarono 
un  eremo  in  Grateville,  luogo  della 
diocesi  di  Bazas,  ove  le  celle,  secon- 
do la  regola  primitiva,  erano  sepa- 
rate; ogni  frate  vi  mangiava  solo; 
ne'  viaggi  si  astenevano  tutti  dalle 
erbe ,  ed  altri  cibi  cotti  nel  brodo 
della  carne;  e  facevano  il  solo  voto 
di  ubbidienza ,    intendendo  di  com- 


CAR  CAR                     63 

prendere  in  questo  gli  altri  due.  La  a  piendere  le  giuste  misure,    affine 

<jual    riforma     approvata    dapprima  di  mandare  ad  effetto  un  tanto  di- 

«lal   medesimo    generale    p.   Strazio ,  \isamento. 

e  poi  nel    i636  da  Url>ano  Vili,  si  Ad  eseguire  la  meditata  riforma, 
estinse  per  altro  poco  dopo.  la  s.  Vergine  pose    gli    occhi  sul  p. 
CARMELlTAINi  Sc\lzi,  o  Tere-  Giovanni  di  s.  Mattia,  e  sul  p.  An- 
siANi.    Ordine    religioso.    S.    Teresa  tonio    d'Eredia,    ambedue    cospicui 
di  Gesù  nacque   a' 28  marzo   i5i5  carmelitani    per    santità    di   vita,    i 
in  Avila  nella  vecchia  Castiglia,  da  quali,    siccome    bramosi    di    vivere 
Alfonso,    o    Alonso  Sanchez  de  Ce-  con  maggior  austerità,  aveano  deter- 
peda ,    e    da    Beatrice    d' Ahumada.  minato   di    passare    fra    i    certosini . 
Entrata  nel  monistero  delle   carme-  Sì    abboccò    quindi    pel    primo    col 
htane  di  detta  città,    vi  professò  la  p.  Antonio,   ch'era   priore  del  con- 
regola   religiosa    nel    i535    secondo  vento  di  Medina  del  Campo,  e  poi 
alcuni,    benché  il  p.  Federico  di  s.  col   p.    Giovanni,    che    s'  era  recato 
Antonio    nella    sua  P^ita    dica,   che  da  Salamanca  a  quest'ultima  città, 
la     professasse     nel     153^.     Quindi  comunicò  loro  il    progetto   della  ri- 
ispirata   da    Dio,     stabih    di    vivere  forma    de'  carmelitani,    per   ristabi- 
sotto  la  regola  prescritta  all'Ordine  Urlo  nel  primiero   fervore  ed  osser- 
carmelitano  dal  patriarca  s.  Alberto,  vanza,    e    gli   allettò    a    seguirne  il 
e^poi  mitigata    dal   Romano  Ponte-  divisamento,  abbandonando  quello  di 
fice  Innocenzo  IV,  con  tanto  ardore  farsi  certosini.  Frattanto  d.  Raffaele 
di  spirito,    che  non  volendo  servirsi  Mexia  Velasquez ,  cavahere  abitante 
delle    concessioni   apostoliche,  la  os-  in  Avila,    e    concittadino    di  s.  Te- 
servò    esattamente    nel     suo     antico  resa,  le  offri  una  casa  di  campagna, 
rigore    con    tutta  la  perfezione ,    ed  che  aveva  a  Durvello ,    per  erigervi 
ebbe  l'autorizzazione,  nel   1 562,  da  un    convento    di    carmehtani   scalzi, 
Papa  Pio  IV  di  stabilire  uaa  rifor-  ed  essa  avendola  accettata,  fece  sa- 
ma  di  monache,  le  quali  seguissero  pere  ai  summentovati  rchgiosi,    che 
il    suo   esempio.    Vinte   insormonla-  avea  trovalo  il    luogo  per  incomin- 
bili    difficoltà,    in    Avila   stessa  apri  ciar    la    sospirata    riforma,     purché 
il  primo  monistero  alle   carmelitane  essi    avessero    coraggio    di  al3Ìtarvi, 
scalze    (  F^edi)^    col    qual  nome  fu-  essendo   piccolo  e  disagiato,    al  che 
rono    appellate    le    religiose    da    lei  risposero  esser  pronti, 
fondate.    Ben  presto    il    suo    istituto  Recatasi    la     santa    istitutrice     a 
propagossi  colla  erezione  di  parecchi  Vagliadolid,  ed  ottenuta  l'approva- 
monisteri,    e    da    tale    successo  ani-  zione   dai    due   provinciali    di  Casti- 
mata,    concepì    l'alto  disegno  d'in-  gha,    presente    e   passato,    richiesta 
trodurre    la   riforma  anche  ne'  frati  dal  p.  generale    dell'  Ordine ,    inviò 
dell'  Ordine    carmelitano ,    onde    col  il  p.  Giovanni   a  Durvelo,   dandogli 
consiglio  del  p.  Gio.  Battista  Rubeo  l' abito    per   la   riforma ,    ed   alcuni 
generale,  il  quale  l'avea  facoltizzata  sacri  arredi  per  l'altare.  Il  religioso, 
a  fondare    un    maggior    numero   di  assunto    tal    abito,    vi   dimorò   solo 
monisteri  di  monache,  purché  rima-  dal  principio    di    ottobre    1 568  sino 
nessero  sotto  la  giurisdizione  de' su-  a  quello  di  novembre,    ed  a' 27   di 
periori  dell'Ordine,    piena  di  mira-  questo  mese,    a    lui    si  congiunse  il 
bile   e  portentoso  coraggio,  cominciò  p.  Antonio  d'  Eredia ,  con  mi  frale 


64  GAR 

laico.  Essi,  dopo  aver  passata  tutta 
la  notte  in  orazione,  nella  mattina 
seguente  davanti  il  ss.  Sacramento 
rinnovarono  la  professione  della  ri- 
forma, come  fece  il  laico,  rinun- 
ziando solennemente  alla  regola  mi- 
tigata. Indi  cambiarono  i  loro  nomi, 
secondo  il  costume  introdotto  da  s. 
Teresa  tra  le  sue  religiose,  ed  il 
p.  Antonio  aggiunse  al  suo  quello 
di  Gesù,  e  il  p.  Giovanni  quello 
della  Croce.  Quindi  visitali  dal  p. 
provinciale,  il  primo  fu  fatto  priore, 
e  il  secondo  sottopriore.  Questo  se- 
condo, per  essere  stato  il  principal 
cooperatore  di  s.  Teresa,  è  ricono- 
sciuto dai  carmelitani  scalzi  quale 
confondatore  ,  e  poi  meritò  1'  onore 
degli  altari. 

Sebbene  il  convento  di  Durvelo 
fosse  il  primo  della  riforma  e  la 
sua  culla,  pure  per  principale  viene 
riconosciuto  quel  di  Pastrana  eretto 
a'  i3  luglio  io69j  perchè  quivi  la 
regolare  osservanza  si  stabifi  nella 
sua  vera  perfezione,  ed  anche  per- 
chè quello  di  Durvelo,  stante  l'an- 
gustia del  sito  nel  1570,  venne 
trasferito  nella  città  di  Manzera, 
onde  ritornato  all'antico  proprieta- 
rio, venne  dipoi  nel  161 2  dai  Car- 
melitani scalzi  acquistato,  e  vi  eres- 
sero un  bel  convento,  proseguendosi 
per  altro  a  celebrare  i  capitoli  ge- 
nerali in  Pastrana ,  che  sempre  volle 
conservar  la  maggioranza.  11  p.  Gio- 
vanni della  Croce  ne'diversi  conventi 
successivamente  fondati,  esercitò  l' uf- 
fìzio di  maestro  de'  novizi ,  e  fu 
priore  in  quello  d'Alcalà,  ma  sog- 
giacque ad  una  fiera  persecuzione, 
dalla  quale  liberollo  il  credito  di 
s.  Teresa,  senza  ch'ella  potesse  an- 
dar esente  da  egual  sorte.  Nel  i582, 
tornando  essa  da  Burgos,  ove  avea 
fondalo  un  monistero  di  monache, 
morì    a'  6    ottobre    in  Alba,    donde 


CAR 
dopo  tre  anni  fu  trasportato  il  suo 
venerando  corpo  ad  Avila  sua  pa- 
tria ;  ma  Sisto  V  nel  1589  ordinò, 
ad  istanza  del  duca  d'Alba,  che  si 
restituisse  al  monistero,  ove  avea 
cessato  di  vivere.  Ivi  conservasi  in- 
corrotto, senza  la  mano  sinistra,  che 
venendo  troncata  dal  provinciale 
de'  carmehtani  scalzi,  fu  riposta  iu 
Avila,  e  senza  un  piede,  che  nel 
16 15,  fu  mandato  in  Roma  nel 
convento  di  s.  Maria  della  Scala, 
nella  qual  città  nel  1622  canoniz- 
zata venne  da  Gregorio  XV.  In 
quanto  poi  al  p.  Giovanni  della 
Croce,  dopo  aver  sostenuto  con  in- 
vitta pazienza  molte  tribolazioni , 
rese  tranquillamente  lo  spirito  a 
Dio,  a'  i4  dicembre  1^91  ,  nel 
convento  di  Ubeda  nell'Andalu- 
sia; ed  avendo  Anna  di  Penaloso 
levato  segretamente  dal  sepolcro  in 
cui  giaceva  in  Ubeda  il  corpo  di 
lui,  trasportandolo  di  notte  in  Se- 
govia, Clemente  Vili  ordinò,  che 
fosse  restituito  al  suo  convento,  e  po- 
scia venne  canonizzato  da  Benedetto 
XllI  nel  1726.  V.  s.  Teresa,  e  s. 
Giovanni  della  Croce. 

La  santa  riformatrice  prima  di 
morire  provò  la  dolce  compiacenza, 
di  veder  fondati  più  di  diciassette 
monisteri  di  carmelitane  scalze,  e 
quindici  conventi  di  carmelitani 
scalzi,  e  mentre  viveva,  fu  portato 
il  suo  Ordine  anche  nelle  Indie,  e 
dopo  la  sua  morte  meravigliosa- 
mente si  propagò  per  tutta  la  cri- 
stianità, fiorendo  tuttora  con  im- 
menso vantaggio  delle  popolazioni. 
Nel  principio  questi  conventi  erano 
soggetti  non  solo  al  p.  generale, 
ma  ancora  a'  rispettivi  provinciali 
de'  carmelitani  dell'  antica  osservan- 
za i^Vedl^^  i  quali  solo  costituivano 
dei  priori,  acciò  vigilassero  per  man- 
tenere in  essi  la  riforma,  finché  nel 


CAR 
i58o,  il  Pontefice  Gregorio  XIIT, 
ad  istanza  di  Filippo  II  re  di  Spa- 
gna,  con  una  costituzione  emanata 
a'  11  giugno,  separò  i  carmelitani 
scalzi  dai  calzati ,  o  dell'  antica  os- 
servanza, dando  ai  primi  un  pro- 
vinciale particolare  eletto  dal  loro 
ceto,  sebbene  li  lasciasse  soggetti  al 
priore  generale  di  tutto  T  Ordine. 
Sisto  V,  nel  iSSy,  vedendo  che  i 
conventi  degli  scalzi  si  moltiplicavano, 
concesse  loro  di  poter  eleggere  un 
vicario  generale,  finche  Clemente 
Vili  col  disposto  della  costituzione 
76,  che  si  \^%%'^  nel  Bollano  ro- 
mano,  tom.  V,  par.  II ,  pag.  4^8  , 
a'  20  dicembre  1598,  li  divise  e 
separò  affatto  dagli  altri  carmelita- 
ni ,  lor  permettendo  d'  eleggersi  il 
propi'io  generale,  ed  annoverandoH 
eziandio  fìa  gli  Ordini  mendicanti, 
lo  che  poi  approvò   Gregorio  XV. 

Ecco  poi  come  si  espresse  Cle- 
mente vili,  nella  citata  bolla  Pa- 
storalis  officii  de' 20  dicembre  iSgS: 
«  Omnes  et  singulas  personas  praefa- 
»*  tae  congregationis  discalceatorum, 
M  illiusque  conventus,  domus,  col- 
«  legia,  et  provincias  tam  virorum, 
»  quam  mulierum ,  ab  omni  supe- 
»i  rioritate,  jurisdictione,  gubernio, 
«  regimine,  et  administratione,  sub- 
w  jectione,  obedientia,  visitatione, 
«  correctione,  et  emendatione  tam 
*»  generalis  Ordinis  carmelitarum, 
«  quam  aliorum  praelatorum ,  et 
•'  superiorum  quacumque  auctori- 
«  tate  fungentium ,  et  functurorum, 
»  et  quantumvis  amplissimis  privile- 
»  giis,  et  facultatibus  utentium  et 
"  usurorum ,  perpetuo  eximimus  et 
>*  liberamus  ....  ipsamque  congre- 
>■>  gationem  discalceatorum  .  .  .  sub 
"  immediata  nostra  et  sedis  aposto- 
"  hcae  protectione,  subjectione,  gu- 
«  bernatione ,  et  obedientia  recipi- 
»>  mus  et  subjiciraus.  "  Ordina  poi, 

VOL.    X. 


CAR  6^ 

che  il  capo  di  questa  congregazione 
si  chiami  preposito  generale  dell'Or- 
dine degli  scalzi ,  ossia  dei  primitivi, 
di  quelli  cioè,  i  quali  osservano  la 
regola  dell'Ordine  della  beata  Ma- 
ria del  monte  Carmelo,  ed  aggiunge 
la  concessione ,  le  comunicazioni , 
r  estensione  all'  Ordine  degli  scalzi , 
al  suo  preposito  generale,  ed  a'  suoi 
religiosi,  di  tutti  i  singoli  privilegi, 
facoltà,  grazie,  prerogative,  indulti, 
favori  e  concessioni  accordate,  o 
da  accordarsi  in  futuro  all'Ordine 
carmelitano  dai  romani  Pontefici, 
dai  legati  della  santa  Sede,  dagl'im- 
peratori  e  principi. 

Quindi  la  riforma  de' carmelitani 
scalzi  dell'uno  e  l'altro  sesso,  dal 
medesimo  Clemente  Vili  fu,  a'  i3 
novembre  1600,  coli' autorità  della 
costituzione  2  33  presso  il  citato  Bol- 
lano pag.  3 16,  divisa  in  due  con- 
gregazioni, di  Spagna  e  dell'  Italia. 
In  questa  bolla,  che  comincia,  In 
Apostolico  dignitatis ,  assumendo 
il  Pontefice  per  causa  della  sua  de- 
terminazione, l'aver  saputo  da  testi- 
moni degnissimi  di  fede,  e  l'aver 
conosciuto  per  .  esperienza  propria 
»  quantum  utilitatis  in  Ecclesia  Dei 
>i  piis  eorum  exercitiis,  tum  oratio- 
»  nibus,  mortificationibus,  asperitate 
M  vitae,  tum  praedicationibus,  confes- 
«  sionibus  et  sacramentorura  admi- 
»  nistratione  ",  giornalmente  ripor- 
tisi per  i  carmelitani  scalzi,  erige  la 
congregazione  d' Italia,  da  possedere 
i  conventi  già  fondati  in  Italia ,  e 
tutti  gli  altri  che  si  fonderebbero 
nell'Italia  stessa,  e  negli  altri  luoghi, 
e  regni  fuori  di  quelli  di  Spagna  ; 
e  dichiarandola  immediatamente  sog- 
getta alla  Santa  Sede,  vuole  che  sìa 
governata,  e  retta  ah  uno  prceposìto 
Clini  definito  rum  inlerventu  ,  juxta 
regularia  ejusdeni  ordinis  statuta. 
Quindi  alla  nuova  congregazione, 
5 


m 


CAR 


alle  sue  case ,  ai  conventi ,  ai  suoi 
superiori,  o  sudditi,  accorda  di  po- 
ter godere,  senza  alcuna  differenza, 
di  tutti  i  privilegi  e  di  tutte  le  gra- 
zie ,  tanto  spirituali  che  temporali , 
già  concesse,  o  da  concedersi  alla 
congi'egazìone  di  Spagna  dalla  Sede 
apostolica.  Così  l'Ordine  carmelitano 
venne  ad  avere  tre  generali,  ciascu- 
no indipendente  dall'  altro.  Indi  a 
ciascuno  di  essi  venne  aggiudicata 
la  facoltà  di  ascrivere  al  sacro  abi- 
tino, e  di  erigere  fuori  di  Roma  le 
confraternite  del  sacro  scapolare  esclu- 
sivamente agli  Ordinari  :  e  appunto 
in  grazia  d'una  tale  separazione  dai 
carmelitani  calzati,  e  di  una  tale 
autorità  ne'  generali  dei  carmelitani 
scalzi ,  il  Papa  Pio  VII ,  dietro  ad 
un  favorevole  voto  d'un  maestro 
di  cerimonie  della  cappella  pontifi- 
cia, con  rescritto  emanato  per  orga- 
no della  segreteria  de'  memoriali  ai 
5  febbraio  182 1,  accordò  facoltà  di 
aver  luogo  fra  gli  altri  superiori  ge- 
nerali nelle  cappelle  pontificie  al  ge- 
nerale, e  procuratore  generale  della 
congregazione  d'Italia,  salva  prcela- 
tione  illorum,  qui  enunciato  privile' 
gio  jam  inveniuntur  donali. 

La  prima  per  la  Spagna,  e  pel 
Portogallo  conteneva  dieci  provincie, 
una  delle  quali  in  America,  e  que- 
ste numeravano  cento  sessantun  con- 
venti di  religiosi ,  e  novantaquattro 
monisteri  di  monache.  Quella  d'Ita- 
lia abbracciava  tutte  le  altre  nazio- 
ni ,  con  un  generale  residente  in 
Roma,  possedea  trecent'ottantatre  con- 
venti neirEuropa,  che  formavano  ven- 
titre Provincie ,  fra'  quali  sette  ne 
avea  la  Francia,  in  cui  eranvi  ses- 
santanove monisteri,  ed  oltre  a  ciò 
ebbe  sino  a  venti  conventi  nell'Asia. 
Sebbene  questa  congregazione  d'Ita- 
lia, detta  di  s.  Elia,  non  avesse  dà 
principio  che  due  conventi  di  frati, 


CAR 
uno  in  Genova  con  un  moni  stero 
di  monache,  l' altro  in  Roma  presso 
la  chiesa  di  s.  Maria  della  Scala,  eb- 
be un  commissario  generale  indipen- 
dente dagli  spagnuoli,  e  restò  sogget- 
ta per  ordine  dello  stesso  Clemente 
Vili  al  Cardinal  Pinelli,  allora  pro- 
tettore deirOrdine  carmelitano  tan- 
to dei  calzati,  che  degli  scalzi.  Gli 
spagnuoli  diedero  il  motivo  di  fon- 
dare le  due  congregazioni,  come  quel- 
li che  pretesero  la  riforma  di  s.  Te- 
resa non  dovesse  uscire  dalla  Spa- 
gna, facendo  ogni  sforzo  perchè  non 
s'introducesse  altrove.  Ma  stabilita 
in  Itaha,  rapidamente  passò  in  Fran- 
cia, in  Germania,  in  Polonia,  in  Fian- 
dra ed  altrove,  ed  anche  in  Persia, 
giacché  fino  dal  loro  nascere  parti- 
rono per  le  missioni ,  ebbero  con- 
venti in  Hispahan ,  in  Sindi ,  nel 
Mogol,  nel  Malabar,  in  Bassora,  in 
Goa,  nel  Monte  Libano,  in  Aleppo, 
nel  Monte  Carmelo,  e  in  altri  luo- 
ghi dell'Indie  Orientali  e  della  Si- 
ria, non  che  in  America,  esistendo- 
ne moltissimi  tuttora  ,  i  quali  frut- 
tuosamente esercitano  le  sante  mis- 
sioni, d'intelligenza  e  dipendenza 
dalla  congregazione  di  Propaganda, 
la  quale,  come  si  dirà ,  prova  ed 
istruisce  in  Roma  nel  collegio  di 
s.  Pancrazio  i  carmelitani  scalzi  nei- 
l'apostolico  ministero.  Paolo  V  diede 
poscia  ai  carmelitani  scalzi  la  facoltà 
di  fondare  conventi  colla  sola  licen- 
za del  vescovo,  e  sotto  il  suo  Pon- 
tificato essi  passarono  in  Francia , 
mentre  regnava  Luigi  XIII,  che  loro 
permise  di  stabilirsi  in  Parigi,  po- 
nendo nel  161 3  la  prima  pietra 
nella  chiesa  di  essi  la  regina  madre 
Maria   de  Medici. 

Si  professa  dai  carriielitani  scalzi 
la  regola  di  s.  Alberto  senza  le  miti- 
gazioni di  Eugenio  IV,  e  si  praticano 
da  essi    molte    austerità ,    che    sono 


CAR 

descritte  dal  p.  Annibale  da  Latera, 
nel  citato  Compendio,  al  capii.  XII J, 
Dei  frati  carmelitani  scalzi.  Si  al- 
zano a  mezza  notte  per  recitare  il 
mattutino,  meno  i  conventi  di  stu- 
dio, inoltre  a  differenza  de'  calzati , 
celebrano  la  messa  e  recitano  l'uffi- 
cio divino  secondo  il  rito  della  Chie- 
sa romana  ;  fanno  ogni  giorno  due 
ore  di  orazione  mentale,  si  discipli- 
nano, non  mangiano  carne  che  nei 
viaggi  di  mare,  osservano  parecchi 
digiuni,  e  dormono  sopra  un  saccó- 
ne di  paglia.  Vestono  tonaca  e  sca- 
polare color  tanè,  ed  un  mantello 
bianco  di  panno .  Sullo  scapolare 
portano  il  cappuccio  color  tanè,  su 
cui  pongono  quello  di  color  bianco 
quando  assumono  il  mantello  egua- 
le, incedono  scalzi,  co'sandali  di  cuoio, 
ma  i  carmelitani  della  congregazio- 
ne di  Spagna  li  usano  fatti  di  ca- 
nape, vietandosi  affatto  a  tutti  l'uso 
del  lino.  Siccome  in  quasi  tutti  gli  Or- 
dini religiosi,  oltre  i  sacerdoti,  vi  sono 
i  laici  religiosi  assegnati  alla  vita  ope- 
rativa di  Marta,  ed  impiegati  negli 
uffici  servili,  cosi  parimenti  ve  ne 
sono  fra  i  carmelitani  scalzi ,  e  si 
chiamano  fratelli  Donati.  Tra  le  opere, 
eh'  essi  esercitano  in  servigio  dei  con- 
venti, l'una  è  il  cercare  l'elemosina, 
siccome  mendicanti,  sebbene  per  in- 
dulto pontifìcio  posseggano  dei  beni. 
I  laici  di  queste  due  congregazioni 
non  vengono  ammessi  alla  professio- 
ne solenne,  se  non  dopo  fatta  una 
lunga  prova  di  più  anni ,  compita 
la  quale,  emettono  i  tre  voti  di  ob- 
bedienza, castità  e  povertà  al  pari 
dei  tre  religiosi  coristi  ;  con  questo 
che  nella  congregazione  d' Italia  vi 
aggiungono  un  quarto  voto,  di  non 
pretendere  giammai  alcuna  mutazio- 
ne di  abito,  o  di  salire  a  grado  più 
alto  di  quello,  al  quale  Iddio  gli  ha 
chiamati.  Qtoiiidi  i  laici,  o  conversi 


CAR  67 

della  congregazione  d'Italia,  ovvero 
di  s.  Elia  ,  non  portano  alcun  cap- 
puccio, fanno  uso  del  cappello  nero, 
colle  sole  due  falde  laterali  alzate; 
quelle  però  della  congregazione  di 
Spagna  non  si  distinguono  nel  ve- 
stire dai  sacerdoti,  facendosi  essi  sol- 
tanto la  corona  clericale,  comune  ai 
sacerdoti  d' Italia.  Finalmente  i  con- 
versi esercitano  la  professione  di  spe- 
ziale, in  que'  conventi  ove  vi  sono 
le  spezierie,  delle  quali  si  tratta  al 
termine  di  quest'articolo.  Di  questi 
laici  si  fa  menzione  dal  p.  Cassia  no 
carmelitano  scalzo  alla  parola  Do- 
natiy  e  dal  Bonanni,  Catalogo  degli 
Ordini  religiosi^  cap.  68,  nel  quale 
ne  riporta  la  figura,  come  ne'  capi 
precedenti  esibisce  quelle  de'  carme- 
litani calzati,  riformati  e  scalzi. 

Nelle  costituzioni  de' carmelitani 
scalzi  si  ordina,  che  in  ogni  pro- 
vincia vi  sia  un  convento  fabbrica- 
to in  qualche  solitudine,  all'  uso 
delle  Certose,  e  che  questo  non  sia 
se  non  un  solo,  detto  comunemente 
deserto.  Siccome  i  primi  religiosi 
carmelitani  furono  eremiti,  che  vi- 
vevano sotto  la  ispezione  d' un  su- 
periore, quindi  i  carmelitani  scalzi 
si  fecero  la  detta  legge  di  aver  in 
ciascuna  provincia  un  convento,  con 
suo  deserto,  o  romitorio.  E  a  sa- 
persi, che  questa  casa  somiglia  a 
quella  de'  certosini,  e  solamente  il 
recinto  è  più  vasto,  sia  in  giardino 
che  in  boschi,  affine  di  contenere 
più  celle  separate.  Quando  il  prio- 
re ha  permesso  ad  uno  de' suoi  re- 
ligiosi di  passare  qualche  tempo  in 
una  di  queste  celle,  vi  si  ritira  per 
darsi  unicamente  alla  orazione,  e 
agli  altri  esercizi  della  vita  mona- 
stica, cui  adempie  in  privato  alle 
stesse  ore  che  nel  convento .  Regna 
tra  essi  un  silenzio  quasi  continuo,  e 
appena  si  veggono  alcuna   volta    in 


68  CAR 

questa  specie  di  deserto.  Non  pos- 
sono abitarvi  ne  novizi,  ne  giovani 
professi,  ne  i  deboli,  i  cagionevoli,  i 
malinconici,  e  i  poco  inclinati  agli 
esercizi  spirituali:  sempre  poi  devo- 
no esser  abitati  da  tre  o  quattro 
solitari,  che  devono  dimorarvi,  per 
istruire  e  formare  gli  altri.  Ma  ul- 
teriori notizie  sulla  istituzione  di 
questi  deserti,  sulle  osservanze  di 
chi  tì  si  ritira,  sulle  penitenze,  sui 
digiuni,  sulle  orazioni,  e  a  chi  in 
essi  si  possa  accordare  l' ospitalità , 
esclusi  i  secolari,  ne  porge  il  p.  An- 
nibali citato,  capitolo  XIII  pag.  224, 
e  seg.  Per  causa  di  tali  deserti,  al- 
cuni scrittori  annoverano  i  carme- 
litani scalzi  tra'  solitari  dell' Occiden- 
te. I  carmelitani  scalzi  di  Francia, 
per  supplire  in  qualche  modo  al 
difetto  di  un  terreno  vasto,  che  po- 
tesse servire  di  romitorio,  aveano 
fatto  edificare  una  piccola  cella  nei 
loro  giardini,  ma  poi  Luigi  XIV 
donò  loro  il  gran  romitorio  presso 
la  città  di  Louviers  nella  diocesi 
d'Evreux  in  Normandia,  che  descris- 
se Villefore  nelle  sue  Vile  de^  Pa- 
dri del  deserto  di  Occidente,  to- 
mo IL 

Innumerabili  persone  illustri  per 
santità,  per  dottrina,  per  dignità  ec- 
clesiastiche, ed  eziandio  per  isplendi- 
di  natali,  sono  fiorite  tanto  tra  le 
carmelitane  scalze,  che  tra  i  religio- 
si del  medesimo  Ordine,  il  cui  gene- 
rale della  congregazione  d'Italia  pren- 
de il  titolo  anche  di  priore  del 
monte  Carmelo.  Fra  quelli,  che  si 
sono  distinti  cogli  scritti  e  con  ope- 
re stampate,  meritamente  prendono 
il  primo  luogo  s.  Teresa  loro  isti- 
tutrice,  e  s.  Giovanni  della  Croce  di 
lei  coadiutore,  de'  quali  abbiamo  o- 
pere  ascetiche  piene  di  dottrina  e  di 
sapienza  celeste.  Nel  secolo  decorso 
fr.  Giannantonio    Guadagni    fìoren- 


CAR 

tino,  nipote  di  Clemente  XIT ,  e 
carmelitano  scalzo,  fu  fatto,  ad  on- 
ta della  sua  ripugnanza,  vescovo  di 
Arezzo,  e  nel  1 78  i  dallo  zio  fu  crealo 
Cardinale  prete  di  s.  Martino  a'Mon- 
ti,  e  vicario  di  Roma,  morendo  con 
fama  di  tal  santità,  da  trattarsene 
la  beatificazione.  Parlano  lungamen- 
te dei  carmelitani  scalzi,  gli  autori 
della  vita  di  s.  Teresa,  Francesco 
Martinez,  e  principalmente  Giambat- 
tista Lezana,  Annal.  Ord.  B.  M.  V. 
de  Monte  Carmelo,  Romae   i656. 

In  Roma  i  carmelitani  scalzi 
hanno  tre  chiese  di  titolo  Cardina- 
lizio, cogli  annessi  conventi,  cioè  s. 
Maria  della  Scala ,  s.  Maria  del- 
la Vittoria,  e  s.  Pancrazio  fuori  la 
porta  di  questo  nome.  Di  esse  si 
tratta  all'  articolo  Chiese,  onde  qui 
diremo  soltanto  come  sieno  state  con- 
cedute all'Ordine. 

S.  Maria  della  Scala  fu  edifica- 
ta nel  1592  dal  Cardinal  di  Como, 
in  onore  della  b.  Vergine,  la  cui 
immagine  trovossi  su  d'una  scala 
in  questo  luogo,  quindi  fu  conce- 
duta nel  i597  dal  Pontefice  Cle- 
mente Vili  ai  carmelitani  scalzi. 

La  chiesa  di  s.  Maria  della  Vit- 
toria fu  eretta  dai  carmelitani  scal- 
zi in  onore  dell'  apostolo  delle  genti 
in  uno  tiir  annesso  convento,  cui 
venne  aggiunta  la  facciata  dal  ce- 
lebre Cardinal  Scipioni  Caffarelli 
Borghese,  in  compenso  della  sta- 
tua di  Ermofrodito  da  essi  rin- 
venuta ne'  fondamenti  della  medesi- 
ma. Passati  dieci  anni,  nel  1622, 
prese  il  titolo  di  s  Maria  della  Vit- 
toria per  le  vittorie  riportate  in  Ger- 
mania sugli  eretici,  e  per  la  di  lei 
immagine  collocata  nell'altare  prin- 
cipale; proveniente  dalla  detta  re- 
gione. Nella  dispersione  generale 
degli  Ordini  religiosi,  avvenuta  do- 
po il   1809,  il  convento  fu    venduto 


CAR  CAR                      69 

e.  spogliato  j  finché  i  religiosi  car-  chiesa  di  s.  Susanna,  cioè  nel  con- 
nielitani  scalzi  lo  ricuperarono  nel  vento  delia  detta  chiesa  di  s.  Paolo. 
j8i4-  Giunto  ciò  a  notizia  di  certo  Fran- 
La  chiesa  di  s.  Pancrazio  fu  da-  cesco  Cimini  signore  napoletano,  pel 
ta  a' Carmelitani  scalzi  nel  pontifi-  desiderio  che  nutriva  per  la  conver- 
cato  di  Alessandro  VII.  Nel  conven-  sione  degl'  infedeli ,  lasciò  morendo 
to  contiguo  evvi  il  collegio  de' reli-  nel  1608  a'  carmelitani  scalzi  l'an- 
giosi,  che  si  vogliono  recare  alle  mia  rendita  di  tremila  ducati,  per- 
missioni nella  dipendenza  della  sa-  che  la  erogassero  pel  seminario  delle 
era  congregazione  Cardinalizia  di  loro  missioni.  Intanto  avendo  Paolo 
Propaganda,  istituzione  eh'  ebbe  la  V  fatto  incominciare  l'erezione  di 
seguente  origine.  Il  p.  Pietro  della  un  analogo  ospizio  presso  piazza 
Madre  di  Dio,  carmelitano  scalzo,  e  Farnese,  per  istabilirvi  un  apposito 
commissario  apostolico,  desiderando  convento  per  le  missioni,  nel  i6i5, 
d'impiegare  i  suoi  correligiosi  nelle  temendo  che  ne  potesse  derivare 
missioni,  manifestò  questo  di visamen-  pregiudizio  alla  congregazione,  col 
lo  al  Pontefice  Clemente  Vili,  di  dichiararsi  da  essa  indipendente, 
cui  era  predicatore,  il  quale  con  risolvette,  che  il  seminario,  o  colle- 
suo  breve  spedi  quattro  carmelitani  gio  si  collocasse  nel  nuovo  convento 
scalzi  in  Persia  a'  14  luglio  i6o4;  della  chiesa  di  s.  Paolo  alle  Teniie 
ma  essendo  egli  morto  menti  e  i  Diocleziane,  che  poi  prese  il  nome 
religiosi  erano  arrivati  iu  Polonia  ,  di  s.  Maria  della  Vittoria,  col  titolo 
Paolo  V  nel  i6o5  li  autorizzò  a  di  Seminario  della  Conversione  di 
proseguire  il  viaggio.  In  questo  an-  s.  Paolo j  onde  progiedendo  felice- 
no  si  adunò  in  Roma  il  primo  ca-  mente  per  le  cure  del  p.  generale 
pitolo  generale,  dopo  che  la  con-  Giovanni  di  Gesù  Maria ,  nel  pon- 
gregazione  d' Italia,  appellata  di  s.  tificato  di  Alessando  VII  ed  in  virili 
Elia,  si  era  divisa  da  quella  di  Spa-  del  suo  breve,  Decet  Rom.  Pont. 
gna  chiamata  di  s.  Teresa,  ed  in  dato  a'  24  settembre  i655,  confer- 
esso  i  capitolari  emisero  il  voto  mando  quello  da  Urbano  VII!  ema- 
di  recarsi  alle  missioni  a  predicare  nato  nel  1682,  Ronianus  Ponti/ex, 
il  vangelo.  Quindi  vedendo  necessa-  acquietò  le  controversie  insorte,  e 
ria  l'erezione  di  opportuni  semina-  per  l'autorità  dell'altro  breve,  In- 
vi o  conventi  per  istruir  quelli,  che  scrutabili,  del  primo  marzo  1662, 
si  sentivano  chiamati  a  tal  carri  e-  fu  trasferito  nel  convento  di  s.  Pan- 
ra,  ottennero  dallo  stesso  Paolo  V,  crazio,  concorrendovi  coli' assenso  il 
a'  i5  dicembre  i6o5,  il  decreto  Cardinal  Maidalchini,  abbate  com- 
Totius  orbis  terrarum,  col  quale  mendatario  della  chiesa.  Perlmrto  per 
venne  loro  conceduta  facoltà  di  lo  zelo  e  la  prudenza  del  p.  Dome- 
erigerne  uno  in  Roma,  e  tempo-  nico  della  ss.  Trinità,  generale  d'al- 
raneamente,  coli'  autorità  del  bre-  lora ,  a' 6  marzo  di  detto  anno, 
ve  Romani  Ponlificis  ,  emanato  ebbe  incominciamento  colla  dipen- 
dali© stesso  Paolo  V  nel  1 6 1 3  ,  denza  dal  generale  prò  tempore ^  e 
venne  destinato  il  convento  di  suo  definitorio,  restaiirandosi  la  chie- 
s.  Silvestro  di  Monte  Compatri  sopra  sa  colla  spesa  di  duemila  scudi. 
Frascati ,  e  poco  dopo  s' incomiticiò  Sulle  qualità,  che  si  richieggono  da 
r  eiezione    d'  un    ospizio    presso    la  quei  religiosi ,  i  quali  bramano  recarsi 


70  CAK 

alle  missioni,  ed  altri  uffici  relativi, 
tratta  Carlo  Bartolomeo  Piazza,  Ope- 
re pia  di  Roma,  trattato  IV,  capo 
XXVIII.  Noi  solo  ricorderemo,  che 
fra  le  altre  cose,  dopo  otto  giorni 
dal  loro  ingresso,  debbono  emettere 
il  voto  di  recarsi  a  qualunque  mis- 
sione, sia  per  conversione  di  eretici, 
sia  di  gentili,  sia  d'infedeli. 

Inoltre  i  (Carmelitani  scalzi  hanno 
in  Roma  l'ospizio  di  s.  Teresa  presso 
il  collegio  inglese,  residenza  del  ge- 
nerale e  procuratore  generale  della 
congregazione  d'  Italia,  abitandovi 
anco  il  procuratore  generale  di  quel- 
la di  Spagna.  Anticamente  questa 
avea  l'ospizio  e  la  chiesa  di  s.  Anna 
alle  quattro  Fontane,  che  Pio  VII 
diede  alle  monache  adoratrici  per- 
petue del  ss.  Saciamento,  le  quali 
il  regnante  Pontefice  ultimamente 
ha  trasferite  nel  monistero,  e  chiesa 
di  s.  Maddalena  al  Quirinale.  La 
congregazione  d' Italia ,  sulla  piazza 
del  monte  di  Pietà,  aveva  l'ospizio 
con  una  chiesa  dedicata  a  s.  Teresa, 
e  a  s.  Giovanni  della  Croce,  fabbri- 
cata l'una,  e  l'altro  nel  palazzo  già 
de' Barberini,  ove  abitò  Urbano  Vili 
nel  suo  Cardinalato,  cioè  al  destro 
lato  di  detto  edifizio,  al  quale  nel 
suo  ingrandimento  fu  compresa  la 
chiesa  e  l'ospizio,  il  che  avvenne 
nel  pontificato  di  Clemente  XII.  Fu 
acquistato  tal  palazzo  dal  Cardinal 
Francesco  Barberini  nel  1784,  per 
residenza  de' superiori  generali  della 
congregazione  d' Italia.  La  chiesetta 
fu  benedetta  dal  Cardinal  Guadagni 
a'  16  gennajo  1735,  ed  il  Papa, 
col  breve ,  Exponi  nobis  nuper  fé- 
ceruntj  emanato  a'  2 1  marzo,  con- 
cedette diversi  privilegi  a  tal  con- 
vento ,  che  dichiarò  soggetto  in 
perpetuo  ai  superiori  maggiori.  Non 
andò  guari,  che  per  1'  edifizio  della 
deposi teria ,    furono    incorporati  ad 


CAR 
essa  la  chiesetta  ed  il  convento,  " 
perchè  i  carmelitani  scalzi  nel  i75i, 
fecero  acquisto  del  palazzo  Rocci 
presso  il  mentovato  collegio  inglese, 
e  la  chiesa  di  s.  Maria  di  Monscr- 
rato,  ove  trasportarono  V  ospizio, 
ed  edificarono  sotto  il  medesimo 
una    piccola  chiesa. 

L'  origine  poi  delle  spezierie  an- 
cora pel  pubblico  nei  carmelita- 
ni scalzi  è  accaduta  in  vari  tempi, 
secondo  la  varietà  delle  provi ncie. 
La  spezieria  del  convento  della  Sca- 
la in  Roma  conta  ciica  cento  cin- 
quanta anni.  I  poveri  ne  han  go- 
duto, e  ne  godono  per  le  carità 
fatte  loro  continuamente,  fra  le 
quali  non  è  piccola  quella  di  ca- 
var sangue,  e  denti  a  chiunque 
vi  concorre,  senza  pretendere  co- 
sa alcuna ,  o  a  pagamento ,  o  in 
rimunerazione  ;  e  la  gratitudine 
della  mendicità  soccorsa  compar- 
ve precipuamente  nei  pontificati  di 
Clemente  XIV  e  Pio  VI,  negli  at- 
testati, che  distesero  in  proposito  i 
parrochi  della  regione  di  Trasteve- 
re. L'  utile  ritratto  dalla  vendita  dei 
generi  andò  sempre,  almeno  in  par- 
te, pel  culto  di  Dio,  e  nella  manu- 
tenzione, e  nell'ornato  delle  chiese. 
Il  Papa  Leone  XII,  per  organo  del 
Cardinal  Bertazzoli,  allora  proletto- 
re di  tutto  r  Ordine  carmelitano , 
nel  1828,  accordò  che  il  risultato 
delle  spezierie  della  provincia  roma- 
na cedesse  non  solo  a  benefizio  del- 
le chiese  e  conventi ,  di  cui  forma- 
no una  proprietà;  ma  eziandio  ad 
utile  delle  altre  case  della  provin- 
cia stessa  troppo  bisognose  di  aiuto 
dopo  le  note  vicende  del  1 8  1 4-  E 
il  regnante  Gregorio  XVI,  con  di- 
spaccio del  Cardinal  Lambruschini 
prefetto  della  congregazione  degli 
studii ,  in  data  de'  29  settembre 
i838,  ordinò  con  piena  soddisfazio- 


CAR 
ne  de  religiosi,  il  modo  da  tenersi 
in  Roma  nelf  esame  ed  approvazio- 
ne de'  nuovi  conversi  esercenti  ,  ad 
oggetto  di  rilasciar  loro,  o  l'alta,  o 
la  bassa  matricola.  Non  è  poi  a  ta- 
ccisi ,  che  nel  Pontificato  di  Pio 
Vili,  e  dal  settembre  1829,  gode 
la  spezieria  della  Scala  l' onore  di 
poter  somministrare  l'occorrente  per 
la  sacra  persona  del  sommo  Pon- 
tefice ,  ed  in  seguito  meritò  anche 
d' essere  prescelta  a  dare  i  medica- 
menti alla  famiglia,  e  guardia  sviz- 
zera pontificia,  nonché  alla  brigata 
de'  carabinieri. 

CARMELITANI  del  terz' Ordi- 
ne. Sebbene  alcuni  autori  carmeli- 
tani facciano  antico  quest'  Ordine 
quanto  il  loro,  secondo  che  si  è  in- 
dicato all'articolo  Carmelitani  cal- 
zati dell'antica  osservanza  (Vedi), 
riportando  fra  le  altre  opinioni  quel- 
le di  Diego  Martinez  Coria  nel  Trat- 
tato sui  terziarii,  stampato  nel  i5g2, 
in  Siviglia  j  pure  1'  altro  carmelita- 
no Silvera,  OpuscuL  var.  Rcsol.  38, 
ingenuamente  confessa  che,  nel  1476, 
sotto  il  pontificato  di  Sisto  IV,  del- 
la Rovere,  ebbero  principio  i  ter- 
ziarii carmelitani ,  essendo  stato  il 
primo  istitutore  nel  1221  d'unter- 
z'  Ordine  di  s.  Francesco,  dappoiché 
quel  Papa  concesse  ai  superiori  dei 
carmelitani  di  poter  dare  l'abito,  e 
la  regola  dell'Ordine  loro  alle  per- 
sone dell'uno  e  l'altro  sesso,  che 
r  ave'ssero  domandata.  Comunque 
sia,  i  fratelli  e  le  sorelle  del  ter- 
z'  Ordine  de'  carmelitani,  anticamen- 
te non  avevano  altra  regola  che 
quella  del  primitivo  Ordine,  data  dal 
patriarca  s.  Alberto,  avendone  verso 
il  1635  nel  pontificato  d'Urbano  Vili 
avuta  un'  altra  dal  p.  generale  Teo- 
doro Strazio,  la  quale,  nel  1678, 
fu  riformata  dal  p.  Emilio  Giaco- 
melli, vicario  generale  dei  carmelitani. 


CAB  7» 

In  questa  regola  pertanto  si  dà 
la  facoltà  di  ammettere  nel  terz' Or- 
dine  ogni  sorte  di  persone  d'ambo 
i  sessi ,  nonché  ecclesiastici  e  seco- 
lari,  fanciulle,  vedove  e  maritate, 
purché  di  vita  esemplare  si  mostras- 
sero degne  del  patrocinio  della  b. 
Vergine,  alla  quale  devono  profes- 
sare una  special  devozione.  Sono  poi 
esclusi  coloro,  che  fossero  slati  ri- 
cusati da  un  altro  terz' Ordine,  i 
sospetti  d'eresia,  i  disubbidienti  al- 
la sede  apostolica ,  e  quelli  che  a- 
vessero  alcun'  altra  imperfezione,  do- 
vendo aver  mezzi  da  vivere,  ovve- 
ro il  modo  di  procacciarselo  con  la- 
vorare onestamente.  Consistono  gli 
obblighi  dei  terziaiii  di  fare  un  an- 
no di  noviziato  innanzi  di  profes- 
sare. I  chierici  hanno  da  recitare 
r  uffizio  divino  secondo  il  rito  della 
Chiesa  romana ,  o  delle  rispettive 
diocesi,  e  i  secolari  che  sanno  leg- 
gere sono  egualmente  tenuti  a  re- 
citarlo secondo  il  rito  de'  carmelita- 
ni, ovvero  quello  della  Madonna, 
mentre  quelli,  che  non  sanno  legge- 
re, devono  ogni  giorno  recitare  venti 
Pater  ed  Ave,  e  nelle  domeniche 
e  feste  solenni  quaranta  pel  mattu- 
tino,  quindici  pel  vespero ,  e  sette 
per  cadauna  delle  tre  ore  canoni- 
che. Sono  obbligati  a  digiunare  in 
tutto  l'avvento,  in  tutti  i  mercordi 
dell'anno  tranne  quello  che  cade 
neir  ottava  di  pasqua ,  nella  vigilia 
dell'  Ascensione ,  e  del  Corpus  Do- 
mini, in  quelle  delle  principah  fe- 
ste della  Madonna,  compresa  quella 
del  Carmine,  la  cui  festa  cade  a*  i6 
luglio,  e  in  tutti  i  mercoledì  e  sab- 
bati inclusive  dall'esaltazione  della 
ss.  Croce  all'  avvento,  e  dal  Natale 
sino  a  quaresima.  In  tutto  l'anno 
poi  si  devono  astenere  ne'  mercole- 
dì dalla  carne,  eccettuato  quello  in 
cui  cadesse  la  natività  di  G.  C. 


72  CAR 

L'abito  de*  fratelli,  e  delle  sorelle 
del  terz'Ordine  deve  essere  una  veste 
lunga,  elio  dia  nel  colore  nero  o  rosso, 
fermata  con  una  cintura  di  ciiojo 
larga  due  dita,  collo  scapolare  lar- 
go mezzo  piede,  e  lungo  sino  alle 
ginocchia,  e  colla  cappa  bianca,  che 
dovrà  arrivare  alia  metà  delle  gam- 
be. Le  sorelle  adoperano  un  velo 
bianco  senza  soggolo,  ma  tanto  es- 
se che  gli  uomini,  ne'  luoghi  in  cui 
non  sono  compatibili  tali  abiti,  por- 
tano vesti  secolari  d'un  colore,  che 
si  avvicina  al  tanè.  In  alcuni  luoghi 
si  videro  terziarie  de'  carmelitani 
scalzi  colla  cappa  della  predetta  lun- 
ghezza simile  a  quella  dei  religiosi,  e 
per  lo  pili  esse  fanno  il  voto  di  casti- 
tà, che  per  lo  più  viene  emesso  an- 
che dalle  altre  terziarie,  le  quali  vivo- 
no nelle  proprie  case  coli*  abito  del- 
l' istituto.  In  Italia  e  nella  Spagna, 
moki  del  terz'  Ordine  carmelitano 
fiorirono  per  santità  di  vita. 

Non  si  dee  confondere  quest'isti- 
tuto colla  confraternita  dello  scapo- 
lare della  Madonna  del  Carmine, 
dell'  origine  del  quale  non  conven- 
gono gli  autori,  sebbene  sia  certo, 
che  fu  istituito  dopo  che  il  b.  Si- 
mone Stock  ricevette  Io  scapolare 
dalla  ss.  Vergine ,  coli'  ingiunzione 
di  farlo  assumere  dai  suoi  religiosi 
qual  divisa  del  loro  Ordine.  Certo 
è  altresì,  che  simili  confraternite  già 
esistevano  nell'anno  1262,  mentre 
nel  bollano  dell'  Ordine  parte  I , 
pag.  27,  si  registra  una  costituzione 
di  Urbano  IV  degli  8  maggio  1262, 
in  cui  concede  ai  carmelitani  di 
ascoltare  le  confessioni  confratrum, 
et  familìariwn.  La  confraternita  del 
Carmine  non  è  il  terz'Ordine,  come 
alcuni  hanno  scritto,  giacché  le  con-^ 
fraterni  te  non  hanno  regola,  ma 
solo  statuto.  È  vero  che  ai  terzia- 
ri! non  conviene  il    nome   di   reli^ 


CAR 
giosi,  perchè  non  fanno  i  voti  so- 
lenni, ciò  non  ostante  le  loro  con- 
gregazioni sono  veri  Ordini,  e  sotto 
un  tal  nome  sono  stati  approvati 
dai  Sommi  Pontefici.  F.  Manua- 
le de'  terziarii  carrnelkanij  JNizza 
1745. 

CARMELO  (Carmelus  nions). 
Monte  della  Turchia  asiatica  nel 
pascialato  d'Acri ,  il  cui  nome  si- 
gnifica vigna  di  Dio^  per  la  sua 
gran  fertilità  ed  amena  posizione. 
S'  innalza  cinquecento  tese  sopra  il 
hvello  del  mare,  e  può  dirsi  un 
composto  di  colline  unite,  che  cir- 
condano una  valle,  ima  delle  quali 
si  estende  fino  al  Mediterraneo. 
Nella  divisione  della  terra  di  Ca- 
naan, fatta  da  Giosuè,  questa  mon- 
tagna toccò  alla  tribù  di  Aser,  aven- 
do a  mezzodì  quella  di  Manasse. 

Posto  in.  quella  parte  di  Palestina 
fra  la  Galilea  e  la  Samaria,  gli  si 
danno  tredici  leghe  di  circuito,  ed  è 
celebre  questo  monte  negli  annah 
della  religione  pel  soggiorno  ed  i 
miracoli  dei  profèti  Elia  ed  Eliseo, 
e  pel  soggiorno  di  migliaia  di  reli- 
giosi nelle  grotte  scavate  nella  roc- 
cia ,  di  cui  si  veggono  gli  avanzi. 
Nella  falda  del  monte  si  addita  la 
grotta,  che  dicesi  di  Elia,  e  che 
onorala  viene  anche  dai  turchi  e 
dagli  arabi.  Più  in  alto  v*  ha  quella 
del  discepolo  Eliseo  ,  che  fu  perciò 
assai  celebre  anche  presso  i  giudei. 
Quivi  adoravasi  in  un  tempio  fa- 
moso una  divinità  chiamata  Carme- 
lo, e  vuoisi  che  Vespasiano  impe- 
ratore, verso  r  anno  72  dell'  era 
cristiana,  vi  offrisse  un  sagrifizio 
alle  deità  ivi  adorate. 

I  Carmelitani  ,  che  riguardano 
i  menzionati  due  profeti  per  loro 
fondatori  principali,  vi  ebbero  mo- 
nistero  e  romitaggio  sino  dalla  più 
rimota    antichità.    Dell*  attuale  mo- 


CAR 
nislero  ivi  esistente  si  parlerà  in  ap- 
presso. Sì  chiamarono  monache  del 
Monte  Carmelo  quelle  trovate  dal- 
l'imperatrice  s.  Eleira  nel  IV  secolo, 
come  si  disse  all'  articolo  Carmeli- 
tane. 11  Bostio  asserisce,  che  Maria, 
una  di  esse,  fu  preposta  dall'impera- 
trice a  dirigere  il  monistero  dalla  sua 
pietà  fondato  presso  il  s.  Sepolcro,  a- 
vendo  avuto  a  succederle  nella  quali- 
fica di  superiora  s.  Sindetica,  s.  Sara, 
ed  una  vergine  chiamata  Romana,  ov- 
vero Nonna.  Sopra  questo  monte  l'Or- 
dine carmehtano  indubitatamente 
ebbe  l'origine,  raccontando  il  p.  Sa- 
raceno a  carte  287  del  Menologio 
Carmelitano,  che  nel  1209  o  nel 
12  12,  Giovanni  di  Vescy  signore 
di  Alnelvico,  e  Riccardo  di  Grey, 
signore  di  Codenore,  ambedue  no- 
bili inglesi ,  e  crociati  della  sagra 
guerra  contro  gì'  infedeli,  traspor- 
tarono in  Inghilterra  alcuni  religiosi 
del  Carmelo,  e  che  in  Alnelvico  si 
fondasse  il  primo  convento  di  que- 
st' Ordine.  Così  ancora  si  ha,  che 
s.  Luigi  IX,  re  di  Francia,  al  suo 
ritorno  dalla  crociata  in  Palestina, 
passò  al  monte  Carmelo,  ed  ottenne 
dal  superiore  sei  religiosi,  che  seco 
condusse  a  Parigi,  ove  si  stabilirono 
sotto  il  nome  di  carmelitani.  Con- 
cesse loro  parecchie  grazie  e  privi- 
legi verso  l'anno  i245,  siccome 
afferma  il  vescovo  di  Chalons  nella 
Topografia  de  Santi j  e  quindi  dal 
Carmelo  passarono  altri  nella  Spa- 
gna, altri  in  ItaUa  ed  altri  altrove. 
Così  propagaronsi  mirabilmente  per 
r  Europa,  approvandoli  e  proteg- 
gendoli sempre  i  romani  Pontefici. 
Fra  i  venerandi  monumenti  della 
redenzione,  che  gelosamente  si  con- 
servano, e  con  singoiar  divozione  si 
venerano  ne' santi  luoghi  della  Pa- 
lestina, è,  e  fu  sempre  celebre  fino 
dai  primi  secoli  della  Chiesa  il  San- 


CAR  73 

tuario  eretto,  e  da  tempo  immemo- 
rabile dedicato  alla  beata  Vergine 
del  monte  Carmelo,  la  cui  conser- 
vazione fu  sempre  a  cuore  de' fedeli, 
soprattutto  ai  religiosi  Carmelitani 
custodi  di  esso.  Questo  sagro  tem- 
pio ,  che  nelle  vicende  de'  secoli  fìi 
replicate  volte  demolito  dagl'  infe- 
deli, e  ricostrutto  dai  Carmelitani, 
venne,  nel  182 1,  diroccato  quasi 
dalle  fondamenta  per  una  fatale 
irruzione  militare.  Pio  VII,  mosso 
dalle  preghiere  de'  Carmelitani  scal- 
zi ,  che  si  accinsero  a  riedificarlo 
colle  pie  oblazioni ,  autorizzò  i  su- 
periori dell'Ordine  a  questuare  per 
rinvenirne  i  mezzi.  Difatti,  nel  1828, 
nel  giorno  appimto  della  festa  del 
Corpus  Domini y  in  cui  sette  anni 
prima  era  stato  distrutto  l'antico, 
fu  gettata  la  prima  pietra  negli 
stessi  ruderi  e  suU'  area  del  prece- 
dente. Quindi  premuroso  il  regnante 
Pontefice,  che  si  portasse  a  compi- 
mento opera  così  rilevante,  concesse 
a'superiori  de'detti  Carmelitani  scal- 
zi, nel  i836,  che  continuassero  la 
colletta,  e  con  lettere  del  Cardinal 
Sala,  prefetto  de' vescovi  e  regolari, 
de'  26  gennaio,  raccomandò  agli 
arcivescovij  vescovi  ed  altri  Ordinari 
de'  luoghi  i  religiosi  dell'  Ordine, 
che  il  preposito  generale  de'Carmeli- 
tani  scalzi  invierebbe  per  la  colletta. 
Felici  furono  i  risultati  sì  prima 
che  dopo,  giacche  la  questua  non 
solo  si  effettuò  in  Europa,  ma  ezian- 
dio neir  Africa  e  nell'  Asia  :  ond'  è 
che  il  tempio  è  già  risorto  piì^i  son- 
tuoso e  più  imponente  del  demo- 
lito. Tutto  il  fabbricato  sorge  in 
forma  quadrata,  ed  in  mezzo  vi  sta 
rinchiusa  la  chiesa  di  forma  a  croce 
greca  con  cupola.  Sotto  il  presbi- 
terio di  essa  si  vede  la  celebratissi- 
ma  grotta ,  che  servì  di  abitazione 
al  profeta   Elia;    e    suU' aitar  mag- 


^  CAR 

gioi*e,  adornato  di  marmi  bianchi, 
forniti  dal  monte  istesso,  si  venera 
la  statua  prodigiosa  della  Regina 
del  Ciclo,  che  fu  coronata  in  Roma, 
nel  1823  ai  4  marzo,  nel  palazzo 
del  Quirinale  dal  sagrista  monsignor 
Menochio  vescovo  di  Porfirio,  alla 
presenza  del  Pontefice  Pio  VII.  Nel 
convento,  oltre  le  abitazioni  de'  reli- 
giosi, e  tuttociò  che  è  indispensabile 
per  tutelarne  la  sicurezza,  vi  è,  co- 
me sempre  vi  è  stalo,  un  comodis' 
simo  ospizio  pei  viaggiatori  em^opei, 
a' quali  viene  prestata  edificante  as- 
sistenza, al  paro  di  quella  che  viene 
praticata  verso  i  levantini  in  un'al- 
tra fabbrica  poco  distante. 

E  da  notarsi,  che  il  monte  Car- 
melo, posseduto  ed  abitato  per  tan- 
to tempo  dai  padri  carmelitani  del- 
l' osservanza ,  e  da  essi  poi  a  forza 
lasciato  per  le  vicende  luttuose  ac- 
cadute in  qae'  luoghi,  venne  alla  fi- 
ne ricuperato  dal  principe  di  quel 
territorio,  ed  ottenuto  dai  padri  car- 
melitani scalzi  della  congregazione 
d'  Italia,  col  patto  di  pagargli  un  an- 
nuo tributo.  A' 29  novembre  i63i, 
ne  presero  essi  possesso,  e  vi  stabi-, 
lirono  una  residenza  col  titolo  di  s. 
Elia.  Nel  seguente  anno  i632,  dal 
capitolo  generale  adunato  in  Roma, 
al  novello  generale  fu  di  comune 
consenso  aggiunto  il  titolo  di  priore 
del  santo  ìiionte  Carmelo,  colla  fa- 
coltà di  destinare  un  religioso  a  sos- 
tenerne le  veci;  e  Urbano  Vili,  con 
bolla  de' 3  dicembre  i633,  volle 
che  i  carmelitani  scalzi  godessero  il 
diritto,  che  chiamasi  pri^'ativo^  di 
abitar  soli  in  quel  sagio  monte,  co- 
me abbiamo  dal  p.  Federico  di  s. 
Antonio  nella  Vita  di  s.  Teresa, 
lib.  V,  cajx)   17. 

Il  medesimo  Papa  regnante  Gre- 
gorio XVI,  annuendo  alle  preghie- 
re de'  religiosi,  nel   i835,    dichiarò 


CAR 

privilegiato  perpetuo  l'altare  maggio- 
re della  nuova  chiesa  per  tutte  le 
messe,  che  vi  sarebbono  celebrate 
da  qualsivoglia  sacerdote  secolare  o 
regolare;  poscia,  nell'anno  1837,  ac- 
cordò lo  stesso  privilegio  per  l'alta- 
re erettovi  ad  onore  di  s.  Luigi  IX 
re  di  Francia ,  e  da  ultimo ,  dopo 
la  favorevole  sentenza  della  s.  con- 
gregazione de' Riti,  con  breve  apo- 
stolico de'  26  novembre  1839,  in- 
nalzò la  chiesa  stessa  al  grado  di 
basilica  minore,  con  tutti  e  singoh 
privilegi,  grazie,  preeminenze,  esen- 
zioni ed  indulti  di  cui  godono,  e 
potranno  godere  le  altre  chiese  de- 
corate di  egual  titolo. 

Fu  poi  sempre  con  tal  divozione 
venerata  la  beatissima  Vergine  nel 
monte  Carmelo,  che  i  religiosi  abi- 
tatori del  monte  ne  presero  il  no- 
me per  la  cappella  da  essi  ristorata 
in  onore  di  lei,  e  in  avanti  dedi- 
cata a  s.  Elia.  Sì  antico  è  il  culto 
di  s.  Maria  del  Carmine,  o  di  mon- 
te Carmelo,  che  se  ne  facevano  l'uffì- 
zio e  la  messa  sino  dal  1226  a'  16 
luglio,  dai  carmelitani,  a'  quali  con- 
fermò l'uso  Sisto V  nel  1587.  Quin- 
di Innocenzo  XI,  col  disposto  della 
costituzione  Àpostolatus,  Bull.  rom. 
t.  VII,  p.  92,  a' 24  marzo  1679, 
lo  estese  a  tutti  i  dominii  portoghe- 
si, e  Benedetto  XIII ,  prima  a'  i5 
agosto  1725,  lo  concesse  a  tutto  lo 
stato  pontificio,  estendendolo  poscia 
a  tutta  la  Chiesa,  coll'altro  suo  de- 
creto de'  i4  settembre  1726.  Di 
questo  argomento  tratta  il  p.  Giu- 
seppe Pereira  di  s.  Anna,  carmeH- 
tano  portoghese,  nel  suo  Cronico  de 
Canno  Porlugal.  t.  I,  par.  IV,  cap. 
IV. 

CARMELO,  o  DI  s.  Maria  del 
Cabmine.  Ordine  militare  ed  eque- 
stre,  istituito  in  Francia  dal  re  En- 
rico IV,  sotto  il  titolo,  l'abito  e  la 


CAR 
regola  della  Madonna  del  monte 
Carmelo.  Composto  era  di  cento 
cavalieri  francesi,  de'  quali  otto  po- 
tevano essere  ecclesiastici.  Dovevano 
principalmente  combattere  gli  ere- 
tici, e  in  tempo  di  guerra  dovéano 
marciare  presso  il  re.  Approvato 
venne  con  autorità  apostolica  da 
Paolo  V,  Borghese,  nel  1609  ai 
16  febbraio,  colla  costituzione  Mi- 
li  tanti  iwi  j  o  93  5  che  si  legge  nel 
Bollano  romano  tomo  V  par.  Ili, 
pag.  297 ,  come  eziandio  ripor- 
ta il  Giustiniani,  Istoria  degli  Or- 
dini equestri,  ec.  p.  349-  Doveva- 
no inoltre  i  cavalieri  provare  quat- 
tro gradi  di  nobiltà,  avere  trenta 
anni  di  età,  astenersi  il  mercoledì 
dall'  uso  delle  carni ,  recitare  ogni 
giorno  o  r  uffizio,  o  la  corona,  ed 
il  sabbato  ascoltar  la  messa.  Giura- 
vano difendere  la  Chiesa  romana, 
di  essere  fedeli  al  sovrano,  ed  os- 
servare la  castità  conjugale.  Consi- 
steva la  collana  in  un  nastro  di  se- 
ta color  castagno ,  ossia  tanè ,  dal 
quale  pendeva  una  croce  di  oro  di 
otto  punte,  biforcata  nelle  estremità 
di  color  violaceo.  Nel  mezzo  di  essa 
era  incisa  l' immagine  della  beata 
Vergine  del  Carmelo,  avente  in  am- 
bedue le  mani  gli  scapolari  (Fedi), 
chiamati  volgarmente  abitini,  e  cir- 
condata da  raggi  d'  oro.  Il  mantel- 
lo de'  cavalieri  si  ornava  della  stessa 
croce.  11  primo  gran  maestro  di 
quest'  Ordine  fu  Filiberto  Nerreta- 
no,  cavaliere  di  quello  di  s.  Lazza- 
ro, per  essere  stato  con  indulto  di 
Paolo  V,  pubblicato  a'  3i  ottobre, 
unito  r  Ordine  del  Carmelo  a  quel- 
lo di  s.  Lazzaro  insieme  alle  com- 
mende, che  quest'  ultimo  possedeva. 
Alcuni  anzi  pretendono,  che  il  detto 
Ordine  del  Carmine  sia  stato  piut- 
tosto unito  a  quello  di  s.  Lazzaro 
di  Gerusalemme,  che  separatamente 


CAR  75 

istituito,  ciò  che  il  Giustiniani  ci- 
tato non  approva.  Il  principale  sta- 
bilimento di  questi  cavalieri  era  in 
Boignì  presso  Orleans.  Aggiunge  il 
Novaes,  tomo  IX  p.  107,  che  i  ca- 
valieri dell'Ordine  dei  suddetti  due 
titoli  furono  soli  francesi,  come  quel- 
lo de'  ss.  Maurizio  e  Lazzaro  di  Sa- 
voia era  pe'  savoiardi  ed  italiani. 
Per  la  menzionata  unione  parteci- 
parono anche  i  francesi  addetti  al- 
l' Ordine  di  s.  Maria  del  Carmine 
delle  prerogative  concedute  a  quello 
di  s.  Lazzaro.  Ma  nelle  ultime  vi- 
cende della  Francia ,  avvenute  nel 
declinare  del  secolo  XVII 1 ,  questo 
del  Carmelo  fu  estinto  con  o- 
gni  Ordine  di  qualunque  altro  isti- 
tuto. 

CAR.NEVALE,  Carnovale  o  Car- 
nasciale, Baccanalia,  geniales  ante 
quadragenariuni  jejuniiun  dies.  Co- 
si chiamasi  quel  tempo  di  godimen- 
to e  di  particolar  tripudio  e  sollazzo, 
che  incomincia  nel  giorno  seguente 
alla  festa  di  Epifania,  cioè  a'  7  gen- 
naio, e  dura  sino  alla  mezza  notte, 
che  precede  il  primo  giorno  di  qua- 
resima. In  generale  dopo  la  festa  di 
s.  Antonio  abbate ,  che  cade  a'  1 7 
di  detto  mese,  cominciano  le  masche- 
re (/^et/z),  locchè  altrove  ha  luogo  do- 
po quella  della  Purificazione,  che  si 
celebra  a'2  febbraio.  In  Roma  poi, 
ove  per  la  sua  breve  durata,  e  per 
altre  circostanze  vuoisi  essere  il  più 
brillante,  le  maschere  incominciano 
nel  sabbato  di  settuagesima,  qualora 
non  sia  impedito  dalla  vigilia  e  fe- 
sta della  Purificazione,  o  dalla  festa 
di  s.  Mattia.  F.  Carnevale  di  Roma. 
Tutta  volta  si  costumò  in  Italia  di 
principiare  il  Carnevale  dal  giorno 
seguente  alle  feste  di  Natale,  e  pro- 
seguirlo sino  a  quello  delle  ceneri , 
in  cui  s'incomincia  la  quaresima, 
eccettuate    le  chiese    di  rito  anibro- 


76  CAR 

siano,  nelle  quali  si  protrae  sino  alla 
prima    domenica    di  quaresima.    La 
derivazione  della   parola   Carnevale , 
o  Carnovale,  secondo  la  Crusca,  Du 
Cange,  Muratori,  Politi,  ed  altri  vie- 
ne da  carna-aval^  perchè  in  tal  tem- 
po si  mangia  molta  quantità  di  carne, 
onde  indennizzarsi  in  qualche  modo 
dell'astinenza,  che  si  deve  osservare 
nella  successiva  quaresima  ;    giacche 
nella  bassa    latinità  fu    detto  caniis 
Itvamen ,    non   che  carnis  privium^ 
mentre  gli  spagnuoli    dissero  latina- 
mente carnes  tolkndas^  come  si  ha 
dal  messale  mozarabico.    Altri  spie- 
garono carno-vale,  addìo  alla  carne, 
perchè  i  monaci  e  i  chierici  con  di- 
versa misura  mangiavano  carne  nelle 
6ettin)ane  precedenti    la  quaresima  , 
mentre    il    rimanente    del   clero    ed 
il  popolo  proseguivano   a  cibarsi  di 
carne  sino  al  principio  di  quaresima. 
In  quei  giorni  si  diede    il  nome  di 
Carnevale,    perchè    in  essi    si   dava 
l'addio  e  il  comiato  alla  carne,  ve- 
nendo anche    detto    carnis  privium 
sacerdotunij  cioè  cominciamento  del- 
la quaresima    dei  preti.     Quindi    la 
settimana  di  sessagesima  fu  detta  dai 
greci  apocreos,  che  equivale  al  no- 
stro carnis  prii^iurn.  ^eì  lunedi  suc- 
cessivo alla  domenica  di  quinquage- 
sima si  escludevano    poscia  dai  cibi 
ordinari  le  ova    e    i  latticini  ;  rito , 
che  nei    secoli  VII  e  Vili    s'intro- 
dusse in  diverse  chiese  e  monisteri. 
Ma  Ottavio  Ferrarlo    dice  all'oppo- 
sto, essere  il  vocabolo  Carnevale,  il 
medesimo  che   Carnalia,  scilicet  fe- 
sta ut  saturnalia,  liberalia,  ec,  de- 
rivato anche  questo  dal  copioso  uso 
della  carne,  e  questa  etimologia  fu 
adottata  pure  dal  Menage  ;  ed  il  Mu- 
ratori   citato    non    si    oppone  a  chi 
vuol  derivata  la  voce  da  carnasciale 
dalle  due   voci    egualmente    italiane 
carne,  e  scialare ,  mentre  altri  spie- 


CAR 

gnrono  tal  nome  per  sollievo,  e  sol- 
lazzo della  carne. 

Qualunque  sia  la  spiegazione  di 
questo  vocabolo,  sembra  probabi- 
le, che  la  cosa  significata  debba  la 
sua  origine  alle  feste  del  paganesimo, 
da  cui  ebbero  origine  que' godimenti 
profani  del  primo  dì  dell'anno,  dei 
re,  e  del  carnevale  in  cui  tanti  cri-, 
stiani  non  arrossiscono  di  gozzoviglia- 
re, al  segno  che  Gislenio  Busbech, 
ambasciatore  ottomano  di  Solima- 
no II,  trovandosi  in  una  città  cat- 
tolica in  tempo  di  carnovale,  tornan- 
do in  Costantinopoli ,  raccontò  che 
in  certo  tempo  dell'anno  i  cristiani 
diventano  pazzi,  ma  in  virtù  di  cer- 
ta cenere,  che  nelle  chiese  si  met- 
teva loro  sul  capo,  tornavano  in  sé 
e  guarivano  dalla  pazzia.  Certamen- 
te che  il  tempo  di  carnevale  lo  è 
di  foiba,  di  danze,  di  mascherate, 
e  di  giuochi  e  divertimenti  licenziosi, 
tutta  volta  non  è  si  deplorabile  co- 
me le  feste  de'  gentili,  da  cui  vuoisi 
originato. 

Di  fatti  le  principali  feste  che  i 
greci,  e  i  romani  spendevano  in  goz- 
zoviglie e  dissolutezze  erano  i  bac- 
canali, le  strenne,  e  i  saturnaU.  I 
Baccanali  istituiti  dalla  rimpta  anti- 
chità ad  onore  di  Bacco  passarono 
dall'Egitto  in  Grecia ,  e  da  questa 
in  Roma,  ove  si  celebravano  due 
volte  all'anno,  cioè  nel  declinar  del- 
la stagione  invernale  nell'ultimo  gior- 
no di  febbraio.  A  questi  da  vasi  il 
nome  di  Brwnalia ,  al  paro  che 
quelli  de'  25  agosto  sul  terminar 
dell'  estate.  In  questa  festa  di  Bacco 
si  vedevano  uomini  e  donne  a  cor- 
rere a  torme  sulle  principali  strade, 
vestiti  di  pelU  di  animah,  e  ornati 
di  foglie  d'edera,  o  di  vite  a  guise 
di  ghirlande  con  cui  coronavano  il 
capo,  urlando,  cantando  e  danzando, 
portavano  in  mano  un  piccolo  picco 


CAR 
che  chiamavano  tirso  circondalo  di 
pampini ,  e  di  edera  ,  facendosi  ac- 
compagnare dai  corni ,  dai  timpani, 
ed  altri  simili  stromenti  .  I  greci 
chiamavano  sifUUte  feste  Dionisìaj 
uno  de'  nomi  di  Bacco,  e  le  diceva- 
no anche  Orgìa^  cioè  festa  furibon- 
da ,  perchè  in  esse  molti  nbbriaqa- 
vansi  sino  a  perdere  il  senno.  11 
dotto  p.  Paciaudi,  ne'  suoi  commen- 
tari! de  Uinhcllac  gestaiione^  Roma 
1752  racconta  §U  antichi  riti  super- 
stiziosi j  e  descrive  l' origine  di  si 
empie  feste,  le  quali  diventarono  co- 
tanto criminose  ed  enormi ,  che  il 
senato  si  vide  costretto  a  sopprimer- 
le. Continuarono  nondimeno  in  pa- 
recchie Provincie  dell' impero,  come 
in  Grecia,  furono  tolte,  allorquando 
vi  penetrò  la  luce  del  vangelo  di 
Gesù  Cristo. 

I  saturnali  in  Roma  si  celebrava- 
no verso  li  i5  dicembre,  e  si  con- 
tinuavano per  tre,  cinque  o  sette 
giorni ,  mentre  le  donne  h  celebra- 
vano il  primo  giorno  di  marzo.  Per 
tutto  il  tempo  ch'essi  duravano  gli 
schiavi  erano  trattali  nelle  famiglie 
come  i  padroni,  e  alcuna  volta  que- 
siti li  servivano  a  mensa  ;  essi  altresì 
aveano  libertà  d'insultarli,  e  di  dir 
loro  ogni  villania  con  parole,  e  per- 
sino di  rimproverarne  i  difetti,  e  ciò 
in  memoria  del  Secol  d'oro  di  Sa- 
turno, o  di  Noè  avanti  la  divisione 
della  terra,  e  della  distinzione  delle 
condizioni.  Queste  feste  che  in  orì- 
gine potevano  essere  innocenti,  avea- 
no poscia  degenerato  in  una  ecces- 
siva licenza,  e  negli  ultimi  tempi  il 
popolo  vi  si  abbandonava  con  ogni 
sorta  di  disordini,  e  dissolutezze.  Du- 
rante i  Saturnali  in  Roma  tutti  gli 
affari  erano  sospesi ,  si  passavano  le 
intere  notti  in  tripudi  e  in  pranzi 
sontuosi  :  il  numero  dei  convitati 
non  era  minore  di  tre,  ne  maggiore 


CAR  77 

di  nove ,  in  onoie  delle  grazie ,  e 
delle  muse.  In  ciascuna  brigata  sce- 
glievasi  il  re  della  festa,  mentre  sin- 
ché essa  durava  i  combattimenti  dei 
gladiatori,  e  molli  altri  licenziosi  di- 
vertimenti attruppavano  il  popolo  in 
diverse  piazze,  e  queste  non  che  le 
case  risuonavano  di  grida,  e  di  schia- 
mazzi, essendo  per  tutto  tumulto,  e 
disordine.  F.  Rollin,  Storia  romana^ 
sui   Saturnali  tomo  IV. 

Le  strenne  o  calende  di  gennaio, 
ossia  il  primo  giorno  dell'  anno ,  a 
Roma  erano  un  giorno  di  festa ,  e 
licenziosità  in  onore  di  Giano,  e  di 
Strenia  dea  dei  doni.  Tal  festa  ven- 
ne istituita  da  Tazio  re  de'  Sabini , 
e  poi  collega  di  Romolo.  Pertanto 
nel  primo  giorno  del  nuovo  anno 
il  popolo  portava  un  ramo  di  ver- 
bene tolto  da  un  boschetto  consa- 
crato a  Strenia.  I  quali  rami  di  ver- 
bena erano  riguardati  come  buon 
augurio  pel  nuovo  anno  :  ed  è  per- 
ciò che  in  tal  giorno  ciascuno  face- 
va de*  presenti  agli  amici ,  massime 
i  chenti  a'  loro  padroni ,  i  vassalli 
a'  loro  principi^  e  quindi  i  gentiluo- 
mini agli  stessi  imperatori.  Delle 
strenne,  donde  ebbero  origine  le 
mancie  che  tuttora  si  danno  per  la 
ricorrenza  del  Natale  ,  e  del  primo 
dell'anno,  è  a  vedersi  Mart.  Lipenii 


Strenariiim  civilium  historia  a 


pri- 


ma origine  ad  nostra  usque  tempo* 
ra  deducta y  lÀpsìad    1670. 

Sebbene  i  cristiani  abborrissero  il 
culto  di  Giano  e  di  Strenia,  tutta- 
volta  ne'  primi  secoli  della  Chiesa , 
mostrarono  attaccamento  alle  loro 
antiche  pratiche  e  superstizioni,  non 
che  a'  loro  doni,  giuochi  e  banchet- 
ti che  reciprocamente  si  davano.  Di- 
versi concili  condannarono  non  pei*- 
tanto  questi  abusi,  e  i  ss.  Ambrogio 
ed  Agostino ,  e  altri  zelanti  pastori 
fecero  ogni  sforzo  per  isradicarlo.  Nel 


78  CAR 

declinar  del  V  secolo  il  zclanle  Pon- 
tefice s.  Gelasio  I  dovette  superare 
grandi  ostacoli  onde  abolir  da  Roma 
le  feste  lupercali  che  si  celebravano 
nel  mese  di  febbraio  al  Dio  pane, 
e  di  Cerere,  istituendo  invece  la  fe- 
sta della  Purificazione,  cui  s.  Sergio  I 
aggiunse  la  processione  colle  candele 
accese.  Ed  altrove  per  le  calende  di 
gennaio  si  celebrò  per  lungo  tempo 
in  ogni  famiglia  la  stravagante  festa 
de'  pazzi,  nella  quale  sceglievansi  un 
Papa,  un  decano,  e  un  re  de  pazzi, 
e  al  favore  di  quest'anarchia  dome- 
stica venivano  commessi  i  più  gravi 
disordini ,  violandosi  impunemente 
tutte  le  leggi  della  disciplina ,  non 
serbandosi,  più  ne  sobrietà,  ne  buon 
ordine,  ed  in  onta  del  cristianesimo 
usandosi  ogni  sorta  di  dissolutezza. 
V.  Martinetti,  Opuscula  quinque ^ 
Romae  1828,  capit.  V,  §  III,  Dei 
Bassi  tempi,  ove  tratta  anche  della 
festa  dell'asino j  che  celebravasi  nel- 
l'ottava di  Natale  alla  Circoncisione, 
in  memoria  d'aver  assistito  alla  na- 
scita del  Salvatore,  e  di  averlo  por- 
tato neir  entrata  in  Gerusalemme. 
Finalmente  altra  profana  e  ridicola 
usanza  ei'a  nello  scegliersi  un  re  nel- 
la vigilia  dell'Epifania,  il  quale  avea 
la  colpevole  libertà  di  godere,  e  far 
godere  altrui  a  discapito  della  mo- 
destia e  temperanza  cristiana  ;  avan- 
zo delle  sregolatezze  de'  pagani,  che 
i  cattivi  cristiani  frammischiarono 
colle  loro  pratiche,  nella  medesima 
stagione  in  cui  la  celebravano  i  sud- 
delti,  per  cui  il  Deslions  scrisse  una 
dissertazione  sopra  :  //  ve  beve  ,  co- 
me si  pubblicò  la  Storia  della  festa 
de'  pazzi  a  Losanna,  nel   1 7^0. 

Ma  lo  zelo  de'  Pontefici,  le  prov- 
videnze de' concini,  la  vigilanza  dei 
vescovi,  il  rimprovero  de' saggi,  e  il 
progresso  de' lumi  sbandirono  poco 
a  poco  gli  avanzi    del   paganesimo, 


CAR 
rimanendone  una  traccia  nelle  ferie 
carnevalesche,  o  carnascialesche,  a- 
vanzo  degli  antichi  succennati  sa- 
turnali, e  delle  antiche  feste  in  ono- 
re di  Bacco,  di  Strenia,  e  di  Cere- 
re, nonché  della  festa  de' pazzi  in 
cui  aveano  luogo  mascherate  bizzar- 
re, e  la  più  sfrenata  licenza,  dap- 
poiché gli  antichi  si  servivano  delie 
maschere  non  solo  sul  teatro ,  ma 
eziandio  ne'  banchetti ,  ne'  trionfi  , 
nelle  gueiTC,  nelle  feste  degli  dei, 
soprattutto  ne' baccanali ,  e  talvolta 
pure  ne' funerali.  L'uso  delle  ma- 
schere fu  molto  praticato  nelle  ce- 
rimonie religiose,  e  nelle  festività 
di  certe  divinità,  come  ne'  Saturna- 
li in  cui  compari  vasi  in  pubblico 
anche  col  volto  imbrattato  di  fulig- 
gine, ed  Ovidio  e  Censorino  ci  di- 
cono, che  durante  la  festa  di  Mi- 
nerva chiamata  i  Quinquatri,  corre- 
vasi  per  le  strade  colla  maschera 
sul  volto.  S.  Asterò,  vescovo  di  Ama- 
sia, che  fiori  nel  IV  secolo,  e  nel 
principio  del  V,  parlando  delle  ma- 
scherate, che  si  facevano  nelle  calen- 
de di  gennaio ,  e  raccontando  le 
varie  pazzie  del  popolo,  fra  le  altre 
nota  il  vestirsi  gli  uomini  da  donna, 
e  viceversa,  come  si  fa  oggidì  nel 
carnevale.  Anche  Polidorio  Virgilio 
lib.  V.  De  rer.  invent.,  è  di  senti- 
mento, che  il  carnevale  derivi  ezian- 
dio dai  giuochi  Quinquatri,  et  Me- 
galensìj  ad  quos  romani  personali 
dccedehant.  Dicesi  poi  maschera  la 
persona  dal  figurare  con  essa  rap- 
presentare e  fingere  altro  personag- 
gio. Maschera  pure  dicesi  quella 
intera  copertura  del  volto ,  ovvero 
quella  che  dicesi  mascherina  con  un 
naso  e  con  due  occhi,  che  si  mette 
sulla  faccia  per  trasformarla  ;  e  l'uso 
di  essa  nel  Carnevale  si  rendette 
quasi  comune  nel  secolo  XVI.  Le 
maschere  si  fanno  di  cera,   di  tela 


e  Ali 
dipinta  e  dì  carta  pista,  sotto  diver- 
se forme  e  sesso.   V.  Maschera. 

Molte,   e   grandi  pazzie  ne'  secoli 
successivi  si  praticarono  in  Italia  in 
tempo    di    carnevale  ,    specialmente 
in    Venezia    ed    in    Firenze,    dalle 
quali    trassero     origine     diverse     di 
quelle,    che  si    permettono    tvittora 
nelle    città    italiane.     Il    Bottaio,    il 
Firenzuola,  il  Varchi,  ed  altri  par- 
lano de'  giuochi    carnevaleschi ,  cosi 
il  Bonarroti    e    il  Berni,    il  quale, 
come  di  cosa  comune   disse  del  co- 
stume   che  i    fanciulli    avevano    nel 
Carnevale  di  tirare  a  sassi  per  una 
strada.  Questo  pericoloso  giuoco  fan- 
ciullesco   in    appresso   si    riformò   e 
si  temperò    dalle   persone  più  civiH 
ed    agiate,     le    quali    costumarono 
lanciarsi     a    vicenda    nel    carnevale 
de' frutti,   ed    anche    delle  palle,  e 
de'gusci  a  guisa  d'ova  pieni  d'acqua. 
Da  questo  può  darsi,  che  abbia  avuto 
origine  il  costume  in   vigore  presso 
molte  città  d'Italia,  particolarmente 
ti'a  le  persone  mascherate,  di  gettarsi 
a    vicenda    confetti,    o    altri    grani 
innocui,  o  mazzetti  di  fiori,  od  al- 
tro,   che   solo    serve    a    promovere 
le    risa  e  il  sollazzo  del  popolo.  Ec- 
co dunque  donde  provengono  il  di- 
vertimento dell'attuai  carnevale,    le 
mascherate    che    in    esso    si    fanno , 
rappresentanti  talora  anche  qualche 
fatto  storico,  mitologico,  e  bizzarro; 
non  che  le  corse   de'  cavalli ,   i   sol- 
lazzi   propri    delle    consuetudini  dei 
luoghi,  i  teatri,  i  festini,  le  danze, 
i  banchetti,  le    cene    ed   ogni   altra 
sorta  di  divertimenti  tutti  propri  di 
questo   tempo,    che  si  può   dire  af- 
fatto   democratico,  vedendosi    senza 
riserbo    trattare   e    scherz:are  il    no- 
bile col  plebeo,  e  colla  stessa  indif- 
ferenza i  diversi    ceti    delle    persone 
coti  egualità  e  domestichezza. 
Se  la  Chiesa    tollera  l' inveterato 


CAR  79 

uso  de'  divertimenti  carnevaleschi, 
massime  le  mascherate,  sempre  ge- 
mendo contemporaneamente  promuo- 
ve esercizi  di  pietà,  dappoiché  sono 
pericolose  le  conseguenze  delle  tras- 
formazioni, come  quelle  che  all'  oc- 
casione favoriscono  il  mal  costume, 
e  la  gozzoviglia  non  propria  de'  se- 
guaci del  Vangelo,  altro  non  essen- 
do i  carnevaleschi  baccanali  se  non 
una  imitazione  delle  abbominevoli 
crapule  de'  pagani  allorché  si  dava- 
no in  preda  alle  loro  passioni,  ed  è 
perciò  che  furono  costantemente  ri- 
provati dalla  voce  della  ragione,  da 
quella  del  vangelo,  dai  sacri  canoni, 
dai  conciUi,  e  da  tutti  i  Pontefici, 
e  zelanti  pastori  delle  chiese,  dai 
primi  secoli  fino  a  noi.  La  Chiesa 
dalla  settuagesima  ricopre  i  suoi  al- 
tari ,  e  veste  di  penitenza  i  suoi 
ministri,  sospende  il  cantico  àeWal- 
leluia,  e  alle  parole  di  allegrezza 
frammischia  le  lagrime,  e  i  sospiri 
della  tristezza.  Ella  pertanto  nel  tem- 
po del  carnevale  prende  il  segno  di 
duolo  nel  colore  paonazzo,  soppri- 
me i  cantici,  e  ci  propone  a  consi- 
derare la  funesta  caduta  de' nostri 
primi  genitori,  e  gli  effetti  lagri- 
mevoli  di  s\  gran  peccato  ;  ecco  il 
suo  spirito  nella  settuagesima.  Nella 
sessagesima  poi  ci  ricorda  il  tremen- 
do castigo  dell'  universal  diluvio, 
col  quale  Dio  punì  il  mondo  per 
quei  peccati  appunto,  che  nel  carne- 
vale più  facilmente  si  commettono; 
e  nella  domenica  di  quinquagesima 
ci  pone  avanti  gli  occhi  la  passione 
di  Gesù  Cristo,  le  beffe,  gli  strapaz- 
zi, e  i  tormenti  eh'  egli  soffrì  per  la 
nostra  salute,  affine  d'  eccitare  in 
noi  i  sentimenti  di  compunzione  per 
ben  disporci  al  digiuno  della  qua- 
resima. Osserva  il  Bellarmino,  che 
prima  si  andava  con  ben  altro  gau- 
dio   ed    allegrezza     incontro    a    tal 


8o  CAR 

digiuno,  giacché  i  cristiani  senza 
danze,  e  senza  maschere  si  sollazza- 
vano con  moderazione  e  lecitamen- 
te. Riguardo  agli  ecclesiastici,  non 
solo  è  proibito  loro  il  danzare,  ma 
di  essere  spettatori  ai  balli  ;  e  i 
concili  Laodiceno  nel  827,  l'Aga- 
tense,  quello  di  Trento,  il  provin- 
ciale di  Milano,  ed  altri  che  si  pos- 
sono vedere  in  Benedetto  XIV,  De 
Syiiodo  DIoecesnna  lib.  7  cap.  61, 
emanarono  le  relative  determinazio- 
ni, che  riguardano  eziandio  gli  spet- 
tacoli profani. 

Tralasciando  di  rammentare  quan- 
to i  zelanti  Sommi  Pontefici  e  ve- 
scovi fecero  nei  tempi  anteriori  a 
quelli,  che  accenneremo,  per  consa- 
crare i  pericolosi  giorni  di  carneva- 
le con  pratiche  di  vote  di  edificazio- 
ne e  penitenza  ,  meritano  special 
menzione  il  Cardinal  s.  Carlo  Bor- 
romeo, che  alla  sua  diocesi  di  Mi- 
lano fece  molte  notificazioni  e  i- 
struzioni  pastorali  contro  i  diverti- 
menti carnevaleschi;  il  Cardinal  Pa- 
leotto  arcivescovo  di  Bologna,  che 
per  arrestare  i  progressi  del  mal  co- 
stume, istituì  in  dette  città  pubbli- 
che preghiere,  dette  allora  le  tren- 
t'ore  ne'tre  giorni  di  quinquagesima 
con  sermone  e  indulgenza  ;  s.  Filip- 
po Neri,  che  stabih  a  Roma  con 
molto  profitto  più  processioni  alle 
sette  chiese  principali  nei  detti  tre 
giorni.  In  molte  città  di  differen- 
ti regni,  e  principalmente  in  Ro- 
ma si  pratica  la  divozione  della  es- 
posizione del  ss.  Sacramento  in  for- 
ma di  quarant'  ore  con  indulgen- 
za ,  benedizione  ,  sermone ,  e  al- 
tre pratiche  religiose,  locchè  é  in 
uso  anche  oggidì,  affine  di  contrap- 
porre spirituali  esercizi  alle  pra- 
tiche carnevalesche;  cosa  che  pure 
stette  tanto  a  cuore  di  propagare 
al   Cardinal  le    Camus    vescovo    di 


CAR 

Grenoble.  In  moltissimi  luoghi  è 
in  costume  eziandio  in  que'giorni  il 
pio  esercizio  del  Carnevale  Santi- 
ficato. 

A  reprimere  gli  eccessi    del    car- 
nevale, monsignor  Oraziani  vescovo 
d'  Amelia  celebrò  nel  i5cf5  in  quel- 
la città  un    sinodo    provinciale,  nel 
pontificato  di  Clemènte  Vili,  ed  o- 
gni    anno    in    tempo    di    carnevale 
Papa   Clemente  IX    si  ritirava    nel 
convento    di    s.    Sabina    sul    mpnte 
Aventino,  solamente    per    occuparsi 
nelle  opere  di  pietà.   Clemente  XI , 
a  reprimere    i    disordini    carnevale- 
schi, agh    II   gennaio   1719,    ed   ai 
4  gennaio    172 1,  emanò   due    apo- 
stolici brevi;  e  Benedetto  XIII    del 
1724  passava  i  giorni  del   carneva- 
le in  pii  esercizi  nel  convento  di  s. 
Sisto  de' domenicani  suoi  correligio- 
si.    Quindi  ne  primordi    del    1748, 
il  gran    Benedetto    XIV   si    occupò 
ad    estirpare    molti    e   gravi    abusi 
introdottisi  nel  tempo  di  carnevale, 
dirigendo  a  tal  fine  a  tutti  i  vescovi 
dello  stato  ecclesiatico  l'erudita  lette- 
ra circolare  Inter  coetera ^  emanata 
il  dì  primo  gennaio,  che  leggesi  nel 
suo  Bollano  tomo    II,    p.   875,  in 
cui  vietò  l'abuso  di  prolungare  do- 
po la  mezza  notte  dell'  ultimo  gior- 
no di  carnevale  i  festini  e    le    ma- 
schere, e  r  uso  di    esse    ne'  venerdì 
e  ne' giorni  festivi.  Alla  pravità    di 
siffatti  baccanali,  con  isquisita    dot- 
trina.   Benedetto    XIV    oppose    gli 
esercizi    di    pietà,    che    caldamente 
inculcò  ai  vescovi  di    esercitare,    e- 
sortando  i  fedeli  a  praticarli,    mas- 
sime ne' tridui    col    ss.   Sacramento 
esposto,  pe' quali  concesse  indulgen- 
za   plenaria   a    quelli,    che  vi    assi- 
stessero, e  ciò  in    riparazione    degli 
scandali    e  sregolamenti  del    carne- 
vale. Clemente  XIIl,  che,  nel  1758, 
gli    successe ,    estese   tal'  indulgenza 


CAR 
plenaria  a  tutta  la  Chiesa,  median- 
te una  costituzione  apostolica,  in 
cui  esorta  i  ministri  di  Gesù  Cri- 
sto a  consacrare  particolarmente  i 
detti  tre  giorni  ali'  orazione  pian- 
gendo tra  il  vestibolo  e  1'  altare, 
come  gli  invita  Dio  per  bocca  del 
profeta,  Joel.  1 1.  17,  affine  di  cal- 
mare la  sua  collera,  e  preservare  i 
popoli  in  questi  giorni  di  tentazio- 
ne dai  pericoli,  ai  quali  sono  e- 
sposti  ,  di  andare  smarriti  dalle 
sue  vie. 

Finalmente  abbiamo  ,  che  il 
vescovo  d'  Ipri,  Felice  di  Waz- 
vrans,  nell'anno  1768,  indirizzò  al 
clero  della  sua  diocesi  una  istruzio- 
ne pastorale,  colla  quale  vietò  agli 
ecclesiastici  di  assistere  ai  festini  ed 
alle  assemblee  di  divertimento  car- 
nevalesco, di  stare  sulla  porta,  e 
alla  finestra  per  vedere  le  masche- 
rate ec,  e  di  farsi  vedere  in  tali 
giorni  per  le  strade  pubbliche,  quan- 
do non  vi  fossero  costretti  dai  do- 
veri del  proprio  ministero  j  facen- 
dosi solo  vedere  nelle  chiese  e  per  le 
strade,  che  ad  esse  conducono,  o  a  vi- 
sitar malati  negli  ospedali  ;  in  somma 
li  esortò  a  vivere  nel  raccoglimento  in 
tutto  questo  tempo  separati  di  cor- 
po e  di  spirito  dalle  persone  del 
mondo,  ed  assistere  ai  divini  uffìzi, 
e  alle  preghiere  delle  quarant'  ore. 
V.  TraUato  dé'giuochi  e  de  diverti' 
menti  permessi^  e  proibiti  ai  cri- 
sliani ,^on\dL  1768,  capitolo  XII.  Dei 
ballij  delle  maschere  ed  altri  diver- 
timenti carnevaleschi  j  Pompeo  Sar- 
nelli,  tomo  III  Lettera  XVII I,  Delle 
Maschere. 

CARNEVALE  di  Roma.  Al  pre- 
cedente articolo  si  è  detta  1'  origine 
di  questo  divertimento,  che  precede 
la  quaresima,  e  che  rinnova  in  qual- 
che modo  con  moderazione  ed  one- 
Ià  i  saturnali,  i  lupercali,  i  quin- 
voi.  \. 


CAR  81 

quatri,  ec,  tutte  feste  clamorose  ce- 
lebrate dagli  antichi  dominatori  del 
mondo,  i  quali,  come  ci  racconta 
Giovenale,  due  cose  avidamente  de- 
sideravano :  panCj  e  feste.  Oggidì  il 
popolo  in  tal  tempo  suol  darsi  alla 
più  viva  allegrezza  e  tripudio,  a  ri- 
creazioni, a  teatri,  accademie,  festi- 
ni, coir  uso  delle  maschere  sul  vol- 
to, con  travestimenti  di  varie  fog- 
gie,  anche  senza  maschera,  contraf- 
facendo ad  un  tempo  negli  abiti  i 
costumi,  e  la  favella  di  varie  nazio- 
ni. Prima  di  descrivere  le  notizie^ 
che  abbiamo  riunite,  per  non  in- 
terrompere l'argomento,  ed  a  mag- 
gior chiarezza,  accenneremo  somma- 
riamente le  cose  principali. 

In  Roma  il  carnevale  è  riputato 
dagli  esteri  d' ogni  nazione  il  pili 
brillante,  giocondo  e  caratteristico 
degli  altri  luoghi,  sia  per  la  sua 
breve  durata,  sia  per  l'apparato  del- 
la principale  e  magnifica  strada  del 
corso,  sia  per  l'intervento  copiosis- 
simo de'  cocchi ,  sia  per  certe  ma- 
scherate lepide,  graziose  e  dilettevoli 
proprie  del  costume  di  alcune  classi 
dei  romani,  e  sia  pel  gran  concorso 
di  spettatori,  particolarmente  forestie- 
ri, che  con  piacere  ne  prendono 
parte,  non  meno  che  per  altre  cir- 
costanze diverse.  Imperocché  quelli^ 
che  soprammodo  contribuiscono  a 
rendere  brillante  il  carnovale  roma- 
no sono  i  romaneschi  (  col  qual  no- 
me vengono  distinti  gli  abitanti  di 
Roma,  che  dai  nobili  e  cittadini  so- 
no considerati  pegl'  idiotismi,  e  pei 
barbarismi  del  loro  Hnguaggio),  cioè 
quelli  particolarmente  di  alcuni  rio- 
ni della  città  ,  come  di  Monti , 
Regola,  Trastevere,  ec.  In  quegl'idio- 
tismi  è  chiara  1'  espressione  alla 
universale  intelligenza,  ed  in  mezzo 
ai  rustici  modi,  d'  altronde  cortesi , 
spontanei,  senti  palesarli  sentimenti 
6 


8a  CAR 

$ì  generosi,  ingenui,  e  di  un  deli- 
cato gusto,  insieme  a  motti  arguti, 
graziosi,  e  pieni  d*  energia,  che  ben 
per  essi  si  è  spiegato  come  Roma 
sia  la  patria  perpetua  dell'  immagi- 
nazione su  d' ogni  classe  di  persone, 
e  quanta  piacevolezza  v*  abbia  allo- 
ra che  in  un  modo  tutto  partico- 
lare sono  usati  nelle  mascherate 
carnevalesche,  ed  allora  che  si  fan- 
no con  tanta  naturalezza  a  contraf- 
fare alcun  personaggio  di  maggior 
condizione,  interponendovi  di  bellis- 
simi episodi,  che  più  fanno  sensibile 
il  grado  che  rappresentano. 

Otto  sono  in  Roma  i  giorni  pre- 
scritti alle  mascherate,  ed  alle  car- 
riere de'  cavalli,  dette  corse  de^  bar- 
han\  giacché  è  solito  principiare  il 
carnevale  nel  sabba to  precedente  la 
domenica  di  sessagesima ,  qualora 
non  sia  impedito,  ed  esclusa  questa, 
il  venerdì  e  la  domenica  di  quin- 
quagesima, termina  il  martedì  avanti 
il  giorno  delle  ceneri.  Al  suono  del 
campanone  di  Campidoglio,  cioè  ad 
ore  diciannove  i  mascherati  sortono 
per  la  città,  ma  però  ad  ore  venti- 
quattro debbono  togliersi  la  masche- 
ra dal  volto,  per  riprenderla  se  si 
rechino  ai  festini,  che  sono  cinque. 
Gli  otto  pallii,  o  premi  de'cavalli  di 
razza  italiana,  vincitori  delle  corse, 
consistenti  in  varie  canne  di  drappo 
di  stoffa,  di  seta,  di  velluto,  di  tela 
d'oro,  o  di  tela  d'argento,  nella  mat- 
tina del  primo  giorno  di  carnevale 
dal  Campidoglio  sono  portati  per 
la  città  sopra  altrettante  aste  dai  co- 
sì detti  fedeli  di  Campidoglio  (  Fedi), 
in  cavalcata,  preceduti  dai  loro  trom- 
betti, schierandosi  essi  anche  avanti 
al  palazzo,  ove  risiede  il  sovrano 
Pontefice.  I  più  nobili  di  detti  pallii 
si  danno  nel  giovedì  gi-asso,  e  nel- 
r  ultimo  giorno  al  cavallo  vincitore, 
insieme  ad  altro  premio  in  danaro, 


CAR 
il  quale  è  maggiore  in  delti  due 
giorni  come  i  più  solenni,  ed  i  più 
brillanti  del  carnevale.  V  ha  un  se- 
condo premio  in  solo  danaro ,  pel 
secondo  cavallo,  il  quale  arriva  alla 
meta,  che  chiamasi  la  n'pre<ia  dei 
barbari,  cioè  al  termine  del  corso 
presso  il  palazzo  di  Venezia.  La 
partenza  dei  barbari  è  innanzi  V  o- 
belisco  della  piazza  del  popolo,  do- 
poché il  cavalier  mossiere  abbia  or- 
dinato il  suono  della  tromba  per  la 
quale  per  mezzo  dello  scrocco,  si  tira 
il  canapo,  che  tratteneva  i  cavalli 
corridori.  La  detta  piazza,  e  le  al- 
tre principali  sono  guarnite  pel  buon 
ordine  da  vari  corpi  di  milizie,  ol- 
tre quelle  amovibili,  che  perlustrano 
il  corso,  e  le  altre  strade,  affine  di 
prolungare  il  tragitto   alle  carrozze. 

Nel  primo  giorno,  nel  giovedì 
grasso,  e  nell'  ultimo  giorno  il  go- 
vernatore di  Roma ,  accompagnato 
da  monsignor  procuratore  generale 
del  fìsco,  o,  in  sua  assenza,  dal  pri- 
mo luogotenente  del  governo,  non 
che  il  senatore  coi  conservatori  di 
Roma,  ed  i  priori  de'  capo-rioni,  dai 
rispettivi  palazzi  con  treno  di  for- 
malità, circondati  colle  proprie  guar- 
die e  domestici,  si  recano  alla  detta 
piazza  del  popolo.  In  mezzo  al  corso 
incedono  sino  alla  loggia  posta  in 
un  angolo  del  palazzo  di  Venezia , 
da  dove  giudicano ,  o  decretano  il 
premio  al  vincitore.  In  caso  di  dis- 
crepanza, o  d'irregolarità  della  corsa, 
il  pallio  si  destina  dal  Pontefice  a 
qualche  chiesa,  o  moni  stero,  e  tal- 
volta a  quello  di  s.  Antonio  sull'Es- 
quilino.  Negli  altri  giorni  i  suddetti 
magistrati  dalle  loro  residenze  con 
minor  formalità  vanno  direttamen- 
te alla  menzionata  loggia. 

Non  si  deve  poi  passare  sotto  si- 
lenzio, leggersi  nei  Diari  di  Roma, 
che  nel  primo  giorno   di    carnevale 


CAR 

cavalcavano  pel  corso  il  governa- 
tore ,  il  senatore  ed  i  conservatori 
di  Roma,  col  priore  de'  capo-rioni, 
e  i  primari  uffiziali  del  tribunale 
criminale.  In  ogni  giorno  della  cor- 
sa al  secondo  sparo  de'  mortari , 
cioè  alle  ore  ventitre,  tutto  il  corso 
deve  essere  sgombrato  dalle  carroz- 
ze, ed  allora  ,  quando  ne  voglia 
profittare,  con  nobile  treno  percor- 
re tutta  la  via,  per  distinzione  e 
privilegio,  uno  degli  ambasciatori  x'e- 
sidenti  in  Roma,  avendone  prima  da- 
to l'avviso ,  e  preso  i  debiti  concerti 
con  monsignor  governatore,  il  quale  dà 
le  opportune  provvidenze  per  la  re- 
golarità della  corsa.  Quindi ,  come 
si  pratica  ogni  giorno,  un  drappel- 
lo di  dragoni  cavalcando  al  galop- 
po, dalla  mossa  si  reca  alla  ripresa, 
ove  giunti,  segue  la  carriera  de'  bar- 
bari. 

Sulla  celebrazione  del  carnevale, 
e  sul  buon  ordine  di  esso  ha  giu- 
risdizione monsignor  governatore  di 
Roma,  che  con  autorizzazione  so- 
vrana emana  il  bando  per  le  ma- 
schere, corse  e  festini;  mentre  sul- 
r  ammissione  de'  cavalli  alla  carrie- 
ra, e  sul  conferimento  del  premio, 
incombe  al  magistrato  romano  pub- 
blicare i  relativi  regolamenti.  Final- 
mente hanno  termine  le  feste  car- 
nevalesche collo  spettacolo  singolare 
e  giocondissimo  de'  moccoletti ,  col 
quale  non  intendesi  fare  i  funerali 
al  morto  carnevale ,  come  si  dice 
volgarmente,  ma  rinnovare  la  me- 
moria delle  feste  di  Bacco,  di  Ce- 
rere ,  ovvero  de'  giuochi  Circensi , 
come  meglio  si  dirà  in  ultimo;  sol- 
lazzo, che  ha  luogo  nella  via  del 
Corso  principalmente.  Tutti  si  for- 
niscono di  più  moccoli  di  cera ,  li 
accendono,  e  lungo  il  corso  succede 
la  gara  di  levarseli  e  scambievol- 
mente smorzarli,  senza  distinzione  dal 


CAR  83 

principe  al  plebeo ,  da  classe  a  clas- 
se di  persone:  tanta  è  l'uniformità 
della  comune  gioia.  Questo  diverti* 
mento  de' moccoletti,  che  incomincia 
appena  terminata  la  carriera  de'  ca^ 
valli,  e  dura  sino  ad  un'  ora  di  not- 
te, forma  il  carattere ,  ed  è  il  piìi 
luminoso  elogio  de'  romani,  con  co- 
stante stupore  ed  ammirazione  dei 
forestieri  ;  dappoiché  mentre  l' im- 
menso popolo  appassionato  per  tal 
sollazzo  n'  è  tutto  caldo  ed  immer- 
so, ali*  avviso  dato  dell'  ora  suonata 
del  termine,  prontamente  ubbidisce 
e  quietamente  si  ritira  senza  il  più 
piccolo  inconveniente,  dandosi  così 
fine  al  carnevale,  meno  i  teatri,  e  i 
festini,  che  però  devono  terminare 
avanti  la  mezza  notte. 

Non  solo  Roma  si  distingue  pel 
suo  brillante  carnevale,  ma,  qual  si 
conviene  alla  capitale  del  cristiane- 
simo, riesce  esemplare  e  di  edifica- 
zione per  divote  opere,  che  contem* 
poraneamente  ella  pratica  in  molte 
chiese ,  monisteri,  oratorii,  ec.  con 
esercizi  spirituali,  prediche  ed  altre 
pratiche  religiose,  massime  coU'espo- 
sizione  del  ss.  Sacramento  nelle  ba- 
siliche, ad  altri  sacri  templi.  Tale 
esposizione  si  fa  con  magnificenza  ec- 
clesiastica, e  con  sacro  decoro,  princi- 
palmente nella  chiesa  dell'oratorio 
della  ss.  Comunione  generale,  detto 
del  p.  Cara  vita,  dal  lunedì  di  sessa- 
gesima per  tre  giorni  inclusive,  nella 
basilica  di  s.  Lorenzo  in  Damaso 
dal  giovedì  alla  domenica  di  quin- 
quagesima, e  da  questa  sino  alla 
sera  dell'  ultimo  giorno  di  carneva- 
le, nella  chiesa  del  Gesù.  In  questa 
chiesa,  e  nella  detta  basilica  si  fa 
tale  esposizione  con  cappella  Car- 
dinalizia (  Fedi  ) ,  ed  in  tutti  e  tre 
i  luoghi  si  reca  il  sovrano  Ponte- 
fice accompagnato  dalla  sua  corte 
a   venerare  il  ss.  Sacramento;  men- 


84  CAR 

tre  nel  marted\  sera,  dopo  la  corsa, 
nella  chiesa  del  Gesù,  si  reca  con 
formalità  il  summentovato  senato 
romano,  terminandosi  colla  benedi- 
zione del  Venerabile.  Non  è  poi  a 
passarsi  sotto  silenzio,  che  l'esposi- 
zione all'oratorio  del  Cara  vita  si 
eseguiva  con  una  macchina  con 
qualche  simbolo  allusivo.  E  per  dire 
di  quelle  di  alcuni  anni,  nel  17  i8, 
si  figurò  la  visione  d'Ezechiele;  nel 
IJ2  1  quella  di  s.  Giovanni  i^idi  in 
medio  seniorum  A§nunijx\e\  ifii  il 
miracolo  della  moltiplicazione  dei 
pani ,  mentre  alla  chiesa  di  Gesti 
esprimevasi  il  sogno  di  Giuseppe 
ebreo.  Nel  1724  poi  al  Cara  vita  si 
rappresentò  la  pesca  nel  mare  di 
Tiberiade,  ed  al  Gesù,  Gedeone  coi 
suoi  trecento  soldati. 

Notizie  sul  carnevale,  che  i  Roma- 
ni festeggiavano  nei  bassi  tempi 
sino  al  secolo  decinioquinto ,  e 
parte  del  decimosesto. 

Air  articolo  Carnevale  abbiamo 
detto  quante  e  quali  erano  le  feste, 
che  principalmente  aveano  luogo  in 
Roma,  presso  gli  antichi  romani, 
nei  tempi  chiamati  poscia  carneva- 
leschi. Indi  a  poco  a  poco ,  massi- 
me ne'  secoli  di  mezzo,  i  giuochi  di 
Agone  e  di  Testaccio  formarono  per 
molto  tempo  il  carnevale  in  Roma. 
A  questi  succedettero  le  corse,  come 
divertimento  assai  gradito  ai  roma- 
ni, ond'  ebbero  talora  luogo  al  Te- 
staccio,  monte  artificiale  vicino  alla 
sponda  sinistra  del  Tevere,  non  che 
per  le  strade  che  da  Campo  di  fio- 
ri conduce  ai  Banchi,  prossimi  al 
ponte  sant'  Angelo  ,  ed  eziandio 
per  quella  denominata  Florida  e 
poi  Giulia,  finché  nel  pontifica- 
to di  Paolo  II ,  eletto  nell'  anno 
1464,  furono  stabilite  sulla  attuale 


CAR 
via  del  corso  (l'antica  via  lata)  ^ 
avendo  principio  dall'arco  di  Domi- 
ziano presso  il  palazzo  Piano,  e  di 
là  giungendo  al  palazzo  di  Venezia 
edificato  dal  medesimo  Pontefice. 
In  esse  correvano  negli  otto  giorni 
di  carnevale  vecchi,  giovani,  ragaz- 
zi, ebrei,  cavalli,  asini  e  bufali,  con- 
sistendo il  premio  in  alcuni  pezzi  di 
drappo  detto  pallio.  Questi  spettacoli 
adattati  al  gusto  de'  tempi,  diedero 
il  nome  di  Corso  alla  suddetta  stra- 
da,  e  ad  esempio  di  Roma,  molte 
città  d' Italia  e  d'  oltremonti  cos\ 
chiamarono  la  strada  più  retta  e 
decorosa.  Cos\  le  corse  successiva- 
mente si  allungarono,  come  il  car- 
nevale si  variò  in  Roma,  seguendo 
quelle  e  questo  nel  modo  superior- 
mente accennato,  per  quell'  ingegno 
e  gusto  dai  romani  sempre  mani- 
festato nel  variare  i  loro  popolari 
spettacoli,  ed  i  pubblici  divertimen- 
ti loro. 

A  formarsi  un'  idea  del  carnevale 
di  Roma  ne'  secoli  di  mezzo,  biso- 
gna necessariamente  descrivere  i  tan- 
to famigerati  giuochi  di  Agone  e 
di  Testaccio ,  come  quelli,  che  per 
diversi  secoli  formarono  appunto  il 
carnevale  romano.  Quelli  però  nel 
pontificato  di  Paolo  III,  Farnese^  e 
specialmente  quelli  nell'  anno  1 54*), 
riuscirono  i  più  splendidi  e  magni- 
fici. Quindi  noi  stimiamo  opportu- 
no di  darne  una  breve  descrizione, 
tratta  da  una  contemporanea  rela- 
zione, che  si  conserva  mss.  nella  bi- 
blioteca della  principesca  famiglia 
Altieri,  eguale  a  quella,  che  si  legge 
nel  mss.  della  biblioteca  Albani,  ci- 
tato dal  Marini,  ne'  suoi  Archiatri 
pontificii j  p.  72.  Eccone  il  titolo: 
//  vero  progresso  della  festa  d'A- 
gone e  di  Testaccio  celebrata  dai 
signori  romani  nel  giovedì,  e  nel 
lunedi  di  carnevale  dell'anno  i5>45, 


i 


CAR 

conte  solevano  fare  gli  antichi  ro- 
mani ^  col  vero  significato  de'  carri 
trionfali.  Eccone  la  descrizione. 
>»  Giovedì,  che  fu  alli  1 1  di  feb- 
braio 1 545,  si  celebrò  la  festa  di 
JVavona  secondo  il  modo  antico; 
tutti  quelli,  che  avevano  da  en- 
trar in  così  solenne  pompa,  si  ri- 
dussero nella  piazza  di  Campido- 
glio, donde  si  partirono  sulle  20 
ore,  e  vennero  verso  la  piazza  di 
Agone,  coir  ordine  infrascritto.  E- 
rano  primi  nell'ordinanza  molti 
trombetti  a  cavallo  vestiti  di  ros- 
so, presso  i  quali  venivano  i  mi- 
nistri della  giustizia  colle  insegne 
loro  ;  seguitavano  gli  artieri  del- 
la città  in  tutto  settemila ,  che 
durò  il  passare  circa  quattr'ore 
con  trombe ,  e  tamburi ,  ripar- 
titi in  tante  compagnie  quan- 
te sono  le  arti,  e  divisi  in  tante 
parti,  quanti  erano  i  carri  trion- 
fali, fra  i  quali  trammezzate  anda- 
vano dette  fanterie,  sotto  le  loro 
bandiere  armate  bravamente  d'ar- 
mi bellissime". 
Indi  r  autore  segue  la  descrizio- 
ne de*  carri  ;  ma  non  essendo  della 
natura  di  quest'  opera  il  tener  die- 
tro ad  ogni  particolarità,  ci  limitere- 
mo a  dire  in  compendio  ciò  che  può 
riguardare  il  sostanziale  della  festa. 
Il  primo  carro  pertanto  era  quello 
del  rione  di  Tiastevere  rappresen- 
tante il  carro  massimo.  Il  secondo 
del  rione  Ripa,  sopra  del  quale  gran- 
deggiava con  vari  emblemi  la  sta- 
tua della  Fortuna.  Il  terzo  del  rio- 
ne di  s.  Angelo,  che  figurava  la  cit- 
tà di  Costantinopoli.  Il  quarto  del 
rione  di  Campitelli,  ove  si  vedeva- 
no espressi  al  naturale  gli  orti  delle 
Esperidi.  Il  quinto  del  rione  della 
Pigna  colla  statua  di  Cibele  turri- 
ta. Il  sesto  del  rione  di  s.  Eusta- 
chio ,    nel    quale   era  rappresentato 


CAR  85 

una  specie  di  concilio  in  atto  di  con- 
dannare gli  eretici.  Il  settimo  del 
rione  della  Regola,  con  un  cervo, 
che  inseguiva  alcuni  serpenti,  aven- 
done afferrato  uno  colla  bocca.  L'ot- 
tavo del  rione  Parione  con  uno  smi- 
surato grifone  suo  simbolo,  posto 
alla  custodia  d'  un  nascondiglio  d'o- 
ro. Il  nono  del  rione  Ponte ,  con 
due  cavalieri  a  cavallo  affrontati  in- 
sieme sopra  un  ponte ,  uno  vestito 
alla  romana,  l'altro  alla  barbaresca, 
de'  quali  il  primo  restava  vincitore. 
Il  decimo  del  rione  di  Campomar- 
zo  con  due  eserciti  sopra ,  da  una 
parte  di  turchi,  e  dall'altra  d'ita- 
liani, tedeschi,  spagnuoh  e  francesi, 
che  venivano  alle  mani,  dichiaran- 
dosi la  vittoria  pei  secondi.  L'unde- 
cimo  del  rione  Colonna  rappresen- 
tante i  due  monti  Abila  e  Calpe 
con  un  braccio  di  mare  ad  essi  in- 
termedio, pel  quale  veleggiava  una 
nave  verso  l'oriente  direttamente. 
Dopo  tal  carro  seguiva  gran  quan- 
tità di  guastatori  con  vettovaglia, 
artiglieria  e  diversi  arnesi  propri 
d' un  campo  militare ,  e  quindi  il 
duodecimo  carro  del  rione  di  Tre- 
vi, con  un  cavaliere  armato  alla  ro- 
mana, che  con  una  lancia  in  mano 
superava  un  barbaro,  già  messosi 
sotto  i  piedi  con  vigore.  Per  trat- 
tenimento della  festa,  oltre  l' ordine 
e  il  consueto,  era  vi  un  gran  Mongi- 
bello  rappresentato  sopra  un  altro 
carro  tirato  dri  cavalli,  ai  cantoni 
del  quale  vedevansi  bellissimi  tro- 
fei, e  sotto  il  Mongibello  fu  prepa- 
rato un  magnifico  fuoco  artificiale, 
che  si  fece  eseguire  nell'  entrare  in 
Agone,  con  grande  meraviglia  ed 
allegria  di  tutti  gli  astanti.  Appresso 
seguitava  il  carro  del  rione  de'  Mon- 
ti, che  figurava  la  favola  di  Pro- 
meteo legato  al  monte  Caucaso.  In- 
di venivano  in  bella  ordinanza  1  con- 


86  CAR 

testabili  di  lutti  i  tredici  rioni  di 
Koma  (giacché  allora  Borgo  non  lo 
era)  in  numero  di  ti'ecento ,  eoa 
ispade,  e  con  targoni  allautica,  nei 
quali  erano  dipinte  le  insegne  dei 
loro  rispettivi  rioni  ;  i  gentiluomini 
delle  città  di  Sutri  e  Tivoli  chia- 
mati dal  senato  romano  alla  festa; 
ed  otlantadue  giovanetti,  che  dice- 
vansi'giuocatori,  vestiti  all'antica  con 
diverse  livree  d'oro  e  d'argento  e 
di  seta  sopra  bravissimi  cavalli , 
scortati  ognuno  da  molti  staffieri , 
aneli' essi  con  gran  lusso  vestiti  chi 
di  raso,  e  chi  di  velluto.  Veniva  in 
ultimo  un  numeroso  coro  di  musi- 
ca tramezzata  da  molti  trombetti  a 
cavallo.  Chiudeva  la  processione  dei 
carri  quello  del  Papa,  la  cui  sta- 
tua in  abito  pontificale  si  ergeva 
nel  mezzo,  ed  ai  Iati  si  ammirava- 
no quattro  bassorilievi  allusivi  alle 
virtù  di  lui.  Tutte  queste  macchine 
ambulanti  erano  tirate  dai  bufali. 
Il  carro  pontifìcio  era  seguito  da 
due  sindaci  del  popolo  romano,  Ma- 
ria Maccaroue,  e  Alessandro  de  Gras- 
si, ed  in  mezzo  ad  essi  marciava 
l'officiale  dell'anello  col  bastone  in 
mano,  e  l' anello  in  cima  (  che  fu 
messer  Francesco  Salamoni  ),  da  tre 
manescalchi  con  paggi  e  staffieri , 
Bruto  Goffiedi,  Vincenzo  Dolce,  e 
Pier  Domenico  Madaleni;  dal  ca- 
porione con  simile  corteggio ,  che 
furono,  di  Ripa,  Cola  Evangelista , 
di  s.  Angelo,  Lelio  de'  Fabj  ;  di  Cam- 
pitello,  Tiberio  Margano;  della  Pi- 
gna ,  Antimo  Capizucchi  ;  di  s.  Eu- 
stachio, Rotilio  Alberino;  della  Re- 
gola, Giulio  Americi;  di  Campo 
Marzo,  Pietro  Cardello;  di  Pario- 
ne,  Alessandro  Cinquini;  di  Ponte, 
Gio.  Battista  Altoviti  ;  di  Colonna, 
Vincenzo  del  Sordo;  di  Trevi,  Ri- 
naldo de  Bracciano  ;  di  Monti,  Mu- 
zio de  Mantaro;  dal   priore    de'ca- 


CAR 
porioni,  Adriano  Velli,  da'  due  can- 
cellieri Curzio  Frangipane  e  Belar- 
dino  CaflUrelli,  che  conducevano  in 
mezzo  Giuliano  Cesa  ri  no  gonfalo- 
niere di  Roma,  il  quale  portava  il 
gran  gonfalone  romano,  riccamente 
vestito  e  pieno  di  gioie  fino  agli 
speroni,  gioie  che  si  valutarono  a 
trentamila  scudi.  Seguito  egli  era  da 
quattro  paggi  vestiti  all'  antica  di  te- 
la d'oro,  oltre  venti  staffieri  con 
superbe  livree.  Finalmente  procede- 
vano i  conservatori  di  Roma  Sante 
da  Corneto,  Lorenzo  Velli,  e  Ales- 
sandro d'  Alessi,  non  che  il  senatore 
cogli  altri   uffiziali    del  Campidoglio. 

Questa  sontuosa  e  magnifica  ca- 
valcata partita  dal  Campidoglio  per 
la  strada  nuova,  si  recò  alla  piazza 
della  Pigna,  o  de'Cesarini,  proseguì 
per  le  case  di  Valle,  ed  a  quelle 
de' Massimi,  voltando  per  campo  di 
Fiore,  donde  passò  alla  piazza  Far- 
nese. Nel  palazzo  di  sua  famiglia, 
ed  ai  balconi  era  vi  Paolo  IH  con 
molti  Cardinali,  i  duchi  di  Castro 
e  Camerino  suoi  nipoti,  con  molti 
signori  e  signore.  Fatta  la  cavalcata 
un  giro  per  la  piazza,  voltò  per 
corte  Savella ,  e  per  Banchi ,  pel 
ponte  s.  Angelo,  s'avviò  pei  Coro- 
nari ,  piazza  di  s.  Apollinare ,  da 
dove  entrò  per  piazza  d'Agone  ora 
Navona,  e  circondatala  più  volte, 
si  schierò  in  essa  come  un  batta- 
glione. Alle  ore  ventiquattro  ognuno 
di  queUi,  che  la  componevano,  si 
ritirò  alla  propria  abitazione.  Fu 
opinione  generale,  che  tal  festa  co- 
stasse centomila  scudi,  senza  com- 
prendere le  vestimenta,  giacché  an- 
che gli  artigiani  erano  vestiti  deco- 
rosamente. 

Alla  descrizione  della  festa  di 
Agone,  segue  immediatamente  l'al- 
tra di  Testaccio  pubblicata  dal  Cre- 
scimbeni,    Sialo    della    basilica    di 


CAR 
s.  Maria  in  Cosmedin ,  pag.  90,  e 
che  qui  si  aggiungerà  a  piena  co- 
gnizione e  schiarimento  de'  giuochi 
suddetti,  portando  tal  descrizione 
la  data  di  Roma  2  i  febbraio  1 545, 
ed  è  la  seguente. 

'»  Domenica  passata  si  doveva 
«  fare  la  festa  in  Testaccio,  ma  per 
»  la  perversità  del  tempo  fu  dilfe- 
>'  lita  al  giorno  seguente.  Il  luned\ 
«  adunque  andò  tutto  l'ordine  della 
»  festa  in  Testaccio,  nel  medesimo 
«  modo  che  aveva  fatto  giovedì  in 
*»  Agone,  meno  i  carri.  Questo  luo- 
M  go  è  il  più  comodo,  e  il  più  bello 
»  pegli  spettacoli,  che  si  possa  imma- 
«  ginare  al  mondo.  A  ponente  è  il 
»  monte  Testaccio,  a  levante  un 
w  piccolo  colle,  sul  quale  evvi  il 
»*  monistero  di  s.  Saba,  a  setten- 
'»  trione  è  quella  parte  dell' Aven- 
«  tino,  che  ha  fortificata  Paolo  III, 
«  ed  alcune  case  di  vigne,  a  mez- 
«  zogiorno  sono  le  mura  di  Roma, 
«  lungo  le  quali  sta  un  torrione 
»>  ogni  dieci  canne.  Tutti  questi 
»  luoghi  erano  pieni  di  gente ,  ve- 
»  dendo  ciascuno  comodamente.  01- 
»  tre  queste  parti  più  eminenti  vi 
w  era  un  gran  numero  di  palchi, 
^»  e  di  carri  legati  insieme ,  che 
»»  servivano  e  per  la  vista  e  per 
>»  difesa.  Nel  mezzo  è  un  gran 
»  prato,  dal  quale  dalla  banda  di 
>»  tramontana  era  il  catafalco  di 
w  Madama.  Il  luogo  fu  lutto  cir- 
>»  condato  dalle  fanterie ,  e  dai  ca- 
«  valli,  e  dappoi  con  bella  pompa 
"  fecero  di  sé  mostra  tutti  quelli, 
*»  che  il  giovedì  l' aveano  fatta  sì 
»»  bella  in  Agone.  Intanto  s*  inco- 
«  minciò  la  gran  caccia,  nella  quale 
»»  furono  morti  tredici  tori,  e  fu- 
'»  rono  rovinate  giù  da  Testaccio 
»  sei  carrozze,  e  sopra  ciascuna  di 
»  esse  era  un  pallio  rosso,  e  un 
f»  porco    vivo,    per    guadagno    dei 


CAR  87 

quah  si  fecero  non  manco  prove, 
che  in  ammazzare  i  tori.  Fra 
molte  livree,  che  si  videro  quel 
dì ,  ve  ne  fu  una  di  trentasei 
mattaccini  vestiti  di  rosso  a  ca- 
vallo con  zagaglia  in  mano,  e 
questi  furono  i  primi  ad  assaltare 
i  tori.  Ma  la  più  nobile  cosa, 
che  si  vedesse,  fu  una  livrea  di 
sei  cavalieri,  che  fecero  il  Cardi- 
nal Farnese,  il  Cardinal  di  santa 
Fiora ,  e  il  duca  di  Camerino 
nipoti  del  Papa.  Questi  erano 
vestiti  da  soldati  all'  antica,  e  i 
vestimenti  erano  d'oro,  d'argento 
e  di  seta  con  ricami,  trapunti, 
fregi  e  lavori  sopra  lavori,  e  con 
tal  vaghezza,  che  a  me  non  basta 
l'animo  a  descriverli.  Colla  mede- 
sima nobiltà  erano  anche  ornati 
i  loro  bellissimi  ciivalli,  i  quali 
furono  di  tanta  destrezza  e  ga- 
gliardia,  che  a  tutto  il  popolo 
parve  miracolo  le  cose,  che  fe- 
cero sopra  di  quelli  i  cavalieri; 
Li  compagni  dei  prelati  Cardi- 
nali ,  e  duca  in  questa  livrea , 
furono  il  duca  di  Melfi,  il  conte 
di  s.  Fiora,  e  il  principe  di  Ma- 
cedonia. Si  corsero  ancora  tre 
palili;  pei  barbari  di  broccato 
d' oro,  pei  cavalli  di  velluto  cre- 
misino, e  per  le  cavalle  di  velluto 
paonazzo.  Il  corso  cominciava  do- 
ve le  mura  della  città  si  congiun- 
gono col  Tevere,  e  passava  per 
mezzo  la  prateria ,  e  terminava 
alla  cima  del  monte  Aventino, 
sicché  ciascuno  poteva  benissimo 
vedere  dal  principio  al  fine,  lo 
non  entro  a  ragguagliarvi  di  al- 
cuni altri  particolari ,  perchè  sa- 
rebbe troppo  lunga  la  stoi'ia; 
sicché  questo  vi  basti  di  quella 
giornata,  11  dì  di  carnevale  cor- 
sero il  pallio  gh  asini  e  le  bufale, 
secondo   l' usanza     e    bagordi ,    e 


ss 


CAR 


»>  tumulti  a  furia.  Sicché  questo  vi 
«  basti  di  quella  giornata.  La  notte 
»»  si  recitò  una  commedia  in  casa 
»»  di  CafFarelli.  Il  primo  giorno  di 
*>  quaresima  fu  la  stazione  a  santa 
*»  Sabina,  la  quale  fu  tanto  solen- 
«  ne,  che  molti  vennero  in  disputa, 
»»  chi  fosse  più  bello,  il  carnevale, 
»>  o  la  quaresima  di  Roma.  " 

Osserva  il  Ratti,  Della  famìglia 
Sforza^  par.  II,  Roma  179^,  che 
bisogna  convenire,  che  veramente  i 
giuochi  celebrati  nel  detto  anno  di 
Agone,  e  di  Testaccio  facessero  gran 
colpo  sull'animo  de  romani  e  de- 
gli altri,  che  v'  intervennero,  dap- 
poiché molti  si  diedero  premura  di 
stenderne  diligenti  relazioni,  acciò 
non  se  ne  perdesse  la  rimembran- 
za. Due  altre  sono  pure  citate  dal 
Crescimbeni,  e  la  prima  stampata 
con  questo  titolo:  Lì  grandi  trionfi^ 
festCj  pompe,  e  livree  fatti  dalli 
signori  romani  per  la  festa  di  Agone 
e  di  Testaccio.  L' altra  manoscritta 
fu  compilata  da  Gio.  M."  Zappi  tibur- 
tino,  che  fu  uno  de'  giuocatori,  e  il 
porta  -  stendardo  della  sua  patria. 
Un*  altra  lunga  e  curiosa  descrizio- 
ne di  una  festa  di  Testaccio,  come 
eseguita  l'anno  1372  a'  i5  agosto 
nel  pontificato  di  Gregorio  XI  resi- 
dente in  Avignone ,  è  riportata  a 
pag.  589  e  seg.  da  Marco  Ubaldo 
Ricci  nella  sua  eruditissima  Notizia 
della  romana  famiglia  Boccapadidi^ 
Roma  1762.  Secondo  la  narrazione 
eh'  egli  riporta  d'  una  di  tali  feste , 
la  corsa  a  Testaccio  consistette  nel 
correre  che  fecero  da  quel  monte 
al  piano  due  carri  o  carrozze  per 
volta  tirate  dai  tori,  con  quattro 
porci  legati  dentro,  ed  una  can- 
na di  panno  rosato  per  palho; 
e  che  appena  giunsero  sulla  piazza, 
trecento  persone  colle  spade  nude , 
vi  si  scggharono  sopra  per  impadro- 


CAR 
nirsene,  laonde  ne  rimasero  da  cen- 
to ferite ,  perchè  i  carri  in  tutti 
furono  tredici,  con  altrettanti  tori, 
i  quali  appena  giunti  alla  meta  era- 
no uccisi  da  innumerabili  colpi.  Poi 
si  fecero  dal  detto  monte  alla  colon- 
netta posta  alle  radici  di  Aventino, 
le  corse  de'  barbari ,  delle  cavalle , 
e  di  cavalli  chiamati  turchi  tutù 
cavalcati  da  putti ,  e  con  palili  al 
vincitore  per  premio.  Quanto  poi 
sieno  antichi  sillìjtti  giuochi,  si  ri- 
leva da  una  bolla  di  Urbano  V, 
eletto  in  Avignone  nel  1 362  ,  con 
cui  protestò  contro  la  forza ,  che 
i  romani  adoperavano  per  obbliga- 
re le  città,  e  luoghi  vicini,  come 
Anagni,  Corneto,  Magliano,  Piper- 
no,  Sutri,  Terracina,  Tivoli,  Tosca- 
nella,  Velletri  ec,  a  mandar  uomi- 
ni da  ogni  comunità  per  accrescer- 
ne la  solennità,  siccome  afferma  nei 
suoi  Archiatri  il  citato  Marini,  to- 
mo II.  p.   72. 

Non  riesca  discaro,  che  qui  si  dia 
un  cenno  sulla  piazza  Navona  o  Ago- 
ne, e  sul  monte  di  Testaccio.  La 
piazza  Navona,  una  della  pili  gran- 
di di  Roma,  prese  il  nome  dal  cir- 
co Alessandrino  o  Agone,  onde  giuo- 
chi di  Agone  furono  detti  quelli  nel- 
la medesima  celebrati.  Di  essa  Fran- 
cesco Cancellieri  ci  dà  erudite  noLizie, 
nel  suo  Mercato,  lago,  e  palazzo  pan- 
filiano  nel  circo  Agonale^  detto  vol- 
garmente piazza  Navona,  Roma 
181  I.  In  essa  attualmente  si  fa  u- 
na  gran  fiera,  o  mercato  nel  mer- 
coledì d'  ogni  settimana,  ed  ogni 
mattina  il  mercato  delle  erbe  e  co- 
mestibili.  Nel  mese  poi  di  agosto  nei 
sabbati,  e  nelle  domeniche,  viene  al- 
lagata dalle  tre  celebri  fontane,  che 
decorano  la  piazza,  ed  in  alcune 
circostanze  vi  si  tengono  le  corse 
del  fantino,  delle  quali  poi  riparle- 
remo, specialmente  in  occasione   del 


CAR 

passaggio     per    Roma     di     qualche 
monarca,  come  da  ultimo  ebbe  luo- 
go  per  Francesco   II   re  delle   due 
Sicilie.  Tali  fantini  sono  giovani    a 
cavallo  a  dorso  nudo,  divisi  in  tre 
squadre  e  vestiti  di  colori  diversi.  11 
monte  poi  di  Testaccio,   Testaceiif!, 
si  formò    da  una  immensa  quantità 
di  frantumi  di  terra    cotta.    Alcuni 
dicono    che    Tarquinio    assegnò    tal 
luogo  a'  fabbricatori  di  vasi,  tanto  per 
la  comodila  dell' imbarco  sul  Teve- 
re, che  per  giovarsi  delle  sue  acque, 
e  siccome  loro  proibì  gettare  quelli, 
che  si  rompevano,    nel  fiume,    così 
col  porli  in  questo  sito,  in  progresso 
di  tempo  ne  divenne  un  monte  deli- 
zioso, e  molto  comodo  alla  conserva- 
zione del  vino  neil'  eslate.    Il    Can- 
cellieri dice,  che  vi  fosse  anticamen- 
te celebrato  il  mercato,  e  il    Vasi , 
tom.  II.    p.    4^7,  Itinerario  di  Ro- 
ma, dà  al  monte  di  Testaccio    an- 
che altra  origine.  Nel  1 686  il  Mar- 
tinelli stampò  un  libro    sul    monte 
Testaceo  o   Testaccio j  V  Eschinardi 
scrisse,  nel  1 697,  una  lettera  sul  mon- 
te Testaccio  j  ed  altrettanto   fece  il 
Contucci,  riportala  nel  t.  III.  Arcad. 
Canniti.  Attualmente    nel    maggio, 
neir  estate,  e  massime    nell'  ottobre 
è  frequentato  questo  monte  dai  ro- 
maneschi,   e    dalle    niinenti    per    le 
vignale,  ovvero  sia  per  certe  ricrea- 
zioni consistenti    in  colezioni,    balli, 
canti  dei  ritornelli,  della  tarantella, 
e  simili  curiose  composizioni,   fra  il 
suono  de'  tamburelli,  dei  calascioni^ 
e  dei  mandolini. 

Ritornando  all'origine  del  carne- 
vale romano,  dopo  l' abolizione  dei 
Saturnali,  Lupercali  ec,  ed  altri  an- 
tichi giuochi,  consistevano  gli  spet- 
tacoli in  principio  nella  festa  di 
giovedì  grasso,  o  di  sessagesima,  det- 
ta di  Agone,  e  nell'altra  dell'ulti- 
ma domenica,  cioè  quella  di  quinqua- 


CAR  89 

gesima,  detta  di  Testacelo.  Quindi  vi 
fu  aggiunto  un  terzo  giorno  interme- 
dio tra  i  due  suddetti,  cioè  il  sabbato 
destinato  alla  caccia  de' tori,  come  ap- 
parisce dalla  bolla  di  Martino  V,  Cir- 
cumspecta  sedis  apostolicae,  emanata 
in  Roma  J^II  id.  niartiis  an.  1^1^. 
Divenuto  poi  nel  1464  sovrano  Pon- 
tefice il  menzionato  Paolo  II,  Bar- 
bo, veneziano  d' animo  grande,  vi 
aggiunse  le  otto  corse  de'  palili,  che 
ancora  oggidì  sono  in  uso,  sebbene 
dalla  loro  prima  istituzione  rifor- 
mate. Paolo  li  conobbe  meglio  dei 
suoi  predecessori  il  vero  genio  del 
popolo  di  Roma,  e  le  due  molle 
principali,  che  lo  fanno  agire,  a  se- 
conda di  chi  il  deve  condurre  col- 
lo stesso  di  lui  vantaggio  ;  paneni, 
et  circenses.  Onde  si  studiò  parti- 
colarmente di  contentarlo  in  am- 
bedue queste  cose,  coli' abbondan- 
za de'  viveri,  e  coi  pubblici  spetta- 
coH ,  de'  quali  volendo  godere  egli 
stesso ,  siccome  di  naturale  piuttosto 
allegro,  ordinò,  che  le  corse,  le 
quali  per  lo  innanzi  si  facevano  a 
strada  Florida  o  Giulia,  si  facessero 
dall'arco  di  Domiziano,  poi  detto  di 
Portogallo,  sino  al  palazzo  di  s.  Marco, 
detto  poi  di  Venezia,  da  lui  eretto 
ed  abitato  ;  benché  alcuni  dicono  , 
che  i  cavalli  partissero  dalla  piazza 
Flaminia,  o  del  popolo.  Ma  poi  ve- 
dremo r  arco  demolito  da  Alessan- 
dro VII,  acciocché  le  corse  libera- 
mente seguissero  dalla  detta  piazza 
sino  a  quella  di  Venezia. 

Racconta  dunque  il  Platina,  nel- 
la Fita  di  Paolo  II,  di  cui  fu 
contemporaneo,  e  a  p.  ^56,  che 
avendo  egli  quietate  le  cose  d' Ita- 
lia colla  celebre  pace  del  1468^  per 
la  quale  furono  fatte  feste  per  tut- 
ta r  Italia,  e  per  due  giorni  in  Ro- 
ma, il  Pontefice  indi  ordinò,  ad  i- 
mitazione  degli  antichi,  alcuni  giuo* 


go  C  AR 

chi  e  feste  magnifiche,  e  diede  un 
sonluoso  banchetto  al  pupulo.  il 
Viaiiesio  da  Bologna,  eh'  era  vlce- 
caiuerlengo  ,  dispose  le  cose  se- 
condo il  volere  del  Papa.  I  giuo- 
clii  furono  otto  pullii ,  che  nel 
carnevale  per  otto  giorni  continui 
si  donarono  a  quelli,  che  nel  corso 
restarono  vincitori.  Correvano  i  vec- 
chi, correvano  i  giovani,  correvano 
(|uelli,  che  erano  di  mezza  età, 
correvano  i  giudei,  e  si  facevano 
ben  satollare  prima,  perchè  corres- 
sero con  minor  velocità.  Correvano 
i  cavalli  e  le  cavalle,  gli  asini,  e 
i  bufali  con  piacere  di  tutti.  Si 
correva  dall'arco  di  Domiziano  si- 
uo  alla  chiesa  e  al  palazzo  di  s.  Mar- 
co, ove  stava  il  Papa,  prendendo 
grandissimo  piacere  per  queste  fe- 
ste ;  e  dopo  la  corsa  a'  fanciulli  lor- 
di di  fango  per  aver  cors©,  faceva 
dare  un  carlino  a  cadauno. 

Leggiamo  poi  nel  Novaes  altre 
analoghe  particolarità,  che  merita- 
no qui  riportarsi.  Molto  procurava 
questo  Pontefice ,  egli  dice ,  di  di- 
vertire il  popolo  romano.  A  que- 
sto, al  senato,  ed  a' forestieri  face- 
va egli  nel  tempo  di  carnevale  un 
lauto  banchetto  nel  suo  palazzo 
di  s.  Marco,  incaricandone  dell'as- 
sistenza il  suo  nipote  Cardinal  Mar- 
co Barbo,  con  diversi  prelati,  per- 
chè nulla  mancasse  al  buon  ordine,  e 
alla  squisita  sua  magnificenza.  Finito 
il  pranzo,  gittava  al  popolo  gran 
quantità  di  danaro  dalie  sue  fine- 
stre. Regalò  una  volta  al  popolo  ro- 
mano quattrocento  scudi,  alloi'chè 
gli  preparò  una  splendida  e  nume- 
rosa mascherata,  che  descrive  il 
<Caqesio,  f^ita  Paidi  II,  p.  ^^^  la 
quale  non  si  vede  così  maestosa  al 
tempo  d' oggi,  per  i  carri,  figure , 
personaggi,  guardie  di  cento  sessan- 
ta e  pili  giovani    scelti,  pel    senato 


CAR 

che  vi  si  conduceva  colla  maggior 
pompa  degli  antichi  romani,  circon- 
dalo dai  magistrati  di  Roma  stessa,  e 
per  altre  decorazioni  degne  soltanto 
di  queir  eterna  città.  Si  dilettava  il 
detto  Papa  di  queste  mascherate,  e 
delle  feste  di  carnovale,  che  spesso 
vedeva  con  trasporto  dietro  ad  una 
finestra  in  compagnia  di  alcuni  Car- 
dinali. In  quel  tempo  fu  dal  Papa 
scoperta  una  congiura  tramata  con- 
tro i  preziosi  suoi  giorni;  ma  e- 
gli  ,  lungi  dal  vendicarsi  dell'  au- 
tore, il  ricolmò  di  confusione  colla 
sua  magnanimità,  e  facendo  uso  del 
suo  animo  grande,  ordinò  che  si 
continuassero  secondo  il  solito  i  di- 
vertimenti carnevaleschi,  col  solo  di- 
vario di  alcune  pattuglie  di  uomini 
armati,  distribuite  per  la  città,  per 
precauzione  prudenziale. 

Negli  statuti  di  Roma  compilati 
sotto  lo  stesso  Paolo  II,  dopo  esser- 
si detto,  che  gli  ebrei  pagavano  al- 
ia camera  capitolina  mille  cento 
trenta  fiorini  di  soldi  quarantasette 
r  uno,  gli  ultimi  trenta  dei  quali 
erano  stati  aggiunti  in  memoria  dei 
trenta  danari,  che  i  medesimi  sbor- 
sarono a  Giuda  per  prezzo  del 
tradimento  fatto  al  Redentore  nel- 
r  orto  di  Getsemani  ;  e  dopo 
essersi  stabilito  in  quante  e  quali 
incumbenze  ed  usi  detta  somma  si 
doveva  ripartire  ed  erogare,  spiegasi 
in  che  consistessero  i  giuochi  carne- 
valeschi ,  secondo  il  nuovo  stabili- 
mento ,  e  disposizione  del  sovrano 
Pontefice  Paolo  II,  ne'  seguenti  ter- 
mini, che  riportiamo  dal  latino  tra- 
dotti ;  «  Parimenti  che  si  debbano 
M  celebrare  con  solennità  i  giuochi 
«  di  Agone  e  di  Testacelo.  Primie- 
»  ramente  che  si  facciano,  e  poi  si 
>i  portino  in  essi  quattro  anelli  di 
«  argento  dorati,  due  in  Agone,  e 
>t   due  in  Testaccio,  in  uno  de'  quali 


CAR 
debbano    giuocare    coH'asta  i  cit- 
tadini ,    e    neU'  altro    gli  scudieri. 
Parimenti  nel  campo  di  Testaccio 
si  portino    tre  pallii  d'oro    e    di 
seta,    al  primo  de'  quali  corrano 
i  cavalli  de'  romanii  al  secondo  i 
cavalli  de'  forensi ,  al  terzo  poi  i 
conduttori  degli    asini.    Parimenti 
si  portino  sei  carri,  due  de'  quali 
erano    soliti  a  farsi  dai  molinari, 
ne'  quali    solevano    porsi    i    soliti 
animali,  cioè  due  giovenchi,  e  due 
porci   in  ciascun  carro,  compresi 
particolarmente  que'  giovenchi,  che 
erano  soliti  portarsi  dai  monisteii 
di  s.  Paolo,  e  de'  ss.  Saba    e  Gre- 
gorio   in    ciascun  anno    pei   detti 
giuochi.  E  gli  stessi  carri  debbono 
essere  coperti   di  panno  rosso  ad 
onore  del  popolo    romano.    Pari- 
mente   si    aggiunse    alla  suddetta 
festa,  per  grazia  di  Paolo  II,  che  col 
danaro  della  camera  si  facciano  al- 
tri sei  pallii,  uno  per  gli  ebrei,  che 
corrono  il  giorno  di  lunedi  prima 
della  domenica  di  carnevale  (cioè 
domenica  di    quinquagesima),  un 
altro     pei .  fanciulli    cristiani    nel 
giorno  di  martedì ,    un  altro  pei 
giovani  cristiani  nel  giorno  seguen- 
te di  mercoledì,  un  altro  pei  ses- 
sagenari   nel    giorno    di  venerdì, 
un  altro  per   gli  asini  nel  giorno 
di  lunedì    di  carnevale,  un  altro 
per  le  bufale  nel  giorno  di  mar- 
tedì di  carnevale  ". 
Si  sa    inoltre,   che  per    le    feste 
celebrate    in     tempo    di    carnevale 
nel  secolo  XiV  a  piazza  Navona  ed 
a  Testaccio,    e   che  si  descrivono  a 
p.  589,    nella    citata  Storia  di  ca- 
sa  Boccapaduli  _,   1'  università    degli 
ebrei,  come  più  sopra  dicemmo,  pa- 
gava mille  cento  trenta  fiorini  d'oro 
per   istromento    del   popolo  romano 
inserito  nella   bolla  di  Bonifacio  IX 
del    1899,  che  si  legge  nel  mentovato 


CAR  91 

Marini,  degli  Archiatri ,  t.  II,  p.  62, 
colla  quale  il  Pontefice  esentava  da 
questa  contribuzione  l'ebreo  Angelo 
suo  medico,  e  la  famiglia  di  lui. 
Martino  V,  avendo  pietà  della  mi- 
seria della  loro  sinagoga ,  accordò 
agli  ebrei  di  Roma  di  poter  pone 
in  contribuzione  quelle  ancora  dello 
stato  pontificio,  e  questa  grazia  fu 
dal  predetto  Paolo  lì  approvata  e 
confermata.  Oltre  a  ciò  gli  ebrei 
prima  che  incominci  il  carnevale  , 
mandano  alcuni  deputati  dai  con- 
servatori di  Roma,  implorando  la 
continuazione  della  protezione  del 
popolo  romano,  ed  offrendo  un  maz- 
zo di  fiori,  con  ima  cedola  di  venti 
scudi  per  erogarli  nell'addobbamento 
dei  palchi  della  magistratura  roma- 
na sulla  piazza  del  popolo.  Ad  essi 
risponde  il  primo  conservatore,  che 
continuando  gli  ebrei  di  Roma  ad 
esser  fedeli  e  quieti  ec. ,  non  reste- 
ranno privi  né  della  loro  protezio- 
ne, né  di  quella  del  sovrano  Pon- 
tefice ;  indi  i  medesimi  deputati  van- 
no a  fare  un  eguale  omaggio  al  se- 
natore di  Roma,  che  dà  loro  eguale 
risposta. 

Lo  stesso  Marini  nella  medesima 
opera,  e  tomo,  alla  p.  241,  riporta 
due  lettere  di  Leonardo  da  Sarzana 
scritte  a  Giacomo  di  Volterra  sulle 
grandi  feste,  e  giuochi  fatti  in  Agone 
a'  4  febbraio  1492  per  la  sconfitta 
de'  Mori,  e  presa  di  Granata;  delle 
quali  ci  lasciò  memoria  anche  Carlo 
Verardo  cameriere ,  e  segretario  ili 
Paolo  li.  Ma  essendo  molto  inte- 
ressanti quelle  fatte  nel  carnevale 
dell'  anno  1 55o,  appena  eseguita 
la  elezione  di  Giulio  III  ,  lo  che 
fu  a'  7  febbraio  ,  si  crede  oppor- 
tuno darne  qui  un  estratto.  Nel- 
le miscellanee  della  celebre  biblio- 
teca casanatense  evvi  un  opusco- 
lo rarissimo  con  questo    titolo  :  La 


9^1  CAR 

trionfante  festa  fatta   dalli  signori 
romani  per   la  creazione   di  Papa 
Giulio  ÌIlj  col  significato  delle  fi- 
gure fatte  neWapparato  della  scena 
della  cotnmedìay  colle  dichiarazioni 
di  tutti  i  giuochi  de^cavalli^  caccia  di 
toriy   ed  altri  bellissimi  conviti ^V^o- 
ma.  Questo  libro  fu  dedicato  a  d.  Gio- 
vanna   d'Aragona  moglie  di  Ascanio 
Colonna,  per  ragguagliarla  di  quanto 
di  bello  si  fece  in  Roma-  dal  popolo 
pel  nuovo  Pontefice,  e  per  dimostrar- 
le la  magnificenza  e  grandezza   del- 
l'animo de'  romani,  che  non  voglio- 
no cedere  agli  antichi,  dappoiché  la 
spesa  occorsa  fu  grande,  come  son- 
tuosi riuscirono  gli  spettacoli,  il  cui 
apparato  venne  eseguito  in  soli  quat- 
tro giorni.  Segue  la  descrizione. 
»  Primieramente  il  giorno  di  car- 
nevale   (perciocché    quel    dì    era 
costituito  a  cotal  festa),  nella  piaz- 
za   di  Campidoglio    si     fece    una 
caccia  di  tori,  alla  quale  fu  pre- 
sente quasi  tutto    il   popolo  colla 
nobiltà  di  questa  corte,  e  di  que- 
sta città,  cosi  di  donne,  come  di 
uomini,  dalla  qual  piazza,  avanti 
che    la    caccia    incominciasse,    si 
partivano  quaranta  gentiluomini, 
con  quaranta  servitori  tutti  a  ca- 
vallo ordinati    in  due  squadre  di 
livree  diverse   l'una  dall'altra,  cioè 
venti  di  loro  coi  servitori,  vestiti 
di  velluto  cremisi  con  maniche  di 
tela  d'argento ,   e  similmente  era 
ornato  il  resto    del    vestir    loro  , 
avendo  in  testa  una  berretta  aguz- 
za, la  quale,  insieme    colla  veste, 
eh'  era    larga    con    una  storta   al 
fianco,  onde  sembravano  tanti  tur- 
chi :    questa    fazione    era  guidata 
dal  sig.  Giuliano  Cesarini,  gonfa- 
loniere  e   generale  di  questo  po- 
polo.   I  venti    altri  gentiluomini , 
coi  loro  servitori  aveano  in  dosso 
un  abito    della    stessa  lunghezza , 


CAR 
ch'era  di  velluto  turchino  con 
maniche  ed  ornamento  di  tela 
d'  oro:  questi  avevano  un  non  so 
che  dell'abito  moresco,  ed  erano 
guidati  dal  principe  di  Macedonia. 
Gli  stivaletti  delle  gambe  erano 
fatti  all'antica  ,  ed  all'antica  era- 
no le  trombe  che  portavano,  es- 
sendo i  loro  trombetti  vestiti  della 
medesima  maniera  dei  predetti , 
con  altri  suoni  e  stromenti  mo- 
reschi. Questi,  mentre  la  caccia  si 
faceva  in  Campidoglio ,  passando 
per  la  città  sopra  bellissimi  ca- 
valli ,  fecero  il  giuoco  de'  carro- 
selli  nella  piazza  di  s.  Pietro  alla 
presenza  di  Sua  Santità,  e  poi  ri- 
tornati in  Campidoglio,  essendo  già 
la  caccia  finita,  giuocarono  il  me- 
desimo giuoco  in  quella  piazza  , 
che  fu  bellissima  e  vaga  cosa  ve- 
dere, e  terminato  questo  giuoco, 
entrarono  nel  palazzo  de'  signori 
conservatori ,  e  dopo  loro  gran 
moltitudine  di  popolo  di  ogni  gra- 
do, dove  fu  celebrata  una  solen- 
nissima  e  magnifica  cena,  alla 
quale  furono  convitati  il  nipote, 
e  fratello  di  nostro  Signore,  colle 
loro  donne ,  le  quali  furono  ono- 
rate da  molte  gentildonne  romane, 
mangiando  tutte  le  donne  ad  una 
sola  tavola.  In  un'  altra  tavola 
mangiarono  sette  Cardinali  col 
duca  Orazio  Farnese,  ed  altri  si- 
gnori. L'altra  fu  dei  nipoti  del 
Papa,  con  uno  de'  signori  conser- 
vatori, ed  altri  signori  e  gentiluo- 
mini. Finita  la  cena,  tutta  questa 
brigata  si  condusse  in  luoghi  dis- 
posti e  ordinati  nel  teatro  per 
vedere  una  bellissima  commedia 
nella  corte  di  detto  palazzo,  il 
quale  era  ornato  da  tre  faccie  di 
quadri  di  tela  grande  ed  istoriati  ; 
la  quarta  faccia  di  questa  corte 
era  occupata  dalla  scena  :  la  più 


CAR 
n  gran  parte  di  questi  quadri  con- 
«  tenevano  alcuni  grandi  fatti  di 
»  Giulio  Cesare,  alludendo  con  quel- 
>'  li  al  nome  di  nostro  Signore,  che 
«  pure  si  chiama  Giulio.  La  com- 
f'  media  fu  bella  e  ben  recitata,  e 
«  tanto  procedette  in  lungo  la  festa, 
»  che  terminò  verso  le  dieci  ore  ". 
Paolo  IV,  Caraffa,  che  eletto  nel 
i555,  regnò  sino  all'agosto  i55^, 
sebbene  grave  ed  austero,  ogni  anno 
nel  tempo  di  carnevale,  invitava  un 
giorno  a  pranzo  tutto  il  sagro  Col- 
legio de'  Cardinali ,  solendo  dire  : 
essere  cosa  convenevole y  che  il  prin- 
cipe qualche  volta  si  ricreasse  coi 
suoi  fratelli,  e  co'  suoi  figli  Ma 
asceso  al  trono  del  Vaticano  nel 
i585  Sisto  V,  e  trovando  Roma, 
e  lo  stato  ecclesiastico  pieno  di  mal- 
fattori e  di  abusi,  su  tutto  prese 
opportuna  provvidenza  con  felici 
risultati.  Avendo  poi  bisogno  di  ri- 
formarsi il  carnevale  romano ,  nel 
quale  accadevano  licenze,  abusi,  e 
prepotenze  insoffribili,  volle  egli  ri- 
mediarvi col  solo  terrore.  Fece  per- 
tanto alcuni  giorni  prima  del  car- 
nevale erigere  alcuni  patiboli,  ed 
alzare  le  travi  colle  corde,  queste 
per  castigar  le  braccia  a  chi  le  al- 
lungasse contro  il  prossimo;  quelli 
per  istringere  le  fauci  a  chi  togliesse 
ad  altrui  la  vita;  indi  comandò  che 
lungo  il  corso,  pei'  evitare  le  disgra- 
zie, che  accadevano  con  frequenza 
per  la  calca  del  popolo  insolente,  si 
facesse  uno  sleccato  di  travi  da  am- 
bedue le  parti,  acciocché  nel  mezzo 
rimanesse  luogo  libero  a'carri  trion- 
fali, alle  carrozze,  a' barbari,  e  di 
qua  e  di  là  camminasse  sicuro  il 
popolo.  Questi  preparativi,  e  le  re- 
lative disposizioni  bastarono  a  repri- 
mere i  gravi  disordini  invalsi,  che 
in  tal  circostanza  succedevano.  Non 
si    vide  più  gettata    addosso,    o    in 


CAR  93 

volto  la  polvere,  o  la  farina,  e  non 
i  razzi  matti  di  fuochi  artifiziali; 
ma  fu  introdotta  la  costumanza  di 
tirare  per  gentilezza  i  confetti.  I  no- 
bili rispettarono  il  popolo,  e  questo 
si  astenne  dal  molestare  i  barbari 
corridori ,  laddove  per  lo  innanzi 
ciascuno  si  faceva  lecito  di  spaven- 
tarli per  impedirne  la  vittoria. 

Il  merito  maggiore  per  1'  incolu- 
mità degli  spettatori  alle  corse,  per 
quella  de'  cavalli,  provenne  dalla 
regolarizzazione  della  via  del  corso, 
e  dalle  previdenze  del  governo.  E 
primieramente  dobbiamo  ad  Ales- 
sandro VII,  Chigi,  non  solo  il  rad- 
drizzamento e  miglioramento  di  tal 
via,  ma  la  demolizione  dell'arco  di 
Marc' Aurelio  detto  di  Domiziano,  e 
di  Portogallo,  eseguita  nel  1662  per 
renderla  più  libera  e  più  dritta.  Fu 
chiamato  di  Portogallo,  perchè  aven- 
do il  Cardinal  Evesano  inglese  fab- 
bricato un  palazzo,  ora  degli  Otto- 
boni  duchi  di  Fiano,  presso  san 
Lorenzo  in  Lucina,  abitollo  il  Car- 
dinal da  Silva,  portoghese,  ed  amba- 
sciatore di  Portogallo  a  Paolo  III. 
Quindi  Clemente  XII,  nel  1786, 
grandemente  ne  migliorò  la  strada 
sia  col  dirizzarla,  che  col  renderla 
eguale;  Pio  VII  tolse  l'inconveniente, 
che  nel  tempo  della  carriera  de' ca- 
valli fosse  ingombro  dalle  carrozze 
e  carri,  e  finalmente  la  perfezione 
di  tal  via  venne  compita  e  nobili- 
tata neir  odierno  pontificato.  Gio- 
vanni Mantovano,  dotto  poeta  lati- 
no, che  fiorì  nel  i4oo,  nel  descri- 
vere il  carnevale  di  Roma,  paragona 
le  corse  de'cavalli  alle  feste  Equirie, 
delle  quali  si  fa  menzione  all'artico- 
lo Chiesa  di  s.  Maria  in  Acquiro, 
ove  appunto  si  facevano  le  corse 
dei  cavalli  con  tanto  entusiasmo 
degli  antichi  romani.  F.  il  Loca- 
telli ,  Il  perfetto  cavaliere.  Dei  tor- 


94  CAR 

nei  pag.  4'  ^  Delle  Giostre j  e  dei 
Carroselli  pag.  4^2,  e  Delle  corse 
pag,  4»6,  417,  421. 

Le  corse  non  solo  per  la  via 
Lata ,  ma ,  come  si  disse,  ebbero 
luogo  prima  di  essa  per  la  slrlida 
Florida  o  Giulia,  per  la  via  del- 
la Lnngara  ,  e  per  quelle  delle 
porte  Cavalleggieri  e  Fabrica ,  e 
per  altre,  nonché  nella  piazza  Na- 
vona.  Difiitti  il  padre  Eschinardi, 
nella  Descrizione  di  Roma  p.  282, 
ci  assicura,  che  per  la  strada  Giulia 
s'  introdussero  le  corse,  ed  anche 
nel  piano  del  monte  Testacelo^  e 
ne'tempi  posteriori  dalla  piazza  Far- 
nese a  quella  Vaticana,  locchè  con- 
ferma Pompilio  Totti,  Ritratto  di 
Roma  moderna,  pag.  335,  e  nella 
loggia  del  collegio  Bandinelli  presso 
s.  Giovanni  de'  fiorentini  siedevano 
i  giudici  per  decretare  il  pallio  al 
vincitore,  il  qual  premio  si  poneva 
su  d'un  ferro,  che  ivi  rimase  sino 
a'  nostri  giorni.  Indi  per  la  nascita 
di  Luigi  XIV,  siccome  l'ambascia- 
tore di  Francia  abitava  a  strada 
Giulia,  si  fecero  tre  corse  di  barbari 
e  cavalli  coi  pallii.  Nel  1709,  abi- 
tando la  regina  vedova  di  Polonia 
Maria  Casi  mira  al  palazzo  de  Tor- 
res alla  Trinità  de' monti,  fece  fare 
la  corsa  di  due  pallii  ai  putti,  e 
agli  asini.  Per  la  festa  poi  di  s.  An- 
tonio di  Padova,  celebrata  a  s.  Sal- 
vatore in  Onda  a  ponte  Sisto,  seguì 
una  corsa  di  ragazzi  col  pallio. 

Nella  piazza  di  Agone  o  Navona, 
quando  ha  luogo  la  summentovata 
corsa  del  fantino,  ecco  come  segue. 
All'intorno  di  essa  si  erigono  de'  pal- 
chi a  vari  ordini ,  che  seguono  la  for- 
ma rettilinea  della  piazza,  essendo 
r  interno  di  essa  difeso,  e  chiuso  da 
uno  steccato.  I  cavalli  corridori  devono 
portare  sul  dorso  nudo  un  fantino 
o  giovinetto,    e    sono    divisi   in  tre 


CAR 
squadre,  che  si  distinguono  dalle 
vesti:  ognuna  fa  per  tre  volte  il 
giro  del  circo  con  veloce  corso,  indi 
i  tre  vincitori  d'ognuna  si  riuniscono 
affme  di  eseguire  una  quarta  corsa, 
e  quegli  che  vince  prende  il  premio. 
Questo  divertimento  riesce  piacevole, 
tanto  per  la  vastità,  e  adornamenti 
delia  piazza,  che  per  rinnovarsi  la 
memoria  de'giuochi  agonali,  ivi  ce- 
lebrati ne' precedenti  secoli  nel  car- 
nevale. Ad  avere  poi  una  chiara 
cognizione  delle  feste  carnevalesche, 
e  straordinarie  celebrate  in  Roma 
ne' bassi  secoli,  sono  a  vedersi  Gio. 
Camillo  Peresio,  //  Maggio  roma- 
nescOj  ovvero  il  pallio  conquistato^ 
nel  linguaggio  del  volgo  di  Roma, 
Ferrara  1688,  e  Giuseppe  Berneri, 
Il  Meo  Patacca  _,  ovvero  Roma  iti 
feste  nei  trionfi  di  Vienna,  nel  lin- 
guaggio romanesco,  Roma  1695. 

Ora  passiamo  a  dire  quando  in 
Roma  si  sospende  il  carnevale,  quan- 
do si  sono  anticipate,  o  posticipate 
le  corse  de'  cavalli  e  1'  uso  de'pallii 
in  caso  d'  irregolarità,  od  altra  eve- 
nienza accaduta  nelle  carriere  dei 
barbari.  Il  carnevale,  e  le  corse  pri- 
mieramente si  sospendono  in  Roma 
nella  celebrazione  degli  anni  santi. 
Gregorio  XIII,  nel  iSyS,  prima  di 
celebrare  l'XI  anno  santo,  proibì  i 
baccanali,  e  ordinò  che  le  spese  de- 
gli spettacoli  carnevaleschi  fossero 
(!onvertite  in  vantaggio  de' pellegrini. 
Anche  Clemente  X,  avanti  di  cele- 
brare nel  1675  il  XV  anno  santo, 
ad  esempio  de'suoi  predecessori,  vietò 
il  carnevale,  ed  erogò  in  favore  del- 
l'arciconfraternita  della  ss.  Trinità 
de'  pellegrini ,  i  seimila  scudi  che, 
secondo  il  consueto,  si  spendevano 
pei  divertimenti  carnevaleschi,  ed 
impose  ai  giudei,  che  alla  medesima 
somministrassero  il  valore  de'  pallii , 
non  avendo   luogo    neppure   le  car- 


CAR 
riere  de'caTalli.  V.  Anni  Santi,  ove 
si  riportano  le  sospensioni  del  car- 
nevale in  tal  tempo,  e  l' erogazione 
del  danaro,  che  suole  spendersi  pel 
medesimo. 

Nel  pontificato  d'Innocenzo  XIII 
incontrandosi  nel  mercoledì  di  car- 
nevale la  festa  della  Purificazione 
della  b.  Vergine,  il  pallio  che  si  do- 
vea  correre  nella  vigilia,  fu  anticipa- 
to nella  precedente  prima  domenica 
di  carnevale  o  sessagesima,  e  l' al- 
tro del  mercoledì  nella  domenica 
di  quinquagesima.  Sotto  Clemente 
XII,  essendo  caduta  la  predetta  fe- 
sta nel  venerdì  di  carnevale,  vacò 
questo  nel  giovedì  grasso,  ma  la  cor- 
sa venne  eseguita  nell'antecedente  do- 
menica. Dipoi  per  la  copiosa  neve 
che  cadde  si  sospesero  le  corse,  e 
fu  proibito  il  mascherarsi  finché 
non  cessasse  la  neve.  Seguita,  nel 
1740,  la  morte  di  Clemente  XII  ai 
6  febbraio,  non  ebbe  più  luogo  il 
carnevale.  Benedetto  XIV,  con  lettera 
3o  gennaio  i  75 1, trasferì  la  vigilia  di 
s.  Mattia  dal  l'ili  limo  giorno  di  carne- 
vale, in  cui  cadeva  in  quell'  anno,  al 
sabbato  precedente,  esortando  però 
gli  ecclesiastici  secolari  e  regolari 
a  non  prevalersi  dell'  anticipazione 
del  digiuno,  ma  a  digiunare  nella 
vera  vigilia  del  santo  apostolo.  Re- 
gnando Papa  Clemente  Xlll,  s'  in- 
cx)ntrò  altresì  la  vigilia  del  giorno 
di  s.  Mattia  nell'  ultimo  giorno 
di  carnevale,  onde  il  divertimento 
terminò  la  sera  del  lunedì,  ed  afiìnchè 
non  fosse  pregiudicato  il  consueto  pe- 
riodo di  otto  giorni,  si  anticipò  il 
^;uo  incominciamento  dal  giovedì  di 
settuagesima  ;  indi  nel  1764  tal  fe- 
sta cadde  nel  primo  sabbato  di  car- 
nevale, onde  questo  s'  incominciò 
nel  lunedì  appresso,  e  fu  di  soli  set- 
te giorni:  però  Clemente  Xlll  fece 
di  poi  eseguire  la    corsa  nel  giove- 


CAR  9^ 

dì  26  aprile.  Lo  stesso  caso  avven- 
ne nel  1 766  per  la  festa  della  Pu- 
rificazione. Quindi  si  fece  altrettan- 
to, meno  la  corsa,  ed  il  pallio  da 
Clemente  XIII  fu  donato  alla  chie- 
sa di  s.  Marco.  Neil'  anno  seguente 
questo  Pontefice,  stante  le  circostan- 
ze de'tempi,  ordinò  che  il  carneva- 
le si  facesse  senza  le  maschere,  e 
senza  i  teatri,  permettendo  le  sole 
corse  de'  barbari.  E  siccome  la  fe- 
sta di  s.  Mattia  cadde  nel  primo 
martedì,  accordò  che  la  corsa  aves- 
se luogo  nel  giovedì  precedente.  Po- 
scia, nel  1769,  per  essersi  incon- 
trata la  festa  della  Purificazione  nel 
giovedì  grasso,  vacò  il  carnevale  in 
quel  giorno,  e  nell'  antecedente,  per 
cui  Clemente  Xlll  fece  regalare  i 
due  palili  alla  suddetta  chiesa  di  s. 
Marco.  Quindi  per  la  repentina 
sua  morte ,  accaduta  nella  not- 
te della  menzionata  festività,  si  sos- 
pesero il  carnevale,  i  teatri,  le  cor- 
se, i  festini  e  qualunque  altro  diver- 
timento. Mentre  si  celebrava  il  con- 
clave, essendosi  recato  in  Roma  l'im- 
peratore Giuseppe  li,  col  fratello 
Pietro  Leopoldo  I,  gran  duca  di 
Toscana,  il  sagro  Collegio  a'  27  e 
28  marzo  fece  fare  due  corse  dei 
barbari,  ed  una  grandiosa  girando- 
la. Nel  1770,  e  nel  pontificato  di 
Clemente  XIV,  nel  secondo  sabbato 
di  carnevale,  osservandosi  la  festa  di 
s.  Mattia,  non  si  permisero  le  ma- 
schere, bensì  la  carriera  de'  cavalli. 
Regnando  Pio  VI,  nell'  anno  1780, 
per  essere  caduta  la  Purificazione 
nel  mercoledì  di  carnevale,  e  per- 
ciò minorandosi  il  carnevale  mede- 
simo di  due  giorni,  compresa  la  vi- 
gilia, in  considerazione  che  nel  gen- 
naio trovavasi  in  Roma  l'arciduca 
Ferdinando  governatore  di  Lombar- 
dia coir  arciduchessa  Beatrice  di 
Modena   sua  consorte,  il    Pontefice, 


96  C  A  R 

per  far  ad  essi  vedere  un  tratto  del 
brillante  carnevale    romano,    o    per 
indennizzare  il  popolo  de'  due  giorni, 
che  avrebbe   perduto    di    maschere, 
permise  queste,  non  che  le  corse  dei 
barbari  nel  mercoledì  1 2,  e    lunedì 
17  gennaio.  Nel   1782,  stante  la  fe- 
sta   della    Purificazione ,    il    carne- 
Tale  incominciò  nel    lunedì    di    ses- 
sagesima ;  e  nel    1784   Pio    VI,    a 
contemplazione  del  re  di  Svezia  Gu- 
stavo III,  e  dell'arciduchessa  Maria 
Amalia,  moglie  del  duca  di  Parma, 
fece  celebrare  in  gennaio  una    cor- 
sa di  cavalli.  E  cadendo  dipoi  la  fe- 
sta di  s.  Mattia   nell'ultimo   giorno 
di  carnevale,  il  Papa  permise,    che 
i  secolari  osservassero  la  vigilia  nel 
sabbato  precedente,  e  tollerò  che  nel 
lunedì    e  martedì   si  continuasse    il 
carnevale.    Non  così    fu    nell'  anno 
1 789,  in  cui  avvenne   lo  stesso  ca- 
so, onde  l'ultimo  giorno    si  permise 
la    corsa,  ma  si    proibirono  le  ma- 
schere. Nel    1 793,  pegli  avvenimenti 
dolorosi  della  rivoluzione  di    Fran- 
cia, Pio    VI    pubblicò    un    giubileo 
per  tutto  lo  stato  ecclesiastico,  proi- 
bendo il  carnevale,  e  qualunque  rap- 
presentanza teatrale  per  l' intero  an- 
no ;  proibizione,  che  venne  estesa  al 
1 794,  mentre  nel  1 766  furono  vie- 
tate le  sole  maschere.  Nel   1808,  e 
stante    la    invasione    francese.     Pio 
VII  non  permise  il  carnevale,  e  nel 
1809  ^°  ^'^*^ò  ^^  onta  che   i  fran- 
cesi lo    avessero  pubblicato;    ma    i 
romani  ubbidirono  al  loro  legittimo 
principe    e  padre,-  il  quale  loro    a- 
vea  rammentato  per  allusione    alla 
sua  situazione,  che  quando   s.    Pie- 
tro era  in  carcere,  la  Chiesa  indiriz- 
zava a  Dio  senza   intermissione  pre- 
ghiere per  lui.  Pertanto  ad  onore  di 
Roma,  Pistoiesi  nella  Fila  di  Pio  FII^ 
tom.   II.  pag.  149.  25 1.  252.  253, 
riporta  il  mirabile  contegno  de'  ro- 


CAR 

mani,  che  nel  tempo  del  diverti- 
mento carnevalesco  stettero  colle  fi- 
nestre, e  botteghe  chiuse,  ed  il  cor- 
so adatto  deserto,  fu  solo  popolato 
dal  bargello  e  dalla  truppa.  In  quel- 
r  occasione  si  pubblicarono  gloriose 
epigrafi  pel  Pontefice,  ed  alcuni  sa- 
tirici motti,  di  che  fanno  talvolta 
uso  con  naturalissima  arguzia  i  ro- 
mani, contro  i  fiancesi  invasori. 

Correndo  l'anno  18 18,  per  la  vi- 
gilia e  festa  della  Purificazione ,  fu 
accordato  di  anticipare  di  due  gior- 
ni il  carnevale,  indi  per  la  regola- 
rità d'una  corsa.  Pio  VII,  in  seguito 
d' istanza  de'  conservatori  di  Roma, 
concesse  il  pallio  alla  chiesa  di  s.  An- 
tonio abbate  all'Esquilino,  e  il  pre- 
mio di  scudi  trenta  a  quella  d'Ara- 
celi. Lo  stesso  Pontefice  nel  1823 
accordò  l'anticipazione  d' un  giorno 
pei  divertimenti  carnevaleschi  ;  ma 
Leone  XII,  essendo  avvenuto  nel 
1826  il  caso  del  18 18,  volle  che  il 
carnevale  fosse  di  soli  sei  giorni.  Fi- 
nalmente il  carnevale  venne  sospeso 
nel  i83i  nel  medesimo  giorno  in 
che  doveasi  celebrare,  per  misure  di 
precauzione,  indi  per  alcun  tempo 
rimasero  sospesi  i  moccoletti,  e  nel 
i833  fu  di  soli  sette  giorni,  mentre 
nel  1837,  ricorrendo  nel  carnevale 
la  vigilia  e  festa  della  Purificazione 
di  Maria  Vergine,  fu  di  soli  sei  giorni. 

Finalmente  per  quanto  spetta  la 
regolarità  delle  corse  de'  barbari,  dei 
pallii,  de'  premii  dei  cavalli  corridori 
di  razza  italiana  ec,  prima  del  car- 
nevale la  magistratura  romana  ema- 
na un  editto  con  relativo  regolamen- 
to, ed  ogni  giorno  della  carriera, 
pubblica  l'individuazione  de'  cavalli 
o  cavalle,  che  si  esporranno  alla 
corsa.  Così  il  governatore  di  Roma 
con  editto  rende  noto,  che  il  sovrano 
Pontefice  permette  in  determinati 
giorni    il    carnevale    colle    corse  dei 


CAR 
cavalli,  coir  uso  delle  maschere,  e 
collo  spettacolo  de'  notturni  festini. 
Rinnova  inoltre  nel  medesimo  edit- 
to la  proibizione  di  mascherarsi  con 
abiti  da  religioso,  da  ecclesiastico  o 
da  abbate;  di  portare  materie  in- 
decenti, di  offendere  con  parole  e 
di  usare  fuochi  d'  artifizio  ;  esclude 
dal  corso  i  cavalli  a  sella,  le  mule, 
e  i  legni  tirati  da  un  sol  cavallo,  e 
guidati  alla  postigliona  ,  non  che  i 
carri  con  due  ruote;  prescrive  le 
piazze  donde  i  legni  o  carrozze  deb- 
bono introdursi  pel  corso,  non  che 
quelle  per  l'uscita,  conservando  l'an- 
damento nella  detta  via  di  due  sole 
fila ,  che  ne  usciranno  al  secondo 
sparo.  Proibisce  lo  spaventare,  arre- 
stare e  frastornare  i  barbari  nella  loro 
carriera  ;  e  rigorosamente  rinnova  il 
divieto  de'confetti  composti  di  calce, 
pozzolana,  o  gesso ,  onde  eliminare  i 
gravi  e  ripmvevoli  inconvenienti,  per- 
mettendosi invece  1'  uso  di  confetli 
composti  di  coriandoli,  anisi,  miglio, 
farina,  zucchero ,  i  cannellini ,  e  si- 
mili, non  quelli  di  maggior  grandez- 
za come  le  mandorle  e  i  pistacchi, 
vietando  di  tirarli  villanamente  con 
impeto,  e  con  qualsivoglia  indiscreto 
stromento.  I  moccoletti  poi  di  sola 
cera  pura,  neh'  ultima  sera  di  car- 
nevale, si  permettono  sino  ad  un'ora 
di  notte,  coU'osservanza  delle  solite 
discipline. 

Merita,  che  di  questa  breve  fe- 
sta sia  ricercata  l'origine  piti  analoga 
e  dignitosa  al  popolo  romano,  e  che 
tolgasi  da  quella  trivialità  e  bassezza 
di  dire,  che  si  fanno  l'esequie  al  car- 
nevale, gridandosi  ovunque  :  è  morto 
carnevale,  come  se  il  carnevale  si 
potesse  personificare  e  mettere  sopra 
una  bara.  Altra  più  nobile  origine 
può  applicarsi  a  questi  lumi  notturni 
sia  dalle  stesse  feste  di  Bacco,  sia 
da  quelle  di  Cerere   che  fu  compa- 

VOL.     X. 


CAR  97 

gna  di  Bacco.  Ma  volendo  uscire 
dalla  favolosa  mitologia,  vuoisi  che 
siane  derivato  l'uso  dagli  stessi  fatti 
romani,  cioè  dai  giuochi  circensi,  dai 
giorni  di  tripudio,  che"  si  facevano 
ad  onore  degl'imperatori,  e  segna- 
tamente dal  trionfo  celebre  di  Tito. 

In  quanto  alle  feste  di  Bacco,  ci 
narra  il  celebre  Eggelingio,  in  Mysier. 
Cereris  et  Bacchi,  pag.  69,  che 
Bacco  si  chiamava  ancora  Nyctolio, 
cioè  notturno,  perchè  ammetteva  fe- 
ste con  faci  e  cerei  dopo  il  tramon- 
tare del  sole.  Queste  feste  si  chia- 
mavano Lampterie,  ed  in  esse  con 
lumi  e  piccoli  vasi  di  vino  correva 
la  gente  tripudiante  per  le  strade. 
Lo  attesta  espressamente  Pausania 
in  AchaìciSy  dicendo:  «  v'ha  in  Ate- 
»  ne  un  tempio  presso  il  bosco,  che 
«  si  chiama  di  Bacco  Lampterio , 
»  poiché  al  tramontar  del  sole  si 
»  recano  lumi  nel  tempio,  e  crateri 
>y  di  vino  si  bevono  per  tutta  la 
w  città  ".  E  certo,  che  tuttociò  era 
un  semplice  tripudio,  mentre  la  sto- 
ria non  dice,  che  si  commettessero 
indecenze.  L'uso  poi  di  accendere  e 
smorzare  i  lumi  con  quella  piccola 
lotta  che  noi  vediamo,  si  deduce  dal 
correre,  che  facevano  gli  ateniesi  al 
tempio  presso  il  bosco,  ove  non  po- 
tevano entrare  se  non  col  lume  ac- 
ceso. Quindi  parte  si  estinguevano  i 
lumi  nel  correre  pel  vento,  e  parte 
si  estinguevano  da  quelli ,  eh'  erano 
più  prossimi  al  tempio,  onde  non 
fossero  sopraffatti.  Ciò  si  accenna  an- 
cora dal  Tonston  ,  de  fest.  grcec.  , 
part.  I,  e.  3,  Fasoldo  de  fest.  ^rcec. 
decad.  9 ,  sez.  3.  Circa  poi  alla  ce- 
lebrità di  questo  tempo,  P^.  il  Nico- 
lai De  ritu  bacchanalium ,  e.  7, 
p.  195. 

Si  racconta  di  Cerere,  che,  rapi- 
tale la  sua  figlia  Proserpina,  ed 
avendo  stabilito  di  cercarla  per  tutto. 


(aitasi  notte,  ed  incontratasi  con 
Bacco,  si  uni  a  lui  per  tale  ri- 
cei'ca,  e  si  accesero  da  entram- 
bi i  lumi.  Dal  qual  fatto  vogliono 
molti  autori,  tra*  quali  il  Preistero, 
in  Àntiq.  grcecis ,  lib.  IV,  che  in 
alcuni  giorni  solenni  delle  calende 
di  marzo  uscisse  il  popolo  coi  lumi 
per  unirsi  a  Cerere  e  Bacco. 

Ma  ripetendo  ancora  una  voli  a 
di  aìBtenersi  esclusivamente  dal  pren- 
dere alcuna  derivazione  dalla  mito- 
logia, a  volerne  stabilire  una  pro- 
babile origine  ,  basta  conoscere 
l'indole  dei  romani  ne*  giuochi  cir- 
censi e  florali.  Imperocché  non  con- 
tento il  popolo  di  essersi  diver- 
tito nel  giorno,  gridava  di  voler 
accese  le  lampade  al  cader  di  esso, 
e  alTapprossimarsi  della  notte,  onde 
il  popolo  accendeva  lumi  e  cerei 
per  prorogare  lo  spettacolo,  come  ci 
attesta  il  Gronovio,  Antiq.  tom.  Vili, 
pag.  2069,  il  Fabro  in  Agonistico 3 
lib.  Ili,  cap.  3g,  il  Bhodigino,  Lect. 
autiq.  lib.  XXV ,  e  l' erudito  Sto- 
chausen  nel  suo  trattato  de  cultu 
ac  usu  luminwn  antiquo  _,  p.  Soc^ 
Ne  solo  in  tali  giuochi  e  feste  il 
popolo  romano  accendeva  lumi  e 
cerei  al  cader  della  notte ,  quanto 
neir  ingresso  trionfale  de'  suoi  impe- 
ratori. Pietro  Fabro  Setnestr.  lib.  I, 
cap.  6,  ed  il  Laurenzio,  de  prandio 
et  coena  vet.  cap.  9,  raccontano  che 
non  solo  gl'imperatori  reduci  da  una 
vittoria,  se  venivano  di  notte  in  Ro- 
ma ,  erano  ricevuti  dal  popolo  con 
lampade  e  lumi ,  ma  gli  stessi  im- 
peratori e  consoli,  dopo  la  cena  trion- 
fale invitavano  il  popolo  romano  nd 
accompagnarli  co'  suoni  e  co'  tripudi. 
Francesco  Modio,  De  triitmphis  ve- 
teruni,  ed  in  altro  trattato^  de  ludis 
et  spectac.  veter.^  narra  ciò  partico- 
larmente parlando  di  Giulio  Cesare, 
di  Nerone,  di  Gallieijo,  di  Vespasia- 


CAR 

no,  e  massime  di  Tito,  il  qtmle  rcdu» 
ce  dalla  gran  conquista  di  Gerusa- 
lemme, e  marciando  trionfalmente 
in  mezzo  ai  principali  ebrei  ridotti 
in  ischiavilù  col  candelabro  avente 
le  sette  lucerne  accese,  tutto  il  po- 
polo lo  accompagnò  con  lumi  feste- 
volmente, come  osserva  anche  il  ci- 
tato Stochausen,  a  pag.  3oo  e  seg. 
Dalle  quali  reminiscenze  può  forse 
avere  avuto  origine  il  prolungamen- 
to del  tripudio  carnevalesco,  coll'ac- 
censione  e  festa  dei  moccoletti. 

Finalmente  all'articolo  Candela. 
{Fedi)  dicemmo  pure  come  nelle 
feste  Lupercali  e  di  Cerere,  dai  gen- 
tili celebrate  con  torcie  ardenti  sulla 
metà  di  febbraio ,  le  donne  massi- 
mamente portassero  in  mani  fiaccole 
o  candele  accese;  come  nella  cele- 
brazione delle  feste  saturnali  si  dis- 
pensavano dei  cerei ,  e  come  nella 
superstiziosa  processione  Amburbiale 
il  popolo  con  candele  accese  circon- 
dasse la  città  e  i  campi  nel  primo 
di  febbraio,  mese  in  cui  per  lo  più 
cade  la  ricorrenza  del  carnevale. 
Laonde,  anco  per  quanto  dicemmo 
superiormente,  sembra  che  il  diver- 
timento dei  moccoletti  nell'  ultima 
sera  di  carnevale,  sia  anch'  esso  de- 
rivato dalle  suddescritte  feste  lumi- 
narie. 

CARO,  e  CARISSIMO.  La  Cru- 
sca dice,  che  colla  parola  caro  vuoi- 
si significare,  grato,  giocondo,  pre- 
giato, caritSj  gratiiSj  /ucunduSj  don- 
de viene  il  carissimo^  superlativo  di 
caio,  caritsimus j  grntissinius.  Ag- 
giungiamo col  p.  Lupi,  Dissertazìo- 
nij  pubblicate  dal  Zaccaria  tomo  I, 
p.  i53  che  Caro  e  Cara  comin- 
ciarono ad  usarsi  come  nomi  pro- 
pri, dopo  r  impero  di  Caro  e  Ca- 
rino, cioè  M.  Aurelio  Caro,  che  fu 
assunto  al  romano  impero  l' anno 
282  dell'era  cristiana,  e  M.  Aure- 


CAR 
lio  Carino  suo  successore  immedia- 
to. Onde  osserva,  ch^^  non  di  rado 
si  usò  per  nome  proprio  quello,  che 
prima  era  solamente  aggettivo;  ed 
un  santo  fanciullo  martire  trovò  che 
avea  nome  Carissimo. 

Il  Garampi,  Del  sigillo     p.    ^Qt , 
racconta  che  in  un  placito  tenutosi 
nell'anno   i  189  da  Innocenzo  II  per 
una  causa  del  monistero  di  s.  Gre- 
gorio, Oddone  signore  di  Poli,  ch'era 
r  avversario    del    monistero ,    parlò 
sempre  così  :  »   Domine  Papa ,  ego 
«   ad  vestram   praesentiam    libenter 
«   adveni ,    Carissime ,    non  ad  haec 
«   responsurus  etc.  Rogamus,  carissi- 
«   me  Domine,  ut  me  ad   haec   re- 
»   spondere  non  cogas  etc.  Sicut  no- 
»»   stri    Carissimi    Domini    etc.    Fac 
>».  Domine  Papa   ad    praesens    justi- 
>i   tiam  etc.  ".  Francesco  Parisi  nel- 
le sue  Istruzioni  per   le    segreterie^ 
tomo  III,  p.    16,  Be'  titoli    iti   spe- 
cie §   Carissimo^  dice  che  di  questo 
si  serve  il    Pontefice    romano    nelle 
lettere  all'  imperatore,  ed  altri  costi- 
tuiti in  regia  dignità ,  come  ancora 
alle  loro  mogli  :  Carissime  in  Chri- 
stojili  noster,  salute  in  ^  ec.  ed  in  cor- 
po, la  Maestà  vostra^  ec.    Anche  i 
sovrani  usano    il    carissimo  ,    come 
noi  r  usiamo    co'  parenti   ed  amici , 
e  nel   1 369  l' imperatore   Carlo  IV 
scrivendo  a  Landolfo    Colonna,    gli 
scrisse  carissime.  Rileva  il  Bercaslel, 
Histoire  de  VEglise  tom.    XIX,   p. 
56 1   che,  allorquando  nel   i5<^^  ri- 
cevette   la    solenne    assoluzione    da 
Clemente    Vili     il    re    di    Francia 
Enrico  IV,  questi  diede  a'  Caidinali 
il  titolo  di  cugino  j  mentre  fino  .al- 
lora dai  monarchi    di    Francia  non 
aveano   avuto    che  quello    di   caro 
antico. 

Dalle  regole  poi  dei  religiosi  Al- 
;  cantarini,  Constitutiones,  ec.  Valen- 
;       eia,    lyoS    a    pag.     i38,  si   legge: 


CAR  99 

«  Perchè  non  siamo  privati  di  una 
"  regola  fissa,  determiniamo,  che  il 
«  titolo  di  nostro  carissimo  fratel- 
«  lo  si  compartisca  nel  carteggio  al 
«  nostro  fratello  provinciale,  ed  ai 
»   padri  di   provincia  ". 

CARO  Ugo,   Cardinale.  Ugo  Ca- 
ro ,  denominato  da  s.    Teodosio ,  o 
di  s.  Thiery,  o  meglio  di  s.  Caro, 
nacque  a  san  Chers  in  Vienna  del 
Delfìnato.  Volgarmente  si  chiamava 
Ugone  Cardinale,  ed  era  dottore  in- 
signe, e  profondo  in  teologia.    Per- 
venuta la  fama  di   lui    a    Gregorio 
IX,  lo  spedi  con  altri  dotti  e  pii  re- 
ligiosi  al  patriarca  Germano  di  Co- 
stantinopoli a  trattare  1'  unione  del- 
la chiesa  greca  colla  latina.  Quindi 
nel   1244  "venne  promosso    all'arci- 
vescovato di  Lione,  e  nel  medesimo 
anno  da  Innocenzo    IV,  nel    tempo 
del  generale  concilio,  fu  creato  Car- 
dinal prete  di  s.    Sabina    con    altri 
undici  soggetti.    Nel    i25i    fu    spe- 
dito legato  in  Germania  a  pacifica- 
re quelle  provincie ,    ed    a   favorire 
Guglielmo   di  Olanda    eletto    re    di 
Germania  in  vece   di  Federigo    II , 
nonché  a  correggere  i  molti   disor- 
dini ,  che  per  la  condizione  dei  tem- 
pi si  erano  introdotti  in  quelle  chie- 
se.  Allora  ebbe  a  trattare  la  causa 
dell'arcivescovo  di  Treveri  accusato 
di  aver  favorite  le  ostilità   praticate 
contro  i  crocesignati    dal   popolo  di 
Coblentz.  Estese  le  sue  premure  al- 
la chiesa   di  Liegi,  approvò  la  festa 
del   Corpus  Domini  nuovamente  in- 
stituita  in  quella  diocesi,  e  volle  che 
nel    1252,  si  celebrasse  da    tutto  il 
clero  delia   sua    legazione.    Divenne 
carissimo  al  Pontefice  per  le  sue  doti 
distinte ,  postillò  tutta  la  sacra  Scrit- 
tura ,  e  ne  commentò  alcuni    libri , 
e,  secondo  alcuni,  fu  il  primo  a  di- 
viderla   in    capi  toh  ,    e    con    molti 
individui    del    suo   Ordine  terminò 


100  CAR 

le  Concordanze  della  Bibbia,  che 
Io  resero  immortale.  Stabilì  nella 
sua  patria  un  convento  a'  frati  del 
suo  Ordine,  e  consunto  dalle  fati- 
che, dopo  i  conclavi  di  Alessandro 
e  di  Urbano  IV,  mori  in  Orvieto 
nel  1264,  diciannove  anni  dacché 
era  stato  insignito  della  porpora.  Fu 
sepolto  nella  chiesa  del  suo  Ordine, 
e  la  salma  di  lui  fu  trasferita  a  Lio- 
ne, ove  si  collocò  nella  chiesa  dei 
domenicani  con  chiarissimo  elogio 
al  manco  lato  dell'aitar  maggiore, 
presente  Guido  vescovo  Cardinal  di 
Sabina  legato  a  Intere,  che  fu  poi 
Clemente  Papa  IV.  Il  Marracci,  ri- 
cordando questo  dottissimo  ed  illu- 
stre Porporato  ,  esalta  a  cielo  la  di- 
vozione di  lui,  che  nudriva  speciale 
verso  la  santissima  Vergine. 

CAROFFÈ,  Caroffum.  Piccola 
città  di  Francia,  chiamata  anche 
Charroux  nel  dipartimento  della 
Vienna,  circondario  di  Civray,  edi- 
ficata su  di  un  ruscello,  che  più 
abbasso  si  riunisce  alla  riva  destra 
del  Charente,  nella  diocesi  di  Poi- 
tiers.  Eravi  una  famosa  abbazia  di 
benedettini  fondata  con  approvazio- 
ne di  Carlo  Magno  dal  conte  di 
Limoges  Rotegario  in  uno  ad  Eu- 
frasia  sua  consorte;  e  siccome  Carlo 
Magno  vi  pose  nella  chiesa  un  pez- 
zetto della  ss.  Croce,  la  chiesa  fu 
dedicata  al  ss.  Salvatore.  In  questo 
monistero,  che  viene  pure  appellato 
San-CaiTof,  Sanctum  Carro/uni,  se- 
condo la  Gallia  Christiana  toxxì.  II, 
col.  1277,  *'  celebrarono  i  seguenti 
cinque  concili,  detti   Carrofeiisi. 

Il  i.°  vi  venne  convocato  nell'an- 
no 983,  sotto  Lotario  I.  Gallia 
Christ.  tom.  II,  pag.  5 11. 

Il  2.°  fu  tenuto  l'anno  989,  in 
favore  del  monistero,  e  si  fulmina- 
rono pene  contro  quelli,  che  deru- 
bano le  chiese,  o  i  poveri,  e  contro 


CAR 

coloro,  che  percuotono  gli  ecclesia- 
stici. Labbé  tomo  IX,  Arduino  to- 
mo VI. 

Il  3."  si  adunò  nel  1028,  sopra 
la  fede  cattolica ,  e  contro  i  mani- 
chei ,  che  propagavano  i  loro  errori 
nelle  Gallie,  non  che  per  la  confer- 
ma della  pace.  Diz.  portatile  dei 
Concili  pag.  90. 

Il  4-°  concilio  si  convocò  nel  1080, 
ovvero  nel  1082,  secondo  il  Labbé 
tom.  X,  e  l'Arduino  tom.  VI.  Vi 
fu  deposto  il  vescovo  di  Saintes 
Rosone,  sebbene  altri  vogliano,  che 
vi  si  consacrasse  soltanto  un  altare. 

Il  5.°  celebrato  nel  1 1 86  nel 
pontificato  di  Urbano  UT,  e  presie- 
duto dall'  arcivescovo  di  Bourges 
legato  apostolico,  si  occupò  di  vari 
punti  della  disciplina  ecclesiastica. 
Ivi. 

CARPASSO  {  Carpasien.).  Città 
vescovile  nell'  isola  di  Cipro,  ora 
semplice  borgo  della  Turchia  asiatica 
sulla  costa  settentrionale  di  Cipro, 
con  piccolo  porto.  Dipendente  dalla 
metropoli  di  Salamina,  nel  XII  se- 
colo, si  unì  all'  antica  sede  di  Ce- 
raimia  (  Cerines  ),  nella  diocesi  di 
Antiochia.  Due  vescovi  si  conoscono 
di  Carpasso ,  che  fii  detta  anche 
Carpasia.  Divenne  in  seguito  ve- 
scovato in  partibus,  titolo  che  pur 
ora  conserva  monsig.  Michele  Fle- 
ming, de' minori  riformati,  e  che 
gli  fu  conferito  a'  io  luglio  1829 
da  Pio  Vili,  in  uno  al  vicariato 
apostolico  di  Terra  Nuova  nell'  A- 
m  erica. 

CARPATO  (Charpatus).  Città 
arcivescovile  tra  Rodi  e  Creta  nelle 
isole  Cicladi  dell'  esarcato  d'  Asia , 
chiamata  xoìgarmenic  Scarpanlo.  Fu 
eretta  in  vescovato  nel  V  secolo, 
ed  in  arcivescovato  nel  nono,  ed  è 
dipendente  dalla  metropoli  di  Rodi. 
Se  ne  fa  menzione    pure   negU  atti 


CAR 

de' concili,  e  si  conoscono  sette  dei 
suoi  vescovi. 

CARPEGIVa  Gasparo,  Cardinale. 
Gasparo  Carpegna,  dei  conti  di 
Carpegna,  congiunto  al  Cardinal 
Ulderico  di  tal  nome ,  nacque  a 
Roma  nel  1626.  Appena  prelato, 
Innocenzo  X  lo  fece  uditore  della 
segnatura,  poi  segretario  della  con- 
gregazione delle  Acque.  Egli  com- 
pose le  ardue  differenze  tra  la  corte 
di  Roma  ed  il  granduca  di  Toscana 
circa  il  corso  delle  Chiane,  che  sor- 
gevano fra  i  due  confini,  e  che  ri- 
tenute pregiudicavano  ambe  le  parti, 
e  ritrovò  un  comune  soddisfecente 
riparo.  Dappoi  Alessandro  VII  lo 
ascrisse  agli  uditori  di  Rota;  e  Cle- 
mente IX  ai  consultori  del  s.  Offi- 
zio  ;  poi  Clemente  X ,  che  avealo 
affine ,  a  premio  de'  suoi  preclari 
meriti ,  lo  dichiarò  suo  datario  ;  e 
poscia  ai  22  dicembre  1670,  lo 
creò  Cardinal  prete  di  s.  Pudenzìa- 
na.  Oltre  a  ciò,  lo  fece  vicario  di 
Roma;  prefetto  della  congregazione 
dei  vescovi  e  regolari;  di  quella  dei 
l'iti ,  e  lo  ascrisse  a  quelle  del  san- 
to ofìizio ,  del  concilio ,  ed  altre 
molte,  nelle  quali  tutte  guadagnò 
assai  nella  comune  estimazione  per 
la  sua  equità  e  profonda  dottrina. 
Clemente  XI  lo  stimava  tanto  , 
che  desiderando  il  consiglio  di  que- 
sto Cardinale  in  una  importantissima 
causa,  non  ebbe  difficoltà  di  andare 
con  trentacinque  porporati  al  palazzo 
del  Carpegna  malato,  ai  22  luglio 
del  1708,  a  tenere  solenne  congre- 
gazione nella  camera  di  lui,  come 
apparisce  da  chiari  monumenti ,  e 
segnatamente  da  un  quadro ,  che 
conservavasi  nell'appartamento  del 
conte  Carpegna,  il  quale  ricorda- 
va tale  avvenimento  .  Si  formò 
questo  porporato  un  rispettabile  mu- 
sco,   del    quale    parla  il    Bonarroti, 


CAR  101 

già  uditore  di  lui,  non  che  una  bi- 
blioteca. Dopo  i  conclavi  d'Inno- 
cenzo XI,  Alessandro  Vili,  Inno- 
cenzo XII,  e  Clemente  XI,  morì  a 
Roma  vescovo  di  Sabina  nel  1714» 
di  ottantotto  anni,  e  quarantatre 
di  Cardinalato;  e  senza  pompa  fu- 
nebre fu  sepolto  nella  tomba  dei 
suoi  maggiori  a  S.  M.  in  Vallicella, 
rimpetto  alla  cappella  detta  dell'  In- 
coronazione. Nel  i683  a  Roma  pub- 
blicò un'  opera  morale  ;  e  per  la  sua 
letteratura,  fu  il  primo  Cardinale 
ad  essere  acclamato  nella  celebre 
accademia  di  Arcadia.  V.  Josephus 
Montereius,  Rariorum  maximi  mO' 
dilli  numismala  selecta  ex  biblio- 
theca  Em.  Card.  Carpignae  com- 
mentariis  illustrata ,  Amstelodami 
i685.  Ma  il  museo  per  la  maggior 
parte  passò  al  Vaticano,  e  la  biblio- 
teca in  progresso  fu  alienata. 

CARPEGNA  Ulderico,  Cardina- 
le. Ulderico  Carpegna  della  nobile 
famiglia  Carpegna  di  Roma,  ma  na- 
to a  Milano  nel  iSgS,  conseguita 
da  Gregorio  XV  l'abbazia  di  s. 
Maria  di  Mutino  in  Montefeltro,  per 
qualche  tempo  fu  alla  corte  del  Car- 
dinal Antonio  Barberini  fratello  di 
Urbano  VIII,  che  nel  i63o  lo  pro- 
mosse a  vescovo  di  Gubbio,  per  la 
morte  di  suo  fi'atello  Pietro  Carpe- 
gna .  Ristaurò  a  tutte  sue  spese , 
il  seminario  di  quella  cattedrale  e 
soccorso  da  saggi  uomini  lo  ridusse 
a  perfetta  disciplina.  Morto  il  duca 
di  Urbino,  Urbano  VIII,  che  aveva 
ricuperato  quel  ducato  alla  SantaSede, 
per  esaltare  il  Carpegna ,  e  fare  co- 
sa grata  agli  urbinati,  ai  28  novembre 
del  i633,  lo  creò  Cardinal  prete  di 
s.  Anastasia,  chiesa,  cui  poscia  il 
Carpegna  abbellì  magnificamente.  Da 
Gubbio,  nel  iGSg,  passò  al  gover- 
no della  chiesa  di  Todi ,  cui  dopo 
un  lustro  rinunziò    al   Pontefice;  a 


IDI  CAR 

dopo  altri  titoli,  sotto  Alessandro 
VJI  passò  al  vescovato  di  Albano, 
e  vi  stabilì  il  seminario.  Benevolo 
coi  poveri,  in  tentìpo  di  giubileo 
ne  raccolse  nel  proprio  palazzo  gran- 
de quantità.  Èi'a  slimato  poi  pel 
suo  saggio  parei'e  e  consiglio  dal  sa- 
gro Collegio  e  dalle  congregazioni 
dei  vescovi  e  regolari,  del  buongo- 
verno, deir  indice  e  da  altre  molte 
alle  quali  era  a^Jcrilto.  Da  ultimo, 
dopo  aver  favorita  la  elezione  d'In- 
nocenzo X,  Alessandro  VII,  dei  due 
Clementi  IX  e  X ,  e  d' Innocenzo 
XI,  mentre  era  vescovo  di  Porlo 
dal  1675  sotto  Clemente  X,  e  pro- 
tettore dell'  Ordine  di  Premostiato, 
morì  a  Roma  nel  1679  ^'  ottanta- 
quattro  anni  e  quarantasei  di  Car- 
dinalato, e  fu  sepolto  in  chiesa  a  s. 
Andrea  della  Valle,  poco  lungi  dalla 
porta  maggiore,  con  bellissima  lapi- 
de, fi^giata  del  suo  elogio  e  delle 
insegne  Cardinalizie.  Nel  1678  asse- 
gnò il  Caipegna  dieci  luoghi  di  Mon- 
te ai  sacerdoti  della  congregazione 
della  Missione,  coli'  obbligo  di  fare 
ogni  anno  le  missioni  in  due  luo- 
ghi della  diocesi  di  Porto.  Pier  An- 
tonio Guerrieri,  Genealogia  di  casa 
Carpegna  isloricamente  compilata , 
Rimini    1667. 

CARPENTRASSO  o  CARPEN- 
TRAS.  Città  vescovile  di  Provenza  in 
Francia,  nel  dipartimento  di  Valchiu- 
sa,  capoluogo  di  circondario  e  di  can- 
tone, edificata  in  una  bella  posizione 
a'  piedi  del  monte  Ventouz,  e  sulla 
riva  sinistra  dell'  Auzon.  Fu  capitale 
del  contado  Venaissino(^(efl?/),  già  do- 
minio della  Santa  Sede  dal  secolo 
XIII,  fino  agli  ultimi  del  XVIII, 
non  che  fu  allora  residenza  della  curia 
della  provincia,  del  giudice  delle  ap- 
pellazioni, spettandogli  quelle  dei  giu- 
dici di  Lilla,  e  Valreas,  il  quale  era 
temporaneo,  e  costituito  dal  vice-le- 


CAR 

gato  pontificio.  Inoltre  in  Carprcn- 
trasso  risiedeva  pure  il  rettore  del 
contado  Venaissino,  la  cui  serie  in- 
cominciata nel  1235,  regnando  Gre- 
gorio IX,  riportasi  a  quell'articolo. 
Egli  vi  teneva  il  luogotenente,  e 
giudicava  non  solo  immediatamente 
nel  dipartimento  di  Carpentras,  ma 
anche  era  giudice  supremo  di  tutta 
la  provincia  Venaissina,  con  amplis- 
sima giurisdizione  conferitagli  dai 
Romani  Pontefici.  Carpentrasso  è  di 
forma  quasi  triangolare,  ed  è  rino- 
mata ancora  per  la  sua  numerosa 
nobiltà ,  pei  molti  e  considerabili 
suoi  edifizi,  essendo  la  cattedrale  di 
bella  proporzione,  ornata  di  colon- 
ne prese  da  un  antico  tempio  di 
Diana,  che  esisteva  a  Venasque.  Es- 
sa eja  dedicata  a  s.  SufBedo,  ed 
avea  un  capitolo  composto  di  dodi- 
ci canonici.  Fu  celebre  anche  l' o- 
pulenza  del  mercato  di  Carpentrasso, 
che  tuttora  si  tiene  ogni  venerdì 
con  grande  concorso,  ed  è  celebre 
tuttavia  per  le  magnifiche  mura  di 
pietra  che  la  circondano,  erette 
principalmente  dagli  antipapi  Cle- 
mente VII,  e  Benedetto  XIII, 
notandosi  specialmente  l'alta  tor- 
re, che  domina  sulla  porta  di  O- 
range. 

Carpentras  vanta  rimotissima  o- 
rigirie,  fu  capo  de'  Memiiiij  o  Mi- 
nimi ,  popoli  subalterni  ai  ha  vari , 
onde  Plinio  la  chiamò  Carpentora- 
cte  Meminorum,  e  Tolomeo  Forum 
Neronis  sub  Tricastinis  Meniinis , 
quorum  civitas  forum  Neronis  j  il 
che  diede  argomento  al  p.  Labbè, 
per  conciliare  i  detti  autori,  di  di- 
re che  sia  una  stessa  cosa.  Carpen- 
to racle  ^  e  forum  Neronis.  Giulio 
Cesare  trovandosi  nella  Provenza,  vi 
fece  dedurre  molte  colonie  da  Tibe- 
rio Nerone.  Questi  v'  istituì  le  fie- 
re   e  i   mercati,  vi  eresse  un  tribù- 


CAR 
naie  per  rendere  ragione  alle  altre 
terre  de'  Menimi,  onde  dal  concor- 
co de'  carri  e  cocchi  scoperti,  elio 
in  grandissimo  numero  acconevano 
ai  mercati  ed  alle  fiere,  vuoisi  de- 
rivato il  nome  di  Carpentras,  e  dal 
detto  Nerone  l' altro  di  Forum  Nc~ 
ronis.  Tuttavolta  dagli  avanzi  di  un 
arco  trionfale,  incassato  nelle  co- 
struzioni dell'  antico  palazzo  vescovi- 
le, rappresentante  in  lilievo  un  con- 
quistatore, che  tiene  due  re  incate- 
nati, e  che  credesi  appartenere  al 
monumento  innalzato  in  onore  di 
Gneo  Domizio  Enobarbo,  e  di  Quin- 
to Fabio  Massimo,  vincitori  degli 
HJlobrogi  e  degli  auvergnati,  si  rile- 
va che  la  città  era  già  importante, 
come  veniva  comprovato  da  una  i- 
scrizione  di  caratteri  romani  antichi 
fuori  della  porta  Auriaca,  nell'orto 
Brutinelli.  Certo  è  che  Carpentras- 
so  divenne  una  delle  principali  cit- 
tà della  Calila  JVarbonese.  Se  poi 
fosse  eretta  sulle  rovine  di  Vindi- 
sca,  o  Venasco,  o  se  fosse  questa  u- 
na  diocesi  riunita  a  Carpentrasso, 
si  dirà  parlando  in  appresso  della 
sede  episcopale  e  de'  più  insigni  suoi 
vescovi,  non  che  di  quanto  riguar- 
da l'origine  della  sovranità  della 
Santa  Sede.  Pasciamo  ora  piuttosto 
a  dire  del  trasferimento  della  sede 
medesima  in  Provenza  per  quanto 
può  riguardar  Carpentrasso,  e  dei 
successivi  suoi  avvenimenti. 

Eletto  al  sommo  pontificato, 
col  nome  di  Clemente  V,  l'arcive- 
scovo di  Bordeaux  Bertrando  de 
Got  a' 5  giugno  i3o 5,  subito  chia- 
mò i  Cardinali  in  Francia,  ov'egli 
trovavasi,  e  vedendo  l' Italia  in  pre- 
da alle  fazioni,  stabilì  la  residenza 
pontifìcia  in  Avignone  non  molto 
distante  da  Carpentrasso.  Indi  nel 
1 3  I  o  volle  visitare  la  provincia  del 
Yeuaissino,  che  elevò  al  grado  di  con* 


CAR  to3 

tea  i  onde  nelle  monete  che  fece  co- 
niare a  Morilleux,  o  Monteux,  castel- 
lo da  lui  eretto  presso  Carpentrasso, 
ed  ove  alcun  tempo  dimorò,  prese  il 
titolo  di  Conte  del  Vcnaissin.  En- 
trato l'anno  i3i4,  trovandosi  Cle- 
mente V  malconcio  in  salute,  tras- 
portò la  sua  corte  e  curia  a  Car- 
prentrasso  come  capitale  del  conta- 
do ;  indi  volendosi  recare  a  Bor- 
deaux, cessò  di  vivere  a  Riquemaure 
ai  2  0  aprile  di  detto  anno.  Il  suo 
corpo  fu  trasportato  in  Carpentrasso, 
ove  colla  corte  dimoravano  i  Cardina- 
li, e  vi  restò  per  molto  tempo  senza 
sepoltura,  perchè  i  suoi  parenti  e  do- 
mestici non  si  occupavano  che  della 
sua  eredità.  Finalmente  venne  tras- 
ferito a*  27  agosto  ad  Usesta  dio- 
cesi di  Bazas,  e  fu  sepolto  nella  col- 
legiata de' canonici  regolari  da  lui 
fondata,  i  quali  aveano  avuto  dai 
Cardinali  sentenza  favorevole  contro 
Ja  chiesa  di  Caipentrasso,  che  ricu- 
sava di  ceder  loro  il  pontifìcio  ca- 
davere, ad  onta  della  volontà  espres- 
sa dal  defunto,  che  aveva  ordinato 
dover  esser  tumulato  nella  colle- 
giata. 

Quindi  ventitre  Cardinali,  fra  i 
quali  sei  italiani  ed  il  resto  francesi, 
si  rinchiusero  in  conclave  nel  palazzo 
del  vescovo  di  Carpentrasso.  Ma  sicco- 
me essi  erano  riso'uti  di  non  eleg- 
gere per  Papa  un  guascone,  come 
pretendevano  i  molti  Cardinali  dì 
questa  provincia  (T^.  s.  Antonino 
nella  sua   Cronaca   tit.    XXI.    cap. 

IV,  ed  il  Villani  al  cap.  79  del  lib. 
IX),    perciò   i  parenti  di    Clemente 

V ,  ovvero  i  medesimi  Cardinali 
guasconi,  annoiati  della  lunghezza 
del  conclave  e  degli  ardori  della 
stagione  estiva,  attaccarono  il  fuoco 
al  conclave  stesso,  per  cui  i  sacri  elet- 
tori si  trovarono  costretti  ad  uscirne 
per  un'apertura  fatta  nel  muro  di  die^ 


I 


io4  CAR 

tro  al  palazzo,  a'  24  luglio  1 3 1 5, 
dopo  quasi  tre  mesi  che  vi  erano 
entrati.  Per  cagione  di  questi  tu- 
multi^ nati  prima  anche  tra  gli  a- 
bitanti  di  Carpentrasso,  e  per  altre 
ragioni,  durò  la  sede  vacante  due 
anni,  tre  mesi  e  diciassette  giorni, 
finche  in  Lione  fu  eletto  Giovanni 
XVII,  già  cancelliere  di  Roberto  con- 
te di  Provenza,  e  vescovo  di  Avi- 
gnone. 

Gregorio  XI,  il  settimo  de' Pon- 
tefici che  facessero  residenza  in  A- 
vignone  (Vedi),  nel  1877,  riportò  la 
sede  Papale  a  Roma,  ove  essendo 
morto  nel  seguente  anno,  fu  collo- 
cato sulla  cattedra  apostolica  Urba- 
no VI,  napoletano.  Non  andò  gua- 
rì, che  i  Cardinali  francesi,  disgu- 
stati dal  suo  rigore,  e  anelando  di 
far  ritorno  nel  delizioso  soggiorno 
di  Provenza,  si  ribellarono,  ed  a'20 
settembre  1378,  elessero  scismati- 
camente r  antipapa  Clemente  VII , 
il  quale  trasferendosi,  a'  20  maggio 
1379,  ^^  Avignone,  vi  stabili  il  la- 
grimevole  scisma,  che  crudelmente 
lacerò  la  Chiesa  più  di  cinquanta- 
un  anno,  e  siccome  i  fedeli  non  sa- 
pevano qual  fosse  il  legittimo  Pon- 
tefice, così  Clemente  VII  ebbe  nel- 
la sua  ubbidienza  parecchi  regni  e 
nazioni,  e  dominò  da  sovrano  in 
Avignone  divenuto,  fino  dal  i348, 
della  Santa  Sede,  e  sul  contado  Ve- 
naissino  unito  ad  Avignone  in  quel- 
Tanno  da  Clemente  VI. 

Celebratosi  il  concilio  di  Pisa,  vi 
fu  deposto  Benedetto  XIII  successo- 
re dell'antipapa  Clemente  VII,  e 
nel  i4o9>  "vi  fu  creato  Pontefice 
Alessandro  V.  Il  pseudo-Papa  da 
Avignone  ritirossi  a  Paniscola  nella 
Spagna,  per  lo  che  il  novello  so- 
vrano Pontefice  provvide  al  gover- 
no di  Avignone  e  del  contado  Ve- 
naissino,    coli'  istituire  la    legazione 


CAR 
apostolica.  Questa  colla  forza  dello 
armi  ne  cacciò  Rodrigo  de  Luna, 
nipote  del  falso  Pontefice,  che  coi 
suoi  soldati  dominava  molti  luoghi, 
e  quindi  tutti  furono  sottomessi  al- 
la sovranità  ed  alla  religiosa  ubbi- 
dienza di  Alessandro  V. 

Carpentrasso  dopo  tal' epoca  go- 
dette pace  e  tranquillità  ;  se  non 
che  nel  secolo  XVI  le  guerre  civi- 
vili  e  religiose  la  sturbarono.  Di 
fatti,  nel  i562,  gh  eretici  ugonot- 
ti si  accamparono  col  loro  esercito 
innanzi  la  città,  ma  furono  valoro- 
samente respinti  dagli  abitanti,  on- 
de recandovisi  il  general  pontificio 
Serbelloni,  parente  di  Pio  IV,  ne 
volle  rimunerare  la  fedeltà  e  il  va- 
lore, ed  è  perciò  che  nella  sala  del- 
la rettoria  donò  al  governatore  San- 
ta Galla  una  catena  d'oro  colle  chia- 
vi della  romana  Chiesa  pendenti,  e 
simili  nella  forma,  ma  minori  nella 
grandezza  ne  diede  agli  altri  capi- 
tani. Ne' secoli  successivi  soggiacque 
Carpentrasso  al  dominio  straniero  in 
varie  epoche,  finché  poi  venne  riu- 
nito alla  Francia. 

Primieramente  la  città,  insieme 
al  contado  Venaissino  e  ad  Avigno- 
ne, nel  1662,  regnando  Alessandro 
VII,  Chigi,  fu  invasa  dalle  truppe 
di  Luigi  XIV  re  di  Francia,  adon- 
tato per  le  offese  fatte  in  Roma 
dai  soldati  corsi  al  suo  ambasciato- 
re de  Crecquy  ;  ma  pel  trattato 
di  pace  de'  12  marzo  1664,  i  detti 
domimi  si  restituirono  alla  sede  a- 
postolica.  Essi  però  nuovamente  fu- 
rono occupati  per  ordine  dello  stes- 
so monarca,  nel  1688,  nel  pontifi- 
cato d' Innocenzo  XI,  Odescalchi, 
per  le  vertenze  insorte  delle  fran- 
chigie e  regalie,  e  per  le  censure 
fulminate  contro  l' ambasciatore  La- 
vardino.  Ma  nel  seguente  pontifica- 
to di  Alessandro  Vili,   OUohoni,  nel 


CAR 
1690,  fu  a  lui  restituito  lo   stato  di 
Avignone,  compreso  Carpenti-asso,  a- 
vondo  del  tutto  fine  le  differenze,  nel 
1692,  sotto  Innocenzo  XII.  Dipoi,  es- 
sendo Luigi  XV,  re  di  Francia,  malcon- 
tento della  corte  di    Roma,   perchè 
Clemente  XIII,  Rezzonico,    sostene- 
va la  benemerita  compagnia  di  Ge- 
sù, che  si  voleva  soppressa,  e  irri- 
tato pel  monitorio  inlimato  al  suo 
parente  Ferdinando  di  Rorbone  du- 
ca di  Parma,  ordinò  l' invasione  de- 
gli stati  della  romana  Chiesa  in  Pro-^ 
venza,  per  cui,  nel   1768,    Carpen- 
trasso  fu  presa  dai    francesi,    come 
quella,  che  dovea  seguire  la  sorte  di 
Avignone    e  del  contado.    Accomo- 
date nondimeno  le  cose  da  Clemen- 
te XIV,   Gauganelli,  nel   1774?  ^u 
evacuata    in  un    agli  altri    dominii 
pontifici.  Non  tardarono  ulteriori  av- 
venimenti a  ritogliere  ad  essi    Car- 
pentrasso,  dappoiché  nel  declinar  del 
secolo  XVIII,  propagandosi  lo  spiri- 
to di  vertigine  della  rivoluzione  fran- 
cese in  Avignone,    alcuni    ribelli    si 
diedero  alla  repubblica   di  Francia, 
e  nell'aprile  del   1791     assediarono 
Carpentrasso,  che  presero  insieme  al 
resto  del  contado,  il  quale  con    A- 
vignone  per  la  forza  delle  armi  fu 
ceduto  interamente  alla  Francia  col 
trattato  di  Tolentino  de'  19  febbra- 
io  1797,  dal  Pontefice  Pio   VI,    il 
quale  fu  a  ciò  costretto    per  salva- 
re i  pochi  stati,  che  gli    erano    ri- 
masti   dalla    francese     occupazione. 
Quindi  è,  che  il  successore  Pio  VII, 
prima  nel  congresso   di  Vienna  del 
18 15,  e  poi  nel   18 17  al  re   Luigi 
XVIII,  protestò  per  garantire  i  di- 
ritti della  Santa  Sede,  acciocché    il 
ducato  d'  Avignone,  e  il  contado  Ve- 
naissino  o  fossero  ad  essa  restituiti,  o 
reintegrata  fosse  con  un  compenso, 
come  megUo  può  vedersi  all'  articolo 
Avignone,  in  cui  molte    notizie    ri- 


CAR  io5 

guardano  esclusivamente  Carpentras- 
so, qnal  capitale  del  Venaissino.  Ora 
la  città  di  Carpentrasso  conta  circa 
diecimila  anime,  è  residenza  di  un 
tribunale  ordinario,  dividesi  in  due 
cantoni,  con  altri  tre,  cioè  Mour- 
moiron,  Pernes  patria  di  Flechier, 
e  Sault. 

Passando  a  parlare  della  sede  ve- 
scovile di  Carpentrasso  e  dei  prin- 
cipali suoi  vescovi,  si  dee  premette- 
re, che  questa  città  fu  anco  appel- 
lata P^indiscay  o  Vindausica,  Ven- 
dacensis  urls,  per  l'unione  fatta  del- 
la diocesi  dell'antica  Vendacense  al 
vescovo  di  Carpentrasso,  la  cui  sede 
alcuni  con  poco  fondamento  vorreb- 
bero originata  nel  secondo,  o  nel 
terzo  secolo.  Incominciò  pertanto 
Vindausica  ad  essere  città  verso  l'an- 
no 407  >  e  decimoterzo  dell'impera- 
tore Onorio,  quando  inondarono  le 
Gallìe,  a  bello  studio  lasciate  senza 
difesa  da  Stilicone,  i  vandali  in  un 
agli  alani,  i  quali  con  altri  barbali 
la  devastarono.  Allora  è  verosimile, 
che  Carpentrasso  provasse  gli  effetti 
di  eguali  ostilità,  e  di  colà  si  tras- 
ferisse il  vescovo  a  Vindausica,  che 
forse  fu  una  delle  poche  terre ,  le 
quali  ne  rimasero  immuni,  per  te- 
stimonio di  s.  Girolamo.  Quindi  in- 
torno a  quel  tempo  datasi  in  luce 
la  notizia  delle  provincie,  vi  si  leg- 
ge Civitas  Carpenctoratensisj  mine 
Vindausica.  Ma  poi  riparatasi  la 
città  di  Carpentrasso,  essa  riassun- 
se l'elezione  del  proprio  vescovo, 
continuando  parimenti  i  vescovi  di 
Vindausica,  onde  in  un  tempo  stes- 
so avea  Carpentrasso  il  suo  vescovo, 
e  r  avea  altresì  Vindausica  nel  45»o, 
vedendosi  ambedue  sottoscritti  in  una 
lettera  de'  vescovi  della  Gallia  al 
Pontefice  s.  Leone  I.  Distrutta  dai 
longobardi  Vindausica,  la  sua  dio- 
cesi si  unì  alla  sede  di  Carpentrasso, 


io6  CAR 

uè  più  si  trova  da  indi  in  poi  al- 
cun vescovo  Vendacense  distinto  dal 
Caipentoratense ,  benché  alcun  ve- 
scovo di  Carpenti-asso  talora  s'inti- 
tolasse vescovo  Vendacense  per  la 
seguita  unione  delle  due  chiese.  Che 
in  Carpeiitrasso  vi  fosse  il  vescovo 
ne'  tempi  precedenti  alle  invasioni 
barbaresche,  lo  persuade  il  pensiero 
che  il  vescovato  fosse  eretto  in  una 
città,  ove  per  essere  capo  de'  popoli 
Memini  doveva  risiedere  alcun  ma- 
gistrato romano,  in  conformità  alia 
regola  per  ordinario  osservata  nella 
primitiva  Chiesa  nell'erezione  delle 
sedi  episcopali  ;  oltre  di  che  se  da 
Carpentrasso  non  si  fosse  trasferito 
il  vescovato  di  Vindausica,  non  po- 
trebbe agevolmente  intendersi  il  sen- 
so delle  parole  della  Notizia  delle 
Provincie^  Civitas  Carpenctoratcnsis 
mine  Vindausica.  JVè  in  altro  tem- 
po può  collocai*si  questa  traslazione, 
per  conformarsi  al  tempo  delle  No- 
tizie.. Alcuni  han  creduto,  che  ne 
seguisse  la  traslazione  quando  i  bor- 
gognoni estendendo  nelle  Gallie  il 
loro  dominio,  fra  le  città  vescovili, 
che  nel  4^3  occuparono  presso  il 
Keno,  s' insignorirono  di  Carpentras- 
so, ond'è  che  essendo  i  borgognoni 
eretici  ariani,  si  ritirasse  in  Vindau- 
sica il  vescovo  cattolico.  Ciò  per  al- 
tro ripugna,  perchè  non  prima  del 
452,  o  del  4^2}  si  estesero  i  bor- 
gognoni sino  alle  sponde  della  Du- 
renza,  tempo  assai  posteriore  alla 
notizia  delle  provincie.  Essi  anzi  al- 
lora erano  cattolici  come  lo  era  Gan- 
deuco  o  Gondiaco  loro  re;  e  quan- 
do gli  successe  Gondebaldo  suo  pri- 
mogenito infetto  di  arianismo,  non 
perciò  abbandonarono  i  vescovi  catto- 
lici delle  altre  sedi,  le  città  del  di  lui 
dominio,  compreso  quello  di  Lione, 
nella  qual  città  risiedeva  Gondebaldo; 
per  la  qual  cosa  non  vi  è  ragione  che 


CAR 

il  vescovo  di  Carpentrasso  abbando- 
nasse la  sede  propria.  Pertanto  l'ac- 
caduto dee  piuttosto  riferirsi  al  tem- 
po dell'  invasione  vandalica  verso 
l'anno  4o7-  Distrutta  poi  Vindau- 
sica, in  suo  luogo  venne  edificata  la 
terra  di  Venasca ,  la  quale  sempre 
fu  appellata  Venasca ,  o  Venasco , 
nello  stesso  tempo,  che  la  città  di 
Carpentrasso  era  detta  città  Ven- 
dacimse,  e   Findausica. 

Ritornando  alla  sede  di  Carpen- 
trasso, prima  della  incursione  van- 
dalica nelle  Gallie,  seguita  nel  4o7> 
come  dicemmo ,  sotto  l' impero  di 
Onorio,  avea  essa  i  suoi  vescovi.  Seb- 
bene in  gran  parte  fosse  stata  di- 
strutta dalle  armi  de'  barbari,  ne 
fu  però  trasportata  la  sede  in  Vin- 
dausica ,  come  luogo  più  forte ,  e 
quindi  per  gì'  infedeli  di  più  difficile 
accesso.  Ma  quando  pochi  anni  do- 
po Carpentrasso  fu  riedificata,  o  ri- 
parata, riassunse  la  elezione  del  pro- 
prio vescovo,  senza  che  Vindausica 
perdesse  il  suo;  onde  ripeteremo, 
che  nello  stesso  tempo  sedeva  uà 
vescovo  in  Carpentrasso,  mentre  un 
altro  reggeva  la  chiesa  di  Vindau- 
sica. Distrutta  quest'  ultima  nel  sesto 
secolo  dai  longobardi,  si  riunì  la  sua 
diocesi  a  Carpentrasso,  alla  distru- 
zione della  quale  andò  congiunta  la 
perdita  de'  monumenti  de'  primi  suoi 
vescovi,  onde  il  primo  di  essi  a  noi 
noto  è  Sabino,  che  sottoscrisse  la  let- 
tera a  s.  Leone  I  in  uno  a  Superven- 
tore  vescovo  Vendacense  nel  ^5\  , 
essendo  ambedue  sottoposti  alla  me- 
tropoli d' Arles,  né  si  sa  con  qual 
fondamento  Io  Scaligero  le  facesse 
suffi'aganee  di  quella  di  Vienna. 

Giuliano,  vescovo  di  Carpentras- 
so ,  nel  5 1 7  ,  intervenne  ai  concilii 
Epaonense  ed  Arelatense,  e  sotto 
di  lui  fu  tenuto  in  Carpentrasso  un 
concilio  di  sedici  vescovi,  del  quale 


CAR 

si  parlerà  in  fine ,  e  che  fu  no- 
tabile prerogativa  di  questa  chiesa. 
Gli  successe  Principio,  e  a  questo  s. 
Siffredo,  o  Suffredo,  vescovo  di  Vin- 
dausica,  per  essere  comunemente  col- 
locati tra  i  vescovi  di  Carpentrasso, 
considerandosi  allora  i  due  vescovati 
uniti,  ovvero  secondo  altri,  non  es- 
sendo ancora  sede  episcopale  Car- 
pentrasso, ma  solo  compresa  nella 
diocesi  Vendacense.  Chi  lo  descrive 
nel  catalogo  de'  vescovi  di  Carpen- 
trasso, gii  dà  luogo  tra  Principio  e 
Clemazio,  che  fu  oriondo  del  Lazio, 
e  che  tratto  dal  monistero  di  Lerins, 
fu  ordinato  vescovo  da  s.  Cesario 
d'  Arles ,  e  che  poi  in  una  casuccia 
presso  la  chiesa  di  s.  Maria  da  lui 
fabbricata,  morì  santamente  a'  29 
novembre,  come  nota  il  martirolo- 
gio gallicano.  Dopo  pochi  anni,  al- 
cuni temerari  involarono  il  suo  cor- 
po ;  ma  percossi  per  via  da  repen- 
tina cecità,  restarono  inabili  a  pro- 
Seguire  il  cammino ,  onde  scoperti 
allorché  erravano  all'  intorno  di  Car- 
pentrasso, arrestati  che  furono,  con- 
fessarono il  fallo  ;  quindi  il  clero , 
e  il  popolo  trasferitosi  processional- 
menle  nel  luogo,  ove  i  lei  aveano 
deposto  le  sante  ossa,  le  trasporta- 
rono onorevolmente  nella  loro  città, 
e  come  dono  della  Provvidenza  lo 
elessero  per  ispeciale  patrono,  dedi- 
candogli la  cattedrale. 

Il  vescovo  Licerio  si  sottoscrisse 
nel  sinodo  di  Chàlons  del  65o,  ed 
è  registrato  col  titolo  di  vescovo 
Vendacense  :  ond'  è  verosimile  ,  che 
la  sede  di  Vindausica,  prima  di- 
strutta nel  5^5,  fosse  unita  a  questa 
di  Carpentrasso  ne'  tempi  di  Lice- 
rlo, o  poco  innanzi.  JXell' anno  98-2 
divenne  vescovo  Leirardo ,  il  quale 
lasciò  il  suo  nome  in  benedizione, 
poiché  istituì  in  Carpentrasso  un  ca- 
pitolo  di  sessanta  canonici ,    lo    che 


CAR  107 

riuscì  per  questa  chiesa  di  sommo 
splendore,  sebbene  in  progresso  di 
tempo  si  diminuissero  a  segno,  che 
nel  secolo  XVIII  rimasero  dodici. 
Il  vescovo  Raimondo,  che  governò 
dal  II 55  all'anno  1170,  per  do- 
nazione di  Raimondo  V  conte  di 
Tolosa,  acquistò  per  sé,  e  suoi  suc- 
cessori il  dominio  temporale  della 
terra  di  Venasca  nel  i  159,  Andrea  fu 
vescovo  nel  r  i85;  e  Guglielmo  Reroal- 
di  lo  era  nel  1 2  i  2,  nel  qiial  anno  scris- 
se al  Pontefice  Innocenzo  III  contro  i 
conti  Tolosani.  Egli,  ovvero  il  suo  pre- 
decessore Andrea,  fu  espulso  dalla  se- 
de da  Raimondo  VI  conte  di  Tolo- 
sa. Dalla  confessione  di  tal  delitto 
fatta  poi  dallo  stesso  conte,  e  dagli 
ordini  analoghi  dati  dal  pontificio 
legato  Mi  Ione,  si  raccoglie  che  Rai- 
mondo VI  eresse  una  fortificazione 
a  Carpentrasso,  e  vi  esercitò  molte 
violenze  ;  ma  s' ignora  quali  esse 
fossero^  e  qual  fosse  il  tenore  del- 
l'ammonizione. Sì  rileva  per  altro 
dalla  lettera  scritta  da  Ugo  vescovo 
di  Riez  e  da  Tedisio  legati  aposto- 
lici a  Papa  Innocenzo  III,  che  Rai- 
mondo VI  fu  dal  medesimo  Ugo  e 
da  Milone  condannato  a  mille  mar- 
che d'argento,  per  riparare  i  danni 
da  lui  portati  ai  vescovi  di  Carpen- 
trasso e  di  Vaison.  Poco  dipoi,  siccome 
riporta  il  Pagi,  nella  critica  dell'anna- 
lista Baronio  all'anno  1229,  cioè  nel 
pontificato  di  Gregorio  IX,  dalle  terre 
tolte  a  R.aimondo  VII,  furono  date  al- 
la Chiesa  romana  quelle  del  Venaissi- 
no,  di  cui  Carpentrasso  era,  e  continuò 
ad  essere  la  capitale,  onde  nel  det- 
to anno  cominciò  il  dominio  tem- 
porale della  santa  Sede,  tanto  in 
Carpentrasso  che  nel  contado,  di  cui 
Gregorio  IX  fece  rettore  nel  1240 
il  vescovo  di  Carpentrasso  Gugliel- 
mo Bariolis,  prelato  di  merito,  e  di 
non  comuni  talenti. 


n>8^  CAR 

Secondo  gli  atti  concistoriali,  sotto 
il  vc^scovato  di  Berengario  di  Masa- 
no,  avvenne  il  trasfeii mento  della 
sede  ponliticia  nella  Provenza.  Nel 
i35ji,  Papa  Clemente  VI  coniniise 
a  Golfredo,  secondo  vescovo  di  Car- 
|>enfrasso,  e  a  quello  d'  Usez ,  e 
all'abbate  di  s.  Rufo  di  Valenza, 
il  processo  informativo  per  la  cano- 
nizzazione di  s.  Elzeario,  che  poi 
celebrò  Urbano  V  nipote  del  santo. 
Fu  sotto  Goffredo,  che  il  detto 
Pontefice  acquistò  dalla  regina  Gio- 
vanna signora  di  Provenza ,  pel 
prezzo  di  ottantamila  fiorini  la  città 
d'Avignone,  che  congiunse  al  Ve- 
iiaissino.  Indi,  nel  iSSy,  Innocenzo 
VI  promosse  a  questa  sede  il  nipote 
di  Clemente  VI,  Giovanni  Roger  di 
Limoges,  il  quale  ebbe  la  consola- 
zione di  vedere,  nel  iSyo,  eletto 
Papa  il  proprio  nipote  Gregorio  XI, 
che  neir  anno  seguente  lo  traslatò 
ad  Auch,  e  poi  a  Narbona,  sosti- 
tuendogli nella  sede  di  Carpentrasso 
Giovanni  Flandrini.  Mentre  questi 
governava  il  vescovato  nel  iSyG, 
Gregorio  XI  partì  dalla  Provenza, 
e  ristabilì  in  Roma  la  sede  del  Som- 
mo Pontefice.  Accaduto  il  grande 
scisma,  r  intruso  Clemente  VII  esal- 
tò il  Flandrini  prima  alla  metropoli 
d'Auch,  e  nel  i3go  all'antica rdina- 
lato,  morendo  nella  falsa  ubbidien- 
za ;  onde  negli  antipontiflcati  di 
Clemente  VII  e  Benedetto  XIII, 
furono  vescovi  di  Carpentrasso  Gu- 
glielmo III,  che  avea  accompagnato 
Gregorio  XI  in  Roma ,  Pietro  IV, 
Giovanni  V,  e  nel  i4o6  fu  innal- 
zato a  questa  sede  Paolo  Campioni, 
cui  successe  nel  i4i  i  legittimamente 
Lodovico  Fieschi  de'  conti  sovrani 
di  Lavagna,  siccome  eletto  da  Gio- 
vanni XXIII. 

Quindi  fiorirono  altri  zelanti  ve- 
scovi,   e   commendevoli  per  le  loro 


CAR 
gesle,  ed  alcuno  decorato  della  di- 
gnità Cardinalizia ,  come  Giuliano 
della  Rovere,  nipote  di  Sisto  IV, 
che  il  creò,  mentre  n'era  vescovo. 
Cardinale  di  s.  Pietro  in  Vincoli 
nel  i47i>  trasferendolo  poi  nel 
14/4  ^lla  sede  d'Avignone,  che  a 
suo  riguardo  elevò  al  grado  metro- 
politico nel  li'j^:  onde  sottraendo 
Carpentrasso,  Cavaillon,  e  Vaison, 
vescovati  del  contado  Venaissino, 
dalia  giurisdizione  di  Arles,  li  sot- 
topose a  quella  della  nuova  metro- 
poli, e  poscia  nel  i5o3,  il  Cardinal 
della  Rovere  fu  sublimato  al  triregno 
col  nome  di  Giulio  IL  Nel  1482 
fu  vescovo  di  Carpentrasso  Pietro 
de  Valentaris,  che  Leone  X,  nel 
i5i3,  fece  rettore  del  contado;  gli 
successe  il  celebre  Giacomo  Sadoleto, 
amplissimo  Cardinale,  e  a  questo  il 
nipote  Paolo,  che  congiunse  ancor 
egli  col  vescovato  la  rettoria  del 
Venaissino,  il  qual  magistrato  in 
un  al  luogotenente,  come  sopra  di- 
cemmo, aveano  residenza  in  Car- 
pentrasso. Giacomo  Sacrato,  altro 
nipote  del  Cardinal  Sadoleto,  nel 
1572,  fu  dichiarato  vescovo  di  Car- 
pentrasso, diede  alla  luce  alcuni 
Commentarli  sui  salmi,  e  sulle  epistole 
di  s.  Paolo,  fu  rettore  alcun  tempo 
del  contado,  e  nel  iSqi  chiamò 
nella  città  i  religiosi  cappuccini. 
Finalmente  altri  vescovi  illustri  go- 
vernarono questa  sede,  alcuni  dei 
quali  furono  decorati  della  porpora 
Cardinalizia,  ed  altri  riunirono  il 
rettorato  del  Venaissino  ed  anche 
la  vicelegazione  d'Avignone.  A  van- 
taggio di  questa  diocesi,  a' 9  agosto 
1780,  Pio  VI  stabili  la  dotazione 
pel  collegio  di  Carpentrasso,  istituito 
nel  1607,  mediante  il  contenuto 
della  lettera  apostolica  in  forma  di 
breve,  Aeternce  Sapientice  Consilio j 
ma  pel  concordato  del    1801     restò 


CAR 
la  sede  di  Carpenlrasso  soppressa , 
essendone  slato  l'ultimo  vescovo  Giu- 
seppe Beni  di  Gubbio  .  Essa  era 
composta  di  trenta  chiese  parroc- 
chiali, oltre  l'abbazia  di  s.  Madda- 
lena situata  nella  stessa  diocesi.  V. 
Gallia   Christ.  tom.  II,  pag.  893. 

li  concilio  Carpento  ralense  fu 
celebrato  in  questa  città  nell'  anno 
527  o  529  nel  pontificato  di  san 
Felice  III  detto  IV,  e  nel  vescovato 
di  Giuliano,  che  vi  si  sottoscrisse 
in  uno  a  quìndici  altri  vescovi  con 
la  presidenza  di  s.  Cesario  metro- 
politano di  Arles,  e  vi  si  compila- 
rono vari  canoni.  Agricio,  o  Agrocio 
vescovo  d'Antibo,  che  irregolarmente 
avea  conferito  un'ordinazione,  venne 
dichiarato  perciò  sospeso  per  un 
anno  dal  celebrar  messa;  e  in  un 
canone  si  diede  proibizione  ai  vescovi 
di  esigere  assegni  dalle  parrocchie, 
quando  abbiano  rendile  sufficienti 
per  vivere,  e  sostenere  il  decoro 
episcopale.  Concìl.  tom.  IV,  p.  i663. 
Reg.  XI.  Arduino  tom.   II. 

CARPI.  Città  vescovile  antichis- 
sima dell'Africa  proconsolare,  chia- 
mata da  Tolomeo  Carpis.  Secon- 
dino ,  vescovo  di  questa  sede ,  as- 
sistette al  concilio  di  Cartagine,  al- 
la cui  metropoli  era  sottoposta  , 
mentre  in  questa  governava  s.  Ci- 
priano. V.  Concil.  s.  Cypr.  Nell'al- 
tro concilio  cartaginese  convocato 
da  Aurelio  l'anno  4' 9?  e  ad  uno 
intimalo  da  Bonifacio  nel  secolo  VI, 
intervennero  i  vescovi  di  Carpi;  cosi 
nel  concilio  di  io5  celebrato  nella 
basihca  lateranense,  tenuto  nel  649 
dal  Pontefice  s.  Martino  I,  si  fece 
menzione  di  certo  Basso  vescovo  di 
Carpi.  Dicesi  però,  che  attualmente 
non  sia  che  un  semplice  villaggio 
ili  vicinanza  di  Tunisi. 

CARPI  (Carpen).  Città  con  resi- 
denza  vescovile    nel  ducato  di  Mo- 


CAR  109 

dena,  sulla  sponda  del  canale  Navigho, 
che  mette  nel  Panaro,  e  prende  da 
essa  il  suo  nome.  È  cinta  di  mura 
con  belle  strade,  e  cospicui  edifìci, 
fra  i  quali  primeggia  il  palazzo  detto 
il  Castello,  antico  soggiorno  de'  prin- 
cipi della  famiglia  Pio,  che  adorna 
col  suo  prospetto  la  piazza  princi- 
pale decorata  di  ampio  portico.  Que- 
sta città  fu  assai  florida,  e  dicesi  che 
prendesse  la  denominazione  dai  po- 
poli Carpi  della  Valeria,  che  si  vo- 
gliono trapiantali  da  Diocleziano  nel- 
la bassa  Pannonia  presso  l'Istro,  pri- 
mitivamente dimoranti  forse  nei  mon- 
ti Carpazi.  Lo  stesso  Diocleziano , 
verso  l'annno  294,  dal  Danubio  li 
stabilì  in  Italia,  e  massime  in  que- 
sto luogo.  Eretta  Carpi  in  principa- 
to per  la  famiglia  Pio,  nell'anno 
i3i9,  divenne  capitale  di  esso,  essen- 
done stato  Manfredo  il  suo  primo 
signore,  come  Io  fu  di  Modena,  colla 
qualifica  di  vicario  imperiale.  Il  prin- 
cipato si  mantenne  nella  famiglia 
Pio  sino  al  i55o  circa,  dappoiché 
Alberto,  rinomato  per  le  sue  opere 
contro  Erasmo,  e  perciò  chiamato 
/■/  dotto,  nelle  guerre,  che  nel  prin- 
cipio del  secolo  XVI  desolarono 
l'Italia,  essendo  stato  costretto  a  se- 
guir le  parti  del  re  di  Francia  Fran- 
cesco I,  contro  l'imperatore  Carlo  V, 
dopo  la  malaugurata  battaglia  di 
Pavia,  vide  il  suo  principato  invaso 
dagl'imperiali,  confiscato  il  feudo,  e 
dato  quindi  dal  medesimo  impera- 
tore ad  Alfonso  I,  duca  di  Ferrara, 
mediante  formale  investitura .  Da 
allora  in  poi  gli  Estensi  il  conserva- 
rono incorporato  a'  loro  dominii. 
Tuttavolla  l' Estense  Ercole  I ,  in 
compenso  d'una  parte  della  contea 
di  Carpi,  concesse  alla  famiglia  Pio 
la  distinta  terra  di  Sassuolo  sulla 
riva  sinistra  del  Secchia,  e  poscia  il 
duca  di  Modena  Francesco  1   vi  fab- 


no  CAR 

bricò  un  maestoso  palazzo  con  giar- 
dini, e  parchi  amenissiini.  In  Roma 
la  famiglia  Pio  ebbe  un  bellissimo 
palazzo  a  Campo  di  fiori,  facendovi 
eseguire  la  facciata  esterna  dall' Arcuc- 
ci.  Produsse  Carpi  uomini  di  gran 
rinomanza,  e  fra  gli  altri  il  Bissoli, 
inventore  dei  caratteri  greci;  Ugo  delle 
stampe  in  legno;  Alghisi  del  piano 
per  le  fortificazioni;  Rossi,  de' lavori 
a  scagliola  colorata,  non  che  dotti, 
e  letterati.  Ridolfo  Pio  de'  principi 
di  Carpi  vi  nacque  a'  22  febbraio 
i5oo,  fu  creato  Cardinale  da  Pao- 
lo III,  e  mori  decano  del  sagro  Col- 
legio, personaggio  degno  d'eterna 
memoria,  a  segno  che  sarebbe  suc- 
ceduto nel  pontificato  a  Paolo  IV, 
se  il  Cardinal  d^Este  non  vi  si  fosse 
opposto  nel  fondato  timore,  che  il 
Cardinal  Ridolfo  avrebbe  ricuperato 
alla  sua  famiglia  questo  dominio. 

Carpi  divenne  sede  vescovile  suf- 
fraganea  della  metropoli  di  Bologna 
per  le  istanze  di  Francesco  III,  duca 
di  Modena,  fatte  al  Pontefice  Pio  VI, 
il  quale  nel  concistoro  de'  i3  di- 
cembre 1779,  la  eresse  in  seggio 
episcopale,  e  vi  preconizzò  per  pri- 
mo vescovo  Francesco  Benincasa  ex 
gesuita  di  Sassuolo,  diocesi  di  Reg- 
gio. Il  secondo  vescovo  fu  Carlo  Bei- 
Ioni  lodigiano,  egualmente  preconiz- 
zato da  Pio  VI,  nel  1794;  indi 
Pio  VII,  nell'anno  1822,  fece  altret- 
tanto con  Filippo  Cattaui  modenese; 
Leone  XII  nel  1826  con  Adeodato 
Caleffi  di  Carpi,  e  il  regnante  Pon- 
tefice nel  i83i  con  Clemente  Ma- 
ria Bassetti  parmigiano,  e  nel  1889 
con  l'attuale  Pietro  RalFaelli  della 
Garfagnana,  a  nomina  del  duca  re- 
gnante Francesco  IV.  La  sontuosa 
cattedrale,  modellata  sul  disegno  del- 
la basilica  di  s.  Pietro  di  Roma,  e 
dedicata  all'Assunzione  di  Maria  Ver- 
gine in    cielo,    fu    fondata    verso    il 


CAR 

i5i6  dal  principe  Alberto  Pio,  ed 
ha  contiguo  l'episcopio.  Il  suo  capi- 
tolo si  compone  di  tre  dignità,  pri- 
ma delle  quali  è  l'arcidiacono ,  con 
quattordici  canonici  prebendati ,  di 
due  mansionari ,  e  di  altri  preti  e 
chierici  pel  divin  servigio,  deputan- 
do un  cappellano  per  la  cura  par- 
rocchiale. Il  magnifico  tempio  di  san 
Nicolò  si  deve  pure  alla  splendidezza 
del  principe  Alberto.  Bella  egualmen- 
te è  la  chiesa  di  s.  Francesco.  La 
prima  chiesa  però  di  Carpi  è  anti- 
chissima, e  la  sua  fondazione  rimon- 
ta all'ottavo  secolo,  giacché  verso  la 
metà  di  esso  Astolfo  ,  re  de'  longo- 
bardi, ne  ordinò  l'edificazione.  Sino 
dal  suo  principio  fu  insignita  quella 
chiesa  di  un  arciprete  mitrato,  im- 
mediatamente soggetto  alla  Santa 
Sede,  portandone  ora  il  titolo  abba- 
ziale  lo  stesso  vescovo.  La  mensa  è 
tassata  di  duecento  settantasette  fio- 
rini. Questa  città  ha  un  seminario 
vescovile,  un  ospedale,  un  monte  di 
pietà  e  parecchi  stabilimenti  di  be- 
neficenza riccamente  dotati,  oltre  un 
convento  di  religiosi,  un  monistero 
di  monache  e  due  conservatori.  /^. 
Mirandola. 

CARPO  (s.).  Fu  vescovo  di  Tia- 
tira  neir  Asia  minore,  ed  arrestato 
unitamente  a  Papilo,  suo  diacono, 
nell'anno  25 1  ,  durante  la  persecu- 
zione di  Decio  ,  sostenne  con  lui  il 
martirio  nella  città  di  Pergamo,  per 
ordine  del  governatore  Valerio,  che 
non  lasciò  intentata  ogni  maniera 
di  tormenti  a  smuovere  la  loro  co- 
stanza nel  confessare  la  fede  di  Gesù 
Cristo. 

CARPOCRAZIANI.  Eretici  disce- 
poli di  Carpocrate.  Era  costui  di 
Alessandria,  o,  come  altri  vogliono, 
di  Samosata,  e  visse  nel  secolo  se- 
condo della  Chiesa.  La  di  lui  setta 
professava    un    impasto    di    eirori  i 


CAR 
più  grossolani.    Egli  insegnava,  che 
Gesti   Cristo    era    figlio    naturale  di 
Giuseppe,  nato  come  gli  altri  uomi- 
ni, e  distinto  per  la  sola  di  lui  vir- 
tù ;  che  il  mondo   era  creatura  de- 
gli angeli  ;  che  per  giugnere  a  Dio 
bisognava    compire    tutte    le    opere 
della  concupiscenza ,    cui  doveasi  in 
tutto  obbedire,  e  di  più  che  l'anima 
passerà  in  diversi  corpi  finche  abbia 
commesse  le  azioni  più  turpi.  A  que- 
sti deliri  aggiugnea,  che  l'uomo  pos- 
sedè due  anime,  la  prima  delle  quali 
se  stava  senza    la    unione   della  se- 
conda   rimanea    preda    degli    angeli 
ribelli,  così  pure,  che  in  natura  non 
esisteva  alcun  male,  ma  soltanto  nel- 
la nostra  opinione.  Ad  altri  non  po- 
chi assurdi  insegnati  da  quell'  impo- 
store, i  discepoli  di  lui  aggiunsero, 
ch'erano  falsi  i  libri  dell'antico  testa- 
mento, e  negavano  la  risurrezione  dei 
morti.  Adoravano  le  immagini  di  Pita- 
gora e  di  Platone,  da'principii  del  quale 
avea  Carpocrate  dedotto  il  suo  siste- 
ma. Essi  distinguevano  i  loro  seguaci 
con  una  marca  nell'orecchio.  La  vi- 
ta scandalosa,  che  conducevano,  die- 
de causa  a    molte    accuse    contro    i 
veri  fedeli,  che  perseguitati  vennero 
a  sangue  e  barbaramente  immolati. 
CARRA  ,    o   CHARRES    (  Car- 
rhen.  ).  Città    vescovile    in   parlibus 
di  Mesopotamia,  la  cui  sede  fu  eret- 
ta nel  IV  secolo,    e  sottoposta    alla 
metropoli    di  Edessa.    Venne    chia- 
mata anche  Harran,  e  conta  undici 
vescovi,  che  vi  ebbero  la  loro  sede; 
come  fu    patria    di    diversi    uomini 
illustri.  Vuoisi,  che    sia   Carran ,    o 
Charan    città    di  Mesopotamia,  nel- 
la quale   Giacobbe    abbia    dimorato 
circa  venti  anni ,    e   nella  quale    si 
ammogliò,  e  nacquero  quasi  tutti  i 
suoi  figli,  come  pure  dicesi    che   in 
essa  sia  morto  il    suo    bisavolo  pa- 
dre del  patriarca  Abramo.  Né  maa- 


CAR  III 

ca  chi  la  dice  rifabbricata  dai  par- 
ti. In  questa  città  furono  uccisi  i 
Crassi. 

Attualmente  Carra  è  vescovato 
in  partlbus ,  che  riconosce  Edessa 
pure  in  partìbus  per  metropoli  ;  e 
nel  i838  a'25  settembre,  il  regnan- 
te Gregorio  XVI  conferì  quel  ve- 
scovato all'  attuai  vicario  apostolico 
di  Moldavia  monsignor  Pier  Raf- 
faele Arduini  de*  minori  conven- 
tuali. 

CARRANZA    (da)    Bartolomeo. 
Scrittore    del     secolo    decimosesto  , 
nato  a  Miranda  nella  Navarra  l'an- 
no  i5o3.  Corse  i  primi  studi  nella 
nuova  università  di  Alcalà,  e  poscia 
entrò    nell'Ordine    dei    domenicani. 
Ben  presto    fu    in  grado     di    dive- 
nirne maestro,  e  i  di  lui  superiori, 
che  ne  ammiravano  la  precocità  del- 
l'ingegno, Io    destinarono    ad    inse- 
gnare teologia  nell'università   di  Sa-. 
lamanca,  dove  ottenne  la  prima  cat- 
tedra ,    posto    allora    consecrato    ad 
un  solo  distinto  merito.  Nel  capito- 
Io  generale  del  suo  Ordine,  tenuto 
a  Roma,  l'anno    i53g,    egU  presie- 
dette a  tutte  le  tesi,  e  per  tal   ma- 
niera si  distinse,  che   Paolo     III    lo 
dichiarò  qualificatore    del    s.  ufficio, 
e  gli  conferì  la  berretta  di  dottore. 
Carlo  V,  di  cui  godeva  la  più  alta 
riputazione,  lo    inviò  al  concilio  di 
Trento,    e  là  si    fece    osservare    pel 
suo  zelo  e   per  gli    scritti  suoi.    In- 
terrotto il  concilio,  se    ne  tornò    in 
Ispagna,  ove  accettò  il  provincialato 
del  suo  Ordine.  Tornato    al    conci- 
lio, e  nuovamente    ripatriatosi ,    ri- 
nunziò   all'essere    confessore    di    Fi- 
lippo d'Austria,  erede  presuntivo  di 
Carlo  V,  ma  ricevette  l'incarico  di 
suo  elemosiniere  e  predicatore.  Quel 
principe  lo  condusse  in  Inghilterra, 
quando  vi    si  recò   per    isposare    la 
regina  Maria,  e  ben  utilmente    per 


112  CAR 

quel  regno,  che  ne  senti  il  benefi- 
cio dello  ardentissimo  zelo  di  lui 
per  la  religione  cattolica.  Filippo, 
divenuto  successore  di  Carlo  V , 
promosse  il  Carranza  all'arcivesco- 
vato di  Toledo.  Ma  egli,  che  avea 
già  ricusati  due  vescovati,  non  ac- 
cettò la  nuova  sede  che  per  forti 
sollecitazioni  del  re.  Carlo  V  lo  ri- 
chiese della  sua  assistenza  negli  ulti- 
mi suoi  giorni.  Ma  sparsa  voce,  che 
egli  morisse  con  sentimenti  poco 
cattolici,  tosto  ne  fu  incolpato  l'ar- 
civescovo, il  quale  nella  sua  esalta- 
zione avea  incontrati  molli  nemici, 
che  inoltre  l' accusarono  di  gravi 
sospetti  di  eresia,  fondati  in  alcune 
note  marginali,  poste  da  esso  in  li- 
bri eretici.  Venne  subito  incarcerato, 
e  condotto  da  due  vescovi  alla  inqui- 
sizione. Il  Carranza,  conoscitore  dei 
sentimenti  che  animavano  i  suoi  giu- 
dici ,  non  volle  sottomettersi  ai  loro 
processi,  e  domandò  al  Papa  dei 
commissarii.  Pio  IV  glieli  accordò 
ben  volentieri  ,  e  spedi  in  Ispagna 
il  Cardinal  Boncompagno,  fr.  Feli- 
ce Peretti,  monsignor  Castagna,  il 
p.  Bonucci,  e  monsignor  Aldobran- 
dini:  i  primi  tre  divennero  Ponte- 
fici, e  gli  ultimi  due  Cardinali.  Ma 
insorte  delle  questioni  tra  i  commissa- 
rii e  gli  ufficiali  dell'inquisizione,  l'af- 
fare non  ebbe  termine.  Pio  V,  suc- 
cesso a  Pio  IV,  avocò  l'affare  a 
Homa,  dove  il  Carranza  fu  condot- 
to, ^  chiuso  in  Castel  s.  Angelo, 
ma  trattato  con  onore.  Raccontasi, 
che  nello  entrare  in  prigione  dices- 
se :  >i  Io  mi  trovo  sempre  tra  il 
«  mio  pili  grande  amico  e  il  mio 
«  più  grande  nemico:  il  primo  è 
«  la  mia  innocenza;  il  secondo  il 
«  mio  arcivescovato  di  Toledo  ". 
Infatti  le  pingui  rendite  di  quella 
sede  furono  il  motivo,  per  cui  di- 
venne il   bersaglio    de'  suoi   nemici . 


CAR 
Sette  anni  passò  in  quel  castello,  e 
poi  con  alcune  penitenze  fu  assolto, 
ma  colla  condizione  che  abiurasse 
certe  proposizioni  pel  solo  rispetto 
della  inquisizione  spagnuola.  Car- 
ranza vi  si  assoggettò  coi  sentimenti 
del  vero  cristiano  e  di  un  innocen- 
te calunniato;  ed  il  Bernini,  Storia 
deW  Eresie f  tom.  IV,  capo  X,  pag. 
45 1,  descrive  il  processo,  e  l'esito 
di  questa  causa.  Sarebbe  forse  ritor- 
nato alla  sua  chiesa,  se  poco  dopo 
la  sua  assoluzione  non  fosse  stato  ra- 
pito a'  viventi.  La  morte  di  lui  ac- 
cadde a'2  maggio  1576,  nel  convento 
della  Minerva.  Egli  prima  di  mo- 
rire, alla  presenza  del  ss.  Sagramen- 
to  protestò,  che  non  aveva  mai  a- 
vuti  sentimenti  eretici  ;  nondimeno 
per  solo  effetto  di  umiltà,  cercò  di 
scusare  i  suoi  giudici.  Il  giorno  dei 
suoi  funerali  stettero  chiuse  tutte 
le  botteghe  come  in  una  gran  fe- 
sta, e  come  quello  di  un  santo  fu 
onorato  il  suo  corpo.  Gregorio  XIII 
fece  porre  sulla  tomba  di  lui  un 
epitaflo,  nel  quale  parla  vasi  del  de- 
funto come  di  un  uomo  egualmen- 
te illustre  pel  suo  sapere  e  pei  co- 
stumi, modesto  nelle  prosperità,  e 
nelle  avversità  paziente.  Le  sue  ope- 
re sono  :  I .°  La  Somma  dei  Con,' 
cìlii  e  de  Papi  da  s.  Pietro  sino 
a  Giulio  IIIj  2.°  Controversia  sul- 
la residenza  de'  vescovi  e  degli  al- 
tri  pastori j  3.°  Sermone  recitato 
nel  concilio  di  Trento  la  prima 
domenica  di  quaresimaj  4-°  Istru- 
zione sulla  Spagnaj  5°  Commenti 
sul  catechismo  cristiano ^  ec.  Gli  viene 
attribuito  anche  un  Trattato  sulla 
pazienza. 

CARRARA  Francesco,  Cardina- 
le. Francesco  Carrara  nacque  da 
nobile  prosapia  a  Bergamo  a'  6  no- 
vembre 17 16.  Fatti  regolarmente  i 
suoi  studi,  volle  abbracciare  lo  stato 


CAR 

ecclesiastico,  e  bramoso  di  dedicarsi 
air  immediato  servigio  della  santa 
Sede,  si  pose  in  prelatura,  ove  per- 
corse un'  onorata  carriera  ,  pel  ze- 
lante disimpegno  delle  cariche  affi- 
dategli .  Divenuto  segretario  della 
congregazione  del  Concilio,  Pio  VI, 
ai  i4  febbraio  del  lyBS,  creoUo 
Cardinale  dell*  ordine  de'  preti ,  e 
poscia  gli  conferì  la  chiesa  titola- 
re di  san  Silvestro  in  Capite,  don- 
de passò  a  quella  di  s.  Girolamo 
degli  Schiavoni.  Venne  aggregato  alle 
congregazioni  Cardinalizie  del  conci- 
lio, di  propaganda,  de'  vescovi  e  re- 
golari, e  dell'indice.  Fu  fatto  pro- 
tettore della  chiesa  e  nazione  ber- 
gamasca in  Roma,  e  degU  ospedali 
di  Perugia,  Spoleto,  Viterbo  e  Narni, 
ove    si    ricevevano   i  projetti.    Morì 


poscia 


a    Roma    a'  26    marzo    del 


1793,  di  settantasette  anni,  ed  otto 
di  Cardinalato,  compianto  per  l'egre- 
gie sue  doti,  e  fu  esposto  e  sepolto 
nella  chiesa  del  suo  titolo  Cardi- 
nalizio. 

CARRETTO  (del)  Carlo  Dome- 
nico ,  Cardinale.  Carlo  Domenico 
Carretto  nacque  dai  marchesi  del 
Finale,  ed  era  originario  di  Geno- 
va. Promosso  all'  arcivescovato  di 
Tebe ,  ad  istanza  di  Luigi  XII  re 
di  Francia ,  che  molto  si  giovava 
de*  suoi  consigli,  fu  creato  diacono, 
non  già  prete  Cardinale,  come  altri 
scrisse.  Insieme  col  vescovo  di  Ti- 
voli fu  destinato  alla  corte  del  me- 
desimo re  Luigi  XII,  affine  di  sta- 
bilire la  pace  tra  i  principi  cristia- 
ni, e  poscia,  nel  iSoy,  coli' inter- 
posizione pure  di  Luigi  XII,  otten- 
ne da  Papa  Giulio  II  l'arcivesco- 
vato di  Reims ,  che  dopo  diciolto 
mesi  ebbe  a  rinunziare  per  quello 
di  Tours  ;  chiesa  che,  nel  1 5 1 4,  col 
consenso  di  Leone  X,  mutò  in  quel- 
la di  Cahors.  In  Tours  aveva  Luigi 

VOL.    X. 


CAR  ii3 

XII  congregata  un'  assemblea  di  ve- 
scovi e  di  dottori  principali  della 
Francia,  i  quali  avevano  stabilito 
di  dover  mandare  alcuni  oratori  al 
Papa,  perchè  trattassero  la  pace,  e 
dove  r  avessero  trovato  renitente,  si 
appellassero  al  futuro  concilio.  Ma 
il  Cardinale  del  Carretto  vi  si  op- 
pose e  molto  si  adoperò  perchè  il 
re,  abbandonato  il  conciliabolo  pi- 
sano, aderisse  al  concilio  lateranen- 
se.  Doti  eminenti  di  cuore  e  d' in- 
gegno possedeva  questo  Cardinale , 
per  cui  oltre  gli  encomii  di  chiari 
scrittori,  ebbe  quelli  di  Leone  X 
in  una  lettera  indiriìta  al  gran  mae- 
stro di  Rodi  fratello  dello  stesso 
Cardinale.  Varie  chiese  fondò  nella 
Marca  del  Finale,  ed  alcune  ne  ri- 
staurò  arricchendole  di  oggetti  pre- 
ziosi. Generoso  co'  poveri,  de'  quali 
si  fece  il  padre  ed  il  proteggitore , 
intervenne  al  concilio  lateranense 
celebrato  sotto  Giulio  II,  e  si  trovò 
al  conclave  di  Leone  X.  Mori  nel 
1 5 1 4  j  dopo  nove  anni  di  Cardina- 
lato, ed  ebbe  sepoltura  nella  sua 
titolare  di  s.  Cecilia  senza  alcuna 
pompa  funebre. 

CARROZZA.  Sorta  di  carro  con 
quattro  ruote,  chiamata  in  latino  , 
curruSj  carrum,  rheda  ec.  La  sua 
origine,  non  che  quella  del  nome, 
vuoisi  derivata  dagli  antichi  carri,  per 
cui  il  dizionario  francese  delle  origini 
dice,  che  anticamente  le  vetture  di 
qualunque  genere  portavano  altresì 
il  nome  di  carri;  ed  è  perciò  che 
carro  dicesi  ancora  in  termine  d'ar- 
te al  complesso  dei  pezzi  di  legna- 
me su  cui  si  stabilisce  la  cassa  del- 
le carrozze,  sterzi,  calessi  e  simili. 
Si  osserva,  che  in  Francia  non  è 
antico  r  uso,  né  il  nome  delle  car- 
rozze, che  in  origine  appellavansi 
cochesj  nome  il  quale  pretendesi 
primieramente  derivato  da  una  cit- 


fò»bW»9«^?  S^' 


Ii4  CAR 

là  d*  Ungheria,  ove  si  erano  fabbri- 
cate la  prime  carrozze.  Dubita  il 
Menagio ,  se  i  francesi  prendesse- 
ro quel  nome  dall'italiano  carroc- 
cio, carro  militare  usato  nelle  guer- 
re, egualmente  con  quattro  ruo- 
te, sul  quale  gli  antichi  italiani  por- 
tavano la  bandiera  del  comune,  ed 
una  campana  per  dare  i  segnali , 
ovvero  se  siasi  formalo  in  Francia 
quel  vocabolo  proveniente  da  car- 
ruca,  che  presso  gli  antichi  era  un 
carretto,  il  quale  serviva  a  portale 
persone.  Avendo  servilo  il  carroccio 
eziandio  da  campanile,  se  ne  trattò 
a  questo  articolo.  Soltanto  qui  ci 
permettiamo  aggiungere,  che  l'in- 
venzione del  carroccio  si  attribuisce 
ad  Ariberto  arcivescovo  di  Milano, 
il  quale  oppose  le  armi  italiane  al- 
l' imperatore  Corrado ,  e  che  al- 
l'altro  arcivescovo  milanese  Ottone 
Visconti  se  ne  deve  l'abbandono 
nel  secolo  XIV,  nella  spedizione 
contro  Castel  Sperio,  in  cui  si  sos- 
tituì al  carroccio  un  grande  sten- 
dardo colla  effigie  di  sant'Ambro- 
gio. Diremo  ancora ,  che  in  esso 
si  celebrarono  talvolta  anche  i  di- 
vini misteri,  onde  il  perderlo  nelle 
battaglie  riputavasi  di  grande  ver- 
gogna. 

Sebbene  non  sia  nostro  divisamen- 
to  che  di  parlare  dell'origine  delle 
carrozze,  daremo  tuttavia  alcun  cen- 
no soltanto  di  quelle  de'primari  della 
gerarchia  ecclesiastica,  e  di  ciò  che 
ad  esse  è  relativo,  senza  parlare  del- 
la forma  ed  uso  di  quelle  degli  al- 
tri, e  molto  meno  delle  tante  loro 
variate  foggie.  Premettiamo  innanzi 
tutto  alcuni  cenni  sulle  diverse  prin- 
cipali specie  degli  antichi  carri ,  e 
sulla  origine  loro  donde  derivò  quel- 
la delle  carrozze.  Plinio  pertanto 
pretende,  che  Cimone  sia  stato  il 
primo,  il  quale  abbia  scritto  sull'o- 


GAR 

rlgine  de'  carri,  non  che  suU'  arte  di 
cavalcare.  11  tragico  Eschilo  attri- 
buisce a  Prometeo  la  primaria  in- 
venzione de'  carri  a  due  ruote,  altri 
a  Tritolemo;  e  Virgilio  fa  autore 
di  quelli  a  quattro  ruote  il  re  di 
Atene  Erittonio,  che  non  potea  cam- 
minare per  le  gambe  torte.  Pure  si 
sa,  che  i  cirenaici  furono,  se  non 
gl'inventori  dei  carri,  almeno  quelli 
che  li  perfezionarono.  Anticamente 
non  ne  era  permesso  l' uso  a  tutti 
indistintamente,  giacche  abbiamo, che 
per  un  tempo  fu  un  privilegio  de- 
gli eroi  e  delle  matrone.  Gli  arconti 
e  gli  efori  invigilavano  sui  disordi- 
ni e  sugli  abusi  de' carri.  1  romani, 
che  presero  molto  dai  greci  nelle 
costumanze,  ebbero  pure  i  loro  car- 
ri, sino  dai  primordi  della  repub- 
blica, limitandosene  l'uso  ad  alcu- 
ne sacre  cerimonie,  ai  giuochi  del 
circo,  come  si  ha  dal  Panvinio,  de 
liidis  circensibus,  ed  alla  pompa 
trionfale,  n'  era  ma  vietata  ogni 
mollezza.  Si  dà  il  merito  della  in- 
venzione dei  carri  trionfali  a  Ro- 
molo, a  Tarquinio  il  vecchio,  o  a 
Valerio  Publicola.  Essi  erano  do- 
rati e  tirati  dai  cavalli,  dai  leoni, 
elefanti,  ec.  ma  erano  discoperti,  e 
senza  seditore,  onde  il  trionfatore, 
o  condottiero  v'incedeva  in  piedi. 
Tuttavolta  le  dame  e  matrone  ro- 
mane, sino  dall'ultimo  re  di  Roma, 
usarono  una  specie  di  carro  dome- 
stico egualmente  scoperto,  e  più  tar- 
di coperto  a  due  ruote  detto  Car-- 
pentunij  il  quale  poi  divenne  un  di- 
stintivo privilegiato  per  le  persone 
della  famiglia  imperiale.  Vero  è, 
che  alle  stesse  matrone  sotto  jl  go- 
verno tribunizio  fu  accordato  il  di- 
ritto di  servirsi  d' un  altra  foggia 
di  cocchio  denominato  Pilentum.  Ev- 
vi  per  altro  chi  dà  la  gloria  della 
invenzione  del  carro  ai    Cinesi    tre 


I 


CAR 

mila  anni  circa  avanti  l'era  cristiana. 
È  pur  noto,  che  gli  egiziani  ebbero 
i  carri,  ed  i  loro  principi  inventaro- 
no i  carri  falcati ,  così  detti  per- 
chè armati  di  falce,  o  lame  taglien- 
ti al  timone ,  intorno  alle  spon- 
de, ed  alle  ruote.  Erano  essi  ti- 
rati da  cavalli ,  e  spingevansi  in 
guerra  contro  l' inimico.  Non  man- 
cano altre  nazioni  di  pretendere 
alla  preferenza  in  tal  micidiale  in- 
venzione. 

E  a  tutti  noto,  che  la  sacra  Scrit- 
tura fa  menzione  dei  carri  di  Fa- 
raone, e  da  essa  sembra  che  Assa- 
lonne sia  stato  il  primo  ad  intro- 
durne la  costumanza  fra  i  suoi  i- 
si'aeliti,  i  cui  re  aveano  viaggiato 
come  i  progenitori  patriarchi  su  cam- 
melli, asini  e  muli.  Certo  è,  che  il 
suo  fratello  Salomone  possedeva  un 
gran  numero  di  carri  pel  servigio 
delle  sue  tante  mogli.  Si  chiamaro- 
no poi  bighe,  trighe,  e  quadrighe 
quei  carri  cui  si  attaccarono  due,  tre, 
o  quattro  cavalli.  Per  essi  è  a  veder- 
si Mellerus  de  Synoride,  seu  Bìgis 
currilibus  veterani j  e  il  primo  tomo 
del  Meurzio ,  e  la  dissertazione  del 
Politi  sidl^  uso  delle  (Quadrighe  degli 
antichi.  Sulla  famosa  quadriga  di 
creta  de  veienti,  nel  1812,  pubbli- 
cò in  Roma  Cancellieri  un  libro  in- 
titolato, le  sette  cose  fatali  dì  Ro- 
ma antica. 

Anche  la  carretta  fu  una  specie 
di  carro  somigliante  al  Carpentuni 
de'  latini,  e  anticamente  fu  presa  in 
significato  di  carrozza,  essendo  tutta 
dorata,  e  coperta  di  drappi.  Il  p. 
Menochio  nella  Centuria  IX,  70, 
eruditamente  scrisse  quanto  il  popolo 
romano  si  dilettasse  degli  spettacoli, 
massime  di  veder  correre  le  carret- 
te. Anche  dal  dizionario  della  lin- 
gua italiana  abbiamo,  che  la  car- 
retta si  disse  cocchio ,  il  quale  non 


CAR  ii5 

era  molto  dissimile  dalla  carrozza. 
In  fatti  tra  le  cose  memorabili  di 
M.  Antonio  Valena,  egli  notò  che 
prima  delle  carrozze,  particolarmente 
in  Roma,  si  usavano  i  cocchi,  donde 
derivò  il  nome  di  cocchiere  al  gui- 
datore,  detto  pur  carrozziere  da 
carrozza. 

Venendo  adunque  all'origine  del- 
le carrozze,  la  prima,  che  si  vide 
in  Italia  nella  città  di  Firenze,  vo- 
gliono alcuni  che  fosse  verso  la  metà 
del  i5oo.  Prime  ad  usarle  furono 
le  marchesi  di  Massa  di  casa  Cibo, 
una  delle  quali  era  maritata  al  mar- 
chese di  Mantova.  K.  Charpentìer 
alla  voce  Currus.  Ed  è  perciò  che 
il  Pontefice  Pio  IV,  nel  concistoro 
de'  27  novembre  i564,  con  grave 
discorso,  che  riporta  Cancellieri  nei 
suoi  Possessi  a  pag.  1 1  o ,  esortò  i 
Cardinali  a  non  prevalersi  delle  car- 
rozze introdotte  in  que'  tempi  da 
alcune  dame,  ma  di  proseguire  ad 
andare  a  cavallo  con  quella  maestà 
ecclesiastica,  che  tanto  avea  sorpreso 
e  piaciuto  all'  imperatore  Carlo  V, 
il  quale  dopo  il  suo  ritorno  da  Ro- 
ma nella  Spagna  avea  detto  che  la 
cosa,  la  quale  a  lui  più  d' ogni  al- 
tra era  piaciuta  nella  capitale  del 
cristianesimo ,  era  la  cavalcata,  con 
cui  andavano  i  Cardinali  alle  cap- 
pelle e  concistori.  Proseguirono  i 
Cardinali  ad  andare  per  la  città  a 
cavallo  ,  o  in  lettiga  (  Fedi  ) ,  sino 
al  termine  del  secolo  XVI ,  come 
afferma  il  citato  Valena,  e  sebbene 
le  cavalcate  (  P^edi)  terminassero 
col  secolo  decorso,  nei  primi  del 
secolo  XVII,  i  Cardinali,  i  prelati, 
ed  anche  i  Pontefici  incominciaro- 
no a  far  uso  delle  carrozze.  /^.  Bor- 
gia, Memorie  di  Benevento ^  tom.  Ili, 
p.  3o6 ,  e  Vittorelli  nelle  Addizio- 
ni al  Ciacconio  all'  anno  1 564,  nelU 
vita  di  Pio  IV. 


ii6  CAR 

Nella  Spagna  fu,  nel  i546,  in 
tempo  del  suddetto  Carlo  V,  intro- 
dotta la  prima  carrozza,  per  vede- 
re la  quale  concorsero  gli  abitanti 
di  città  intere;  quindi  vi  si  accreb- 
bero in  tal  numero,  che  nel  1577 
il  re  Filippo  II  le  fece  proibire  con 
pubblica  legge,  giacche  la  gente  or- 
dinaria e  di  mediocre  condizione  si 
credeva  disonorata  se  non  usava  la 
carrozza.  In  Francia  l'origine  delle 
carrozze  rimonta  al  i45>7,  nel  qual 
anno  Ladislao  V,  re  d'Ungheria  e 
Boemia,  per  mezzo  del  suo  amba- 
sciatore, fece  presentare  in  Parigi 
alla  regina  mogUe  di  Carlo  VII  un 
carro  sospeso,  o  carrozza  da  tutti 
ammirata,  cioè  un  cocchio  assai  ric- 
co e  tremolante,  dal  che  alcuni  pre- 
tesero inferire,  che  sino  da  quell'e- 
poca le  carrozze  fossero  sospese  su 
cinghie  di  cuojo,  o  di  molle  di  fer- 
IX).  Indi  sul  fine  del  regno  di  Fran- 
cesco I,  fu  il  primo  a  condursi  in 
carrozza  Giovanni  de  Lavai  Debois 
Dauphin,  signore  della  corte,  il  qua- 
le non  poteva  agevolmente  cavalca- 
re per  l'eccessiva  grassezza  del  suo 
corpo.  Vi  furono  poscia  nella  corte 
due  sole  carrozze  provenienti  dall'I- 
talia, e  ne  facevano  soltanto  uso  la 
regina,  e  nel  i55o  la  duchessa 
d' Angouléme  Diana,  figlia  naturale 
di  Enrico  II.  Fuori  poi  della  corte 
il  primo  a  servirsene  fu  Cristofano 
Tuano,  dopo  che  fu  dichiarato  pre- 
sidente del  parlamento ,  come  si  ha 
dal  Tuano  nella  sua  vita,  e  fece 
fere  la  carrozza  a  cagione  della  got- 
ta, che  il  tormentava,  e  gì' impedi- 
va camminare  e  cavalcare.  Ma  sic- 
come le  signore  ancora  usavano  le 
lettighe,  o  andavano  dietro  i  pro- 
pri scudieri,  così  la  moglie  del  Tua- 
no non  volle  servirsene,  continuan- 
do ad  andare  in  groppa  dietro  un 
domestico.    Nel     i588,    Giulio    di 


CAR 
Brunswich  proibì  l' uso  delle  carroz- 
ze a*  suoi  sudditi,  temendo  che  per 
tal  cagione  si  perdesse  il  lodevole 
costume  nobile  e  coraggioso  di  mon- 
tare a  cavallo  con  tutte  le  oppor- 
tune armi  ;  da  ciò  si  deduce  quanto 
r  uso  delle  carrozze  erasi  propagato. 
Dall'Italia  ancora  si  recò  in  Fran- 
cia il  comodo  dei  cristalli  e  degli 
specchi  alle  carrozze,  e  vuoisi  che 
pel  primo  Bassompierre  ne  facesse 
applicare  alla  sua  carrozza ,  e  che 
il  secondo  verso  il  1640  sia  stato 
il  principe  di  Condè,  giacché  sino 
allora  erano  slate  chiuse  con  corti- 
ne di  cuoio,  che  si  calavano  nell'en- 
trare e  nell' uscire.  Già  nel  i63i 
nella  Spagna  l'infante  Maria  fu 
veduta  in  una  carrozza  a  due  luo- 
ghi con  vetri  e  cristalli  ;  ne  dee  poi 
tacersi,  che  a'  nostri  giorni  il  vapo- 
re già  a  tante  macchine  applicato, 
venne  pure  esteso  alle  carrozze.  V, 
la  Dissert.  des  Largesses  des  Ro- 
mains ,  e  de  V ancienneté  des  Car- 
rossesj  nel  t.  IF,  Variétés  Histor. 
p.  81,  Paris   1752. 

In  Roma,  dopo  il  discorso  sum- 
mentovato  fatto  da  Pio  IV  al  sagro 
Collegio,  contro  l'uso  delle  carroz- 
ze ,  per  un  tempo  fu  più  raro,  mas- 
sime ne'  Cardinali  e  prelati  ;  ma  nel 
popolo  presto  ne  divenne  invece  co- 
tanto grande  l'abuso,  senza  distin- 
zione di  ceto,  che  nella  prammatica, 
o  riforma  sul  vestire  ed  altro  fatta 
nel  i588  dal  senato  romano  per  or- 
dine di  Sisto  V,  si  presero  provvi- 
denze anche  sul  numero  ed  uso 
delle  carrozze.  Tutta  volta  non  andò 
guarì  che  per  la  comodità  di  esse 
a  chi  poteva  tenerle  ne  fu  comune 
r  usanza  ,  come  la  seguirono  i  Car- 
dinali ed  i  prelati,  particolarmente 
nei  viaggi ,  dappoiché  si  continuò 
ad  andare  in  portantina,  o  lettiga, 
ovvero  a  cavallo,  alle  cappelle  ed  ai 


t 


CAR 
conclslorl,  senza  far   menzione  delle 
cavalcate,  colle  quali  lo  stesso  Pon- 
tefice prendeva  il  solenne  possesso, 
e  recavasi  alle  cappelle  dell'  Annun- 
ziata, e  della  Natività,  sebbene  v'ince- 
dessero anche  in  sedia,  o  lettiga  a- 
perta .    Confeima   l' uso   delle    car- 
rozze ne'  prelati  e  Cardinali,  nell' in- 
cominciar del  secolo  XVII,  il  viag- 
gio, che  nel  Pontificato  di  Clemen- 
te Vili  fecero    insieme   in    carrozza 
per  Benevento  i    prelati  Ludo  visi  e 
Barberini,  che  poi    divennero  Papi, 
il    primo    nel    1621    col    nome    di 
Gregorio  XV,  e  il  secondo  col  no- 
me di  Urbano  Vili.  Del  medesimo 
Gregorio  XV  racconta  l'Amidenio, 
che  essendo    da  prelato    amicissimo 
dell'altro  prelato  Pamphily  (  che  nel 
1644  pei"  morte  di  Urbano  Vili  fu 
eletto  Pontefice    col   nome    d' Inno- 
cenzo X),  riavutosi  il  Pamphily  da 
una  grave    infermità,    andò   per    la 
convalescenza  in  Marino,  ove  mon- 
signor Ludovisi  fu  a  visitarlo,  trat- 
tenendosi   seco    alcuni   giorni  ;   e  lo 
stesso  Amidenio  volle  servirh    della 
propria  carrozza,  rilevando  anzi  l'o- 
nore   ricevuto    di    aver  servito  due 
prelati  in  un  tempo  medesimo  ;  pre- 
lati che  ambedue  ascesero  sulla  cat- 
tedra apostolica. 

Per  essere  poi  distinti  i  Cardinali 
dagli  altri,  Urbano  VIII  concesse  ai 
cavalli  delle  loro  carrozze  i  fiocchi, 
e  ciuffi  rossi  ai  finimenti,  ed  ecco 
come  Gfaciulo  Gigli  nel  suo  Diario 
ne  indica  il  tempo  preciso  :  «  Nel 
«  1625  i  Cardinali  alla  loro  antica 
«  pompa  aggiunsero  un  altro  segno 
'>  nuovo,  ponendo  alla  testa  dei  ca- 
'•  valli  della  carrozza  i  fiocchi  rossi, 
»  dove  prima  li  usavano  neri,  ed 
"  il  primo  che  l'incominciò  fu  il 
»  Cardinal  Magalotto,  fratello  della 
«  cognata  del  Papa  a'  10  giugno 
'>    i63o  "-    Non  solo   in  questo  se- 


CAR  117 

colo    s*  incominciò    a    far  distinzioni 
nella  forma  e  negli  ornati  delle  car- 
rozze, di  che  si  parlei'à  in  appresso, 
ma  furono    adottati    anche  de'  ceri- 
moniali ,  ed  il  Sestini ,    che  stampò 
il  suo  Maestro  di  camera   a    Liegi 
nel   1634,  ecco  quanto  dice  in  pro- 
posito, al  suo  capo  4o ,  Del  ferma- 
re la  carrozza:  «  I  Cardinali  fanno 
fermare  la  carrozza  agli  altri  Car- 
dinali ,   agli  ambasciatori  regi ,  a 
quelli    di  Toscana    e   Savoia,    al 
prefetto  di  Roma,    e    ai  principi 
j  assistenti    al   soglio.    Sogliono  an- 
cora farla  fermare  agli  agenti  dei 
j   duchi  serenissimi,  ai  prelati,  baro- 
ni e  dame,  ma  non  tutti,  e  non  a 
tutti.  I  Cardinali  adunque  la  fanno 
fermare  o  ad  altri  Cardinali,  o  a 
dame,    o  ad  altri  personaggi.  Se 
ad  altri  Cardinali,   i  piìi  anziani 
sono  gU  ultimi   a  fermarla,  ed  i 
primi  a  partire;  se  a  dame,  sono 
i  primi  a  fermare,  e  gli  ultimi  a 
partire  ;    se    ad   altri  personaggi , 
sono    gli    ultimi    a  fermare,    e  i 
primi  a  partire  ". 
M  Quando  il  Cardinale  incontrasse 
per  la  strada    il  ss.  Sacramento, 
non  solo    smonta   dalla  carrozza , 
ma  l'accompagna  essendo  il  sacer- 
dote di  ritorno  fino  alla  chiesa,  e 
quivi  s' inginocchia,  e  fa  orazione 
ricevendo  la  benedizione  colla  ss. 
Eucaristia,  e  andando  il  sacerdote 
dair  infermo ,   il  Cardinale  lo  ac- 
compagna   sino    alla    porta   della 
casa  dell'  infermo,  premessa  la  ge- 
nuflessione,   e  il  ricevimento  poi 
della  benedizione;  altrettanto  os- 
serva il  Cardinale  andando  in  qua- 
lunque abito  e  modo  ". 
»*   Se  il  Cardinale  trovasse  per  la 
città ,  o  fuori  a  spasso  altri  Car- 
dinali a  piedi ,    smonta  anch'  egli 
a  fare  i  soliti  comphmenti,e  quan- 
do si  sono  licenziali,  suol  cammi- 


tt8  CAR 

»  nare  un  poco  prima  di  rimonta^ 
»y  re.  Se  trovasse  qualunque  altro 
y>  personaggio,  non  suole  smontare, 
»  quando  non  voglia  parlargli  di 
»  qualche  adare.  Se  più  di  un  Car- 
»»  dinaie  fosse  in  una  carrozza ,  ed 
»>  incontrasse  ambasciatori  e  baroni, 
"  a'  quali  fosse  solilo  fermarsi,  il 
«  più  anziano ,  che  sarà  nel  primo 
»  luogo,  suol  domandare  al  Cardi- 
»»  nal  padrone  della  carrozza,  se  egli 
»»  usa  fermare  a  tal  signore,  e  ris- 
•>  pondendo  di  sì ,  il  detto  anzia- 
«  no  accenna  che  si  fermi ,  ed  an- 
"  Cora  che  si  parta  ".  Sembrò  in- 
dispensabile riportare  questo  tratto 
del  cerimoniale  aulico  per  osservare, 
che  orar  senza  tante  etichette,  o  ne- 
gf  incontri  con  personaggi,  o  passan- 
do avanti  ai  quartieri,  si  esaurisco- 
no le  convenienze  col  semplice  sa- 
luto, e  col  calare  il  cristallo  più  o 
meno  secondo  il  personaggio  che  si 
•vuol  complimentare,  toccando  al 
maestro  di  camera ,  od  al  gentiluo- 
mo il  vegliare  alla  calatura  del  cri- 
stallo; onde  oggidì  i  Cardinali  ed  i 
prelati  non  sogliono  smontare  dalla 
carrozza,  se  non  incontrandosi  col 
ss.  Sacramento,  o  col  sovrano  Pon- 
tefice. 

Nel  predetto  secolo  XVII  si  ac- 
crebbe in  Roma  talmente  il  numero 
delle  carrozze,  che  Maurizio  di  Sa- 
voia, creato  Cardinale  nel  1607  da 
Paolo  V,  dignità  che  poi,  nel  1642, 
rinunziò  pel  ducalo,  siccome  princi- 
pe splendidissimo,  fu  veduto  nelle 
pubbliche  funzioni  col  seguito  di 
duecento  carrozze ,  ed  un  corteggio 
d' innumerabili  cavalieri.  Nel  i65o 
essendosi  recati  a  Roma  alcuni  am- 
basciatori da  Papa  Innocenzo  X,  ab- 
biamo che  il  principe  Ercole  Trivul- 
zio ,  ambasciatore  straordinario  di 
d.  Marianna  d'Austria,  moglie  del 
re  di  Spagna  Filippo  IV,  andò  alla 


CAR 
prima  udienza  del  Pontefice  col  cor- 
teggio di  cento  sessanta  carrozze;  e 
quando  fece  altrettanto  il  duca  del- 
l'infantado,    ambasciatore    di    detto 
monarca,  il  suo  seguito  componevasi 
di  trecento  carrozze,  delle  quali  cen- 
to appartenevano  al  principe  Ludo- 
visi,  ottanta  al  contestabile  Colonna, 
sessanta    al  principe  di  Gallicano,  e 
venticinque  alla  principessa  di  Bute- 
ra.  In  progresso  le  carrozze  de'  Car- 
dinali si  fabbricarono  con  tanta  ric- 
chezza ,    che    assunto   al   pontificato 
nel  1676  il  venerando  Innocenzo  XI, 
Odescalchì,  in  concistoro  segreto  ri- 
provò con  patetico  discorso  ai  Car- 
dinali le  carrozze  superbe,  e  le  livree 
fastose,  pregandoli  per  le  viscere  di 
Gesù  Cristo  a  star  lontani  dalla  pom- 
pa, non   conveniente  all'  ecclesiastico 
decoro.  Assunto  dipoi,  nel   1724,3! 
pontificato    Benedetto    XIII,    voleva 
uscir  di  palazzo  senza  guardie,  in  un 
cocchio  a  bandinelle  tirate,  ma  doven- 
dosi accomodare  alle  istanze  de'  più 
prudenti    di  sua  corte,    si  uniformò 
alle    anteriori    consuetudini.     Spesso 
poi  accadde,  che  andando  quel  Pon- 
tefice in  carrozza  per  Roma,  e  pre- 
gato di  benedire  alcun  infermo,  scen- 
deva dalla  carrozza  per  esaudire  la 
pia  ricerca. 

Parlandosi  a'  rispettivi  articoli,  e 
specialmente  a  Viaggi  de'  Papi,  In- 
gressi, Cappelle,  Possessi,  Cavalcate, 
Udienza,  massime  all'articolo  Treivi, 
Cavalli  ,  e  ad  altri  che  riguardano 
i  Papi,  Cardinali ,  prelati  e  relative 
funzioni,  insegne  e  preeminenze,  ci 
limiteremo  solo  qui  a  dire  generica- 
mente alcun' altra  notizia  sulle  car- 
rozze, e  quali  persone  in  esse  si  am- 
mettono. Pertanto  il  Sommo  Pon- 
tefice nel  treno  nobile  o  semipub- 
blico conduce  seco  in  carrozza  due 
Cardinali,  in  quello  di  città  detto 
impropriamente  di  campagna,  il  mag- 


CAR 
gioì  domo  e  il  maestro  di  carnei  a,  e 
in  quello  per  le  trottate,  due  came- 
rieri segreti,  non  mai  portando  veruno 
a  spalla.  Abbiamo  di  Pio  VI,  che  re- 
candosi ,  nel  1782,  in  Germania, 
come  arrivò  a  Neustadt,  l'impera- 
tore Giuseppe  Jl  volle  aprire  lo 
sportello  della  carrozza,  ed  invitollo 
ad  entrare  nella  propiia ,  onde  il 
capo  della  Chiesa,  e  il  capo  dell'  im- 
pero entrarono  insieme  in  Vienna. 
Quando  poscia  Pio  VI  recossi  in 
Augusta  ,  fu  incontrato  dall'  elettore 
»  ^  di  Treveri  con  magnifica  carrozza 
P  tirata  da  otto  cavalli,  ove  entrò  con 
detto  principe ,  facendo  l' ingresso 
nella  città  fra  le  maggiori  distinzioni. 
Nelle  villeggiature  pei  dintorni  di  Ro- 
ma, Pio  VII,  nel  1802,  recossi  in  car- 
rozza col  re  di  Sardegna  Emmanuele 
IV  e  col  Cardinal  duca  di  Yorck,  e  nel 
180 5  col  detto  re,  e  con  monsignor 
maggiordomo,  passando  nella  secon- 
da carrozza  il  maestro  di  camera. 
Nell'anno  precedente  avendo  incon- 
trato il  detto  Pontefice  il  Cardinal 
duca  di  Yorck  con  monsignor  Ce- 
sarini,  fece  passare  alla  seconda  car- 
rozza il  maggiordomo  e  il  maestro 
di  camera ,  e  fece  ascendere  nella 
sua  i  detti  personaggi.  Allorché  poi, 
nel  181 5,  fu  visitato  in  Castel  Gan- 
dolfo  nella  villa  Barberini ,  dal  te- 
nente maresciallo  Nugnet ,  già  co- 
mandante imperiale  in  Italia  le  ar- 
mate austriache.  Pio  VII,  che  fatto 
lo  aveva  principe  romano,  per  usar- 
gli una  singolare  onorificenza ,  lo 
condusse  seco  in  carrozza  al  palazzo 
apostolico.  Ed  il  regnante  Pontefice 
recandosi  aVelletri  nel  i83i  e  1839, 
entrò    nella    carrozza    del    Cardinal 

I Bartolomeo  Pacca ,    decano  del   sa- 
gro Collegio ,    vescovo    e  legato    di 
Velletri ,    ed  il  volle  inoltre  a  sini- 
stra,   e  a  spalla  per  distinzione. 
La  carrozza   del  Pontefice  dalla 


CAR  119 

parte  di  dietro  ha  una  sedia,  ed  é 
fiegiala  nel  cielo  dallo  Spirito  Santo. 
Nei  treni  di  città  e  nobile  il  coc- 
chiere nobile  cavalca  i  cavalli  ti- 
monieri, in  quelli  delle  trottate, 
e  ne'  viaggi  ascende  in  cassetta. 
Due  palafrenieri  vanno  sempre  die- 
tro la  carrozza  coll'ombrellino  pie- 
gato, ma  nei  treni  nobili,  detti  anco 
semipubblici,  procedono  a  piedi.  Lo 
sportello  suole  aprirsi  dal  cavallerizzo 
(Fedi),  cedendo  ai  sovrani,  ai  Cardi- 
nali e  agli  ambasciatori.  Nei  viaggi, 
in  mancanza  del  cavallerizzo,  apre  lo 
sportello  il  generale  delle  poste,  e 
in  assenza  di  questo,  l'esente  delle 
guardie  nobili,  che  fa  altrettanto 
nelle  trottate,  come  quello,  che  ca- 
valca allo  sportello  della  carrozza 
preceduto  e  seguito  dalle  altre  guar- 
die nobili.  Le  carrozze  sono  più,  o 
meno  nobili  secondo  i  treni.  Da  ul- 
timo Leone  XII  fece  fare  quella 
pel  treno  semipubblico,  che  costò, 
compresi  i  finimenti,  ventiseimila 
scudi,  e  riuscì  la  più  ricca  cari'ozza 
sovrana.  Il  colore  del  carro  e  della 
cassa  delle  pontificie  carrozze  è  rosso 
con  dorature,  intagli  e  guarnizioni 
di  metaUi  dorati.  11  suo  interno  e 
foderato  ed  addobbato  di  drappi 
di  seta  rossa,  e  velluto  di  egual 
colore,  con  corrispondente  tappeto. 
Le  carrozze  palatine ,  dette  frul- 
loni ^  o  fiirloni,  hanno  il  carro,  e 
la  cassa  dipinti  di  vernice  violacea 
scura,  e  la  parte  superiore  esterna 
col  cielo  di  color  nero.  Sono  fode- 
rate neir  interno  di  seta  e  dama- 
schi rossi ,  e  ne  godono  l' uso  i  pri- 
mari prelati,  e  gli  uffiziali  della 
corte  pontifìcia.  Dietro  alla  cassetta 
del  cocchiere  evvi  una  tavola  ove 
ascendono  i  domestici,  ma  al  frul- 
lone, di  seguito  alla  carrozza  del 
Pontefice,  i  domestici  vanno  dalla 
parte  di  dietrO|  ove  evvi  una  tavo- 


l'io  CAR 

letta  più  bassa,  su  cui  montano  i 
gai-zoni  della  scuderia  pontificia. 
Vuoisi,  che  l'uso  dei  domestici  di 
ascendere  la  detta  tavoletta  nel  da- 
vanti del  frullone,  sia  derivato  dal 
non  dover  volgere  le  spalle  al  Papa, 
allorché  sieno  nel  frullone  precedente 
la  carrozza  pontifìcia. 

I  Cai-dinali  in  sede  vacante  non 
portano  veruno  a  spalla  in  carrozza. 
Quando  vanno  in  abito  cardinalizio 
portano  seco  quei  delia  propria  an- 
ticamera, ed  allorché  si  recano  in 
alcun  luogo  formalmente,  portano 
con  se  vescovi  e  prelati.  Sino  al 
secolo  passato  usarono  i  Cardinali 
grandi  carrozze  dette  carrozzoni, 
o  carrozze  a  coda,  in  cui  andavano 
comodamente  sei  od  otto  persone. 
Nelle  odierne  non  più  di  quattro  se 
ne  ammettono.  Oggi  di  due  specie 
sono  le  carrozze  de'  Cardinah,  cioè 
le  berline,  e  i  frulloni ,  non  com- 
prendendosi i  carrozzini  e  le  ba- 
starde che  usano  la  notte,  o  nel- 
l' andare  a  trottare.  Le  berUne  so- 
no nobilissimi  legni  col  carro  di- 
pinto di  vernice  rossa,  con  intagli, 
metalli  e  dorature.  La  cassa  é  de- 
corata di  fregi  e  di  esterne  miniature, 
e  r  interno  é  addobbato  con  dama- 
schi ,  satini  rossi ,  con  guarnizioni , 
mentre  la  coperta  della  cassetta  del 
cocchiere  per  lo  più  é  di  drappo  rosso. 
Il  frullone  ha  egualmente  il  carro  di- 
pinto di  vernice  rossa,  come  lo  é 
la  cassa  con  dorature;  ma  il  tutto 
riesce  meno  ricco  della  preceden- 
te ,  solendosi  foderare  1'  intemo  di 
panno,  velluto,  o  seta.  All'articolo 
Cappelle  si  tratta  del  modo  come 
i  Cardinali  si  recano  alle  cappelle 
e  funzioni  pontificie,  non  che  coa- 
qual  treno,  e  si  dice  che  il  solo 
Cardinal  decano,  e  i  Cardinali  prin- 
cipi ,  o  i  marchesi ,  che  godono  le 
insegne  principesche,  intarsiano  l'oro 


CAR 
alle  seterie  dei  finimenti  e  delle 
guarnizioni  di  seta  delle  carrozze. 
Ninno  in  Roma  può  usare  più  di 
due  cavalli,  meno  i  sovrani,  ed  i 
ciuffi  e  fiocchi  di  seta  rossa  di  che 
guarniscono  i  Cardinali  i  finimenti, 
possono  essere  anche  di  lana,  ma 
di  egual  colore.  In  ogni  tempo,  e 
persino  ne'  viaggi  un  domestico  dei 
Cardinali  porta  dietro  alla  carrozza 
r  ombrellino  rosso  e  paonazzo,  se- 
condo le  epoche.  Siccome  antica- 
mente, e  prima  che  i  Cardinali  a- 
dottassero  le  carrozze,  cavalcavano 
e  viaggiavano  coli'  ombrellino  per 
ripararsi  dal  sole  e  dalla  pioggia  ; 
COSI  e  per  segnale  di  dignità,  e  in 
memoria  del  precedente  uso,  sempre 
un  loro  domestico  lo  porta  quan- 
do escono  dal  proprio  palazzo.  Pii- 
ma  i  Cardinali,  quando  uscivano  in 
abito  Cardinalizio,  incedevano  con 
due  carrozze;  ora  in  questo  modo, 
cioè  in  berlina  e  frullone,  quasi  tutti 
i  Cardinali  intervengono  alle  fun- 
zioni, usando  però  i  principi  tre 
carrozze  nelle  solennità.  Usano  poi 
tutti  una  sola  carrozza  quando  in 
abito  Cardinalizio  si  recano  alle  con- 
gregazioni, udienza  del  Papa  e  fun- 
zioni minori.  Giornalmente  apre  lo 
sportello  il  domestico  più  anziano 
di  servizio,  nelle  funzioni ,  e  in  altre 
circostanze  il  decano  degli  stessi  do- 
mestici. E  troppo  noto,  che  anche  le 
seconde  carrozze  de'  Cardinali  nel  tre- 
no, hanno  i  cavalli  coi  ciuffi  e  fioc- 
chi, sebbene  i  primi  si  vorrebbono 
da  alcuni  critici  esclusi,  ed  usati  so- 
lo dai  cavalli  della  carrozza  ove  si 
trovano  i  Cardinali.  Egli  é  perciò 
che  i  frulloni  o  carrozze  Cardinalizie, 
^e  non  seguono  il  treno,  cioè  la 
prima  ove  é  il  Cardinale,  i  cavalli 
debbono  essere  senza  i  ciuffi,  e  mai 
da  veruno  deve  interrompersi  il 
treno ,  od  il  seguito  delle  carrozze. 


CAR 
Ora,  che  non  si  praticano  più  le 
pompe  funebri  di  portare  il  cadave- 
re dei  Cardinali  delle  prime  cariche 
sul  letto ,  i  Cardinali  defunti  dal 
palazzo  alla  chiesa  si  trasportano 
nella  carrozza  di  lutto  di  color  ne- 
ro con  addobbi  d'oro,  e  i  cavalli  con 
finimenti  guarniti  di  fiocchi,  e  ciuf- 
fi di  seta  nera  frammista  d'oro. 
Quando  i  Cardinali  usavano  il  lut- 
to, le  loro  carrozze  erano  coperte 
di  velluto  nero,  imbollettate  di  nero, 
con  colonne  del  medesimo  velluto 
ed  ogni  altra  parte  di  nero.  Anche 
i  principi ,  e  le  principesse  defun- 
te sono  trasportate  alla  chiesa  in 
carrozza,  a  meno  che  non  dispon- 
gano diversamente.  I  quattro  prelati 
di  fiocchetti ,  cioè  governatore  di 
Roma,  uditore  della  camera,  teso- 
riere, e  maggiordomo,  sono  così  chia- 
mati perchè  hanno  fuso  de' fiocchi 
e  ciuffi  di  seta  paonazza  ai  fini- 
menti della  loro  carrozza,  né  pos- 
sono usarli  di  colore  rosso.  Godono 
eguale  privilegio  i  patriarchi;  ma  i 
vescovi,  allorché  si  recano  a  cele- 
brare le  funzioni,  e  nelle  feste  so- 
lenni adoperano  ciuffi  e  fiocchi  di 
seta  verde.  Tanto  i  prelati  di  fioc- 
chetti, quanto  i  patriarchi  hanno 
l'uso  del  frullone  nelle  festività,  co- 
me i  Cardinali.  Il  maestro  di  came- 
ra del  Papa,  procedendo  la  sua  car- 
rozza appresso  il  treno  pontificio, 
usa  il  frullone  cardinalizio,  e  ai  fi- 
nimenti dei  cavalli  si  uniscono  i 
fiocchi  e  i  ciuffi  di  seta  di  vario  co- 
lore, escluso  il  rosso,  il  paonazzo 
e  il  verde,  e  ciò  per  l' uniformità 
colla  carrozza  del  maggiordomo,  che 
per  altro  l'usa  di  colore  paonazzo, 
e  che  pur  segue  il  treno.  Se  però 
il  maestro  di  camera  fosse  pa- 
triarca o  vescovo,  farà  uso  del  co- 
lore conveniente  a  lui.  Però  tan- 
to la  carrozza  del  maggiordomo,  che 


CAR  121 

quella  del  maestro  di  camera,  do- 
ve essi  vadano  in  carrozza  col  Pon- 
tefice, sono  tirate  da  quattro  ca- 
valli. Quando  poi  essi  vanno  nella  se- 
conda muta  palatina,  allora  debbo- 
no usare  soli  due  cavalli,  in  fiocchi 
e  ciuffi.  Tutti  gli  altri  prelati  non 
possono  usare  i  fiocchi.  Solo  è  loro 
permesso  di  usare  le  guide,  ed  i 
guinzagli  di  seta  di  vari  colori,  esclu- 
si i  sopraddetti,  come  non  è  loro 
permesso  il  frullone,  ma  solo  la  car- 
rozza della  forma  ordinaria  di  quelle 
degli  ecclesiastici. 

Finalmente  non  sì  dee  passare  sot- 
to silenzio,  sebbene  lo  si  dica  a'ris- 
pettivi  articoli,  che  nella  corte  ro- 
mana gli  ambasciatori  e  i  principi 
assistenti  al  soglio  nelle  solennità , 
e  ne' treni  di  formalità  adoperano, 
oltre  l'ombrellino  celeste  nel  cielo 
della  carrozza,  i  fiocchi  di  seta  di 
tal  colore  fiam misti  con  oro,  facen- 
dosi i  primi  precedere  dai  lacchè , 
mentre  altri  usano  il  colore  proprio 
della  loro  corte.  Così  il  senatore  di 
Roma,  e  i  conservatori  col  priore 
de'caporioni  per  pontificia  concessio- 
ne, allorché  incedono  con  formalità, 
hanno  il  distintivo  de' ciuffi  e  fioc- 
chi di  seta  bleu  intarsiati  con  oro. 
I  principi  romani,  e  i  marchesi  di 
baldacchino  (Vedi)  adoperano  l'om- 
brellino e  i  fiocchi,  come  i  principi 
assistenti  al  soglio.  V.  Antonio  Loca- 
telli,  //  perfetto  Cai^aliere,  e.  XXI, 
pag.  4o6,  e  seguenti;  Dei  cavalli 
da  carrozza. 

CARSEOLT.  Antica  città  d' Italia 
presso  i  sabini  sulla  via  Valeria. 
Venne  anche  chiamata  città  dei  mar- 
zi, e  città  degli  equi,  forse  per  essere 
stata  posseduta  alternativamente  dagli 
uni  e  dagli  altri.  Vi  si  mandarono 
due  colonie  in  epoche  diverse ,  una 
delle  quali,  secondo  Tito  Livio,  vi 
fu  stabilita    l'anno    4^4    di  Roma. 


Ì12  CAR 

Nei  primi  secoli  della  Chiesa  divenne 
patrimonio  della  Santa  Sede,  e  san 
Gregorio  I,  del  590,  ne  fa  menzio- 
ne nelle  sue  epistole.  La  Chiesa  ro- 
mana vi  teneva  per  ramministrazìo- 
ne  del  luogo  un  rettore,  ovvero  di-, 
fensore. 

CAKT\(Charta,pnpyrns).  Com- 
posto che  si  fa  per  lo  più  di  cenci, 
o  di  lini  macerati,  e  si  riduce  in  fogli 
sottilissimi  per  uso  di  scrivervi.  Del- 
la carta,  che  usavano  gli  antichi  per 
iscrivere,  fra  gli  altri  eruditamente 
tratta  il  p.  Menochio ,  tomo  II,  p. 
44o-  La  materia,  sulla  quale  si  co- 
minciò da  principio  a  scrivere,  sem- 
bra che  fossero  i  mattoni  di  creta 
cotta ,  o  la  pietra  ;  uso  pei  primi 
esercitato  dai  babilonesi  e  dai  fe- 
nicii,  che,  secondo  Plinio,  scrissero 
le  loro  leggi  e  consuetudini  in  pie- 
tre cotte  e  sui  marmi.  Si  usò  an- 
cora a  scrivere  sulle  foglie ,  onde 
derivò  la  parola  foglio.  Dalle  foglie 
si  passò  a  scrivere  nelle  sottili  cor- 
teccie  degli  alberi ,  i  quali,  secondo 
Ulpiano,  erano  di  tre  specie,  cioè 
Tilia,  Pìiylira,  e  Papyro.  Si  ado- 
perarono anco  tavolette  sottili,  colle 
quali  si  formavano  libri,  dandosi  ai 
fanciulli  per  insegnar  loro  l'alfabeto,  e 
ve  n'  erano  anche  di  avoiio.  Si  scris- 
se pure  sul  piombo,  indi  sulle  pelli 
di  animali  dette  pergamene,  siccome 
invenzione  di  Cumene  re  di  Peiga- 
mo.  Indi,  secondo  Plinio  lib.  XIII 
cap.  1 1 ,  fu  introdotta  la  carta  al 
tempo  di  Alessandro  Magno;  ma  ciò 
deve  intendersi  per  le  membrane  e 
per  le  pergamene.  Ne'  bassi  tempi , 
queste  pelli  divennero  così  rare,  che 
si  usava  nelle  antiche  biblioteche 
raschiare  i  codici  de'  primi  tempi , 
contenenti  scritture  di  autori  classi- 
ci greci  e  latini ,  e  sopra  vi  si  scri- 
veva la  nota  delle  spese  giornalie- 
re, e  simili  bagatelle.   Da   ciò  tras- 


CAR 
«ero  origine  i  così  detti  codici  pa- 
limsesti  ,  che  il  eh.  Cardinal  Angelo 
Mai  seppe  con  immenso  studio  rein- 
tegrare, scoprendo  in  essi  la  Repub- 
blica di  Cicerone  i  trattato  eh'  e  rasi 
perduto ,  non  che  altre  opere  insi- 
gni della  dotta  antichità.  Questa  ra- 
rità, ed  il  forte  prezzo  delle  carte 
pergamene  nel  medio  evo,  indussero 
gì'  industriosi  italiani  a  trovare  un 
equivalente,  e  lo  trovarono  nella 
carta  fabbricata  cogli  stracci  di  lino, 
invenzione,  che  Montfaucon  stabili- 
sce nel  secolo  XI  ;  ma  lo  Stelluti , 
ne'  suoi  Commenti  a  Persio,  volle 
provare,  che  sino  dal  900  fosse  stata 
inventata  in  Fabriano  sua  patria. 
L'opinione  più  comune  assegna  l'in- 
venzione della  carta  nel  secolo  XII 
ai  greci  rifuggiti  in  Basilea,  e  parti- 
colarmente in  Itaha,  i  quali  inse- 
gnarono r  arte  di  fabbricare  la  car- 
ta bambagina  o  di  cotone ,  che  nel 
loro  paese  già  praticavasi,  onde  fu 
detta  bambagina  e  cutanea.  Altri 
ne  danno  il  vanto  alla  Germania, 
né  manca  chi  sostenga  ripetersi  in 
Italia  r  origine  della  carta  nel  bor- 
go di  Colle  in  Val  di  Elsa  nella 
Toscana,  atfermandosi  ivi  essere  le 
più  antiche  cartiere  d' Italia.  Certo 
è  che,  nel  secolo  XIII,  l' uso  ne  di- 
venne generale,  e  nel  seguente  già 
in  Italia  vi  erano  molte  cartiere. 
La  loro  introduzione  in  Francia  ri- 
monta verso  l'anno   i34o. 

Carta  si  chiama  pure  un  atto 
autentico  col  suggello  di  un  princi- 
pe, d'  un  signore,  d'  una  chiesa ,  di 
un  capitolo,  o  di  una  comunità,  e 
che  serve  a  tutelare  i  diritti  di  uno 
stato,  comunità  o  signoria.  Si  dis- 
sero Carte  talvolta  i  libri,  e  quin- 
di sagre  Carte  si  chiamano  i  libri 
della  Bibbia.  Carta  si  dice  pure 
dai  legisti  una  scrittura  di  obbli- 
go   e    di  contratto    qualunque    sia 


I 


CAR 
pubblico,   o  privato.    La   istituzione 
poi  della  carta   bollata,    cioè    carta 
sigillata    nello    stato    pontifìcio    per 
r  autenticità  de'  contratti   e    per    le 
scritture,  rimonta  a  Clemente  XII , 
comunque    sia    stata    effettuata    nel 
174»   dal  Pontefice  Benedetto  XIV. 
CARTACO  (s.),  il  giovane,  so- 
prannominato Mocuda,  fu  vescovo  in 
Irlanda.  Discepolo  di  s.  Cartaco,  il 
vecchio,  e  di  s.  Congallo,  predicò  il 
santo  vangelo  nel  territorio  di  Riar- 
raigh,    e    di    là    passato    a    West- 
Meath ,    vi    fondò    il    monistero    di 
Rathenin  o  Raithin ,    che  riuscì  ce- 
lebratissimo  in    tutta  l'Europa   per 
pietà    e    pe"    sapere.    Ne    ebbe  per 
quaranta    anni  il  governo,   e  la  re- 
gola, ch'egli  dettò,  conservasi  tuttora 
in   lingua    irlandese.     Obbligato   coi 
suoi  discepoli  alla  fuga  per  le  per- 
secuzioni di  un  re  di  quelle  regioni, 
si  ritirò  nella  provincia  di  Leinster, 
fondandovi    un    monistero.    Mori  ai 
i4  di  maggio    del    687.    Al   nome 
di  lui    fu    dedicata   la   chiesa   mag- 
giore   di    Lismore,    e    la    città   per 
lui  è  chiamata  Lismore-Mochuda. 

CARTAGENA    (  Charlaginen.) . 
Città    con   residenza   vescovile   nella 
Spagna    nel    regno  di  Murcia,    che 
vanta  antichissima  origine.  Posta  in 
fondo    ad    una    piccola    baia    nella 
costa  Murciana  meridionale,  si  slima 
fondata,  o  almeno  considerabil mente 
ingrandita,    dal    cartaginese   Asdru- 
bale  Barca,  che  la  eresse  in  capitale 
delle  sue    conquiste,  imponendole  il 
nome  della  metropoli    africana,  per 
cui  cliia mossi   Carthago  nova.  Pure 
fu  appellata    anche  Spartana ,   che 
vuoisi     essere    il    nome'  suo    antico 
dall'abbondanza  di  quel  giunco  chia- 
mato Spartani,  che  ivi  vegeta  spon- 
taneo.   Da    qui    si   mosse   Annibale 
per  andar  a  formare  il  memorando 
assedio  di  Sagunto.    Dopo  la  trion- 


CAR  ia3 

fale    occupazione  di  Scipione,    e    I9 
battaglia  in  cui  Annibale  fu  disfatto 
sotto  le  mura  di  Cartagine  in  Afri- 
ca, Scipione  la  prese  l'anno  di  Ro- 
ma 542 ,    e    in   tal'  occasione  il  ro- 
mano   eroe     rese    con    magnanima 
azione  a'  propri  parenti  un'avvenente 
schiava,    e  al  di  lei  sposo  il  prezzo 
offerto  pel  suo  riscatto.  Indi  a'temr 
pi  di    Cesare    divenne    questa    città 
colonia    romana,    colla    dipendenza 
di    cinquanta    città    della     Spagna, 
delle  quali  fu  capitale.    Molto  soffrì 
nelle  vicende  del  romano    dominio, 
e    nel    quinto    secolo    fu    devastata 
prima   nel  4^9  dai  vandali,   poscia 
dai  visigoti ,  onde  decaduta  dal  suo 
splendore,  solo  interamente  si  riebbe 
verso  l'anno  i57o,  per  averla  rifab- 
bricata   e    fortificata   il    re    Filippo 
II,    che    conobbe    la   bontà  del  suo 
vasto  e  importante  porto,  rianiman- 
do  il  commercio    decaduto    sotto  il 
dominio  de'mori.  Nel  1706  Giovan- 
Leak,    nella    guerra   di   successione, 
la  prese    per    l'arciduca    Carlo,  ma 
poco  di  poi    il    duca    di   Bervick  la 
ridonò  al  potere  di  Filippo  V.  Va- 
lidissime   sono    le   sue  fortificazioni, 
grande    è    l'arsenale,     come    ampli 
sono  i  cantieri  di  costruzione,  onde 
è  una  delle   più  belle  città  di  Spa- 
gna. 

La  sua  sede  vescovile  rimonta 
a'  primi  tempi  della  Chiesa,  per  mo- 
do che  nel  terzo  secolo  eia  metro- 
politana, e  si  pretende  che  il  suo 
primo  vescovo,  nominato  Basilio, 
fosse  martirizzato  l'anno  5'j  di  Cri- 
sto. Rovinata  in  seguito  dai  goti  e 
dagli  svezzesi,  i  diritli  metropolitani 
passarono  a  Toledo;  ma  il  vescovo 
Diego  Martinez,  vedendosi  ogni  gior- 
no interrotto  nelle  funzioni  del  suo 
episcopale  ministero,  e  negli  uffizi 
divini  dalla  moltitudine  de'mori,  di 
cui  ridondava  la  città,  ed  al  vedere 


ia4  CAR 

non    meno    le    frequenti     incursioni 
dei    corsari    africani,    col    permesso 
del    Pontefice    Nicolò  lY,    e   del  re 
Sancio  IV,    nel    1291   ne  trasferì  la 
sede  in  Murcia  (Fedi).    Sgombrata 
di  poi  interamente  la  città  dai  mori, 
nel   i36o,  Papa  Innocenzo  VI,  con 
bolla  data  in  Avignone,  decretò  che 
il  vescovato    di    Cartagena    non   sa- 
rebbe più  soggetto    a  Toledo,   cioc- 
che   per    altro    col    pontificio  bene- 
placito non  ebbe  effetto,    dappoiché 
l'arcivescovo  di   Toledo  continuò  ad 
esercitar  la  sua  giurisdizione  metro- 
politica, come  sugli  altri  suffraganei 
a  lui  soggetti.  Non  si  deve  poi  pas- 
sar sotto  silenzio ,  che  Papa  Calisto 
III  fece  amministratore  di  Cartagena, 
cioè  la  conferì  in  commenda  al  suo  ni- 
pote Cardinal  Roderigo    Borgia,  che 
poi  nel  1492,  fu  eletto  Pontefice  col 
nome  di  Alessandro  VI.    11  capitolo 
di  Cartagena  compone  vasi  di  sei  di- 
gnità, di  otto  canonici,   di  preben- 
dati,, e    di  cappellani,    risiedendo  il 
vescovo  parte  in  Cartagena,  e  parte 
in  Murcia,  onde  dicesi  anche  vesco- 
vo di  Murcia.  Oltre  la  chiesa  prin- 
cipale,   vi    sono    in    Cartagena    due 
altre    chiese,    diversi    conventi,    un 
ospedale,  un  ospizio  pegli  esposti  ec. 
CARTAGENA    nelle  Indie  Occi- 
dentali  (  de  Cartagena  in  Indiis). 
Città  dell'America  meridionale,  nella 
nuova  Granata,  con  residenza  d'un 
vescovo.  E  capo  luogo  della  provin- 
cia dello  stesso  nome,  ed  è  edificata 
su  di  un'  isola  sabbioniccia  al  mar- 
gine d' una   baja   formata  dal  mare 
delle  Antille.    Vuoisi  essere  stata  la 
prima  città,  che  gli  spagnuoli  circon- 
dassero di  mura  nell'  America ,  tro- 
vandosi   tuttora    ben    fortificata,    e 
difesa  da  buone  opere.  Vuoisi  ancora, 
che  il  di    lei    nome    avesse    origine 
dalla  somighanza  del  suo  interessante 
porto,  con  quello  di  Cartagena  nella 


CAR 

Spagna.  Tanto  la  sua  baja,  una 
delle  migliori  della  costa,  che  il  vi- 
cino paese  chiamato  Calamari,  fu- 
rono scoperti  da  Rodrigo  di  Bastidas 
nel  i520,  e  fu  sottomessa  da  don 
Pietro  de  Heredia  nel  i533.  Vi 
fondò  egli  la  città  di  Cartagena, 
che  per  la  sua  deliziosa  situazione, 
e  per  la  sicurezza  della  baja  poco 
dipoi  diventò  il  centro  del  com- 
mercio di  quella  parte  d' America. 
La  sua  opulenza  attirò  a  Cartagena 
r  ingorda  cupidigia  di  alcuni  avven- 
turieri d'Europa,  ed  infatti  fu  sac- 
cheggiata dai  corsari  francesi  nel 
i544>  ^^  egualmente  fu  spogliata 
e  incenerila  dall'  ammiraglio  inglese 
Drack  nel  i585.  Nuovamente  venne 
presa  e  saccheggiata  da  Pointis  alla 
testa  d'una  spedizione  francese;  ma 
attaccata  da  una  flotta  inglese  co- 
mandata da  Vernon ,  nel  174*» 
questi  dopo  gran  perdite  venne  co- 
stretto a  levarne  l*  assedio.  Nella 
guerra  delle  colonie  spagnuole  con- 
tro la  metropoli,  Cajtagena  soffrì 
molto,  per  essere  stata  assediata 
dagl'  indipendenti  e  dai  realisti  , 
a' quali  dovette  arrendersi  per  man- 
canza di  viveri,  sebbene  poi  facesse 
ritorno  al  partito  de'  primi. 

Il  seggio  vescovile,  regnando  Carlo 
V,  fu  instituito  dal  Pontefice  Paolo 
III, nel  i537,  e  venne  dichiarato  suf- 
fraga neo  della  metropoli  di  s.  Fede 
di  Bogota;  ma  nel  pontificato  di 
Clemente  XI,  essendosi  dichiarati 
contro  il  vescovo  l' inquisitore  gene- 
rale della  città ,  la  curia  laica,  l'ar- 
civescovo di  s.  Fede,  ed  il  vescovo 
di  s.  Marta,  tutti  ledendo  la  giu- 
risdizione del  vescovo,  che  d'altronde 
coraggiosamente  difende  vasi,  il  Pon- 
tefice, dopo  aver  il  tutto  sottoposto 
a  diligente  e  maturo  esame,  col  conte- 
nuto della  costituzione.  Ex  commissi, 
presso  il  tomo  X  par.  I,  pag.   i55 


CAR 
del  Boi.  /?ow.,  emanata  ai  19  gen- 
naio 1706,  dichiarò  invalidi  tutti 
gli  atti  contro  il  vescovo  di  Carta- 
gena,  esortò  i  detti  prelati  a  prov- 
vedere alla  loro  coscienza,  denunziò 
scomunicati  i  laici,  che  n*  erano  com- 
plici, comandò,  che  domandassero 
perdono  al  vescovo,  citò  a  Roma  il 
canonico  Rentacur,  rimosse  dalla 
città  il  tribunale  dell'  inquisizione, 
esentò  il  monistero  di  santa  Chiara 
dalla  giurisdizione  de'  minori  osser- 
vanti, che  si  erano  pure  dichiarati 
contro  il  vescovo,  ordinò  al  generale 
che  li  castigasse,  e  l'accomandò  al 
medesimo  vescovo  la  costanza  nella 
difesa  de'  diritti  della  sua  chiesa. 
Ciò  riuscì  di  onore  non  meno  per 
tutta  la  chiesa,  che  al  corpo  episco- 
pale. Cartagena  è  decorata  di  begli 
edifizi;  ma  sopra  tutti  grandeggia 
la  cattedrale,  non  racchiudendo  es- 
sa neir  interno  ricchezze  minori  di 
quelle  magnifiche,  che  mostra  nel- 
r  esterno.  Essa  è  a  Dio  dedicata 
sotto  r  invocazione  di  s.  Caterina 
"Vergine  e  martire.  Il  suo  capitolo 
componesi  di  quattro  dignità,  oltre 
quella  del  decano,  che  è  la  prima. 
"Vi  sono  quattro  canonici  con  due 
prebende,  non  che  cappellani  e  altri 
ecclesiastici  pel  servigio  della  chiesa. 
Nella  cattedrale  la  cura  delle  anime 
viene  amministrata  da  un  cappellano 
del  capitolo.  Vi  sono  pure  altre 
chiese,  conventi  di  domenicani,  fran- 
cescani ec. ,  due  monisteri  di  mona- 
che, pii  sodalizi,  seminario  ed  ospe- 
dale governato  dai  religiosi  della 
carità.  La  mensa  è  tassata  ne'  libri 
della  camera  apostolica,  in  trentatre 
fiorini  e  mezzo. 

CARTAGINE  (Carthago).  Me- 
tropoli vescovile  della  provincia  pro- 
consolare d' Africa,  capitale  di  un 
possente  impero,  che  occupava  una 
parte   dell' Afiùca   e   della  Spagna, 


CAR 


25 


nonché  le  isole  di  Sicilia  e  di  Sar- 
degna, antichissima  città,  che  Silvio 
Italico  denominò  Alma.  E  posta  in 
quella  parte  dell'Africa,  oggidì  de- 
nominata il  regno  di  Tunisi.  Nel- 
la punta  più  boreale  dell'Africa, 
apresi  l' ampio  seno  cartaginese,  il 
quale  veniva  determinato  all'est  dal 
promontorio  di  Ercole,  attualmente 
Capo-bon,  ed  all'ovest  dal  promon- 
torio di  Apollo,  che  frapponevasi  al 
vicino  seno  ipponese.  Una  vasta  pen- 
isola sporgeva  nel  mare  in  fondo 
alla  baia,  e  separava  così  il  seno 
orientale  ov*  è  Tmiisi  dal  seno  oc- 
cidentale ov'  è  Utica.  Presentemen- 
te il  lido  del  mare  si  è  avanzato 
così,  che  la  punta  del  promontorio 
cartaginese  forma  continuazione  di 
spiaggia  sino  all'  altra  del  promon- 
torio di  Apollo.  Le  mura,  che  chiu- 
devano il  recinto  di  Cartagine  era- 
no triplici,  e  di  una  solidità  straor- 
dinaria. Vi  s'innalzarono  toni  e  ba- 
stioni ad  una  certa  distanza,  sicco- 
me caserme,  scuderie,  magazzini,  e 
stalle  per  trecento  elefanti  si  trova- 
vano nel  piano  basso,  standovi  aq- 
quartierata  una  numerosa  guarni- 
gione. Il  porto  era  emporio  di  traf- 
fico ,  mentre  in  altro  si  eseguivano 
gli  armamenti  marittimi ,  con  am- 
pi cantieri,  in  uno  a  parecchi  edifizi 
magnifici. 

Cartagine  fu  in  origine  chiamata 
Cadmtja,  cioè  l'orientale,  secondo 
l'idioma  fenicio,  stante  la  sua  posi- 
zione, o  dal  nome  di  Cadmus,  co- 
mune ai  capi  delle  loro  colonie;  in- 
di Cacabe,  o  testa  di  cavallo,  da 
quella  che  si  rinvenne  nello  scavar- 
ne i  fondamenti.  Ma  le  denomina- 
zioni egualmente  fenicie  Cariai  rt- 
dad  o  Carthada^  volte  poi  in  Car- 
tagine a  tutte  le  altre  prevalsero. 
Varie  sono  le  opinioni  sulla  sua  fon- 
dazione, ma  la  più  comune  sembia 


Ile  CAft 

quella^  cli6  ne  attribuisce  l' origine 
ad  una  colonia  di  tirii  o  fenici i  ver- 
so l'anno  del  mondo  2498,  due- 
cento sessanta  anni  dopo  la  fonda- 
zione di  Roma.  Dopo  un  secolo  ÌA 
regina  Bidone,  vedova  di  Siclieo, 
fuggita  da  Tiro  per  le  sevizie  del 
le  Pigmalione  suo  fratello,  giunse 
a  Cartiigine  con  tutte  le  sue  ric- 
chezze. Vi  fece  costruire  una  for- 
tezza col  nome  di  Bostra  _,  chia- 
mata di  poi  Byrsaj  per  indicai^e  un 
luogo  forte,  sebbene  Appiano  Ales- 
sandrino dica,  che  nel  principio  delle 
guerre  puniche  fosse  della  Birsa, 
poiché  Didone  domandò  ed  ottenne 
tanto  di  terrd  quanto  avrebbe  po- 
tuto comprendere  il  giro  d'una  pel- 
le di  toro.  In  questa  cittadella  poi 
fu  eretto  un  tempio  ad  Esculapio^ 
che  la  moglie  di  Asdrubale  incendiò 
per  dispetto. 

Didone  ampliò  la  città  di  Carta- 
gine, ed  accrebbe  la  sua  importanza. 
Nondimeno  è  derivata  la  sua  prin- 
cipale grandezza  dall'esteso  commer- 
cio, donde  affluirono  le  dovizie,  le 
conquiste,  il  potere,  la  gloria.  Di- 
venne emula  di  Roma  al  segno  da 
destarle  gelosia  per  le  sue  possenti 
forze  di  mare  e  di  teira,  pel  nume- 
ro e  per  la  ricchezza  de'  suoi  abi- 
tanti, per  la  vastità,  e  per  la  splen- 
didezza de'  suoi  edifizi,  ma  soprat- 
tutto per  la  riputazione  delle  sue 
armi  vittoriose.  I  cartaginesi  conser- 
varono religione,  idioma  e  costuman- 
ze ereditate  dalla  Fenicia,  non  che 
unione  colla  madre  patria,  e  con  le 
altre  colonie  fenìcie.  Quindi  si  dissero 
Phoeni  quasi  fonici,  indi  Poeni , 
o  Punici.  Ad  onta  che  fosse  stata 
Cartagine  la  capitale  d' un  grande  im- 
pero, e  la  principale  città  dell'  Afri- 
ca, si  rese  più  famosa,  come  si  dis- 
se, pei  suoi  avvenimenti  militari,  e 
per  la  sua  rivalità    con  Roma,  che 


CAè 

^ro<)ussero  quelle  guerre  cotahto  fa- 
mose, conosciute  col  nome  di  punì' 
che.  La  prima  durò  ventiquattro  an- 
ni, ed  ebbe  origine  dai  Mamertini 
signori  della  città  di  Messina,  i  qua- 
li assaliti  dal  re  Gerone,  e  dai  car- 
taginesi, invocarono  l'aiuto  de' ro- 
mani, che  comandati  da  Appio  Clau- 
dio presero  Messina,  e  vinsero  il 
supremo  generale  Xantippo.  I  tor- 
menti, e  l'inaudito  eroismo  di  Atti- 
lio Regolo,  diedero  fine  a  tal  guer- 
ra. La  seconda  guerra  punica  inco- 
minciata r  anno  di  Roma  536,  do- 
po che  Annibale  prese  la  città  di 
SaguntOj  alleata  fedele  de' romani, 
durò  diciassette  anni,  e  fu  a  Roma 
funesta  e  gloriosa  ad  un  tempo  per 
le  perdite  cagionatele  da  Annibale 
in  Italia,  e  per  le  strepitose  vitto- 
rie di  Scipione  nell'Africa.  In  que- 
sta seconda  guerra  punica,  la  re- 
pubblica romana  trovossi  suil'  orlo 
del  precipizio;  se  non  che  Anniba- 
le non  mai  vinto  dalle  fatiche^  lo 
fu  dalle  delizie  di  Capua.  Di  che 
profittando  i  romani  con  rafforzarsi 
vigorosamente^  vendicarono  le  gravi 
perdite  sofferte.  La  terza  guerra  non 
durò  che  quattro  anni,  cioè  fino  al- 
l'anno  608  di  Roma,  e  i46  avanti 
r  era  cristiana,  epoca  in  cui  Scipio- 
ne, //  giovane,  prese  e  rovinò  questa 
superba  città,  che  aveva  con  tanto 
valore  disputato  a  Roma  1'  impero 
del  mondo,  e  dalla  quale,  per  lo 
stato  deplorabile  in  cui  era  ridotta, 
appena  sortirono  cinquemila  abitan- 
ti, superstiti  dalla  valida  e  famosa 
resistenza,  che  fecero  al  console  Mar- 
zio, quando  intesero  ch'egli  dovea 
distruggere  la  loro  città,  per  riedi- 
ficarla sul  continente  in  distanza  di 
ottanta  stadii. 

Dopo  circa  trenta  anni,  che  Sci- 
pione avea  rovinata  Cartagine,  i  ro- 
mani vi    mandarono    una    colonia. 


CAR 
la  quale  fu  la  prima  da  essi  spedita 
fuori  d' Italia  ;  e  sotto  la  condotta 
del  tribuno  Gracco  e  gli  auspici  di 
Giunone,  vi  fecero  edificare  una 
nuova  città,  che  si  chiamò  Giuno- 
nia.  Da  quel  tempo  divenne  colonia 
romana,  ma  il  progetto  di  restituirle 
il  suo  antico  splendore  non  ebbe  in- 
cominciamento  che  sotto  Giulio  Ce- 
sare, allorquando  v'  inviò  altri  colo- 
ili,  i  quali  la  ristabilirono  poco  lungi 
dall'area  primiera.  Da  allora  in  poi 
Cartagine,  ripreso  il  suo  antico  no- 
me, tornò  ad  essere  metropoli  del- 
l'Africa  proconsolare,  e  quindi  di 
tutta  l'Africa  romana,  e  fu  riguar- 
data come  la  seconda  città  dell'im- 
pero, giacché  sebbene  Antiochia  di 
Siria,  ed  Alessandria  di  Egitto  fos- 
sero città  grandissime  e  rinomate  a 
segno  di  essere  considerate  le  prime 
dopo  Roma,  pure  non  esitava  Car- 
tagine a  darsi  il  titolo  di  città  mag- 
giore dell'  impero  romano  dopo 
Roma. 

Finalmente,  nell'anno  3i8,  Car- 
tagine nuova  vide  incominciare  i 
disastri,  che  successivamente  ne  pro- 
dussero la  totale  rovina  come  la 
vecchia.  In  quell*  anno  suddetto  fu 
saccheggiata  da  Massenzio  tiranno 
dell'impero;  ed  i  vandali  passati 
nell'Africa,  e  capitanati  da  Genseri- 
co,  la  presero  ai  19  ottobre  4^9. 
I  re  suoi  successori  ne  conservaro- 
no il  dominio  sino  all'  impero  di 
Giustiniano  I,  nel  quale  avendo  Be- 
lisario suo  generale  sbarcata  una  po- 
derosa armata,  la  tolse  nel  534  a 
GelimerOj  e  al  timore  de' vandali  nel- 
r  Africa.  Quindi  gì*  imperatori  d'O- 
riente r  ebbero  in  possesso  sino  a 
Leonzio,  sotto  l' impero  del  quale  gli 
arabi  saraceni  la  presero  verso  l'an- 
no 695 ,  la  saccheggiarono  e  la  ri- 
dussero al  nulla,  dopo  settecento  an- 
ni di  esistenza  (  quanti  n'  erano  toc- 


CAR  i'x^f 

cati  in  sorte  alla  prima),  onde  at- 
tualmente non  si  veggono  che  ro- 
vine, le  quali  ne  fanno  deplorare  la 
distruzione. 

La  chiesa  di  Cartagine  si  rese  su- 
bito rispettabile  dopo  la  promulga* 
zione  del  vangelo,  e  ben  presto  pre- 
se lo  stesso  posto  neir  ecclesiastico  , 
come  lo  avea  avuto  nel  civile,  di- 
venendo nel  secondo  secolo  metro- 
poli della  splendidissima  chiesa  Afri- 
cana proconsolare ,  nonché  primate 
della  provincia  d*  Africa.  Il  suo  pri- 
mo vescovo,  del  quale  si  faccia  men- 
zione, fu  Agrippino,  ed  i  successon 
metropolilani ,  tanto  prima  che  do- 
po il  concilio  niceno ,  esercitarono 
la  loro  autorità  su  tutte  le  chiese 
di  dette  provincie.  Commanville  nel- 
1*  Histoire  de  tous  les  Àrchéi^échés 
et  Evéchés ,  Paris,  1700,  fa  l'enu- 
merazione a  p.  i5i,  delle  sedi  sot- 
toposte all'ecclesiastica  giurisdizione 
di  Cartagine,  e  ne  registra  centotre 
di  notizie  certe.  Cartagine,  e  tutte  le 
chiese  dell'Africa  dipendettero  dalla 
Chiesa  Romana,  e  non  da  quella  di 
Alessandria,  sebbene  le  africane  chie- 
se fossero  più  vicine  alla  Libia  che 
a  Roma,  perché  quelle  regioni  avea- 
no  ricevuto  il  lume  del  vangelo  pel 
ministero  de'  romani  inviali  dai  Som- 
mi Pontefici,  e  non  per  quello  de- 
gli egiziani;  nonché  per  avervi  i  ro- 
mani stabilite  delle  colonie,  la  cui 
lingua  latina  si  propagò  nella  na- 
zione, che  perdette  l' originario  lin- 
guaggio fenicio.  Perciò  era  ben  giu- 
sto, che  Cartagine  fosse  governala 
piuttosto  dai  latini ,  che  dai  greci. 
In  fatti  questa  chiesa  insigne  diede 
solenni  riprove  alla  sede  Romana 
della  sua  sommissione  e  gratitudine, 
anche  sotto  il  dominio  straniero  van- 
dalico. All'  articolo  Africa,  e  parti- 
colarmente in  molti  altri  analoghi  a 
questo,  si  parla  di  ciò  che  riguarda 


iiS  CAR 

le  glorie  e  vicende  di  sì  illustre 
chiesa,  ove  fiorirono  Tertulliano,  s. 
Cipriano ,  e  tanti  padri  e  pastori , 
che  ne  accrebbeio  lo  splendore,  men- 
tile si  vedranno  i  principali  suoi  av- 
venimenti, registrati  ne'  fasti  del  cri- 
stianesimo, in  quanto  venne  tratta- 
to nei  suoi  numerosi  seguenti  con- 
cilii. 

Ma  dopo  che  la  chiesa  di  Car- 
tagine dovette  soffrire  le  vicende  la- 
grimevoli  degli  scismi,  e  il  peso  del- 
le invasioni  barbariche,  vide  il  suo 
infelice  fine  nella  occupazione  dei 
saraceni,  onde  dopo  il  691  l'aspet- 
to di  questa  chiesa  fu  interamente 
cangiato,  dappoiché  l'ignoranza  e 
r  empietà  occuparono  pressoché  tut- 
ti gli  spiriti,  e  si  videro  a  disonore 
della  religione,  molti  cristiani,  il  cui 
coraggio  avea  saputo  resistere  agli 
sforzi  infernali  degli  scismi  e  delle 
eresie,  correre  in  folla  sotto  gli  sten- 
dardi di  Maometto,  cangiando  il  van- 
gelo coU'alcorano.  Tuttavolta  alcuni 
vi  rimasero  ancora  fino  al  pontifi- 
cato di  s.  Leone  IX,  dopo  la  metà 
del  secolo  XI;  ma  questa  non  fu 
che  una  debole  luce,  la  quale  tutto 
ad  un  tempo  terminò  di  risplende- 
re, come  può  vedersi  nelle  belle 
dissertazioni  di  Emmanuele  Schel- 
strate,  massime  in  quella  stampata 
in  Colonia,  De  Ecclesia  africana 
sub  primate  Carlhaginiensi. 

Attualmente  la  chiesa  di  Carta- 
gine é  arcivescovato  in  partibuSy 
colle  seguenti  sedi,  egualmente  in 
parlibus,  per  suffraganee:  Assuro^ 
Calamata,  Costanùna,  Graziano- 
polij  Bona,  Irina,  Laro,  Madara^ 
Mauara,  Mayula ,  Oria,  Ruspa, 
Tabarca,  Telepta,  Numidia,  Fera^ 
Targa,  Usula,  Utine,  Tagasta,  Za- 
mora,  Lambesa  e  Mileto.  Gli  ul- 
timi prelati,  cui  fu  conferito  questo 
arcivescovato,  sono  l'attuale  arcive- 


CAR 

scovo  di  Tours,  monsignor  Mont- 
blanc,  il  Cardinal  Filippo  de  An- 
gelis,  nominalo  da  Pio  Vili  nel  con- 
cistoro de'  18  mai*zo  i83o,  elevalo 
alla  porpora,  e  alla  sede  di  Monte- 
fiascone,  nel  i838,  dal  Papa  re- 
gnante, e  il  presente  nunzio  aposto- 
lico di  Baviera  monsignor  Michele 
Viale  Prelà ,  fatto  arcivescovo  di 
Cartagine  dal  medesimo  Gregorio 
XVI,  nel  concistoro  de'  12  luglio 
i84i. 

Concila  di  Cartagine. 

Il  primo  fu  tenuto  dal  vescovo 
di  Cartagine  Agrippino,  coli' inter- 
vento di  tutti  i  vescovi  dell'  Africa, 
nell'anno  200,  come  afferma  Tille- 
mont,  sebbene  altri  lo  credono  ce- 
lebrato nel  2 1 5  ,  altri  nel  217  e 
anche  nel  225.  Fu  contro  il  bat- 
tesimo degli  eretici,  decidendosi  che 
faceva  d'  uopo  ribattezzarli.  Regia , 
Labbè,  e  Arduino,  tomo  I.  Il  Len- 
glet  coir  autorità  di  quest'ultimo  di- 
ce, che  il  secondo  concilio  Cartagi- 
nese ebbe  luogo  nel  2i5,  sulla  di- 
sciplina ecclesiastica. 

Il  secondo  ai  i5  maggio  25 1  si 
celebrò  da  s.  Cipriano  vescovo  di 
Cartagine  con  molti  altri  vescovi. 
In  esso  esaminossi  la  causa  di  quelli, 
eh'  erano  caduti  nella  persecuzione 
di  Decio,  e  si  regolò  la  condotta  da 
tenersi  con  quelli,  i  quali  si  erano 
indotti  a  ricevere  dalla  magistratu- 
ra de'  certificati  di  aver  sagrificato 
agi'  idoli,  per  cui  si  dissero  libella- 
tici.  I  canoni  penitenziali,  che  allora 
si  formarono,  vennero  riguardati 
come  il  codice  penale  della  Chiesa, 
siccome  approvati  dal  Pontefice  s. 
Cornelio.  Sì  trattarono  con  indulgen- 
za quei,  che  dopo  la  loro  caduta,  es- 
sendo restati  nella  Chiesa ,  aveana 
continuato  a  piangere  i  loro  pecca- 


CAR 

li  ;  laddove  nel  concilio  precedente 
era  stato  risoluto  di  non  dar  loro 
la  pace,  se  non  quando  fossero  in 
pericolo  di  morte,  mentre  in  questo 
si  ordinò  di  darla  prima.  Indi  ven- 
ne scomunicato  per  la  seconda  volta 
lo  scismatico  Felicissimo  co'  suoi  a- 
derenti.  Regia ,  Arduino ,  t.  I ,  e  s. 
Cipriano  nelle  sue  epistole. 

11  terzo  si  tenne  nell'anno  252, 
contro  Privato,  Felicissimo,  e  Nova- 
ziano  antipapa.  Regia,  Arduino  t.  I. 
Il  quarto,  sopra  il  battesimo  degli 
eretici,  ebbe  luogo  nel  253.  Vi  si 
lesse  la  lettera  del  vescovo  Fido, 
onde  fu  ripreso  Terape ,  e  siccome 
Fido  avea  proposto,  che  non  si  do- 
vessero battezzare  i  fanciulli  se  non 
aveano  otto  giorni,  s.  Cipriano,  alla 
testa  di  séssantasei  vescovi,  decise 
non  esser  necessario  attendere  tal 
tempo  :  definizione  che  nella  Chiesa 
fu  assai  ammirata.  Questo  stesso  con- 
cilio trattò  delle  preghiere,  e  del  sa- 
giifizio  pei  defonti,  come  di  prati- 
che antiche.  S.  Cipriano,  ep.  II,  p. 
117,  Baluzio  in  Collect,  e  i  citati 
autori. 

Il  quinto,  adunato  nel  254  ^^  s. 
Cipriano  con  trentasei  vescovi,  fu 
contro  Basihde  vescovo  di  Lione,  e 
Marziale  vescovo  di  Astorga,  per  es- 
sere stati  libellatici,  cioè  per  aver 
preso  de'  biglietti  o  certificati,  come 
se  avessero  sagrificato.  Regia,  Lab- 
bé,  Arduino  t.  I. 

Il  sesto,  tenuto  nel  255,  da  s. 
Cipriano,  per  la  questione  del  bat- 
tesimo degli  eretici,  era  composto 
di  sessantuno  vescovi,  ma  fu  dichia- 
rato nullo.  Di  esso  fu  soggetto  la 
celebre  questione  col  Papa  s.  Stefa- 
no I.  Alcuni  opinano,  che  gli  afri- 
cani riguardassero  la  controversia 
come  spettante  la  disciplina,  non  il 
domma.  Ibidem. 

11    settimo    concilio   celebrossi    in 

VOL.    X. 


CAR 


129 


Cartagine  l'anno  257,  e  tratta  sul 
medesimo  argomento.  I  vescovi  di 
Numidia  in  numero  di  diciotto  a- 
vendo  scritto  a  s.  Cipriano  per  sa- 
pere se  dovessero  ribattezzare  gli 
eretici ,  come  già  praticavano,  il  con- 
cilio risolvette  affermativamente.  Di- 
versi autori  sono  di  parere,  che  in 
detti  anni  fossero  tenuti  in  Car- 
tagine anche  altri  concilii.  Ibidem. 
s.  Cypr.  epist.  70  p.  174-  V-  Di- 
zionàrio portatile  de   concilii, 

L' ottavo,  nel  3 1 1 ,  decise  si  do- 
vesse eleggere  in  vescovo  della  città 
Geciliano,  che  fu  ordinato  da  Feli- 
ce d^Atponga  in  vece  di  Mensurio. 
Baluzio,  Nova  collect. 

Il  nono  egualmente  nell'  anno 
3i  I  ,  ove  settanta  vescovi  di  Nu- 
midia deposero  Ceciliano,  ed  ordi- 
nando Majorino,  formarono  lo  sci- 
sma de'  donatisti.  Quest'  adunanza 
viene  riguardata  come  un  conciha- 
bolo  di  scismatici ,  giacche  condan- 
narono Ceciliano  senza  ne  accusarlo, 
né  ascoltarlo.  Regia,  Labbé,  Ardui- 
no t.  I. 

Il  decimo  si  tenne  nel  3 1 2 ,  ed 
in  esso  Ceciliano  fu  assoluto.  Ibi- 
dem. Lenglet,  all'anno  333,  coli' au- 
torità dell'  Arduino,  registra  un  con- 
cilio sopra  i  libellatici. 

L'  undecimo  nel  34B,  o  349,  da 
Grato  vescovo  di  Cartagine  fu  con- 
vocato coi  vescovi  di  tutte  le  pro- 
vincie  dell'Africa.  Molti  donatisti  fu- 
rono riuniti  alla  Chiesa,  ed  è  il  più 
antico  concilio  Cartaginese,  di  cui  ci 
restano  i  canoni.  Se  ne  formarono 
tredici  :  il  primo  proibisce  di  rinno- 
vare il  battesimo  in  nome  della  ss. 
Trinità;  il  secondo  riguarda  l'onore 
dovuto  a'  martiri,  e  vieta  di  vene- 
rare quelli,  che  eransi  precipitati,  o 
uccisi  per  pazzia  ;  il  terzo  rinnovò 
la  proibizione  a'  chierici  di  coabita- 
re con  donne  ;  il  sesto  inibisce  ai 
9 


i3o  CAR 

chierici  cìi  tratiare  adàii  secolari  ;  il 
tlecimoterzo  d'imprestare  ad  u^iira; 
il  decimoquarto  lulinina  le  censure 
ai  laici  dispreiza  lori  de'  sagri  canoni, 
e  minaccia  ai  chierici  di  essere  de- 
jK)Sti  ed  esclusi  dal  clero  :  /ìnaimenle 
si  deci*etò,  che  per  giudicare  un  dia- 
cono occorrono  Ire  vescovi,  sei  per 
un  prete,  dodici  per  un  vescovo. 
Regia  t.  IH,  Labbé  l.  If,  e  Ardui- 
no t.  I. 

Il  duodecimo,  nel  890,  fu  con- 
vocato da  s.  Geneoldo ,  vescovo  di 
Cartagine.  Vi  si  fecero  tredici  ca- 
noni ;  col  primo  si  dichiarò  una  pro- 
fessione di  fede ,  come  quella  degli 
apostoli,  e  di  credere  e  predicare  la 
ss.  Trinità  ;  il  secondo  rinnovò  il 
decreto  di  un  concilio  precedente, 
intorno  alia  continenza  imposta  ai 
tre  primi  gradi  del  chiericato;  il 
terzo  nuovamente  vietò  a'  preti  la 
consagrazione  del  crisma,  quella 
delle  vergini,  e  la  riconciliazione  dei 
penitenti  alla  messa  pubblica  ;  il  set- 
timo comanda  che  vengano  scomu- 
nicati i  chierici,  1  quali  ricevono  co- 
loro che  furono  scomunicati  da  al- 
cun vescovo ,  senza  il  permesso  di 
lui;  il  duodecimo  vieta  l'ordinarsi 
vescovo ,  senza  il  consenso  del  me- 
tropolitano. 

Leggesi  ancora  tra  i  suoi  canoni, 
che  il  vescovo  era  il  ministro  ordi- 
nario della  penitenza,  e  il  sacerdote 
solo  in  sua  assenza,  o  in  caso  di 
necessità.  Labbé  tom.  IT,  Arduino, 
tom.  I.  Il  Lenglet  inoltre,  nel  389, 
registra  un  concilio  cartaginese  per 
le  disposizioni  di  un  concilio  gene- 
rale ,  nel  393,  per  la  pace  della 
Chiesa  ,  sotto  Primiano  vescovo  del- 
la città  ,  eh'  ebbe  contrari  quaran- 
tatre vescovi,  e,  nel  394,  sulla  di- 
sciplina ecclesiastica. 

Il  decimo  terzo  si  tenne  nel  897, 
nell'episcopato    di    Aurelio,    che  vi 


CAR 
presiedette  alla  testa  di  circa  cin- 
quanta vescovi ,  i  quali  formaronvi 
altrettanti  canoni.  S.  Agostino  v'  in- 
tervenne ,  e  la  sua  disciplina  fu  ri- 
putala santissima.  Col  pnrno  fu  or- 
dinato a'  vescovi  di  prendere  ogni 
anno  informazione  dal  primate,  sul 
giorno  in  cui  devesi  celebrare  la 
Pasqua;  il  secondo  prescrisse  che  il 
concilio  generale  dell'Africa  si  adu- 
nerebbe ogni  anno  ,  e  che  tutte  le 
Provincie,  le  quali  hanno  delle  prime 
sedi,  vi  manderebbero  tre  deputati 
dei  loro  concili  particolari  ;  il  terzo 
ordina  ai  vescovi  la  piena  cognizione 
de'sagri  canoni  prima  di  essere  ordi- 
nati; il  sesto  proibisce  di  amministra- 
re il  battesimo  o  l'eucaristia  a'  mor- 
ti ;  l'undecimo  vieta  di  assistere  agli 
spettacoli  ;  il  deci  mollavo  proibisce 
di  ordinare  alcuno  vescovo ,  sacer- 
dote, o  diacono,  a  meno  che  non  fos- 
sero tutti  cattolici  quei ,  che  si  tro- 
vavano nella  casa  di  lui  ;  il  ventesimo 
primo  non  permette  ai  vescovi  di  ri- 
tenere presso  di  se,  e  di  ordinare 
chierici  delle  altre  diocesi  ;  il  vente- 
simoquinto vieta  a'  chierici  il  recarsi 
a  trovare  femmine  senza  compagnia: 
il  ventesimosettimo  proibisce  loro  le 
osterie;  il  ventesimonono  comanda 
di  celebrare  la  messa  a  digiimo  ;  il 
trentesimo  esige,  che  si  battezzino  gli 
infermi,  i  quali  non  possono  parlare, 
allorché  abbiano  prima  domandato 
tal  sagramento.  In  questo  concilio 
fu  anche  proibita  la  traslazione  da 
una  sede  all'altra,  e  si  formò  un  ca- 
talogo delle  sagre  Scritture  conforme 
a  quello  che  abbiamo  oggidì.  Regia 
tom.  Ili,  Labbc  t.  II,  Arduino  t.  I. 
Il  quattordicesimo  fu  celebrato, 
nel  398 ,  da  s.  Aurelio  vescovo  di 
Cartagine,  con  circa  duecento  quat- 
tordici vescovi,  fra'  quali  s.  Agostino. 
Vi  si  formarono  centoquattro  canoni 
celebratissimi    nell'antichità,  i  quali 


I 


CAR 

per  la  maggior  parte  riguardano  l'or- 
dinazione ,  e  i  doveri  de'  vescovi  e 
de'  chierici.  Vi  sono  proibite  le  tras- 
lazioni, se  non  fossero  per  vantaggio 
reale  della  Chiesa;  e  in  tal  caso  si 
stabilisce,  che  dovessero  essere  fatte 
con  autorità  di  un  concilio  pei  ve- 
scovi, e  coll'autorità  di  un  vescovo 
pei  sacerdoti ,  e  pegli  altri  chierici. 
In  oltre  s'impone  alle  vergini,  che 
vogliono  farsi  consagrare  dal  vesco- 
vo ,  di  dover  presentarsi  con  abito 
secondo  lo  stato  cui  vogliono  abbrac- 
ciare; che  gli  sposi  nel  ricevere  la 
benedizione  del  matrimonio  sieno  ac- 
compagnati dai  congiunti  e  paraninfi, 
ed  osservino  la  continenza  nella  not- 
te che  segue  la  benedizione  pel  ris- 
petto che  a  questa  si  deve;  che  ven- 
gano scomunicati  quelli,  i  quali  e- 
scono  dalla  chiesa  durante  la  predi- 
ca; che  in  caso  di  bisogno  un  dia- 
cono presente  il  prete ,  e  col  suo 
consenso  può  distribuire  l'Eucaristia  ; 
permette  agli  eretici,  giudei  e  paga- 
ni l'entrare  nelle  chiese  per  ascolta- 
re la  divina  parola;  e  scomunica 
come  omicidi  dei  poveri  coloro,  che 
ricusano  di  soddisfare  ai  legati  fatti 
alle  chiese,  ai  moribondi ,  ovvero 
non  vi  soddisfano  che  stentatamente. 
Ibidem. 

Il  decimoquinto  fu  celebrato  nel- 
l'anno 899.  Vi  si  deputarono  due 
vescovi  per  ottenere  da  gì'  imperatori 
una  legge,  la  quale  proibì  di  levar 
dalla  chiesa  i  rei ,  che  vi  si  rifu- 
giavano. Baluzio,  in  nov.  collect. 

Il  decimoseslo  concilio  si  adunò 
Tanno  ^00  o  ^01 ,  colla  presidenza 
del  celebre  s.  Aurelio,  e  di  seltan- 
tadue  vescovi,  ed  incominciò  agli  8 
di  giugno.  Venne  proposto  di  depu- 
tare a  Roma  e  a  Milano,    e    chie- 


derne 1 


approvazione,  per  ascrivere 


al 


clero  i  figli  dei  donatisti  convertiti, 
giacche    la    scarsezza    de'  chierici    in 


I 


CAR  i3i 

Africa  nasceva  in  parte  dall'oppres- 
sione de'  donatisti,  dalla  loro  molti- 
tudine, e  dalla  sollecitudine  de' ve- 
scovi rigorosi  nella  scelta  de'  chie- 
rici. Vi  si  formarono  quindici  ca- 
noni; il  terzo  approvò  la  legge 
della  continenza  pei  vescovi ,  sacer- 
doti e  diaconi  ;  il  quarto  proibì  l'alie- 
nare i  beni  della  Chiesa,  senza  l'av- 
viso del  metropolitano;  l'ottavo  pre- 
scrive doversi  eleggere  il  vescovo 
entro  l'anno  della  morte  del  prede- 
cessore ;  il  decimo  vieta  a'  vescovi 
l'esentarsi  senza  legittima  causa  dai 
concili  nazionali  ;  il  decirnoquarto 
provvide  all'  erezione  delle  cappelle 
in  onore  de'  martiri.  In  questo  con- 
cilio si  decretò  pure ,  che  i  vescovi 
devono  abitare  presso  la  cattedrale. 
Regia  t.  Ili,  Labbé  II,  Arduino  I. 

Il  decimosettimo,  nel  4^3,  fu  com- 
posto da  tutte  le  provincie  dell'Afri- 
ca. In  esso  venne  deciso ,  che  non 
s' inviterebbono  i  donatisti  a  trovarsi 
coi  cattolici  per  le  ragioni  che  li 
dividevano  dalla  comunione,  ma  i 
vescovi  viciniori  si  recherebbono  da 
loro;  e  fu  proposto  il  modo  di  con- 
cihazione.  Fabricius. 

Il  decimottavo  fu  tenuto  l'anno 
494  per  invocar  l'aiuto  dell'impe- 
ratore contro  i  donatisti,  e  vi  fu  de- 
ciso, secondo  il  parere  di  s.  Agostino, 
di  por  in  vigore  la  legge  di  Teo- 
dosio, che  impose  la  multa  di  dieci 
lire  d'oro  sugli  eretici.  Ibidem. 

Il  decimonono  nell'anno  4^7)  de- 
cretò di  scrivere  al  Pontefice  s.  In- 
nocenzo I,  intorno  alla  pace  della 
Chiesa  romana  coli'  alessandrina  ,  e 
vi  si  fecero  alcuni  canoni. 

Il  ventesimo  si  tenne  l'anno  4^^? 
a'  16  giugno,  e  vi  fu  deputato  il 
vescovo  Fortunaziano  all'imperatore 
contro  i  gentili  e  gli  eretici. 

Il  ventesimo  primo  nel  4^9  è  ri- 
guardante i  donatisti. 


i32  CAR 

Il  Tentesimosecondo,  nel  4'o>  f" 
tenuto  in  sequela  della  domanda  fat- 
ta ad  Onorio  impemtore,  accioccliè 
vocasse  la  libertà  accordata  ai  do- 
natisti. 

Nel  4  »  J  si  celebrò  in  Cartagine 
coH'autorizzazione  di  Onorio  la  fa- 
mosa conferenza  fra  i  cattolici  e  i 
donatisti  per  la  loro  riunione,  affine 
di  convincere  questi  ultimi  della  ne- 
cessità di  essere  nella  Chiesa  catto- 
lica. Vi  assistette  s.  Agostino,  il 
<[uale  confuse  i  donatisti,  la  cui  setta 
sensibilmente  diminuì  dopo  tal  con- 
ferenza. Baluzio. 

Il  ventesimoterzo  concilio  fu  te- 
nuto l'anno  4 1  ^  contro  Celestio  di- 
scepolo di  Pelagio,  che  seminava  i 
suoi  errori  nella  città  di  Cartagine, 
e  vi  fu  scomunicato.  Regia  IV,  Lab- 
bé  li,  Arduino  I. 

Il  ventesimo  quarto ,  nel  4  ^  ^  > 
egualmente  contro  Pelagio  e  Celestio, 
era  composto  di  sessantotto  vesco- 
vi presieduti  da  Aurelio  di  Cartagi- 
ne, i  quali  scrìssero  a  Papa  s.  In- 
nocenzo I,  supplicandolo  ad  unir  la 
sua  autorità  ai  loro  decreti  emanati 
contro  i  due  eresiarchi,  enumeran- 
done i  principali  errori.  Regia  IV, 
Arduino  I. 

Il  ventesimoquinto,  nell'anno  4i7j 
composto  di  duecento  quattordici 
vescovi,  alla  cui  testa  fu  Aurelio, 
è  chiamato  da  s.  Agostino  concilio 
di  Africa,  perchè  v'  intervennero  pa- 
recchie Provincie.  Vuoisi  che  il  ve- 
scovo di  Cartagine  lo  convocasse  do- 
po avere  ricevuto  la  lettera  di  Papa 
s.  Zozimo.  Vi  si  fecero  alcuni  de- 
creti intorno  alla  fede  contro  i  pe- 
lagiani.  Ibidem. 

Il  ventesimosesto  si  tenne  l'anno 
4i8  sul  medesimo  argomento.  Vi 
si  fecero  otto  canoni  per  condanna- 
re gli  errori  di  Pelagio  e  di  Cele- 
stio. Per  altro  non  riportandolo  tut- 


CAR 
ti  gli  autori,  sembra  che  sia  lo  stesso 
concilio  precedente. 

11  ventesimosettimo,  del  419,  ver- 
sò sopra  la  fede ,  la  disciplina  e  le 
appellazioni .  Fra  i  suoi  trentotto 
canoni ,  è  da  notarsi  il  XXXV , 
che  esclude  per  testimoni  ed  accu- 
satori, gli  schiavi,  e  le  persone  in- 
fami ec,  non  che  gli  eretici,  i  giu- 
dei e  i  pagani.  Il  trentesimo  ot- 
tavo vieta  al  vescovo  d'  impor- 
re pubblica  penitenza  al  peccato- 
re ,  che  avrà  a  lui  solo  confessa- 
to il  proprio  fallo.  Vi  presiedette 
Aurelio,  in  uno  al  primate  di  Nu- 
midia ,  e  al  legato  pontifìcio ,  col- 
r  intervento  di  duecento  diciassette 
vescovi.  Ibidem. 

Il  ventesimo  ottavo  fu  celebrato 
contro  i  manichei.  Baluzio  in  collect. 

Il  ventesimo  nono  fu  tenuto  nel 
484,  in  cui  Unnerico  re  de'  vandali, 
fautore  degli  ariani,  avendo  oid ina- 
io a  tutti  i  vescovi  cattolici  di  Afiica 
di  lecarsi  a  Cartagine,  per  rendere 
ragione  della  loro  fede  (tra  i  quali 
e'  era  Eugenio  allora  vescovo  di  Car- 
tagine, che  avea  generosamente  pro- 
fessata la  fede  nicena  cogli  altri  ve- 
scovi africani),  esiliò  più  di  quat- 
trocento di  detti  vescovi  zelanti.  Re- 
gia t.  IX,  Labbé  IV,  Arduino  II. 

Il  trentesimo.  Tanno  5iQy  presie- 
duto da  Bonifacio  vescovo  di  Car- 
tagine, era  composto  di  sessanta  ve- 
scovi. In  esso  rinnovaronsi  i  canoni 
de'  precedenti  concili,  e  fu  ordinato 
che  i  monisteri  sarebbono  indipen- 
denti dai  chierici,  come  sempre  lo 
erano  stati.  Bonifacio  rese  grazie  a 
Dio  della  pace  restituita  alla  chiesa 
d' Africa ,  e  vi  si  lesse  il  simbolo 
Niceno.  Regia  XI,  Labbé  IV,  Ar- 
duino II. 

Il  trentesimo  primo ,  l'anno  534 
o  535,  fu  tenuto  per  ricuperare  i 
beni  ecclesiastici    usurpati   dai  van- 


CAR 
dalij  e  per  ripristinare  la  disciplina 
e  la  libertà  della  Chiesa.    Mabillon 
in  Analect.. 

Il  trentesimo  secondo,  l'anno  594» 
fu  contro  i  donatisti.  Altri  lo  cre- 
dono celebrato  nel  54o.  Vi  si  or- 
dinò che  tutti  i  vescovi  vegliereb- 
bono  per  iscuoprire  i  donatisti,  sotto 
pena  di  perdere  le  rendite  e  la  di- 
gnità. 

11  trentesimo  terzo  fu  tenuto  l'an- 
no 646  contro  gli  eretici  monoteliti. 
Regia  t.  XIV,  Labbé  tom.  V,  Ar- 
duino III. 

CARTENNA.  Città  vescovile  chia- 
mata anche  Cariana,  della  Mauri- 
tania Cesarea  nell'Africa  occidenta- 
le, nel  dominio  romano  alla  foce 
del  fiume  Cartennus.  Si  crede  , 
che  sia  Masgraim,  o  Mostagan  sul 
mare  presso  Orano.  Si  conoscono 
due  vescovi  di  questa  diocesi ,  Vit- 
tore e  Rustico,  di  cui  fa  menzione 
&.  Agostino. 

CARTUSIANO  Dionisio.  V.  Dio- 
nisio Cartusiano. 

CARTUSIANO  Guido.  V,  Guido 
Cartusiano. 

CAR  VAGLIO  e  JVIENDOZA  Pao- 
lo, Cardinale.  Paolo  de  Carvaglio 
e  Mendoza  prelato  della  patriarca- 
le di  Lisbona,  presidente  al  consi- 
gho  della  regina  e  del  senato,  primo 
inquisitore  del  s.  uffizio,  gran  prio- 
re di  Guimaraes,  e  fratello  al  famo- 
so primo  ministro  di  Portogallo,  ai 
18  dicembre  del  1769,  da  Clemente 
XIV,  fu  promosso  al  Cardinalato,  ri- 
servato però  in  petto.  Venne  poi  pub- 
blicato a  Roma  nel  concistoro  dei  20 
o  29  gennaio  1770,  mentre  a'  17 
dello  stesso  mese  era  morto  a  Lis- 
bona, ed  era  stato  sepolto  nella  pa- 
triarcale, senza  che  R.oma  ne  avesse 
sentore,  come  avvenne  di  altri  por- 
porati ,  pubblicati  dopo  che  erano 
morii. 


CAR  i33 

CARVAIAL  Giovanni  Cardìnàk. 
Giovanni  Carvaial  nacque  da  illu- 
stre famiglia  a  Turgillo  nella  Spa- 
gna. Si  rese  celebre  in  diritto  ca- 
nonico, e  divenne  uditore  di  Ruo- 
ta, poi  governatore  di  Roma,  ve- 
scovo di  Palencia,  e  nunzio  in  Ger- 
mania, che  allora  era  scompigliata, 
e  per  la  deposizione  fatta  da  Euge- 
nio IV  degli  elettori  di  Tre  veri  e 
Colonia,  e  più  per  la  neutralità  di 
quella  gente,  che  non  ubbidiva  al- 
l' antipapa  Felice  V,  né  al  detto  le- 
gittimo Pontefice  Eugenio  IV.  Ma  il 
Cardinal  si  condusse  così,  che  nella 
dieta  dell'  imperio,  la  quale  si  tenne 
in  Magonza,  ove  assisteva  anche  il 
Cardinal  Nicolò  di  Cusa,  e  che  si 
terminò  poi  nell'altra  di  Francfort, 
fu  tolto  lo  scisma,  e  la  nazione  ri- 
conobbe Eugenio  IV  per  legittimo 
Pontefice.  Dopo  questa  nunziatura, 
ebbe  la  seconda  al  concilio  di  Rasi- 
lea  nel  i44i>  ^^^  si  regolò  con  tan- 
ta soddisfazion  del  Pontefice,  che  fu 
creato  Cardinal  diacono  di  s.  Ange- 
lo ai  17  dicembre  nel  i446-  Sos- 
tenne trentatre  legazioni,  che  por- 
tarono grandissimo  utile  alla  s.  Se- 
de, quella  specialmente  contro  il 
turco  in  Ungheria,  che  durò  per  sei 
anni.  Ne  meno  si  mostrò  zelante 
per  la  conversione  degli  eretici,  dei 
quali  parecchi  abiurarono  gli  erro- 
ri della  lor  setta.  Così  pure  si  die- 
de a  divedere  valoroso  quando  pre- 
cedeva i  crocesegnati  contro  il  turco, 
difendendosi  sempre  dalle  scorrerie 
dei  barbari,  benché  talvolta  abban- 
donato dagli  ufficiali  e  soldati.  Di 
mezzo  a  tante  occupazioni  non  di- 
menticava però  la  sua  chiesa:  che 
anzi  la  beneficò  in  ogni  maniera 
possibile,  specialmente  colla  sua  li- 
beralità verso  ai  poverelli,  e  collo 
zelo  instancabile  per  la  salvezza  del- 
le anime.  Fece  a  sue  spese  costruì- 


;i34  cah 

re  un  ponte  sul  Tago  presso  Pa- 
lencia,  mancando  il  quale,  parecchie 
persone  erano  perite  preda  delle  ac- 
que. A  Roma  intervenne  con  assiduità 
u!!e  cappelle,  congregazioni,  concistori, 
ove  parlò  con  prudenza  e  modestia  con- 
giunta per  altro  a  severa  libertà,  come 
quando  Paolo  li  volea  derogare  ad 
alcune  leggi,  a|le  quali  prima  della 
elezione  di  lui  il  sagro  Collegio  e- 
rasi  obbligato  con  solenne  giura- 
mento, llicliiese  la  sottoscrizione  dei 
Cardinali  pel  breve  derogatorio  alle 
medesime,  e  benché  la  più  parte  di 
essi  segnasse  il  proprio  nome,  egli 
non  volle  mai  indursi  a  ciò.  Assai 
lontano  dall'  ambizione,  abitava  una 
piccola  casa  presso  s.  Marcello  af- 
fatto disadorna,  maceravasi  austera- 
mente, sosteneva  lunghi  digiuni ,  e 
precedeva  tutti  nell'  esercizio  di  ogni 
maniei-a  di  virtù.  Egli ,  come  il 
grande  Antonio  di  Egitto,  sempre 
ilare  e  gioviale  consolava  chiunque 
avesse  fissato  in  lui  lo  sguardo;  era 
intrinseco  amico  di  s.  Gio:  da  Capi- 
strano;  scrisse  un  compendio  delle 
sue  legazioni,  un'apologia  a  favore 
della  s.  Sede ,  e  parecchie  pregia- 
tissime lettere.  Da  ultimo,  dopo  i 
conclavi  di  Nicolò  V,  Calisto  HI  e 
Paolo  II,  mentre  era  vescovo  di  Por- 
to eletto  da  Pio  II,  al  conclave  del 
quale  non  fu  presente,  moiù  a  Roma 
nel  1469,  di  70  anni  e  23  di  Cardi- 
nalato. Fu  sepolto  nella  chiesa  di 
s.  Marcello  ,  con  magnifico  elogio  del 
Cardinal  Bessarione.  Le  memorie 
della  vita  di  lui  si  pubblicarono  a 
Roma  nel  lySi  ;  poi  furono  scritte 
in  lingua  latina  da  Domenico  Lopez 
nel  1754,  e  pubblicate  con  questo 
titolo  :  De  rebus  gestis  S.  R.  E. 
Cardinalis  Carvajalisy  Commenta- 
rius. 

CARVAIAL  Bernardino,   Cardi' 
naie.   Bernardino    Carvaìal    nacque 


CAR 
in  Palencia  nella  Spagna  da  nobili 
genitori,  nel  i4^^>  ed  era  nipote  al 
Cardinal  Giovanni  di  questo  nome. 
Divenne  assai  perito  nelle  lettere, 
nelle  scienze  e  nelle  facoltà  teologi- 
che; e  dopo  che  fu  cameriere  d'o- 
nore a  Sisto  IV,  ebbe  da  Innocen- 
zo Vili  il  vescovato  di  Cartagcna 
colla  nunziatura  alla  corte  di  Spa- 
gna a  Ferdinando  ed  Isabella,  che 
lo  elessero  loro  ambasciatore  presso 
il  Pontefice.  Poscia  dal  Papa  A- 
lessandro  VI,  ai  21  agosto  dell'an- 
no 1493,  fu  creato  Cardinal  prete 
dei  ss.  Pietro  e  Marcellino;  e  nel 
1 496  legato  a  latere  per  andare  incon- 
tro all' imperator  Massimiliano,  nel 
qual  tempo  stabilì  una  tregua  tra  lo 
stesso  Cesare,  ed  il  re  di  Francia.  Co- 
me legato  governò  la  provincia  di 
Campagna  a  modo  da  esser  lodato 
anche  da  quelli,  che  dovea  punire.  Da 
Giulio  II  ebbe  la  legazione  dell'A- 
lemagna;  poi  quella  a  Ferdinando 
re  di  Napoli,  quando  quel  principe 
andava  a  Roma.  Ma  avendo  rice- 
vuti dal  Papa  alcuni  dispiaceri ,  si 
alienò  da  lui,  e  fatto  capo  dei  ri- 
belli contro  quel  Papa  odiato  da 
Luigi  XII  perchè  lo  avea  scomu- 
uicatOj  guadagnati  al  suo  partito  i 
Cardinali  Borgia,  Brissonet,  Sanse- 
verino  e  Renato  di  Briè,  sostenuto  , 
secondo  alcuni,  da  Massimiliano,  con- 
vocò a  Pisa  un  conciliabolo  contro  il 
Papa,  e  lo  prosegui  a  Milano,  ove  il 
Carvaialfu  eletto  antipapa  col  nome  di 
Martino,  circostanza  poco  nota,  per- 
chè non  creduta  dagli  scrittori.  Giu- 
lio lo  scomunicò  coi  colleghi  in  pien 
concistoro;  ma  Leone  X  lo  restituì 
allo  stato  primiero  col  digiuno  di 
una  volta  al  mese  finche  vivesse  ; 
avendo  il  Carvaial  detestato  solen- 
nemente a  voce  ed  in  iscritto  l'er- 
rore, come  ne  diede  esempio  nel 
concilio  di   laterano.  Alessandro  VI, 


CAR 
nel  i5o3,  k>  avea  fatto  anunini- 
stiatore  delle  chiese  di  Avellino  e  Si- 
guenca;  e  nell'anno  i523  Adria- 
no VI  gli  diede  il  medesimo  uffizio 
per  quella  di  Foligno.  In  appresso 
rinunziò  queste  due  ultime  chiese 
al  nipote,  ritenendo  quelle  di  Aster- 
ga e  d'Ostia,  che  conseguito  avea 
da  Leone  X,  nel  i52i.  Da  ultimo, 
dopo  i  conclavi  di  Pio  III,  Giulio 
IJ,  Adriano  VI,  cui  accolse  in  O- 
stia  quando  ritornava  dàlia  Spa- 
gna, e  di  Clemente  VII,  mori  a 
Roma  decano  del  sagro  Collegio, 
nel  i523,  di  sessantotto  anni  e  tren- 
ta di  Cardinalato.  Fu  sepolto  nel- 
la veneranda  basilica  di  s.  Croce 
in  Gerusalemme,  ove  sorge  magni- 
fico avello  adorno  di  un  beli'  elo- 
gio al  lato  destro  della  tribuna  di 
quella  chiesa,  cui  generosamente  avea 
beneficato,  essendo  stata  già  suo  ti- 
tolo, e  cui  ritenne  a  commenda  con 
quello  di  s.  Marcello,  dacché  era 
passato  al  vescovato  di  Ostia  e  Vel- 
ie tri. 

CAR  VATE  Reginaldo,  Cardina- 
le. Reginaldo  Carvate  di  Chartres, 
cameriere  di  Eugenio  IV,  e  refe- 
rendario apostolico,  consegui  il  ve- 
scovato di  Beauvais ,  senza  però 
andarne  al  possesso.  Avea  già  nel 
i4i4j  tla  Giovanni  XXIII  ottenuto 
l'arcivescovato  di  Reiras;  e  da  Eu- 
genio IV,  nel  1434?  ebbe  quello  di 
Embrnn,  ma  volle  tenersi  al  primo. 
Carlo  VII  re  di  Francia,  nel  14^5, 
Io  avea  dichiarato  gran  cancelliere 
del  regno,  e  poi  nel  1429»  ricevet- 
te da  lui  come  arcivescovo  di  Reims, 
la  sagra  unzione  secondo  il  costu- 
me de'  monarchi  francesi.  Poi  nel 
1 4  36,  il  Carvate  ebbe  in  amministra- 
zione la  chiesa  di  Agde,  e  nel  14^9 
quella  di  Orleans.  Accolse  in  Beau- 
vais r  imperator  Sigismondo,  andato 
in  Francia  a  comporre   la   pace  ha 


CAS  i3) 

le  corone  belligeranti,  e  contribuire 
ad  estinguei"  lo  scisma.  Si  annovera 
tra  i  prelati  del  concilio  costanziense, 
e  fu  il  primo  ambasciator  di  ubbi- 
dienza, spedito  dalla  Francia  dal 
re  Carlo  VII  a  Martino  V,  al  fine 
di  riconoscerlo  per  legittimo  Pon- 
tefice. Da  ultimo,  a'  18  dicembre 
del  1439,  nel  concilio  generale  di 
Firenze,  Eugenio  IV,  con  altri  sedici 
soggetti,  creolio  Cardinal  prete  di 
s.  Stefano  nel  Monte  Celio.  Mori  a 
Tours  nel  i44^j  dopo  sette  anni 
di  Cardinalato,  e  fu  sepolto  nella 
chiesa  dei  frati  minori. 

CASAE  Bastalenses.  Sede  vesco- 
vile dell'Africa  occidentale,  la  cui 
provincia  s'  ignora  ;  ma  si  sa  che  un 
suo  vescovo  assistette,  nel  /^ii,  alla 
conferenza  di  Cartagine. 

CASAE  Calanenses.  Sede  episco- 
pale dell'  Africa  occidentale  nella 
Numidia,  suffiaganea  di  Cirta.  For- 
tunato vi  era  vescovo  nei  primordi 
del  quinto  secolo. 

CaSAE  Favenses.  Antica  città 
vescovile  dell'Africa  occidentale,  d'in- 
certa provincia,  il  cui  vescovo  Le- 
vando recossi  alla  conferenza  carta- 
ginese. 

CASAE  Madianenses.  Sede  vesco- 
vile della  Numidia,  nell'Africa  occi- 
dentale. Il  suo  vescovo  n^ancò  nella 
conferenza  di  Cartagine,  ed  Onorio 
parlò  in  suo  nome. 

CASAE  Nigrae  ,  o  Case  nere. 
Sede  vescovile  nell'Afi-ica  occidenta- 
le, provincia  di  Numidia.  Il  Ponte- 
fice s.  Melchiade,  nel  concilio,  che 
celebrò  al  Laterano  I'  anno  3i3, 
condannò  Donato  vescovo  delle  Case 
nere,  capo  dello  scisma  de'donatisfi , 
i  quah  negavano  la  vahdità  del  bat- 
tesimo dato  agli  eretici,  e  rigetta- 
vano r  inlàllibililà  della  Chiesa.  II 
vescovo  Januariano,  nel  4*  'j  ^*  P^^" 
tò  alla    conferenza    di  Cartagine.    11 


i36  CAS 

vescovo  di  questa  sede  divenne  pri- 
mate de'  vescovi  di  Numidia ,  del 
partito  di  Donato. 

CASAE  SiLVANAE.  5ede  episcopale 
deli'  Africa  occidentale ,  d'  incerta 
provincia,  ovvero  nella  Bizacena. 

CASxALE  (  Casalen.  ).  Città  con 
residenza  vescovile  nel  Piemonte, 
detta  Casal  Monferrato,  per  essere 
stata  la  capitale  di  quel  dominio. 
Fu  riedificata  in  una  beila  ed  estesa 
pianura,  sulla  destra  riva  del  Po, 
da  Guglielmo  Paleologo  marchese 
di  Monferrato,  sulle  rovine  degli 
antichi  paesi  de'veliati,  ove  esisteva 
r  antica  Sedala.  Ora  è  capo  luogo 
della  quarta  provincia  Alessandrina, 
e  fu  chiamata  BodigomaguSy  e  Ca- 
sale sanati  Evasii,  per  distinguerla 
dagli  altri  luoghi,  che  portano  pure 
il  nome  di  Casale.  Questa  città  ri- 
conosce la  sua  primaria  fondazione, 
verso  l'anno  ySo,  da  Luitprando 
re  de'  longobardi ,  che  chi  amolla  s. 
Evasio,  in  memoria  di  un  pio  ve- 
scovo di  Vercelh.  Qui  ebbero  lunga 
residenza  i  celebri  marchesi  di  Mon- 
ferrato, discesi  da  Aleramo,  figlio 
del  duca  di  Sassonia,  e  da  Adelasia 
figlia  di  Ottone  II,  che  dopo  esser 
vissuti  per  qualche  tempo  ignoti , 
furono  scoperti  dall'imperatore,  co- 
stituendo tali  terre  in  loro  appan- 
naggio ;  appannaggio  che  nell  XI 
secolo  fu  ereditato  dal  primogenito 
Guglielmo.  Da  Bonifacio,  figliuolo 
di  questo,  nacque  Guglielmo  Lun- 
gaspada^  celebre  per  le  sue  imprese 
di  Teri'a  santa,  e  la  cui  sorella  di- 
venne imperatrice  de' greci,  mentre 
egli  sposò  Sibilla  sorella  di  Baldo- 
vino re  di  Gerusalemme,  il  quale 
essendo  morto  senza  successione , 
lasciò  il  reame  al  suo  nipote  figlio 
di  detti  coniugi,  che  però  poco  so- 
pravvisse. Estinta  la  Hnea  mascolina 
di  Aleramo,    furono  chiamati  a  re- 


CAS 

gnare  nel  Monferrato  i  Paleologhi, 
parenti  di  essa,  e  il  primo  signore 
ne  fu  Teodoro,  che  conquistò  Asti, 
e  si  collegò  coi  Visconti  di  Milano. 
I  successori  regnarono  sino  a  Carlo 
V,  e  passato  il  dominio  ai  duchi 
di,  Mantova ,  il  duca  Vincenzo  vi 
eresse  una  buona  cittadella  con  sci 
bastioni.  Finalmente  Casale  passò 
sotto  la  dominazione  della  casa  di 
Savoja. 

Al  principio  dell'anno  1629,  Ca- 
sale fu  assediata  dagli  spagnuoli, 
obbligati  a  ritirarsi  dalle  forze  di 
Luigi  XIII i  nell'anno  seguente  tor- 
narono ad  assediarla,  ma  fu  valo- 
rosamente difesa  dal  maresciallo  di 
Toiras.  Nel  i64o,  avendovi  gli  spa- 
gnuoli di  nuovo  posto  1'  assedio, 
sotto  il  marchese  di  Legnarez,  vi 
furono  pienamente  sconfitti  dal  conte 
d'Harcourt.  Nelle  turbolenze  di  Fran- 
cia, nel  i652  ,  gli  spagnuoli  s'  im- 
padronirono di  Casale,  e  quindi  non 
la  restituirono  alla  casa  di  Mantova. 
Quest'ultima  però  nel  1687  la  ven- 
dette a  Luigi  XIV  re  di  Francia. 
Tuttavolta,  questo  principe  dopo 
quattordici  anni  la  restituì  alla  casa 
medesima,  demolendovi  prima  tutte 
le  fortificazioni,  che  la  rendevano 
rispettabile.  Finalmente ,  verso  il 
1706,  Vittorio  Amadeo  li  di  Sa- 
voja, poi  re  di  Sardegna,  se  ne  im- 
padronì j  e  presa ,  nel  1 74^»  dai 
francesi,  la  ricuperò  nel  1746»  Carlo 
Eramanuele  III.  Al  tempo  della  ri- 
voluzione di  Francia  soggiacque  Ca- 
sale alla  sorte  del  Piemonte,  e  fece 
parte  del  dipartimento  di  Marengo, 
fino  al  termine  del  francese  impero. 

La  sede  vescovile  vi  fu  eretta  ad 
istanza  del  marchese  di  Monferrato 
Guglielmo  Paleologo,  dal  Pontefice 
Sisto  IV,  nel  i474>  facendola  suf- 
fraganea  della  metropoli  di  Milano, 
donde  passò  poi  sotto  quella  di  Ver- 


CAS 

celli,  venendo  formata  la  diocesi  con 
Tari  snierabramenti  di  quelle  di  Asti 
e  Vercelli.  La  cattedrale,  uno  dei 
più  belli  edifizi  della  città ,  tu  de- 
dicata in  onore  di  s.  Evasio  vescovo 
e  martire.  Il  capitolo  ha  due  digni- 
tà ,  la  prima  delle  quali  è  il  pre- 
vosto, con  quattordici  canonici,  con 
due  prebende,  ed  altri  preti  e  chie- 
rici. Esso  elegge  il  parroco  per  la 
cura  delle  anime,  ed  oltre  la  catte- 
drale, si  contano  tre  altre  parroc- 
chie. Vi  sono  i  francescani,  i  soma- 
schi ,  e  la  congregazione  della  mis- 
sione, varie  confraternite,  due  semi- 
nari, ospedale,  e  monte  di  pietà. 
La  mensa  è  tassata  in  camera  apo- 
stolica in  fiorini  333. 

Fra  gli  uomini  illustri,  che  fio- 
rirono in  Casale,  vanno  particolar- 
mente ricordati  i  tre  seguenti  Car- 
dinali :  Marc' Antonio  Boba ,  de'  si- 
gnori di  Bossignano,  degno  della 
porpora,  cui  lo  esaltò  nel  i565  Pio 
IV  ;  Gio.  Francesco  Blandrata ,  dei 
conti  di  s.  Giorgio,  fatto  Cardinale 
nel  1596,  da  Clemente  Vili,  poco 
mancando  che  non  gli  succedesse  nel 
pontificato  ;  e  Giangiacomo  Millo 
de'marchesi  di  Tubine  e  di  Altana, 
nel  1753  creato  da  Benedetto  XIV 
Cardinale ,  e  da  lui  assai  amato. 

CASALI  Antonio,  Cardinale.  An- 
tonio Casali,  di  nobile  schiatta  ro- 
mana, e  de'  marchesi  di  tal  nome , 
nacque  a  Roma  a'  25  maggio  del 
1.7  1 4.  Dopo  aver  percorso  lodevol- 
mente la  carriera  degli  studi,  aman- 
do porsi  al  servigio  della  Sede  Apo- 
stolica, fu  fatto  prelato,  e  progressi- 
vamente esercitò  con  lode  diverse 
cariche.  Da  segretario  di  consulta, 
poi  divenne  governatore  di  Roma; 
quindi  da  Clemente  XIV,  a'  1 2  di- 
cembre 1770,  fu  promosso  al  Car- 
dinalato; ma  non  fu  pubblicato  che 
nel  concistoro   del   i5  marzo   1773, 


CAS  137 

colla  diaconia  di  s.  Giorgio  in  Ve- 
labro.    Fu  ascritto    alle     congrega- 
zioni di     propaganda,     della     sagra 
consulta,  di  Avignone,  e  della    Lau- 
relana.    Fra    le  diverse   protettone 
che    sostenne,    vanno    rammentate 
quella  dell'  ospizio   apostolico  di  san 
Michele,  delle    arciconfraternite   del 
Gonfalone ,    del     ss.     Crocefisso     di 
s.    Marcello ,     e     del    Conservatorio 
Pio  da  lui  fondato  a  s.  Pietro  Mon- 
torio    mentre    era    governatore    di 
Roma,  per  le  povere  zitelle,  con  eri- 
gervi una  fabbrica    di    pannine,     e 
altre  manifatture,    e    chiamato   Pio 
dalle  beneficenze  che  gli  procurò  da 
Pio  VI,  massime    nel     1782.    Morì 
in   Roma    prefetto    del    Buongover- 
no, e  diacono  di  s.  Maria  ad  Mar- 
tyres  a'  i5    gennaio    1787,    di    set- 
tantatre anni ,  e   diciassette  di  Car- 
dinalato. Fu  esposto  e  sepolto  nella 
chiesa  di  s.   Agostino,  ove  la    nobi- 
lissima sua  casa  ha  la    propria    se- 
poltura,  nella    cappella    dedicata    a 
s.  Pietro  apostolo.  Le  sue  virtù,   le 
sue  belle  azioni,  l' ingegno  e  la  pie- 
tà, furono  celebrate  da   C.  Branca- 
doro,     poi     Cardinale,     nell'  Elogio 
storico  del   Cardinal    Antonio    Ca- 
sali, Macerata    1787. 

CASALIO  Gasparo.  Scrittore  del 
secolo  decimosesto,  nativo  di  San- 
taren  in  Portogallo.  Si  ascrisse  al- 
l'Ordine degli  eremiti  di  s.  Agostino 
l'anno  \5^i.  Si  distinse  nel  sapere 
per  modo,  che  fu  scelto  a  primario 
professore  nell'  università  di  Coim- 
bra.  Venne  poscia  innalzato  alla 
sede  di  Zunsal  nell'  isola  Madera, 
dalla  quale  passò,  nel  i556,  a  quel- 
la di  Leira  nell'  Estremadura ,  e 
poscia  a  quella  di  Coimbra,  dove 
mori  nel  1587  circa.  Intervenne 
due  volte  al  concilio  di  Trento.  Fu 
precettore  dell'  infante  Giovanni  III, 
che  poi    lo    fece    suo    confessore,  e 


ras  CAS 

capo  del  consiglio  di  coscienza.  Ab- 
biamo di  lui  le  opere  seguenti:  i. 
Dt  Sacrificio  Missas  libri  tresj  a. 
De  ccena  et  calice  Domini,  libri 
tresj  3.  De  usa  calicis  libri  tres  j 
4.  Axioniata   Christiana, 

CASANATTA  o  CASANATA  Gi- 
rolamo,    Cardinale.    Girolamo    Ca- 
sauatta,  orioudo  spagnuolo,  ma  na- 
to  a   Napoli    nel    1620,  per  soddis- 
fore  al  desiderio  del  genitore,  si  ap- 
plicò allo  studio  della  legge.    Reca- 
tosi   a     Roma    fu    cameriere    d'  In- 
nocenzo   X;    quindi     dal    1647     in 
poi  governò    le  città  e  le  provincie 
ecclesiastiche,  come  Sabina,  Fabria- 
no, Ancona    e  Camerino,  che  a  ve  a 
a  vescovo  Emilio  Altieri,  poi  Clemen- 
te X,  con    cui  il    Casanatta    strinse 
sincera  amicizia.  In  appresso  da  Ales- 
sandro VII    nel    i658,    fu   stabilito 
inquisitore    a    Malta;  quindi    venne 
annoverato  tra  i  prelati    di  consulta, 
e  tra    i    votanti    dell'una  e    l'altra 
segnatura  ;  ed  inoltre  fu  fatto  con- 
sultore de'riti  e  della  sagra  inquisi- 
zione,   come     anche    segretario     di 
Propaganda.  Morto  Alessandro  VII, 
il    sagro    Collegio    lo  elesse    gover- 
natore   del    conclave    di    Clemente 
IX,    che    neir  anno    1 668    lo     vol- 
le assessore  del  s.  offizio;   Clemente 
X  lo   promosse    a   segretario    della 
congregazione  dei  vescovi  e   regola- 
ri, e  a  premio  delle  sue  belle    dòti, 
e  della  integrità  ne'suoi    impieghi, 
ai    i3  giugno    1678,  lo  creò    Cardi- 
nal di  s.   Maria  in    Portico,   diaco- 
nia, cui  nel  1686,  cambiò  col  tito- 
lo presbiterale  di  s.  Silvestro  in  Ca- 
pite.   Venne    eziandio    ascritto    alle 
congregazioni  del  s.  offizio,  del  con- 
cilio, dei  riti,  di  propaganda  ed   al- 
tre ;  colla    prefettura    delle    congre- 
g<tzioni  dei  regolari,    e  della    visita 
apostolica.  Innocenzo  XIIj  nel  1698, 
lo  fece  bibliotecario  della    vaticana. 


CAS 

Questo  degnissimo  porporato  lasciò  di 
se  eterna  memoria  nella  famosa  biblio- 
teca da  lui  fondata  a  pubblico  bene 
di  Roma  nel  convento  dei  domenicani 
di  s.  Maria  sopra  Minerva,  ove  sorge 
la  statua  di  lui  eccellentemente  la- 
vorata dal  signor  le  Gros  in  finis- 
simo marmo.  Di  più,  a  tale  biblio- 
teca lasciò  un  fondo  di  ottantamila 
scudi,  perchè  mantenesse  a  bene 
della  s.  Sede  sei  religiosi  teologi  di 
varie  nazioni,  e  due  altri  in  una 
scuola  contigua,  a  dichiarare  ed  es- 
porre s.  Tommaso  ;  inoltre  la  volle 
assistita  da  tre  religiosi  non  sacer- 
doti, e  due  bibliotecari  perchè  po- 
tessero servire  i  ricorrenti  alla  me- 
desima, dacché  viene  tenuta  per  una 
delle  migliori  d'Europa,  per  la  sua 
ampiezza,  maestà  e  scelta  di  volumi 
in  ogni  genere  di  studio.  V.  Bi- 
blioteca Casanatense.  Finalmente , 
dopo  essere  intervenuto  alla  elezione 
dei  due  Innocenzi  XI,  e  XII,  e  di 
Alessandro  VIII,  morì  a  Roma  nel- 
l'anno 1700,  di  ottanta  anni  e  venti- 
sette di  Cardinalato.  Ebbe  poi  tom- 
ba nella  basilica  lateranense,  ove  tra 
le  due  cappelle  di  s.  Ilario  e  di  s. 
Francesco  sorge  la  statua  di  lui. 
Era  questo  porporato  zelantissimo 
per  la  religione  cattolica,  piacevole 
e  benigno,  ed  amante  della  giustizia 
attemperata  a  clemenza. 

CASANOVA  Giovanni,  Cardina- 
le. Giovanni  Casanova  nacque  da 
nobili  parenti  a  Barcellona  nella 
Spagna,  e  nel  i4o4  pi'oft^ssò  nel- 
r  Ordine  dei  predicatori,  ove  riuscì 
assai  dotto  in  filosofia  e  teologia. 
Volata  fama  di  lui  a  Martino  V, 
nel  i4i^}  Jo  ffice  maestro  del  sa- 
gro palazzo,  distinguendosi  poscia 
quando  scrisse  della  podestà  del  Pa- 
pa sopra  il  concilio,  contro  la  con- 
venticola di  Basilea,  ed  altri  trat- 
tati   di  teologia.   Indi,  nel    14^4?  '*^ 


CAS 
stesso  Martino  lo  promosse  a  ve- 
scovo di  Bosa  nella  Sardegna,  e  di 
poi  alla  chiesa  di  s.  Asafo  nella  pro- 
vincia di  Tarragona.  In  appresso  e 
segretamente  dallo  stesso  Martino  V, 
ai  '2  3  di  giugno  del  14^6,  fu  innal- 
zato all'  onor  della  poi'pora,  e,  se- 
condo Mattei,  da  Eugenio  IV,  eb- 
be le  insegne  Cardinalizie  col  titolo 
presbiterale  di  s.  Sisto,  e  1'  ammini- 
strazione della  chiesa  di  Girona  nella 
Catalogna.  Insorti  poscia  non  lievi  dis- 
sapori col  novello  Pontefice,'  si  riti- 
rò in  Basilea,  ove  teneasi  il  conci- 
lio ;  ma  non  andò  guari  che  si 
riconciliò  col  detto  Pontefice  ,  e 
scrisse  le  sullodate  opere  .  Mori 
nel  1436,  dopo  dieci  anni  di  Car- 
dinalato ,  e  portato  a  Barcellona , 
ebbe  tomba  nella  chiesa  dei  predica- 
tori in  marmoreo  avello. 

CASANOVA  Iacopo,  Cardinale. 
Iacopo  Casanova  da  Valenza,  ca- 
meriere al  Pontefice,  e  protonotario 
apostoHco ,  a' 3o  giugno  i5o3,  fu 
da  Alessandro  VI  creato  Cardinal 
prete  di  s.  Stefano  al  Montecelio. 
Egli  solo  si  trovava  nel  palazzo  va- 
ticano, quando,  morto  il  Pontefice, 
il  duca  Valentino  gli  diede  il  sac- 
co, e  fu  costretto  a  consegnar  le 
chiavi  a  chi  andò  con  un  picchetto 
di  soldati,  per  prendetesi  il  meglio, 
che  v'era.  Ma  dopo  un  anno  di 
Cardinalato ,  mori  a  Roma ,  nel 
1 5o4,  dopo  aver  contribuito  all'  e- 
saltamento  di    Pio  III  e  Giulio  II. 

CASARIENSE  Procopio.  F.  Pro- 
copio  di  Cesarea. 

CASATI  Clusiano  ,  Cardinale. 
Clusiano  Casati,  conte  di  Casate,  dio- 
cesi di  Milano,  era  arcidiacono  di 
quella  metropolitana,  quando  perve- 
nuto a  Roma  Nicolò  III  lo  fece  u- 
ditore  di  Ruota,  e  perchè  lo  stima- 
va moltissimo,  volle  eh'  esaminasse 
la  spiegazione  della  regola    dei    mi- 


CAS  139 

norì,  cui  avea  egli  composta.  Mar- 
tino IV  a' 2  3  marzo  del  1281  lo 
creò  Cardinal  prete  dei  ss.  Pietro  e 
Marcellino,  dei  quali  ristaurò  la  chie- 
sa con  gran  dispendio.  Dopo  il  con- 
clave di  Onorio  IV,  mori  di  peste  a 
Roma  nel  1287,  ^^i  anni  dacché 
vestiva  la  sagra  porpora,  e  fu  se- 
polto nella  basilica  lateranense.  In 
questa  il  Cardinal  Iacopo  Colonna, 
di  lui  intrinseco  amico,  fabbricò  una 
cappella,  e  un  altare  per  celebrar- 
vi la  s.  Messa  a  sufhagio  dell'ani- 
ma dell'amico. 

CASCARA,  o  CASCHARA.  Città 
metropolitica  della  provincia  patriar- 
cale di  Caldea,  ove  Maris  predi- 
cò il  vangelo,  e  stabili  un  vescovo, 
dopo  aver  predicata  la  fede  in  Seleu- 
eia,  onde  in  mancanza  del  cattoli- 
co di  Seleucia  ne  faceva  le  veci. 
Nel  secolo  XII  fu  eretta  in  metro- 
poli con  tre  sufFraganei.  Evvi  anco- 
ra Cascara,  sede  episcopale  di  Me-^ 
sopotamia,  nel  patriarcato  d'Antio- 
chia, fondata  nel  quinto  secolo,  sot^ 
to  la  giurisdizione  di  Amida. 

CASCHAU  [Cassovien.).C\t\h.  con 
residenza  vescovile  in  Ungheria.  F. 
Casso  VIA, 

CASELLI  Carlo  Francesco,  Car- 
dinale. Carlo  Francesco  Caselli  nac^ 
que  ai  20  ottobre  174©  in  Ales- 
sandria della  Paglia,  da  civili  geni^ 
tori,  che  lo  educarono  saggiamente. 
Quindi  volle  aggregarsi  all'istituto 
religioso  de' servi  di  Maria  Vergine, 
nel  quale  sostenne  con  lode  vari  uf- 
fizi, che  gli  meritarono  i  maggiori 
gradi.  Il  perchè,  nel  1 781,  dappri- 
ma fu  nominato  segretario  generale, 
poi  provinciale,  e  per  la  conclusio- 
ne di  alcuni  affari,  che  gli  procu- 
rarono r  applauso  de'  suoi  confra- 
telli, venne  da  loro  proclamato  ge- 
nerale di  tutto  l'Ordine  nel  1792^ 
dopo  avere    esercitato,   la    carica  di 


i4o  CAS 

procuratore  generale.  Venuto  Pio 
VI  in  cognizione  della  sua  pruden- 
za e  dolti'ina,  lo  nominò  consulto- 
re delle  congregazioni  Cardinalizie 
de*  Riti,  e  del  s.  Offizio;  e  foi'se 
senza  le  sopravvenute  circostanze, 
die  desolarono  il  termine  del  seco- 
lo XVII 1,  lo  avrebbe  esaltato  al  Car- 
dinalato. Divenuto  Pontefice  Pio 
VII,  bramoso  di  accomodare  gli  af- 
fari di  Francia,  sconvolta  dalle  ac- 
cennate catastrofi,  e  farvi  rifiorire 
la  religione,  vi  spedì  il  Cardinal 
Consalvi,  monsignor  Spina,  poi  Car- 
dinale^  e  il  nostro  Caselli  colla  qua- 
lifica di  suo  teologo  consulente,  i 
quali,  ai  1 4  giugno  1801,  sottoscris- 
sero la  tanto  celebre  convenzione, 
ch'ebbe  per  fine  il  concordato  fra 
la  santa  Sede  e  quel  regno.  Nello 
incominciare  l'anno  1802,  lo  stesso 
Pontefice  l' incaricò  di  accompagna- 
re in  Roma  le  venerande  ceneri 
del  suo  glorioso  predecessore  Pio 
VI,  che  ancora  giacevano  in  Valen- 
za ove  era  morto.  Indi  nel  marzo 
lo  fece  arcivescovo  di  Sida  in  par* 
tibuSj  ed  avendolo  creato  Cardinale 
nel  concistoro  de' 2  3  febbraio  1801, 
riservandoselo  in  petto,  lo  pubblicò 
nel  concistoro  de'  9  agosto  del  me- 
desimo anno  1802,  assegnandogli 
per  titolo  presbiterale  la  chiesa  di 
6.  Marcello  degli  stessi  pp.  serviti, 
non  che  le  congregazioni  del  s.  uf- 
fizio, de'  vescovi  e  regolari,  dell'  in- 
dice, della  disciplina  ,  e  dell'  esame 
de'  vescovi  in  sagra  teologia.  Non 
andò  guari,  che  il  governo  francese 
lo  dichiarò  senatore  dell'  impero,  ed 
essendo  stato  nominato  arcivescovo 
di  Parigi,  gli  riuscì  di  farsi  dispen- 
sare. Poco  dopo  Pio  VII  conservan- 
dogli il  grado  arcivescovile,  nel  con- 
cistoro de' 28  maggio  i8o4,  pre- 
conizzollo  vescovo  di  Parma.  Strap- 
pato poscia  il  Pontefice    da    Roma, 


CAS 

e  deportalo  in  Savona,  si  ajdunò  in 
Parigi  il  famoso  concilio  nazionale, 
ed  ivi  diede  il  Caselli  nuove  prove 
di  senno,  di  scienza,  e  di  soda  pie- 
tà, e  siccome  impavido  sostenitore 
dei  diritti  della  santa  Sede,  cadde 
dalla  grazia  dell'  imperatore  Napo- 
leone. Insignito  in  progresso  dalla 
regnante  sovrana  di  Parma  e  Pia- 
cenza della  qualifica  di  suo  intimo 
consigliere,  e  di  gran  croce  dell'Or- 
dine costantiniano  di  s.  Giorgio,  lo 
fece  di  poi  gran  priore  del  medesi- 
mo, dignità,  che  avrebbero  in  pro- 
gresso i  suoi  successori  nel  vesco- 
vato. Finalmente  colla  lode  di  ze- 
lante pastore,  morì  in  Parma  ai  19 
aprile  1828,  e  venne  esposto  e  se- 
polto in  quella  cattedrale.  V.  Ora- 
zione in  morte  del  Cardinale  Car- 
lo Francesco  Caselli,  ec. ,  del  pa- 
dre Agostino  Garbarini  priore  cas- 
sinese,  Parma   1828. 

CASERTA  (Casertan).  Città  con 
residenza  d' un  vescovo  nel  regno 
delle  due  Sicilie,  capoluogo  deHa 
provincia  di  Terra  di  Lavoro,  che 
contiene  la  maggior  parte  della  ce- 
lebre Campania  felice.  Fu  edificata 
dai  longobardi  sul  declivio  di  una 
collina  dei  monti  tìfatini,  e  prese  il 
nome  dalla  contrada  chiamata  Casa 
irta,  perchè  componevasi  di  un  ag- 
gregato di  amenissimi  villaggi  e  di 
borghi,  capo  de'  quali  fu  questa  cit- 
tà, detta  perciò  la  vecchia  j  a  di- 
stinguerla dalla  nuova,  di  cui  si  farà 
menzione  in  ultimo.  Ebbe  Caserta 
il  titolo  di  principato ,  che  insieme 
al  feudo  fu  ceduto  dalla  nobile  fa- 
miglia Caetani  romana  (Vedi)  al  re 
di  Napoli  Carlo  III  di  Rorbone  nel 
lySi,  ricevendo  in  cambio  Teano.  E 
per  alcun  tempo,  nel  nono  secolo,  era 
stata  dominata  da  Landolfo,  fratello 
del  conte  di  Capua ,  mentre,  allor- 
ché era  contea,  fu  data  insieme  ad 


CAS 
altre  signorie,  con  mero  e  misto 
impero  da  Urbano  VI  al  suo  nipote 
Francesco  frignani,  col  consenso  di 
Carlo  III  Durazzo.  La  popolazio- 
ne di  Caserta  e  il  suo  lustro  mol- 
to diminuirono  dopo  la  fondazione 
di  Caserta  nuova.  Tuttavolta  è  piaz- 
za di  guerra  per  le  sue  fortificazio- 
ni. In  varie  epoche  fu  onorata  Ca- 
serta vecchia  della  presenza  de'  ro- 
mani Pontefici ,  e  da  ultimo ,  nel 
1729,  da  quella  di  Benedetto  XIII, 
che  recossi  ad  abitare  il  convento 
de'  minimi  paolotti  di  s.  Fi'ancesco 
di  Paola. 

La  sede  vescovile  di  Caserta  fu 
istituita,  verso  il  970,  dal  Pontefice 
Giovanni  XIII ,  che  inoltre  la  fece 
suffl'aganea  di  Capua.  Vuoisi  nondi- 
meno, che  i  suoi  vescovi  stabilmente 
e  regolarmente  incominciassero  a 
succedervi  nell'anno  1 100  circa.  In- 
di Pio  VII,  colle  lettere  apostoliche, 
date  V  kalend.  julii  1 8 1 8  ,  De 
meliori  doniìnicae ,  vi  uni  la  sede 
vescovile  di  Cajazzo.  La  sua  sontuo- 
sa e  bella  cattedrale,  sagra  a  s.  Mi- 
chele Arcangelo,  è  molto  antica;  ed 
il  suo  capitolo  è  fregiato  di  quattro 
dignità,  prima  delle  quali  è  il  de- 
cano :  diecinove  sono  i  canonici,  che 
fruiscono  di  due  prebende,  ed  altri 
preti  e  chierici  sono  addetti  alle 
ufficiature.  La  cattedrale  è  pure  par- 
rocchia, onde  il  curato  si  elegge 
dal  capitolo,  coll'approvazione  del 
vescovo.  Vi  hanno  inoltre  due  se- 
minari ,  parecchie  chiese ,  quattro 
case  religiose,  ed  un  monistero  di 
monache,  un  conservatorio,  sodalizi, 
ospedale  e  monte  di  pietà.  La  men- 
sa è  tassata  di  duecento  quarantasei 
fiorini.  Fra  gli  uomini  illustri,  che 
sortirono  a  patria  Caserta,  merita  spe- 
cialmente ricordanza,  il  Cardinal  di  S. 
Romana  Chiesa  Giulio  Antonio  San- 
torio,  denominato  di  Santaseverijaa 


CAS  l^l 

dall'arcivescovato  da  lui  avuto.  Pei 
distinti  suoi  meriti ,  nel  1 592  ,  sa- 
rebbe stato  eletto  Papa  per  adora- 
zione, se  non  si  fosse  opposto  il 
Cardinal   Ascanio  Colonna. 

La  città  di  Caserta  nuova  contiene 
un  superbo  castello  reale  incomin- 
ciato nel  1750  dal  re  Carlo  III  Bor- 
bone, poi  monarca  di  Spagna,  che 
vuoisi  il  più  magnifico ,  splendido 
ed  ameno  d'Italia,  per  opera  dell'ar- 
chitetto Vanvitelli,  occupando  l'area 
dell'ampliato  villaggio  della  Torre. 
Al  di  fuori  la  figura  è  ottangolare, 
e  al  di  dentro  si  compone  di  quat- 
tro palazzi,  ricchi  di  pitture,  sta- 
tue e  altri  preziosi  ornamenti,  e  fia 
le  delizie  è  da  annoverarsi  il  bosco, 
già  celebre  sotto  i  piincipi  di  Ca- 
serta, e  che  termina  in  un  castello 
circondato  da  un  canale  di  acque, 
le  quali  derivano  da  un'  ampia  pe- 
schiera .  In  una  parola  tutto  è  real 
magnificenza  in  Caserta,  siccome 
proprietà  de'  monarchi  del  regno 
delle  due  Sicilie,  anche  per  l' ele- 
ganza dq^li  altri  edifizi,  e  per  1'  a- 
menità  dei  giardini. 

CASGARA.  Città  metropolitana 
del  Turquestan  della  diocesi  di  Cal- 
dea, ove  il  Cam  de' tartari  permi- 
se, che  il  cattolico  di  Seleucia  nei 
primordii  del  IX  secolo  spedisse  pre- 
dicatori cristiani,  e  dove  dopo  due 
secoli  professò  il  vangelo  lo  stesso 
principe  de'  turchi,  insieme  a  due- 
centomila sudditi.  Verso  l' anno  1 200 
era  sovrano  di  questa  città  Unge- 
ham,  detto  il  re  Giovanni,  e  quan- 
do piti  tardi  nel  1263  vi  giunse  il 
p.  Rubruquis,  missionario  inviatovi 
da  s.  Luigi  IX  re  di  Francia,  co- 
mandava un  altro_  Giovanni  prete, 
che  inoltre  eseguiva  le  funzioni  epi- 
scopah.  È  troppo  noto,  che  i  ve- 
scovi nestoriani,  in  alcune  parti  del- 
le Indie,  e  in  altie  ove  erano,    so- 


ìii  CAS 

lavano  ordinare  de'  fanciulli  per  ser- 
virsene quai  diaconi  e  sacerdoti,  on- 
de non  è  a  meravigliarsi  se  i  loro 
re  spesse  volte  si  trovino  insigniti 
del  sacerdozio. 

CASHEL  (  Cìiamlicìi.).  Città  con 
residenza  di  un  arcivescovo  nel!'  Ir- 
landa, provincia  Momonia,  o  di  Mnn- 
sler,  capitale  della  contea  Tippera- 
ry,  baronia  di  Middlethird.  Fu  edi- 
ficata sulla  riva  sinistra  del  Suir , 
ma  abbruciata  nel  i654,  venne  di- 
poi rifabbricata.  Si  veggono  ancora 
gli  avanzi  deli'  abbazia  di  Cashel , 
residenza  dei  re  di  Munster,  ed  al 
suo  ingresso  evvi  una  gran  toiTe  di 
cinquantaquattro  piedi  di  circonfe- 
renza. 

Ancbe  questa  sede  vescovile  fu 
eretta  da  s.  Patrizio  l'anno  4^5, 
allorché  fu  mandato  in  Irlanda  a 
predicar  la  fede  dal  Pontefice  s.  Ce- 
lestino I,  e  non,  come  altri  dicono, 
nel  secolo  decimo.  Chiamasi  pure 
Cassilia,  Ternisy  o  Ivernis.  Nel  con- 
cilio di  Meliifonte,  celebrato  nel 
II 52,  fu  eretta  al  grado  arcivesco- 
vile, ciò  che  approvò  il  Pontefice 
Eugenio  III,  e  le  vennero  assegnate 
per  chiese  suffiaganee,  Emly  o  Emi- 
ley,  Limeric,  Waterford,  Corck,  Ross, 
Rillala,  Clonci,  Roscrea  e  Ardart. 
Attualmente  T  arcivescovo  di  Cashel 
è  amministratore  perpetuo  della  dio- 
cesi di  Emly,  ed  ha  per  suffraganee 
le  sedi  di  Corck,  di  Cloyne  e  Ross 
unite,  di  Rery  unita  ad  Aghadon, 
di  Limerick,  di  Waterford  unita  a 
Lismore,  di  Killaloe  e  di  Rilfenora, 
la  quale  è  unita  a  Chilmaghduag, 
che  però  è  sotto  la  giurisdizione  del- 
l' arcivescovo  di  Tuam. 

Cashel  ha  una  bella  cattedrale , 
edifizio  moderno  di  architettura 
greca;  e J' episcopio  conteneva  una 
biblioteca  di  manosaitti  interessanti. 
Sopra  una  rupe  si  veggono   le    ro- 


C  A  S 
vi  ne  della  cattedrale  antica,  in  ui 
situazione  pittoresca.  L'arcivescovo^ 
che  dipende  per  la  santa  Sede  dalla 
congregazione  Cardinalizia  di  pro- 
paganda^ risiede  in  Thiu'les ,  città 
d' Irlanda,  baronia  d'  Eliogurty,  che 
dà  il  titolo  di  conte  alla  famiglia 
Ormond .  Ben  fabbiicata  è  Cashel 
in  fertile  paese  sul  Suire,  e  la  chiesa 
è  uno  de'  suoi  migliori  edifizi.  Nella 
diocesi  da  ultimo  vi  erano  quaran- 
tasette  parrocchie,  e  molte  altre  cap- 
pelle. Evvi  un  raonistero  di  Orsoli- 
ne,  e  molte  scuole  pei  cattolici,  i 
quali  superano  i  duecento  sessanta 
mila  per  tutta  la  diocesi  ,  dove  ol- 
tre i  quarantasette  parrochi,  si  con- 
tavano sessanta  vicari  ,  e  tutti  ri- 
traggono il  loro  sostentamento  dagli 
emolumenti  parrocchiali  e  da  pie 
oblazioni. 

Due  concilii  si  celebrarono  in  Ca- 
shel, conosciuti  anco  sotto  il  nome 
di   Cassel,  e  sono  i  seguenti  : 

Il  primo,  adunato  nell'anno  1171, 
o  1172  per  comando  di  Enrico  II 
re  d' Inghilterra,  fu  tenuto  da  Rau- 
lo  arcidiacono  di  Landaf,  presieden- 
dovi Cristiano  vescovo  di  Lismore 
in  qualità  di  legato  della  sede  apo- 
stolica. Vi  si  esposero  i  disordini , 
che  regnavano  nel  paese,  onde  fu 
provveduto  con  otto  canoni.  Il  pri- 
mo ci  fa  conoscere ,  che  in  queste 
parti  sussisteva  la  poligamia ,  giac- 
che comanda ,  che  i  matrimoni  si 
contraggano  secondo  le  leggi.  Il  se- 
condo prescrive  le  decime  sul  be- 
stiame, sui  frutti,  e  sulle  altre  cose 
in  favore  della  chiesa  parrocchiale. 
Jo.  Brompt.    1071. 

Il  secondo  nell'anno  i4^3,  tenu- 
to da  Giovanni  Catwel  arcivescovo 
di  Cashel  in  Limerick,  versò  sopra 
la  disciplina  ecclesiastica.  Angl.  t.  III. 

CASIMIRO  (s.).  Fu  questi  il  ter- 
zo dei  tredici  figli  di    Casimiro  III, 


CAS 
re  di  Polonia,  e  di  Elisabetta  d'  Au- 
stria, virtuosissima  principessa,  e  nac- 
que il  giorno  cinque  di  ottobre  del- 
l'anno  i4t»8.  Fin  dai  più  teneri 
anni  poteva  argomentarsi  dalla  pie- 
tà di  lui  e  dallo  spirito  di  mortifi- 
cazione ,  a  qual  grado  di  cristiana 
perfezione  sarebbe  un  giorno  arri- 
vato, poiché,  sebbene  ancora  fanciul- 
lo, egli  trascorreva  le  intere  notti 
nella  orazione,  meditava  col  più  ma- 
raviglioso  raccoglimento  la  passione 
di  Gesù  Cristo,  portava  un  cilicio , 
ed  abborrendo  ogni  pompa ,  non 
usciva  di  casa  se  non  per  assistere 
alle  funzioni  e  sacre  salmodie  della 
Chiesa.  Cresci u^p  cogli  anni,  crebbe 
mirabilmente  nell'  esercizio  d' ogni 
più  bella  virtù  cristiana  per  modo 
tale  da  non  potersi  dire  qual  mag- 
giormente in  lui  risplendesse;  egh 
umile  con  tutti,  liberale  verso  dei 
poveri,  severo  solamente  con  se  stes- 
so ;  la  purità  di  lui  era  più  da  an- 
gelo che  da  uomo,  e  quantunque 
fosse  più  volte  sollecitato  a  congiun- 
gersi in  matrimonio,  vi  resistette  con 
somma  costanza!  Gli  ungheresi  mal 
contenti  del  loro  re  Mattia,  volendo 
innalzare  sul  loro  trono  il  nostro 
santo  giovanetto,  ne  fecero  al  pa- 
dre la  domanda ,  e  questi  obbli- 
gò il  figliuolo  a  porsi  in  capo  ad 
un'  armata  per  sostenere  il  diritto 
di  sua  elezione.  Ma  come  seppe 
il  buon  Casimiro,  che  questa  spe- 
dizione era  ingiusta,  e  che  il  Pon- 
tefice Sisto  IV  erasi  dichiarato  in 
favore  dal  re  deposto,  ricusò  fer- 
mamente di  arrendersi  ai  replicati 
inviti  di  quei  ribelli,  e  per  non  ac- 
crescere colla  sua  presenza  il  ram- 
marico del  padre,  si  ritirò  nel  ca- 
stello di  Dobzki,  ove  visse  fra  gli 
esercizi  d'  un'  austerissima  penitenza. 
Tanto  era  a  Dio  cara  l' anima  di 
lui,  che  non  soffri  di  lasciarlo  lungo 


CAS  143 

tempo  nei  pericoli  della  corte,  e  nel 
vigesimoquarto  anno  di  età  morì  di 
etisia  a  Vilna  il  giorno  4  ^*  mar- 
zo del  1483,  avendo  già  molto  pri- 
ma predetta  la  sua  morte.  Ebbe 
sepoltura  nella  chiesa  di  s.  Stanislao, 
ed  il  Pontefice  Leone  X  lo  ascrisse 
al  numero  dei  santi  nel  iS^r.  Il 
corpo  di  lui,  cento  e  vent'  anni  do- 
po la  sua  morte,  fu  trovalo  incor- 
rotto, e  le  sue  preziose  reliquie  fu- 
rono collocate  in  una  magnifica  cap- 
pella di  marmo ,  fabbricata  a  tal 
uopo.  Egli  è  il  santo  protettore  della 
Polonia. 

CASINI  Antonio,   Cardinale,  kn- 
tonio  Casini  sanese,  nacque  da  Gio- 
vanni che  fu  medico  di  Urbano  VI, 
e  da  una  signora  di    casa  Capocci, 
nata  da  una  sorella  di  quel  Papa,  di 
cui  Antonio  era  pronipote.  Divenne 
pievano  di  Signa,  poi  canonico  e  vica- 
rio generale  di  Firenze,  e  sottocolletto- 
re aposlohco  nella  Toscana.    Godeva 
gran  fama  quando  si  condusse  a  Ro- 
ma, il  perchè  Innocenzo  VII  lo  as- 
sociò ai  cherici  di  camera  ;  e  nel  ì^o'j 
Gregorio    XII     lo    fece    vescovo    di 
Pesaro.    Quindi    Alessandro  V,    nel 
1409,  lo  spedì  al  vescovato  di    Sie- 
na,   che  nel  14^7  cambiò  con  quel- 
lo di  Grosseto.  Poi  Giovanni  XXIII 
lo  elesse  tesoriere,  vicelegato  di  Bo- 
logna, e  governatore    della    Roma- 
gna. Nella   cattedrale  di  Siena  eres- 
se una  cappella  a  s.  Sebastiano,  ar- 
ricchì la  biblioteca  di  quella   chiesa 
di  rarissimi  codici,  e  vi  lasciò  altre 
opere  a  perpetua  memoria    di   lui . 
Stabilì  due  cappellanie  nella  metro- 
politana di  Firenze  con  dote  conve- 
niente, ed  ai  2  3  giugno    del    14^6 
da  Martino    V    fii   creato    Cardinal 
prete  di  s.  Marcello.  Nell'anno   ap- 
presso rinunziò  la  sua  diocesi ,  pro- 
curando che  venisse  conferita  a  san 
Bernardino  da  Siena,   il    quale  mo- 


i44  CAS 

destamente  la  ricusò.  Intervenne  al 
concilio  di  Costanza,  alla  prima  ses- 
sione di  quello  di  Basilea,  ed  al  con- 
clave di  Eugenio  IV,  che  avendolo  poi 
carissimo,  lo  dichiarò  arciprete  del- 
la basilica  liberiana.  Mori  a  Firen- 
ze nell'anno  1439,  dopo  tredici  anni 
di  Cardinalato,  e  portato  a  Roma, 
fu  sepolto  nella  detta  basilica  libe- 
riana con  breve  iscrizione.  Liberale 
coi  poveri ,  non  mai  negava  loro 
limosina ,  perlochè  era  chiamato  il 
Cardinal  misericordioso. 

CASINI  Francesco  Maria,  Car- 
dinale. Francesco  Maria  Casini  nac- 
que in  Arezzo  da  nobili  genitori , 
nel  164B.  Di  quindici  aani  andò 
fra  i  cappuccini ,  e  ne  vestì  l'abito 
a  Cortona,  ove  si  distinse  per  virtù 
e  per  dottrina  massime  nella  predi- 
cazione ,  sostenuta  con  somma  ri- 
putazione nelle  migliori  città  d'  Ita- 
lia. Predicò  a  Parigi,  dinanzi  al  re 
e  alla  regina  della  Gran  Bretta- 
gna ,  alla  presenza  dell'  imperatore  , 
e  degli  elettori  Palatino  e  Mogon- 
tino,  e  ad  altri  gran  principi  e  signo- 
ri. Innocenzo  XII  lo  nominò  predica- 
tore apostolico,  e  ciò  tanto  piacque 
al  sagro  Collegio ,  che  nominò  due 
Cardinali  a  ringraziare  il  Pontefice 
per  la  scelta  di  tanto  uomo.  Infermato 
gravemente  il  Pontefice,  lo  volle  suo 
assistente,  e  fece  a  lui  la  sua  confes- 
sion  generale.  Successo  nel  pontificato 
Clemente  XI,  continuò  a  lungo  il 
Casini  nel  suo  impiego,  fino  a  che 
piacque  al  medesimo  Pontefice ,  ai 
3o  gennaio  1713,  sollevarlo  all'onor 
della  porpora  col  titolo  di  s.  Prisca, 
di  asQiiverlo  alle  congregazioni  del 
s.  offizio,  dei  vescovi  e  regolari,  dei 
riti ,  di  propaganda  ed  altre,  colla 
protettoria  di  tutto  l'Ordine  della 
redenzione  degli  schiavi.  Divenuto 
Cardinale,  non  dimenticò  la  profes- 
sione   religiosa,    che    anzi    vestiva 


CAS 

di  sacco  sotto  le  vesti  Cardinalizie, 
e  conduceva  vita  esemplare,  quale 
si  conveniva  a  chi  per  uffizio  dovea 
ammaestrare  gli  stessi  maestri  della 
religione.  Era  nemico  al  fasto,  alle 
grandezze ,  ma  spendeva  ogni  an- 
no mille  scudi  per  ristaurarc  ed 
abbellire  la  sua  chiesa  ;  siccome 
frugalissimo,  dava  ai  poveri  quan- 
to più  poteva  sottrarre  al  suo  as- 
sai mite  sostentamento,  e  nessun 
povero  ricorso  al  Casini  ,  partì 
sconsolato.  Da  ultimo ,  dopo  peno- 
sissima malattia  sostenuta  con  gran 
sofferenza,  assistito  dal  venerabile 
Tenderini,  morì  a  Romanci  17 19, 
di  settantun  anno^  e  sei  di  Car- 
dinalato, e  fu  sepolto  nella  chiesa 
del  suo  Ordine.  Quando  il  Ponte- 
fice ne  seppe  la  morte,  non  potè 
rattenere  le  lagrime,    dacché    molto 

10  amava  e  stimava.  Nella  sua  in- 
fermità gli  mandò  mille  scudi  per 
le  spese  necessarie;  ma  il  Casini  li 
ricusò,  ed  il  Pontefice  li  assegnò  alla 
eredità  di  lui,  cui  lasciò  al  collegio 
di  Propaganda.  Le  prediche  del  Ca- 
sini spirano  eloquenza  e  perizia  non 
comune  della  divina  Scrittura,  e  si 
pubblicarono  a  Roma  in  tre  volami. 
La  vita  di  lui  venne  estesa  dal  pre- 
lato Fabroni,  che  ricorda  anche  le 
altre  opere  di  questo  degnissimo 
porporato.  I  giornalisti  d'Italia  nel 
tomo  XXXII  p.  449)  fai^no  l'elo- 
gio storico  del  Cardinal  Casini,  di 
cui  pure  abbiamo  una  traduzio- 
ne dal  francese  de'  Consigli  della 
Sapienza. 

CASONI  Lorenzo,  Cardinale.  Lo- 
renzo Casoni  nacque  da  nobile  pro- 
sapia a  Sarzana,  nel  i644-  Inno- 
cenzo XI  lo  assegnò  compagno  al 
nunzio  Bevilacqua  nel  viaggio  al  con- 
gresso di  Odenheim,  ove  fu  stabili- 
ta la  pace  tra  i  principi    d'Europa. 

11  Casoni  vi  si   trattenne  per  qual- 


CAS 
che  lempo^  anche  partito  il  nunzio, 
per  accomodare  alcuni  affari  di  con- 
seguenza restati  indecisi.  Ritornato 
a  Roma,  fu  canonico  di  S.  M.  in 
Vialala  ;  poi  della  basilica  di  s.  Ma- 
ria Maggiore;  quindi,  essendo  Pon- 
tefice Alessandro  Vili,  andò  nunzio 
alla  corte  di  Napoli,  ove  si  fermò 
per  ben  due  lustri.  Divenuto  poi 
Pontefice  il  Cardinal  Albani  col  no- 
me di  Clemente  XI,  amico  al  Ca- 
soni, che  dai  ven.  Innocenzo  XI  gli 
avea  ottenuti  speciali  fevori,  e  per 
mostrargli  la  sua  riconoscenza,  lo 
chiamò  a  Roma ,  e  ,  nell'  anno 
1702,  lo  dichiarò  assessore  del  santo 
Officio.  Poscia  nel  1706  lo  ascrisse 
al  sagro  Collegio  col  titolo  di  s. 
Bernardo  alle  Terme,  colla  protet- 
tola dei  minori  osservanti,  e  la 
legazione  di  Ferrara.  Esercitando 
questo  ultimo  uffizio,  ebbe  molto  a 
sofferire,  peichè  gì'  imperiali  aveano 
occupato  Comacchio,  ed  assediata 
Ferrara  ;  ma  per  le  sue  diligenze 
non  n'  ebbe  che  leggerissimo  danno. 
Se  non  che  non  conferendo  a  lui 
quel  clima,  chiese  ed  ottenne  dal 
Papa  di  lasciar  quella  legazione,  e 
n'  ebbe  invece  quella  di  Bologna, 
cui  preservò  dalla  carestia,  e  dalla 
peste  degli  animali,  che  minacciava 
quella  provincia.  Là  come  uno  dei 
Cardinali  inquisitori  generali,  rice- 
vette r  abiura,  cui  fece  del  lutera- 
nismo Federigo  Augusto  elettore 
di  Sassonia,  divenuto  re  di  Pclonia. 
Nella  cattedrale  della  sua  patria 
fondò  una  sontuosa  cappella,  rincro- 
stata  da  preziosi  marmi,  e  bella  di 
eccellenti  pitture,  ad  onore  del  ss. 
Crocefisso,  e  vi  stabilì  due  magnifi- 
ci mausolei  a  ricordare  i  favori  ri- 
cevuti dai  due  Pontefici  Innocenzo 
Xll  e  Clemente  XI.  Da  ultimo,  di 
settantasei  anni,  e  quattordici  di  Car- 
dinalato, mori  a  Roma    nel   1720, 

VOL.    X. 


CAS  t45 

ed  ebbe  tomba  nella  basilica  di  s. 
Pietro  ai  Vincoli  suo  ultimo  titolo, 
non  molto  lungi  dall'  aitar  maggiore. 
CASONI  Filippo,  Cardinale.  Fi- 
lippo Casoni  nacque  in  Sarzana,  li 
6  marzo  1733,  da  nobile  famiglia. 
Siccome  fornito  di  belle  doti,  e  con 
vocazione  ecclesiastica,  si  recò  in 
Roma  ove  applicossi  agli  studi  nel 
collegio  Nazareno,  sotto  la  cura  dello 
zio  monsignor  Nicola  Casoni,  che 
poi  mori  decano  de'  chierici  di  ca- 
mera, e  commissario  delle  armi. 
Desideroso  di  servire  la  Santa  Sede, 
ebbe  la  prelatura  di  famiglia ,  isti- 
tuita dal  Cardinal  Lorenzo  Casoni, 
e  quindi  venne  fatto  successivamente 
governatore  di  Narni  e  di  Loreto, 
donde  fu  trasferito  alla  vicelegazione 
d'Avignone,  ove  soffri  molto  allor- 
ché la  rivoluzione  francese  invase 
anche  quel  dominio  pontifìcio.  Ma 
sebbene  minacciato  della  vita,  non 
lasciò  il  posto,  se  non  quando  fu 
richiamato  da  Pio  VI.  Questo  Pon- 
tefice inviollo  nunzio  nella  Spagna, 
da  dove  il  Casoni  potè  fargli  giungere 
opportuni  soccorsi  allorché  fu  depor- 
tato. Perciò  il  successore  Pio  VII,  ai 
'j-Z  febbraio  1 801,  il  creò  Cardinale 
dell'ordine  de' preti,  assegnandogli 
il  titolo  di  s.  Maria  degli  Angeli 
alle  Terme.  Inseguito  fu  annoverato 
alle  primarie  congregazioni  Cardina- 
lizie, dichiarandolo  lo  stesso  Pio  VII 
prefetto  di  quelle  della  sagra  con- 
sulta e  della  Lauretana.  Per  la  sua 
prudenza  e  destrezza  nel  maneggio 
degli  affari,  quando  il  detto  Papa 
Io  fece  segretario  di  stato,  nei  tem- 
pi i  piti  difficili  e  scabrosi ,  dovette 
esercitare  tutto  il  suo  zelo  ed  atti- 
vità, contro  le  pretensioni  di  Na- 
poleone, che  aspirava  ad  occupare 
gli  stati  della  Chiesa,  come  dipoi 
eflettuò.  Fu  protettore  il  Casoni, 
e  visitatore    apostolico    della    chiesa, 

IO 


t46  CAS 

e  casa  degli  orfani  in  s.  Maria  in 
Aqiiiro,  e  del  monisteio  de* ss.  Quat- 
tro Coi-oiiati,  e  morendo  in  Roma 
ai  9  ottobre  dell'  anno  1 8 1 1 ,  fu  es- 
posto nella  chiesa  parrocchiale  di 
santa  Maria  in  Campitelli,  ed  ivi 
tumulato.  Colla  morte  del  Cardi- 
nal Filippo  Casoni,  questa  illustre 
famiglia  genovese,  dopo  aver  dato 
distinti  personaggi  alla  Chiesa,  alle 
scienze  e  alle  armi,  rimase  estinta, 
lasciando  solo  superstite  la  contessa 
Violante  sorella  del  Porporato,  già 
marilata  a  Poddio  Venturelli  patri- 
zio Amerino,  dal  quale  matrimonio 
nacque  la  contessa  Maria,  che  si 
sposò  al  cavalier  Giovanni  Vannicelli. 
li  primogenito  di  quel  nodo  coniugale 
è  l'attuale  governatore  di  Roma  mon- 
signor Luigi  Vannicelli,  il  quale  come 
erede  della  famiglia  Casoni,  ne  as- 
sunse anche  il  cognome,  che  onora 
colle  note  egregie  sue  doti. 

CASSA.  Sede  vescovile  della  pri- 
ma Pamfilia,  diocesi  d'Asia,  eretta 
nel  quarto  secolo,  e  sottoposta  alla 
metropolitana  di  Sida,  della  quale 
si  conoscono  quattro,  o  cinque  ve- 
scovi. 

CASSANDRIA  o  CASSANDREA. 
Città  vescovile  della  Macedonia  nel- 
l'esarcato di  tal  nome,  sulla  punta 
del  capo  Canistro,  già  denominata 
Potidoca .  Era  considerabile  quan- 
do Cassandro  re,  o  tiranno  di  Ma- 
cedonia, r  abbelh  e  fortificò.  Nel 
quinto  secolo  fu  eretta  in  sede  epi- 
scopale ,  dichiarandosi  suffraganea 
della  metropoli  di  Tessalonica. 

CASSANDRO  Giorgio.  Scrittore 
del  secolo  decimosesto,  nato  a  Cas- 
santh,  vicino  a  Bruges.  Era  egli 
«no  de'più  dotti  teologi  di  quell'età. 
Insegnò  teologia  a  Bruges  ed  a  Gand, 
ma  poscia  partì  per  Colonia  dove 
attese  pienamente  allo  studio,  e  in 
ispecial  maniera   sul   mezzo  di  riu- 


CAS 

nire  i  riformatori  del  culto  assieme 
alla  Chiesa  cattolica.  In  quel  tempo 
egli  pubblicò  la  sua  opera  De  Offi- 
cio pii  veri  in  dissidio  religionis. 
11  fervore,  end' era  animato  per  la 
pace  della  religione,  forse  gli  fece 
accordar  troppo  ai  protestanti:  però 
non  è  a  dirsi,  ch'egli  siasi  punto 
distaccato  dalle  ortodosse  verità,  che 
sostenne  sempre  con  invitto  corag- 
gio e  coi  propri  scritti,  e  col  com- 
battere valorosamente  gli  eretici. 
Che  se  una  qualche  espressione  di 
lui  si  potrebbe  da  alcuno  richiamare 
in  sospetto,  Cassandro  prima  di 
morire  assoggettò  quanto  scrisse  al 
giudizio  delia  Chiesa  cattolica.  Eia 
fornito  di  una  rara  moderazione  e 
di  un  particolar  disinteresse  e  umil- 
tà. I  principi  della  Germania  lo 
riguardarono  come  l'uomo  il  più 
adatto  a  terminare  le  discordie  di 
religione.  Il  principe  di  Cleves  lo 
volle  presso  di  se  per  combattere 
gli  anabattisti.  L'  imperator  Ferdi- 
nando lo  avrebbe  voluto  in  Vienna 
per  opporlo  ai  luterani;  ma  la  got- 
ta, da  cui  era  tormentato,  non  gli 
permise  il  viaggio:  nondimeno,  per 
assecondare  i  voti  di  quel  monarca, 
compose  V  opera  :  Consultalìo  de 
articulis  fldei  inter  papistas  et  pro- 
lestantes  controversis.  Questo  lavoro 
fu  l'ultimo  di  sua  vita,  poiché  mori 
nel  i566,  avendo  l'età  di  cinquan- 
tadue anni.  Le  sue  opere  stampate 
separatamente  furono  raccolte  da 
Decordes  nella  edizione  di  Parigi 
i6i6  in  fogl.  Si  trovano  in  esse  la 
prima  edizione  di  Virgilio  da  Tarso, 
il  trattato  d'Onorato  d'Autun  intor- 
no alla  predestinazione  ed  alla 
grazia,  con  altre  scritture  sulla 
medesima  questione;  alcuni  Com- 
menti sulle  due  nature  di  G,  C, 
diversi  trattati  contro  gli  anabattisti; 
un   trattalQ    De  Sacra  Comunione 


CAS 
christtanì  populi  in  ulraque  specie; 
una  Difesa  della  tradizione  della 
Chiesa,  e  de^padri  contro  Cahinoj 
un*  opera  sulla  liturgia;  una  rac- 
colta d'Inni;  alcune  annotazioni  sul 
poema  della  resurrezione  di  s.  For- 
tunato; molte  lettere;  un  trattato 
De  viris  illustrihus,  qui  ante  Pro- 
cam  in  Latio  fuere,  et  appendix 
ad  Pliniuni  de  viris  illustribus. 

CASSANO  (  Cassanen.  ).  Città 
con  residenza  vescovile  nel  regno 
delle  due  Sicilie,  nella  provincia  di 
Calabria  citeriore,  edificata  in  pia- 
nura, e  bagnata  dall'Eiano,  influen- 
te del  Coscile,  capoluogo  di  cantone. 
Credettero  molti,  che  gli  enotri  sieno 
stati  i  fondatori  di  questa  città,  la 
quale  caduta  poi  in  potere  de' ro- 
mani ,  divenne  prima  colonia  e  poi 
municipio  romano.  Vi  si  vedono  gli 
avanzi  di  un  castello  quasi  inacces- 
sibile. Vuoisi,  che  sia  Tantica  Ca- 
silianuTn,  città  di  Lucania,  chiamata 
anche  Massi lianum,  eretta  nel  quinto 
secolo,  ovvero  più  anticamente,  ciò 
che  le  diede  occasione  di  pretendere 
all'  esenzione.  Certo  è ,  che  Cassano 
fu  dichiarata  sede  vescovile  verso 
r  anno  1 098  ,  considerandosi  sotto 
la  metropoli  di  Cosenza,  ed  anche 
immediatamente  soggetta  alla  Santa 
Sede,  finche  s.  Pio  V  stabilii ,  ai  1 7 
settembre  i566,  che  fosse  suffraga- 
nea  alla  metropolitana  di  Reggio, 
ad  onta  che  in  alcune  adunanze 
ecclesiastiche  intervenisse  il  vescovo 
a  quelle  di  Cosenza.  Maestosa  è  la 
cattedrale  dedicata  alla  Natività  di 
Maria  Vergine,  ed  il  capitolo  si 
compone  di  quattro  dignità,  cioè  del- 
l' arcidiacono,  che  è  la  prima,  del 
diacono,  del  cantore  e  del  tesoriere, 
di  dodici  canonici  con  due  prebende, 
e  diversi  preti  e  chierici  pel  culto 
di  Dio.  L'arcidiacono,  con  un  prete 
]^er  aiuto,   è  il  parroco  della  catte- 


CAS  "    i47 

drale.  Nella  città  non  vi  hanno  altre 
parrocchie,  ma  vi  sono  un  convento 
di  religiosi,  due  confraternite,  semi- 
nario ec.  La  mensa  è  tassata  nella  ca- 
mera apostolica,  in  centosedici  fiorini. 
Fra  i  vescovi  di  Cassano  è  degno  di 
special  menzione  il  Cardinal  Gio. 
Angelo  de'  Medici  milanese,  il  quale, 
fatto  vescovo  di  Cassano,  nel  i553, 
da  Papa  Giulio  III,  per  nomina 
dell'  imperatore  Carlo  V,  governò 
la  diocesi  sino  al  i556,  in  cui  fu 
trasferito  alla  sede  di  Foligno  da 
Paolo  IV,  morto  il  quale,  nel  1 55g, 
gli  successe  nel  pontificato  col  nome 
di  Pio  IV. 

CASSANDO  o  CASSARD  Fran- 
cesco, Cardinale.  Francesco  Cas- 
sando nacque  a  Fayette,  diocesi  di 
Grenoble.  Era  perito  in  ambe  le 
leggi,  e  divenne  arcivescovo  di  Tours. 
Poi  Gregorio  IX,  nel  1287,  lo  creò 
Cardinal  prete  de'ss.  Silvestro  e  Mar- 
tino ai  monti  ;  ma  pochi  mesi  do- 
po la  sua  promozione,  caduto  di 
cavallo,  si  sconciò  per  siffatta  ma- 
niera il  capo,  che  quasi  di  subito 
morì  a  Lione,  ove  ebbe  tomba  in 
chiesa  dei  predicatori,  ai  quali  lasciò 
rendite  considerabili.  Benché  Ciacco- 
nio,  Panvinio,  e  l'Aubery  non  par- 
lino di  questo  Porporato,  pure  Io 
ricorda  il  Frizonio,  e  ciò  che  più 
monta ,  l' antico  epitafio  nella  sa- 
grestia della  suddetta  chiesa  lo  dice 
apertamente  Cardinal  di  san  Mar- 
tino. 

CASSIA  (  Cassien.  ).  Città  vesco- 
vile in  partibus,  fondata  nel  quinto 
secolo,  sotto  la  giurisdizione  del  pa- 
triarcato alessandrino ,  ed  attual- 
mente vescovato  in  partibus.  Gli 
ultimi  vescovi  furono  Ignazio  dei 
principi  Giedroye,  e  monsignor  Gio- 
vanni Bercich,  dal  regnante  Ponte- 
fice ,  nel  concistoro  de'  1 3  luglio 
1 840,  fatto  vescovo  di  Cassia,  e  de* 


i46  CAS 

putato  ausiliare   dell'arcivescovo   di 
Zara. 

CASSIANO.  Ordine  di  monaclie, 
Giovanni  Cassiano,  oriundo  di  Teo- 
dosia  nella  Scizia ,  nato  in  Atene  , 
dopo  essere  stato  educato  nel  mo- 
nistero  di  Betlemme,  si  recò  nell'E- 
gitto, ove  visitò  gran  parte  dei  mo- 
nisteri  in  esso  sparsi.  Quindi  passò 
in  Costantinopoli  dove  s.  Gio.  Gri- 
sostomo  l'ordinò  diacono,  e  poi  lo 
inviò  suo  legato  a  Papa  s,  Innocen- 
zo I  in  Roma.  Ma  presa  nel  4'o 
questa  città  da  Alarico,  ne  partì  per 
Marsiglia,  ed  ivi  fondò  il  monistero 
di  s.  Vittore,  nel  quale  visse  pia- 
mente molti  anni.  Indi  volle  isti- 
tuirne un  altro  per  le  donne,  il 
quale  fioriva  nel  49^ ,  come  rac- 
contano Bellarmino  nel  libro  degli 
Scrittori  ecclesiastici^  il  Tri  te  mio, 
e  il  Labbé.  Aggiunge  il  secondo, 
che  in  tal  monistero  lungamente  si 
mantenne  il  fervore  della  discipli- 
na. S' ignora  però  quali  regole  des- 
se ai  monaci  e  alle  monache;  ma 
avendo  Cassiano  scritto  alcuni  libri 
suir  istituzione  monastica  ,  si  ritiene 
che  tanto  i  monaci,  che  le  mona- 
che, vivessero  secondo  i  di  lui  pre- 
cetti. Altri  autori  sono  di  parere, 
che  le  monache  per  volere  dei  ro- 
mani Pontefici  in  appresso  adottas- 
sero la  regola  di  s.  Agostino.  Il  lo- 
ro abito  era  di  lana  bianca,  usava- 
no un  rocchetto  di  lino,  ed  un  velo 
nero  sul  capo. 

CASSIANO  (s.).  Era  maestro  di 
umane  lettere  in  Imola,  e  ardente 
di  santo  amore  per  la  fede  di  Gesù 
Cristo,  non  tralasciava  di  unire  ai 
precetti  letterarii  le  più  sane  mas- 
sime del  vangelo.  Fu  nota  questa 
cosa  al  governatore  di  quella  pro- 
vincia, e  nemico  questi  com'era  del 
nome  cristiano,  lo  minacciò  della 
più  crudel  morte,   se,    anziché  in- 


CAS 
struirc  i  discepoli  nella  religione  del 
Nazareno,  non  sacrificasse  con  quelli 
ai  falsi  numi.  Il  santo  colla  fer- 
mezza, tutta  propria  di  un  vero 
credente,  ne  disprezzò  le  niinaccie, 
ed  attese  con  più  calore  alle  usate 
sue  religiose  istruzioni.  Vedendosi 
per  tal  maniera  deriso  il  governa- 
tore, pensò,  con  inudito  esempio,  di 
far  perire  il  maestro  per  le  mani 
dei  suoi  discepoli,  i  quali  dimenti- 
cando ogni  sentimento  di  compas- 
sione, che  potevano  loro  facilmente 
suggerire  e  la  tenera  età,  e  la  gra- 
titudine, più  crudeli  ancora,  che  non 
comportava  il  comando,  si  facevano 
un  barbaro  gioco  di  scrivere  con 
isti  li  il  loro  compito  sulla  pelle  del 
santo.  Questo  martirio  dee  ascriver- 
si al  più  tardi  sotto  l' impero  di 
Diocleziano,  e  fu  uno  dei  più  tor- 
mentosi per  la  lunghezza  della  du- 
rata ,  e  dei  più  strani  e  singolari 
per  la  qualità  dei  carnefici.  Questo 
glorioso  martire  fu  sempre  in  gran- 
de veneraziolie  presso  i  fedeli.  La 
festa  di  lui  ricorre  il  giorno  i3  a- 
gosto. 

CASSIANO  (s.).  Intorno  a  questo 
santo  poche  sono  le  notizie,  che  ci 
pervennero ,  ed  anche  queste  non 
delle  più  certe.  Si  legge  ,  che  fosse 
di  nazione  egiziano ,  e  che  venuto 
nelle  Gallie,  e  procacciatasi  grande 
venerazione  per  le  sue  non  ordina- 
rie virtù,  succedesse  a  s.  Retizio  nel- 
r  episcopato  di  Autun  ;  s' ignora  pe- 
rò in  qual  tempo  egli  governasse 
quella  chiesa.  Il  nome  di  lui  viene 
ricordato  in  molti  martirologi  sotto 
il  d\  5  di  agosto. 

CASSIANO  Giovanni.  Monaco 
e  scrittore  ecclesiastico  del  secolo 
quinto.  Secondo  la  opinione  più  ve- 
rosimile, era  egli  di  origine  scita,  e 
nacque  verso  la  metà  del  quarto  se- 
colo. Sin  da   fanciullo    fu    condotto 


CAS 

in  un  monistero  di  Betlemme,  dove 
fece  professione  di  vita  religiosa.  Do- 
po qualche  anno  uscì  di  quel  luo- 
go per  visitare  i  solitarii  di  Egitto, 
coi  quali  si  trattenne  per  qualche 
tempo  ;  ma  se  ne  ritornò  al  suo 
monistero.  Poi  si  avviò  nuovamente 
alla  volta  dell'  Egitto ,  che  abban- 
donò per  recarsi  alla  Palestina,  e  di 
là  in  Costantinopoli.  Ivi  era  patriarca 
5.  Giovanni  Crisostomo ,  già  suo 
maestro,  il  quale  lo  pose  nelT  ordi- 
ne dei  diaconi.  Esiliato  poscia  quel 
santo  vescovo,  Cassiano  in  compa- 
gnia di  Germano  ,  meritò  d' essere 
deputato  dal  clero  al  Papa  Inno- 
cenzo I  per  fargli  conoscere  la  inno- 
cenza del  santo  pastore.  Questo  Papa 
ordinò  prete  Cassiano,  il  quale  passò 
da  Roma  nelle  Gallie,  e  fissò  la  sua 
dimora  in  Marsiglia,  dove  istituì  due 
monisteri  uno  pegli  uomini,  V  altro 
per  le  femmine.  Il  primo  è  la  ce- 
lebre abbazia  di  s.  Vittore,  in  cui 
si  afferma,  che  avesse  sotto  la  sua 
disciplina  fino  a  cinquemila  monaci. 
Ivi  nel  433  egli  era  ancor  vivo, 
secondo  la  cronaca  di  s.  Prospero. 
Dupin  fa  succedere  la  sua  morte 
nel  44<^  •  alcvmi  altri  la  vogliono 
accaduta  qualche  anno  dopo.  Cas- 
siano è  onorato  come  santo  dalla 
Chiesa  greca  ed  anche  in  Marsi- 
glia, dove  la  festa  si  celebra  a'  23  lu- 
glio. Yien  detto,  che  la  di  lui  testa 
nell'abbazia  di  s.  Vittore  si  conservi 
in  un  reliquiario  prezioso ,  e  il  suo 
corpo  in  un  sotterraneo  della  me- 
desima chiesa.  Egli  ha  lasciato  di- 
verse opere,  cioè  :  dodici  libri  delle 
Istituzioni  monastiche j  e  ventiquat- 
tro conferenze,  che  racchiudono  le 
massime  e  le  istruzioni  imparate 
dalla  bocca  dei  piti  celebri  solitarii 
ed  abbati  dell'Egitto.  La  maniera, 
colla  quale  Cassiano  si  è  espresso 
riguardo  a  certi  punti  della  grazia, 


CAS  149 

ha  dato  motivo  a  credere  ch'egli 
malamente  sentisse  in  quel  dogma. 
Perciò  s.  Prospero  imprese  1*  opera 
intitolata  Cantra  Collato  rem  ^^er  con- 
futarlo. Ma  al  tempo  di  Cassiano , 
scrive  un  critico,  non  si  era  per  anco 
deciso  dalla  Chiesa  in  riguardo  a 
quel  mistero,  sopra  il  quale  non  fu 
pronunciato  giudizio  che  nel  conci- 
lio di  Ragusa  del  52g.  Per  la  qual 
cosa  un  qualche  di  lui  abbaglio  non 
toglie,  che  la  sua  memoria  non  ten- 
gasi venerala.  Egli  scrisse  ancora  un 
Trattato  dell'  Incarnazione j  ma  il 
Combattimento  dei  vizi  e  della  vir- 
tù, il  Rimedio  spirituale  del  mona- 
co, gli  Atti  del  martirio  di  s.  Vit- 
tore di  Marsiglia  sono  opere  a  lui 
semplicemente  attribuite. 

CASSINENSE  Leone.  V,  Leone 
Cassinense. 

CASSINESI.  Congregazione  mo- 
nastica dell'  Ordine  di  s.  Benedetto. 
Nei  primordi  del  secolo  VI,  e  nel 
pontificato  di  s.  Ormisda,  s.  Bene- 
detto (Vedi)  istituì  rOrdine  dei  be- 
nedettini (Vedi) ,  colla  regola  che 
meditata  a  Subiaco,  compì  e  pub- 
blicò a  Montecassino  (  Vedi).  In 
progresso  di  tempo  l' Ordine  ebbe 
molte  congregazioni  distinte,  e  tra 
queste  la  più  celebre  fu  quella  det- 
ta prima  di  s.  Giustina  di  Padova, 
e  poi  di  Montecassino.  La  chiesa  di 
s.  Giustina  fu  fondata  nel  quinto 
secolo  dal  console  Opilio,  e  il  mo- 
nistero dei  benedettini  nel  nono. 
Questa  congregazione  ebbe  princi- 
pio nell'anno  i4o8  da  Luigi  o  Lu- 
dovico Barbo,  gentiluomo  veneziano. 
Essendo  egli  priore  dei  canonici  di 
s.  Giorgio  d'Alga,  vestì  l'abito  di 
s.  Benedetto,  ma  dallo  zio  Grego- 
rio XII  fu  obbligato  ad  accettare  il 
monistero  e  l'abbazia  di  s.  Giusti- 
na, affinchè  vi  ristabilisse  la  regolare 
osservanza,  la  quale  ivi,  ed  altrove 


1^9  CAS 

era  decaduta  dall'  antico  fervore. 
Principiò  Luigi  Barbo  la  grand'ope- 
ra  coir  aiuto  di  due  nnonaci  bene- 
dettini della  congregazione  camaldo- 
lese, da  lui  richiesti  all'abbate  di 
s.  Michele  di  Murano,  e  di  due  ca- 
nonici fatti  venire  da  s.  Giorgio  in 
Alga.  Non  andò  guari,  che  questa 
congregazione  benedettina  fiorì  tal- 
mente, che  fu  abbracciata  e  seguita 
da  molti  monisleri  d' Italia,  i  quali 
bramarono  unirsi  a  quello  di  Pa- 
dova, e  formarono  una  congrega- 
zione, che  lo  stesso  Barbo  volle  chia- 
mare di  s.  Giustina ,  la  quale  fu 
confermata  nel  i4i7  in  Milano  dal 
Pontefice  Martino  V,  reduce  dal  ce- 
lebre concilio  di  Costanza. 

Quasi  tutti  i  monisteri,  che  uni- 
ronsi  a  quello  di  Padova,  come  quel- 
lo di  s.  Paolo  fuori  le  mura  di  Ro- 
ma, del  quale  si  parla  all'articolo 
Chiesa  di  s.  Paolo  nella  via  Ostien- 
se, quello  di  s.  Benedetto  di  Man- 
tova ,  ed  altri  dei  principali ,  erano 
come  quello  medesimo  di  s.  Giusti- 
na della  benemerita  e  celebrata  con- 
gregazione cluniacense  (Vedi),  che 
ebbe  principio  in  Francia  Tanno 
910  da  s.  Bernone,  accresciuta  e 
poi  propagata  per  tutte  le  provin- 
ce di  Europa ,  e  di  altrove.  Quin- 
di,  nel  i5o4,  avendo  il  Pontefice 
Giulio  II  dichiarata  abbazia  nullius 
quella  di  Monte  Cassino,  dopo  la 
rinunzia  fattane  dal  Cardinal  de'  Me- 
dici, poi  Pontefice  Leone  X,  che  n'era 
abbate  commendatario,  unì  Montecas- 
sino  alla  congregazione  dis.  Giustina, 
e  volle  che  in  avvenire  si  chiamasse 
Congregazione  di  Monte  Cassino,  e 
che  i  monaci,  i  quali  la  compongo- 
no, si  chiamassero  cassinesi,  sì  per 
la  rinomanza  del  luogo,  come  per 
essere  ivi  venerate  le  ceneri  di  s. 
Benedetto.  Prima  delle  ultime  ca- 
lamità, che  aQlissero  massimamente 


CAS 

r  Italia,  la  detta  congregazione  era 
formata  da  settantuno  monisteri,  tra 
i  quali  a  cagion  di  onore  nominia- 
mo Montecassino  e  Subiaco,  fondati 
da  s.  Benedetto;  s.  Maria  di  Farfa; 
Bobbio  edificato  da  s.  Colombano; 
s.  Giorgio  di  Venezia;  s.  Giustina 
di  Padova:  s.  Martino  di  Palermo; 
s.  Nicola  di  Catania;  s.  Placido  di 
Messina;  s.  Salvatore  di  Papia  ;  ». 
Severino  di  Napoli  ;  s.  Sempliciano 
di  Milano;  ss.  Trinità  di  Cava;  s. 
Benedetto  di  Palirona;  s.  Paolo  di 
Roma;  s.  Pietro  di  Modena;  s.  Ma- 
ria del  monte  di  Cesena  ;  s.  Onorato 
di  Lerino.  Oggi  però  questa  con- 
gregazione non  ne  conta  che  venti- 
cinque. 

Lo  stesso  Giulio  II,  come  si  leg- 
ge, nel  Bull.  Cassin.  t.  I,  const.  i  i4, 
e  t.  II  constit.  397,  concesse  all'abba- 
te, e  ai  monaci  cassinesi  di  s.  Paolo 
un  ospizio  sul  monte  Quirinale,  la 
cui  chiesa  chiamavasi  di  s.  Salurnir 
no  de  Cahallo,  così  detto  dalla  vi- 
cinanza de'  due  cavalli  marmorei  e 
colossali  che  sono  sulla  piazza  del 
Quirinale  :  ospizio  che  in  parte 
fu  demolito,  e  parte  incorporato  al 
palazzo  apostolico  ingrandito  da  Pao- 
lo V.  In  compenso  fu  data  da  quel 
Pontefice  ai  cassinesi  per  casa  di 
noviziato,  mediante  la  costituzione 
emanata  nel  1608,  e  riportata  nel 
citato  bollario  ,  tomo  II  ,  259 , 
la  chiesa  di  s.  Calisto  col  palazzo 
del  titolare  eretto  al  lato  destro  di 
detta  chiesa  dal  Cardinal  Moroni, 
come  accerta  l'iscrizione,  che  leggesi 
sull'architrave  di  alcune  finestre  tut- 
tora esistenti,  Cardinalis  Moronius. 
Desso  però  è  ben  diverso  dal  pa- 
lazzo di  cui  parleremo,  eretto  sul 
disegno  di  Orazio  Torregiani.  As- 
segnò inoltre  Paolo  V  ai  cassine- 
si una  barca  sul  fiume  Tevere , 
per  comodo  dei  trasporti    alla  basi- 


CAS 
lica  e  al  monistero  di  s.  Paolo.  Per 
compenso  poi  al  Cardinal  titolare 
di  s.  Calisto  di  tal  palazzo ,  stabili 
che  la  camera  apostolica  gli  avreb- 
be pagati  annui  scudi  quattrocento 
Tenti.  F.  Chiesa  di  s.  Calisto.  Di- 
poi i  cassinesi  eressero  sulla  piazza 
di  s.  Maria  in  Trastevere  un  pa- 
lazzo, che  unirono  alla  chiesa  di  s. 
Calisto,  e  a  quello  del  Cardinal  Mo- 
roni.  In  esso  si  vede  ripetuta  e  scol- 
pita sul  travertino,  ed  incassata  in 
vari  punti  della  facciata  l'arma  del 
monistero  di  s.  Paolo,  i  cui  monaci 
vi  passano  la  stagione  estiva. 

Lungo  sarebbe  il  riportare  i  pregi 
della  congregazione  cassinese ,  e  gli 
uomini  grandi  che  vi  fiorirono,  a- 
vendo  da  ultimo  dato  al  Vaticano 
il  glorioso  Pio  VII ,  e  al  sagro  Col- 
legio i  Cardinali  Gio.  de  Primis 
lodato  da  s.  Antonino  ;  Cortese,  Con- 
ti, Porzia,  Tamburini,  Quirini,  Lu- 
cili e  Crescini.  Vanta  inoltre  cento 
cinquanta  vescovi,  e  da  quattrocen- 
to uomini  celebri,  fra'  quali  Sayro, 
Grillo  amico  di  Tasso,  Castelli  di- 
scepolo del  gran  Galileo  e  maestro 
di  Torricelli,  Borelli,  Cavalieri,  Ar- 
mellini,  Angelo  della  Noce,  Gatto- 
la,  Galletti,  Fulgosi,  Blasi,  Alberti, 
Abbate  di  Costanzo,  Tonani  e  d. 
Raffaele  Zelli.  Ora  il  p.  abbate  pre- 
sidente della  congregazione  si  tro- 
va nel  monistero  di  suo  governo, 
e  il  p.  abbate  procuratore  genera- 
le in  Pioma.  Circa  le  altre  cose 
principali,  che  riguardano  questi  be- 
nemeriti monaci,  e  dei  loro  moni- 
steri  più  insigni,  si  tratta  ai  rispet- 
tivi articoli,  oltre  quanto  si  disse  al- 
l' articolo  Benedettini. 

CASSINO  (  Casiiium  ).  Antica  se- 
de   vescovile    nella    Campania.    F. 

MONTECASSINO. 

CASSIO  (s.).  La  storia  di  questo 
buato  martiie  è  unita   a    quella    di 


CAS  i5i 

s.  Vittorino ,  il  quale  dalla  idolatria 
fu  convertito  alla  fede  di  Gesù  Cri- 
sto per  mezzo  di  alcuni  trattenimenti, 
che  ebbe  con  Cassio.  Furojio  com- 
pagni nelle  apostoliche  fatiche  e  nel- 
la gloria  del  martirio,  che  sostenne- 
ro in  Calvergna  verso  l'anno  266. 
La  festa  di  loro  ricorre  il  giorno  i5 
di   maggio. 

CASSIUM,  o  CASSUM.  Sede  e- 
piscopale  eretta  nel  quinto  secolo , 
della  prima  Augustamnica  in  Egitto, 
nel  patriarcato  di  Alessandria,  sotto 
la  metropoli  di  Pelusìum.  Lampete 
suo  vescovo  intervenne  al  concilio 
Efesino. 

CASSOVIA  o  CASCHAU  (Cas^ 
sovìen.).  Città  con  residenza  vesco- 
vile in  Ungheria,  chiamata  anche 
Kassa,  città  libera  e  reale,  capo- 
luogo del  comitato  di  Abajvar,  e 
della  marca  del  suo  nome.  Lo  vSche- 
mel  influente  dell' Hernad  l'attra- 
versa, e  dopo  aver  formato  un'  iso- 
la elittica  nella  piazza  principale, 
colla  quale  evvi  una  comunicazione 
mediante  i  ponti,  confonde  le  sue 
acque  con  l'altre  del  prossimo  fiu- 
me. E  un'antica  piazza  ben  forti- 
ficata, dappoiché  fu  circondata  di 
mura  sotto  Emerico,  che  divenne 
re  l'anno  1 191.  Dopo  il  1270,  Ste- 
fano IV  la  ingrandì,  e  Andrea  III, 
del  1291,  vi  aggiunse  delle  nuove 
mura  con  una  fossa.  Carlo  I,  del 
1809,  vi  fece  costruire  torri,  e 
molte  altre  validi  fortificazioni,  le 
quali  poi  furono  completate  da  Gi- 
slra,  allorché  vi  si  difese  contro  i 
boemi.  Nel  1657,  il  vescovo  d' A- 
gria  o  Erlau  vi  fondò  l'università, 
che  venne  confermata  nel  i  <o^  i  dal- 
l' imperatore  Leopoldo  I.  Rinomali 
sono  i  suoi  bagni  minerali,  e  me- 
rita menzione  il  grande  arsenale. 

La  sede    vescovile  di  Casso  via  fu 
eretta  nell'anno   i8o4  dal  Pontefi- 


i^a  CAS 

ce  Pio  VII,  che  nel  concistoro  dei 
ao  agosto  ti  preconizzò  per  primo 
Tescovo  Andrea  Szabò  della  dioce- 
si di  Strigonia,  dichiarandola  suf- 
fraganea  delia  metropoH  d'  Agria. 
La  cattedrale  di  architettura  gotica 
di  buon  gusto,  adorna  di  gran  nu- 
mero di  sculture,  è  dedicata  a  s. 
Elisabetta.  Il  capitolo  si  compone 
di  quattro  dignità,  di  cui  è  la  prima 
il  prevosto,  con  due  canonici,  due 
cappellani,  oltre  alcuni  preti  e  chie- 
rici per  servizio  della  medesima. 
Nella  cattedrale  vi  è  unita  la  par- 
rocchia flotto  la  cura  d'un  canoni- 
co con  cinque  sacerdoti  sussidi  ari  i , 
non  essendovi  nella  città  altra  par- 
rocchia. L'  episcopio  è  un  beli'  e- 
difizio;  vi  sono  un  convento  di  religio- 
si domenicani,  un  monistero  di  mo- 
nache dette  di  s.  Orsola,  un  ospe- 
dale pegl'  infermi,  un  seminario  con 
molti  alunni  e  altri  luoghi  pii.  La 
diocesi  di  Cassovia  è  vasta,  e  la 
mensa  episcopale  è  tassata  Rei  libri 
della  camera  apostolica  in  fiorini 
mille. 

CASTABALA.  Antica  città  ve- 
scovile, ora  in  parlibus,  della  bas- 
sa Ci  liei  a,  diocesi  d' Antiochia,  ed 
eretta  nel  quinto  secolo  come  suf- 
fraganea  di  Anazarba ,  la  quale  pu- 
re è  attualmente  metropoli  in  par- 
tìbus.  Da  ultimo,  a' 4  giugno  i833, 
il  regnante  Gregorio  XVI  fece  ve- 
scovo di  Castabala  monsignor  Gio- 
vanni Murdoch,  coadiutore  del  vi- 
cario apostolico  della  santa  Sede, 
nel  distretto  occidentale  di  Scozia. 
Questa  città  è  situata  nei  confini 
della  Siria,  è  annessa  alla  Cappa- 
docia ,  e  Strabone  dice  che  fu  ce- 
lebre per  un  tempio  di  Diana  Pe- 
rasia,  aggiungendo  Plinio,  che  gli 
abitanti  conducevano  alla  guerra 
truppe  di  cani  di  una  razza  as- 
s^i  grande.    Essa     Tiene    chiamata 


CAS 
anche  Caitabla,    non    che    Mome- 
sta. 

CASTAGNA  Giambattista,  Car- 
dinale. V.  Urbano  Papa  VII. 

CASTAGNETTO  Bernardo,  Car- 
dinale. Bernardo  Castagnette,  o  Ca- 
stanet,  si  crede  nato  a  Montpellier, 
secondo  Goriel,  e  Amalrico  Augeri, 
che  lo  dice  uomo  venerabile,  ed  ec- 
clesiastico insigne.  Era  arcidiaco- 
no di  Maiorica  e  di  Narbona  ;  udi- 
tore di  rota,  cappellano  e  suddiaco- 
no Pontificio,  spedito  nel  124^)  <^* 
Clemente  IV,  nell*  Alemagna  per 
terminare  lo  scisma  nella  chiesa  di 
Treveri,  a  motivo  di  Errico  già  le- 
gittimamente deposto ,  che  conti- 
nuava a  governar  quella  chiesa,  la 
amministrazione  della  quale  il  Papa 
assegnò  al  ministro  pontificio.  Poi 
da  Innocenzo  V,  nel  1*276,  fu  pro- 
mosso alla  chiesa  d'Alby;  ma,  perse- 
guitato dagli  eretici  Albigesi,  dovet- 
te ritirarsi  in  Annecy,  per  adempire 
tranquillamente  ai  suoi  pastorali  uf- 
fici. Dappoi,  nel  i3o8,  fu  trasferito 
alla  chiesa  di  Puy  nel  Velay  ;  da 
ultimo  Giovanni  XXII,  ai  16  dir 
cembre  del  i3i6,  lo  creò  in  Avi- 
gnone Cardinal  vescovo  di  Porto, 
colla  facoltà  di  ritenere  a  commen- 
da la  chiesa  del  Puy.  Da  vescovo 
promosse  calorosamente,  coll'arcive- 
To  di  Roan,  la  canonizzazione  di 
san  Luigi  IX  re  di  Francia,  cui 
fece  Bonifacio  Vili,  che  concesse  di 
Testir  da  preti  secolari  ai  canonici 
del  Castagnetto_,  i  quali  vivevano  sot- 
to la  regola  di  s.  Agostino.  Nicolò 
IV  gli  ordinò  di  far  restituire  alla 
chiesa  di  Lode  ve  le  decime  ecclesia- 
stiche, ed  altri  beni  alienati  da  quel 
capitolo:  si  trovò  a  quattro  concili 
tenuti  nella  sua  provincia  di  Bour- 
ges;  nel  vescovato  di  Puy  fondò  un 
monistero  di  vergini  agostiniane,  e 
nel    i3i7  morì  in  Avignone,    dopo 


CAS 
otto  mesi  di  Cardinalato,    e  fu    se- 
polto in  quella  cattedrale. 

CASTAGNOLA.  Francesco,  Car- 
dinale. Francesco  Castagnola  di  Na- 
poli, a  premio  dello  zelo  dimostra- 
to verso  la  Chiesa  Romana,  da  Ur- 
bano VI,  nel  dicembre  del  i38i, 
fu  creato  Cardinal  diacono  dopo  es- 
sere stato  prima  promosso  alla  di- 
gnità di  protonota  rio  apostolico.  Se 
non  che,  prima  di  ricevere  il  cappel- 
lo ed  il  titolo  Cardinalizio,  morì  a 
Genova,  secondo  Giacconi o,  nel  1 386. 

CASTELBRANCO  (Castri  Albi). 
Città    con    residenza    vescovile    nel 
Portogallo  nella  provincia  di  Beira, 
capoluogo  di  Comarca,  edificata  su 
di  un'  erta  pendice,  sufficientemente 
fortificata.  I  torrenti  Liria  e    Crete 
influenti  nel  Tago,  ch'è  in  poca  di- 
stanza, le  scorrono  vicini.  E  circon- 
data da  una  doppia  muraglia,  fian- 
cheggiata da  sette  torri,  e  difesa  da 
una  buona  cittadella.  11  Sommo  Pon- 
tefice Clemente  XIV,  per  le    istan- 
ze di  Giuseppe  I  re  di  Portogallo, 
eresse     Castelbranco ,    detto     anche 
Castello-Branco,  in  seggio   vescovi- 
le nel  concistoro  de'  1 7  giugno  1 77  i , 
dichiarandolo    sutfiaganeo     del    pa- 
triarcato di  Lisbona,  e  preconizzan- 
dovi   per    primo    vescovo    fr.    Giu- 
seppe di  Gesù  e  Maria  Gaetano,  del- 
l'Ordine de'  predicatori  di    Lisbona. 
La  cattedrale  è  dedicata    a    s.    Mi- 
chele Arcangelo,  piuttosto    vasta,    e 
decentemente  ornata.  Sino  al    1820, 
in  cui  Pio  VII    nel    concistoro    dei 
1 1   febbraio  vi  preconizzò  in  vesco- 
vo Gioacchino  Giuseppe  de  Miranda 
Coutinho,  non  vi  era  capitolo  nella 
cattedrale.  Solo  nella  città  eravi  una 
chiesa  detta  collegiata,  la  quale  aveva 
un  vicario,  o  rettore,  con  cinque  preti 
beneficiati,  essendo  curato  della  par- 
rocchia   il    detto    vicario.    Oltre    la 
cattedrale  esistono    in    Castelbranco 


^        CAS  i53 

due  conventi  di  religiosi ,  altra 
chiesa  parrocchiale,  un  conserva- 
torio di  donne,  diversi  sodalizi, 
ospedale  e  monte  di  pietà.  Ascen- 
dono poi  le  tasse  in  favore  della 
camera  apostolica  a  fiorini  trecento 
trenta  tre. 

CASTEL-GANDOLFO  (  Castri 
Gaiidulplii).  Luogo  di  villeggiatura 
de'  sovrani  Pontefici  distante  più  di 
tredici  miglia  da  Roma,  situato  al 
mezzogiorno  del  monte  Albano,  da 
dove  Cesare  vide  Roma ,  come  si 
ha  da  Lucano  lib.  Ili,  e  dal  Bion- 
do nella  sua  Italia  illustrata,  pag. 
326.  Siccome  Castel  Gandolfo  è  di- 
venuto assai  rinomato  pel  soggiorno 
de'  Papi  da  più  di  due  secoli,  cioè 
massime  nella  primavera  ed  autun- 
no ,  non  che  per  molte  bolle ,  per 
molti  brevi  da  essi  ivi  spediti,  e  per 
funzioni  solenni  che  vi  celebrarono, 
ci  sembra  indispensabile  un  qual- 
che dettaglio  ed  indicazione  di  sua 
topografia,  temperatura  ed  ameni- 
tà, e  del  delizioso  famigerato  suo 
lago. 

Questo  castello  è  alla  medesima 
altezza  del  polo  di  Roma,  cioè  gradi 
quarantadue,  ed  alcuni  dicono  me- 
no due  minuti.  E  sotto  il  segno  di 
leone  come  Roma  ,  che  guarda  al- 
l'occidente, venendo  spalleggiato  al- 
l'oriente  dal  lago,  e  dal  monte  Al- 
bano ,  a  pie  del  quale  è  edificato. 
Da  tramontana  signoreggia  Marino, 
l'antico  Tuscolo,  e  i  monti  di  Ti- 
voli ;  e  dal  mezzogiorno  vagheggia 
Ardea  e  altri  luoghi,  e  dalla  parte 
occidentale  da  per  tutto  poi  gode  la 
vista  del  mare.  Confina  col  detto 
lago  e  monte,  colla  Riccia,  con  Alba- 
no, colla  via  Appia,  colle  frattocchie 
e  campagna  romana.  Sebbene,  per  la 
vicinanza  al  lago,  non  dovesse  l'aria 
essere  perfetta,  pure  la  sua  elevata 
posizione,  e  lo  sfogo,  che  riceve  per 


i54  CAS 

due  canali  il  Iago  medesimo,  ne  atte- 
nuano i  vapori,  e  più  purgata  ren- 
dono l'aria.  Tuttavolta,  come  attesta 
il  p.  Kirker,  non  possiamo  occulta- 
re che  presso  il  lago  crescono  erbe 
venefiche,  cioè  lo  stramonio,  da  al- 
tri chiamato  noce  metella,  il  cui 
veleno  è  sonnifero,  il  napello,  e  la 
cicuta,  per  cui  ne  segue,  che  tutte 
le  nocevoli  qualità ,  che  esalano 
dalla  tena  in  dette  e  altre  simili 
erbe,  e  ne'serpenti  e  rospi,  che  sulla 
riva  del  lago  albergano,  come  in 
borse  naturali  trasfondonsi.  Curioso 
è  ancora  il  fenomeno,  che  piovendo 
in  certi  tempi  dell'  anno,  in  alcuni 
luoghi  sembra  che  ogni  goccia  d'ac- 
qua si  converta  in  piccoli  rospi, 
i  quali  per  altro  poco  dopo  muo- 
iono, se  non  vanno  in  luoghi  d'ac- 
qua. Dalla  parte  del  mezzogiorno 
il  castello  è  molestato  dai  venti 
austro-scirocco,  ed  austro-garbino , 
che  sono  calidi  ed  umidi ,  onde 
soltanto  la  parte  meridionale  è  assai 
umida:  le  altre  tre  poi  sono  d'aere 
temperato. 

Il  vicino  sottoposto  lago,  il  cui 
letto  è  il  cratere  d'un  estinto  vul- 
cano, e  che  ha  il  suolo  basaltico, 
è  situato  in  una  valle  concava  di 
forma  ovale  più  lungo  che  largo, 
avendo  circa  cinque  miglia  di  dia- 
metro. Di  questo  lago  riferiscono 
Lucio  lib.  5,  Valerio  Massimo,  lib. 
I ,  Plutarco  nella  vita  di  Camillo, 
e  Cicerone,  lib.  I  de  Dìvinat.y  che 
venendo  assediata  Vejo  dai  romani 
sotto  Furio  Camillo,  crebbero  le 
sue  acque  in  tanta  quantità,  che 
fu  stimato  portento,  mentre  era 
nel  colmo  dell'  estate  quando  gli 
altri  laghi  erano  quasi  secchi,  per 
non  aver  da  tanto  tempo  piovuto. 
Per  questa  inondazione,  e  pei 
danni  che  recava,  i  romani  spedi- 
rono a  consultare  l'oracolo  di  \)e\^o 


C/VS 

i  consoli  Costo  Licinio,  Valerio  Pu- 
tito,   e    Fabio    Ambusto,    come    li 
chiama  Gio.  Cuspiniano,  de  Consoli 
romani  pag.    109:  quindi  l'oracolo 
rispose,    che    non    mai    i    romani 
avrebbono    definitivamente    soggio- 
gato i  vejenti,    se   prima  non  con- 
ducessero   altrove     lo    sfogo     delle 
acque,  vietando  loro  lo  sboccamento 
al  mare,    ma    che    invece    le   spar- 
gessero per  la  campagna  affine  di  ba- 
gnarne il  terreno.  Nello  stesso  tempo 
avendo    i    soldati  romani   preso  un 
indovino    vejente,    bravo   architetto 
militare      ed     idraulico,     che    avea 
pronunziato  la  medesima  predizione 
di  Delfo,  allorquando  il  senato  de- 
putò i  tribuni  Cornelio  e  Postumio 
a  deviare    le    acque    del    lago    con 
opportuno    scolo,    fu  commessa  al- 
l' indovino   1'  esecuzione  dell'  opera. 
Questa   fu   intrapresa    nell'  anno  di 
Roma  356,  o  SSy,  e  nel  medesimo 
anno  meravigliosamente  condotta  a 
fine.     Venne    pertanto   traforata  la 
montagna,     e     formato     il     famoso 
emissario,    il    quale    per    un  canale 
scavato    nelle    viscere    del     monte , 
pel    tratto    d'  un    miglio    e    mezzo 
circa  scarica  le  acque  del  lago  nella 
campagna  fra  Pratica,  Ostia  e  Ro- 
ma;   lavoro  che  fa  veramente  stu- 
pire,   giacche  scorrono  ormai  circa 
ventidue   secoli    e    mezzo  dalla  sua 
costruzione,  senza  che  abbia  sofferto 
il  canale,  che    avendo    foce  in   riva 
al    lago    sotto    Castel    Gandolfo,  si 
vede  solidamente  costruito  con  pie- 
tre quadrate,   e  da   carro,   egregia- 
mente   unite    e    collegate.     Fatto  è 
che,    compiuto  questo  lavoro,  Vejo 
fu  presa,    e    i    vejenti    per    sempre 
furono    sottomessi    dai    romani.     In 
appresso    allo    sfogo    dell'  artifizioso 
traforo ,    la    natiu'a    ne    operò    due 
altri,  cioè  uno  dalla  parte  de' cap- 
puccini di  Albano,    ond'  è  che  per 


CAS 

vie  sotterranee  l'acqua  col  giro  di 
quattro  miglia,  va  ad  unirsi  al  lago 
di  Nemi,  seppure  questo  esserido 
più  alto  invece  immette  le  sue  ac- 
que nel  lago  di  castello  ;  1'  altro 
dalla  parte  d'  occidente,  donde  le 
acque  per  vie  sotterranee  e  tortuose 
si  uniscono  coU'acqua  ciabra,  o  cra- 
bra  detta  la  Marrana^  della  quale 
abbiamo  notizie  dal  Crescimbeni. 
V.  Gio.  Lupi,  Lezione  intorno  i 
due  liighi  Albano  e  Neniorense^ 
Roma  1 78 1 .  Non  è  poi  a  tacersi , 
che  il  lago  Albano  vuoisi  abbia 
altro  emissario  dal  lato  di  Marino, 
e  che  da  quello  derivi  l' acqua  fe- 
rentina,  che  serve  all'uso  de' Mari- 
nesi  nel  fontanile  pubblico  nella 
valle  per  cui  si  ascende  alla  città, 
sebbene  pur  debbasi  avvertire,  che 
tali  acque  sono  superiori  al  hvello 
del  lago  di  Castello. 

Dalla  perforazione  del  monte  Al- 
bano risultò  il  vantaggio  delle  mole  , 
la  pesca  delle  anguille,  e  si  rimediò 
all'  eccidio  dello  straripamento.  Se- 
condo Dionisio  d'  Alicarnasso,  fol. 
57,  e  776,  in  questo  lago  restò 
sommerso  Silvio  uno  dei  re  Albani, 
in  punizione  del  disprezzo,  che  avea 
pegli  dei,  in  uno  alla  reggia  che  a- 
bitava,  per  uno  straripamento  delle 
acque.  Questo  lago  chiamato  Lacus 
Albanensis,  non  che  la  selva,  le 
contigue  vigne  e  sue  pertinenze,  nel 
1233,  appartenevano  al  monistero  ed 
abbazia  di  s.  Maria  di  Grottalèrra- 
ta,  come  rilevasi  da  una  bolla  del  Pon- 
tefice Gregorio  IX,  e  poscia  passò  in 
proprietà  della  camera  apostolica;  ma 
qui  si  dee  premettere,  che  in  se- 
guito la  detta  camera  a' 22  settem- 
bre 1802,  col  rogito  del  de  Grego- 
ris,  vendette  il  lago  al  principe  l^o- 
niatoAvski,  e  da  questo  fu  alienato 
in  favore  di  Lorenzo  Lezzani,  che 
ije  è  l'attuale  proprietario.  Dopo  la 


CAS  i55 

suddetta  epoca,  il  lago  dal  nome  del 
castello,  che  lo  sovrasta,  non  fu  più 
chiamato  Albano,  ma  lago  di  Ca- 
stel Gandolfo.  Il  Torrigio,  nelle  Grot- 
te Faticane ,  pag.  ^\,\'ò,  dice  che  il 
lago  d' Albano,  quello  di  Nemi,  e 
r  altro  di  Turno,  furono  dal  gran 
Costantino  donati  alla  chiesa  di  s. 
Gio  :  Battista  da  lui  edificata  nella 
città  di  Albano.  Abbonda  questo  la- 
go di  tinche,  di  proviglioni,  di  lattari- 
ni,  di  spianarelle,  e  persino  di  eccel- 
lenti anguille  di  non  ordinaria  gros- 
sezza. Alla  sua  riva,  oltre  la  spelonca 
dell'emissario,  se  ne  vede  altra  chia- 
mata Bergantino,  dalla  parte  del 
monte  di  Castel  Gandolfo,  ed  anche 
bagno  di  Diana;  speco,  o  ninfeo  sca- 
vato nel  vivo  sasso,  di  opera  reti- 
colare e  laterizia.  Altro  ninfeo  esi- 
ste verso  il  nord  di  simile  costru- 
zione, con  pilastri,  cornici  e  vasche 
incavate  nel  vivo  sasso.  Nel  corren- 
te anno,  nel  detto  ninfeo  e  in  pro- 
va dell'  antico  suo  uso,  e  degli  ac- 
cennati ornamenti,  in  uno  scavo  ivi 
eseguito  si  rinvenne  l'avanzo  d'un 
mosaico  a  colori  con  delfini  e  mostri 
marini,  i  quali  sono  anche  rappre- 
sentati nei  liassorilievi  di  marmo  che 
nel  luogo  pure  si  rinvennero,  ed  al- 
cuno di  qualche  pregio,  come  tro- 
varonsi  de'  torsi  di  statue,  ed  un  bu' 
sto  colossale,  che  vuoisi  essere  un 
Polifemo.  Il  dotto  Pontefice  Pio  li, 
ne' suoi  Commentari,  lib.  II,  celebra 
questo  lago,  in  occasione  che  vi  si  re- 
cò nella  primavera  del  14^1,  narran- 
doci, che  anche  allora  pei  suoi  ampi 
e  deliziosi  prati,  supponevasi  aver  un 
tempo  servito  alle  fiere,  ai  sagrifizi,a- 
gli  spettacoli,  e  a  comodo  delle  nin- 
fe, le  quali  vuoisi  avessero  abita- 
to nell'  antro  cavato  nel  sasso  abbel- 
lito con  antichi  muri,  e  fatto  a  for- 
ma di  tempio  con  qualche  idolo. 
Molto  piacevano  al  detto  Pontefice  le 


i56  CAS 

sue  colline,  le  sue  selve  d'elei  sempre 
verdeggianti,  e  la  sua  forma  tea- 
trale dalla  parte  di  oriente.  Final- 
mente Domiziano,  ch'ebbe  la  villa 
ora  Barberini  di  cui  parleremo,  e 
che  giunge  sino  alle  sponde  del  la- 
go, si  vuole  che  vi  facesse  rappre- 
sentare alcuni  spettacoli  navali  ad 
viso  delle  romane  naumachie.  Se  dee 
credersi  genuino  un  diploma  dell'im- 
peratore Lotario  I,  dato  nell'  anno 
8.4.6,  gl'imperatori  nel  medio  evo  a- 
vevano  a  Castel  Gandolfo  un'amena 
villa  per  loro  diporto,  cioè  in  occa- 
^      sione  che  recavansi  a  Roma. 

Prima  di  parlare  dell'  origine  e 
degli  avvenimenti  di  Castel  Gan- 
dolfo, premetteremo  alcune  opinio- 
ni sul  suo  nome,  .essendo  stato  chia- 
mato con  qualche  differenza.  Pio  II, 
ne'  citati  Commentari,  lib.  XI,  p. 
564,  lo  chiama  Castel  Gandolfo,  di- 
cendo che  il  lago  Albano  è  chia- 
mato lago  di  castello,  a  Castel- 
lo Gandulfi  Sahiiiorum.  Paolo  Meru- 
da ,  nella  sua  Cosmografia ,  par. 
1.  lib.  4-  ft)l.  559,  lo  chiama  San 
Gandolfo,  esprimendosi  cosi  :  hodie 
Savello  si  Leandro  fidcs ,  si  aliis 
Gandulfi^  nel  s.  Gandolfo^  e  stima 
che  sia  il  medesimo  che  Albano. 
Gandolfo  lo  dice  fr.  Leandro  Al- 
berti alla  pag.  i55^  ma  i  più  sti- 
mano, che  si  debba  chiamare  Castel 
Gandolfo j  come  lo  chiamò  Sisto  IV, 
in  una  bolla  data  in  Roma  a'  16  ot- 
tobre 14B2  diretta,  come  poi  dire- 
mo, ai  Velletrani,  ove  chiama  que- 
to  luogo  Torre  de'  Candolfi,  e  ere- 
desi  che  così  possa  essere  stato  deno- 
minato dalla  famiglia  Candulfi  , 
la  quale  era  nobile  in  Boma  nel 
XII  e  XIII  secolo.  Una  famiglia 
Candolfì  fioriva  in  Genova  prima 
del  secolo  XII,  ed  Ottone  de  Can- 
dulpho  fu  console  di  quella  repub- 
blica nel  II25.  Essa  vuoisi  che  fos- 


CAS 
se  la  medesima  della  romana,  don- 
de (orse  prese  nome  ed  esistenza  il 
castello  ,  dappoiché  abbiamo  un 
Tannotto  di  Ottone  Candolfo ,  o 
Candulfi,  nel  11 23,  senatore  di  Ro- 
ma. Il  Nerini  e  il  Vitale  credono , 
che  da  questa  famiglia ,  e  non  dal 
conte  Gandolfo  Savello,  il  Castel 
Gandolfo  abbia  preso  la  sua  deno- 
minazione, secondo  l'opinione  gene- 
ralmente invalsa.  Il  Ratti,  nella  6*^0- 
ria  di  Gemano,  ha  riportato  un 
istromento  di  rinuncia  ,  che  Pietro 
economo  di  santa  Maria  in  Aquiro, 
di  cui  si  parla  in  una  bolla  di  Lu- 
cio III  de' 2  aprile  ri  83,  e  Nicola 
d'Angelo  e  Rustico  di  Cencio  Can- 
dolfì, fecero  nel  122 1  ad  Onorio 
III,  SavelUj  di  tutte  le  pretensioni 
cui  aveano  contro  la  camera  apo- 
stolica, per  esser  stato  disfatto  il 
loro  Castel  Gandolfo.  Che  verso  il 
fine  del  secolo  XIII  Castel  Gandolfo 
passò  sotto  il  dominio  della  famiglia 
Savelli,  apparisce  chiaramente  dal  te- 
stamento di  Onorio  IV,  Sacelli,  che 
porta  la  data  de'  12  luglio  i285, 
pubblicato  dal  Ratti,  Famìglia  Sfor- 
za, tom.  II,  p.  3o2,  in  cui  nel  par- 
lare dei  dominii  di  sua  famiglia,  vi 
comprende  Castro,  qiiod  dicitar  Ttir- 
ris  de  Gandidphis.  Tultavolta  in 
un  istromento  del  1 389  sembra , 
che  questo  luogo  sia  passato  ai  Ca- 
pizucchi,  dai  quali  nel  secolo  se- 
guente tornò  ai  Savelli,  e  poi  di- 
venne dominio  della  santa  Sede. 

Vuoisi  da  alcuni  far  rimontare 
l'origine  di  Castel  Gandolfo  dal- 
le ruine  dell'  antica  Alba  longa , 
oggi  Albano  (Vedi),  fra'  quali  il 
Biondo  dice,  essersi  fabbricato  co- 
gli avanzi  della  distrutta  metropoli 
albanese,  dal  celebre  Cardinal  Lu- 
dovico Scarampo  Mezzarota,  vesco- 
vo suburbicario  di  Albano,  e  ca- 
merlengo di  santa  Chiesa,  il    quale 


CAS 
con  fabbricare  nel  medesimo  luogo 
molte  abitazioni  per  le  ville,  diede 
forma  di  Castello  all'antica  rovinata 
città.  Tanto  il  Biondo  dice  nell'e- 
logio di  detto  porporato  a  p.  819, 
del  cui  parere  è  il  Giacconio  nella 
vita  di  Eugenio  IV.  Essendo  il  luo- 
go ritornato  alla  giurisdizione  dei 
Savelli,  ed  essendosi  questi  ribellati 
alla  santa  Sede,  il  medesimo  Euge- 
nio IV,  nel  1436,  benché  alcuni 
vogliano  prima,  comandò  al  genera- 
le delle  armi  pontificie  Giovanni 
Vitelleschi,  ch'era  capo  de' Guelfi  , 
di  saccheggiarlo  e  distruggerlo ,  per 
punire  il  proprietario  Cola  Savello, 
che  vi  aveva  ricettato  il  conte  An- 
tonio Pontedera  ribelle  di  s.  Chiesa. 
In  detto  sacco  rimase  ucciso  Rinal- 
do fratello  di  Cola,  e  tanto  il  ca- 
stello, che  altri  luoghi  de'  Savelli , 
passarono  in  potere  di  Eugenio  V. 
Ma  il  successore  di  lui  INicolò  IV 
con  diploma  de'  3  agosto  i447> 
lo  restituì  con  altre  terre  a  Gio. 
Battista,  Mariano  Battista,  e  Fran- 
cesco Savelli  figliuoli  del  defunto 
Cola,  assolvendoli  dalle  censure,  in 
cui  erano  incorsi  come  rei  di  lesa 
maestà.  Dipoi,  nel  1470,  Castello 
Gandolfo  fu  dai  mentovali  Savelli 
cambiato  con  una  parte  di  Palom- 
bara,  con  Bartolomea  figlia  di  Gia- 
como Savelli.  Indi  successero  a  Bar- 
tolomea, Ludovico,  Antimo ,  e  altri 
cinque  figli  di  Cristoforo  Savelli  pa- 
droni di  Albano. 

Abbiamo  da  Alessandro  Borgia, 
nella  sua  Storia  di  Felletri,  p.  3 80, 
che  il  Pontefice  Sisto  IV,  per  mo- 
strarsi grato  ai  velletrani,  i  quaU 
l'avevano  aiutato  contro  1'  esercito 
del  duca  di  Calabria,  e  in  compen- 
so dei  danni  ricevuti  nel  loro  ter- 
ritorio dai  figli  di  Cristoforo  Savel- 
li, seguaci  del  partito  del  duca , 
con  lettere  apostoliche  de'  1 6  ottobre 


CAS  i57 

1482,  De  veslris  fide,  ad  essi  diede 
Castel    Gandolfo  ,     eh'  egli    chiamò 
Casale  Turris  Candidphorunij  e  al- 
tri   luoghi    appartenenti    ai    Savelli  , 
e  confiscati  dalla  camera  apostolica, 
onde   i    velletrani    ne    presero    pos- 
sesso, per  essere  autorizzati  da  Gio- 
vanni vescovo  di  Alatri,  giudice  de- 
putato,   come  rilevasi     da   un  istro- 
mento  rogato  da  Filippo  da  Ponte- 
corvo.    Però    non    andò    guari ,  che 
successe  a  Sisto  IV  il  Pontefice  In- 
nocenzo Vili,  il  quale    restituì  Ca- 
stel Gandolfo    ai  Savelli    nel   14B6, 
non  però  del  ramo  di  Albano ,  ma 
al    maresciallo     del    conclave    Tulio 
Ostilio,  e  Tito  Flaminio  fratelli.  In 
seguito  essi  lo  cedettero,  nel  i535, 
al  Cardinal  Nicolò    Gaddi,   in    per- 
muta di    Castel  Montorio  ,    che    in 
avanti  dai  medesimi  fratelli    Savelli 
era  stato  venduto  a  Consalvo  Mon- 
te, e  a  monsignor    Gaspare    Monte 
vescovo    col    consenso  di    questi  ul- 
timi. Dopo  dieci  anni,    Castello  tor- 
nò sotto  i  suoi  antichi  signori,  dap- 
poiché    il    predetto     Tulio     Ostilio 
pagò    al  Cardinal    Gaddi  le   somme 
sborsate ,  come  si  legge    in  un  istro- 
mento  di    transazione  de'  1 7     luglio 
1545,  rogato    dal  notaro    di  Cam- 
pidoglio Curzio   Saccoccia. 

Non  tardò  molto  ad  alienarsi  il 
castello ,  acquistandolo  per  quindi- 
cimila scudi  il  principe  d.  Orazio 
Farnese,  nipote  dell'allora  vivente 
Paolo  III;  però,  correndo  1'  anno 
i55o,  per  egual  somma  lo  ricuperò 
d.  Federico  figlio  di  Gio.  Battista 
Savelli.  A  questo  succedettero  in  e- 
gual  porzione,  Mariano  vescovo  di 
Gubbio ,  e  Bernardino  maresciallo 
del  conclave,  di  lui  fratelli.  Della 
porzione  paterna  restarono  poscia 
eredi  di  Bernardino,  secondo  la  sua 
testamentaria  disposizione ,  il  duca 
Gio.   Battista,  Paolo,  Giulio,    Fran- 


i5B  GAS 

Cesco  e  Federico.  Non  è  qwì  n  ta- 
cersi, che  Castel  Gandolfo  fu  cretto 
in  ducato  da  Sisto  V  a  favore  del 
maresciallo  Bernardino,  con  suo  mo. 
lo  proprio  dato  fipitd  s,  Mariani 
Majorem  quarto  hai.  marlii  anno 
quinto,  perchè  Bernardino  avea  spo- 
sato Maria  Felice,  pronipote  del 
Pontefice.  Poco  dipoi  mentre  Ca- 
stel Gandolfo  era  proprietà  degli 
eredi  di  Bernardino  e  Mariano  ve- 
scovo di  Gubbio  summentovati,  nei 
primi  di  luglio  1596,  nel  Pontifi- 
cato di  Clemente  VIIF,  avendo  i 
Savelli  fatti  vari  debiti,  i  creditori 
ollennero  che  i  commissari  camera- 
li piendessei'o  possesso  di  Castel 
Gandolfo,  in  virtù  della  bolla  dei 
Baroni  pubblicata  a'  3o  di  giugno, 
rimanendone  proprietaria  la  stessa 
camera  apostolica,  perchè  avea  sod- 
disfatto i  creditori  col  pagamento 
di  ventiquattromila  scudi  :  somma, 
che  sarebbe  molto  maggiore ,  se- 
condo un  manoscritto ,  che  si  con- 
serva in  Castel  Gandolfo  da  me  inte- 
ramente letto,  donde  il  Cancellieri 
trasse  gran  parte  delle  sue  Notizie 
di  Castel  Gandolfo,  giacché  esso 
dice,  che  la  Camera  apostolica  sbor- 
sò ventiquattromiia  scudi,  mentre  il 
manoscritto  chiaramente  dice  cento- 
cinquantamila scudi  da  pagarsi  ai 
creditori  del  Cardinal  Giacomo  e 
Bernardino  maresciallo.  Certo  è,  che 
il  vescovo  Mariano  sul  principio 
validamente  si  oppose  air  alienazione 
del  Castello,  ma  poi  vedendo  irri- 
tato Clemente  Vili  perchè  forse  gli 
stava  molto  a  cuore  un  tale  acqui- 
sto, riflettendo  che  sarebbono  state 
vane  le  sue  opposizioni,  e  potevano 
portare  ulteriori  danni  alla  sua  ca- 
sa, acconsentì  alla  vendita,  e  fu  al- 
lora, che  il  Cardinal  Bartolomeo 
Cesi  scrisse,  a' 9  giugno  i^gy,  una 
lettera    ai    commissari    sequestratari 


CAS 
di  vane  terre  de'Savclli,  acciò  si 
ritirassero.  Finalmente  nel  i6o4, 
sotto  il  27  maggio,  il  medesimo  Cle- 
mente Vili,  in  virtù  d'un  decreto 
concistoriale,  incorporò  Castel  Gan- 
dolfo al  dominio  temporale  della 
Sc^e  apostolica  ,  comprendendolo 
nella  bolla  di  s.  Pio  V  de  non  alie- 
nandis,  et  infcudandis  honis  Ec- 
clesìa e. 

Riferisce  il  citato  Ratti,  t.  II.  p. 
343,  che  r  inutile  e  forse  irragio- 
nevole opposizirme  di  monsignor  Ma- 
riano Savclli  deve  aver  dato  motivo 
alla  iscrizione,  che  fu  posta  sulla 
porta  del  palazzo  di  Castel  Gandol- 
fo, o  sulla  porta  romana  sotto  gli 
stemmi  del  senato  romano,  delle  chia- 
vi pontifìcie  e  de' Savelli,  appunto 
sotto  il  pontificato  di  Clemente  Vili, 
come  riferisce  il  Volpi  :  Fetus  La- 
tiunij  t.  VII.  p.    160. 

QUt    POTENTI    MIlVORA 
NEGAT  MAJORA    PERMITTIT 


iscrizione,  che  fu  tolta  per  ordine  di 
Clemente  XIII,  e  trasportata  in  un 
cortile,  ch'era  avanti  il  palazzo  dei 
Savelli. 

Prima  del  pontificato  di  Paolo  V, 
questo  luogo  si  giudicava  insalubre 
per  le  acque  palustri,  che  il  circon- 
davano, e  che  costretti  erano  a  be- 
re gli  abitanti.  Vi  prese  però  prov- 
videnza il  magnanimo  Pontefice,  con 
far  prosciugare  il  laghetto  di  Tur- 
no, da  cui  appunto  derivavano  le 
nocive  esalazioni,  e  con  introdurvi 
delle  acque  salubri  prese  dalle  sor- 
genti di  Palazzola  ;  operazioni  che 
fece  eseguire  colla  direzione  del  Car- 
dinal Serra,  il  quale  per  memoria, 
nel  161 1,  vi  fece  porre  una  iscri- 
zione, che  si  legge  nel  Bonanni  tom. 
II.  p.    294.  Dipoi  questo  Ponteiice, 


CAS 
nell'anno  1619,  si  recò  a  Castel 
Gandolfo,  e  con  tutte  le  formalità 
pose  la  prima  pietra  alla  chiesa  dei 
francescani  riformati.  Divisava  inol- 
tre Paolo  V  di  recare  ulteriori  van- 
taggi a  Castel  Gandolfo,  ma  distrat- 
to dal  maraviglioso  ingrandimento 
della  Villa  Mondragone  (Vedi)  in 
Frascati,  ove  voleva  stabilire  la  vil- 
leggiatura de'  sovrani  Pontefici,  non 
effettuò  le  sue  benefiche  intenzioni. 
!Nè  andò  guari,  che  i  destini  di  Ca- 
stel Gandolfo  in  un  punto  rariaro- 
no,  e  per  la  sua  situazione  sull'  alto 
boido  del  suo  lago,  da  cui  si  gode 
la  doppia  vista  della  campagna  e 
dello  stesso  lago,  per  l' amenità  del 
luogo,  e  per  la  vicinanza  della  ca- 
pitale avvenne,  che  i  Pontefici  lo 
prescegl lessero  a  loro  dimora  nelle 
villeggiature  autunnali,  e  anche  di 
prima  vera,  recandovisi  colla  corte  sino 
da  Urbano  Vili,  il  quale  ne  fu  prin- 
cipalmente benemerito,  nel  modo  che 
andiamo  a  narrare. 

Il  Cardinal  Maffeo  Barberini,  fio- 
rentino, avea  nella  terra  di  Castel 
Gandolfo  una  casa,  e  nel  medesimo 
territorio  vìn  casino  con  alcune  vi- 
gne, con  piantagioni  di  migliaia  di 
alberi,  e  siti  deliziosi.  Ivi  solendo 
egli  trattenersi,  descrisse  quel  luogo 
al  prelato  Lorenzo  Magalo tto,  fra- 
tello di  sua  cognata,  con  versi  poe- 
tici poi  pubblicati  dal  di  lui  nipote 
Cardinal  Barberini.  Avendone  il  por- 
porato sperimentata  la  salubrità  del- 
l'aria,  assunto  che  fu  nel  1623  al 
sommo  pontificato  col  nome  di  Ur- 
bano YIII,  si  fece  vendere  la  villa 
di  monsignor  Visconti,  edificata  da 
Publio  Clodio,  e  poi  ingrandita  da 
Domiziano  imperatore,  con  fonda- 
menti tali,  e  cotanto  grandiosi,  che 
Cicerone  non  dubitò  di  chiamarle, 
siihstructionum  moles  insanae.  Per 
luogo  sì   dehzioso,   donde    al  nord- 


CAS  1^9 

est  discuopresi  la  selva  di  Diana  ari- 
cina ,  e  di  Diana  Nemorense ,  a 
scirocco  e  a  ponente  il  mediterra- 
neo, dal  promontorio  Circeo  fino  a 
Civitavecchia,  Marziale,  lib.  V.  Ep. 
I.  potè  dire  a  Domiziano: 

Seii  collibiis  uteri s  Albne 

Caesar,  et  hinc  Triviain  prospi- 
cisj  inde  Thetyn. 

Il  p.  Lupi  nella  lettera  XX,  del- 
la parte  II  delle  sue  Lettere  erudi- 
te,  stima  che  Castel  Gandolfo  sia 
stato  fondato  sui  residui  della  son- 
tuosa villa,  una  gran  parte  della 
quale  è  occupata  dalla  chiesa,  dal 
convento  e  dal  terreno  dei  rifor- 
mati, de'  quali  poi  si  parlerà,  e  prin- 
cipalmente dalla  villa  Barberini. 

Acquistatasi  adunque  da  Urbano 
Vili  la  villa  del  prelato  Visconti, 
celebrata  anche  dai  versi  Pindarici 
di  monsignor  Azzolini,  villa  che  la 
famiglia  Barberini  (Vedi)  tuttora 
possiede,  ed  ove  suole  usare  ,  volle 
quindi  fabbricare  un  magnifico  pa- 
lazzo pontificio  in  Castel  Gandolfo, 
con  architettura  di  Carlo  Maderno, 
di  Bartolomeo  Breccioli  e  di  Dome- 
nico Castelli.  Lo  fece  decorare  con 
bellissime  pitture ,  particolarmente 
nella  cappella  segreta  [Vedi),  ed  in- 
oltre vi  fece  eseguire  il  contiguo 
giardino,  che  in  un  al  palazzo  cir- 
condò di  alte  mura  a  guisa  di  roc- 
ca, ampliò  i  cunicoli  per  condurre 
l'acqua  da  Palazzola  a  Castello,  ed 
aprì  una  comoda  strada,  che  con- 
duce ai  cappuccini  di  Albano,  fian- 
cheggiata di  ombrosi  alberi,  co'  qua- 
li decorò  altresì  1'  altra  che  con- 
duce ad  Albano;  strade  che  ven- 
gono entrambe  chiamate  gallerie, 
per  comodo,  ed  ameno  passeggio  ri- 
parato   dal    sole  a   mezzo    di  gros- 


i6o  CAS 

si  alberi.  Si  osserva  per  altro  dalla 
grossezza  degli  albeii  essei'ò  questa 
ultima  galleria  piantata  prima  del- 
ia precedente.  Per  celebrare  taiila 
iiiagnilìcenza,  fu  coniala  una  me- 
daglia coir  epigrafe  Siihurbano  lie- 
ctssUy  e  nel  rovescio  il  prospetto 
del  palazzo  apostolico,  nella  fìicciata 
del  quale  fu  collocata  la  seguente 
marmorea  isciizione  ; 

\RBANvs  .  vni 

PONTIFEX   .  MAXIMVS 

SEMITIS  .  COMPLANATIS 

COETERISQVE  .    AD  .    VSVM  .    VILLAE 

COMPARATIS 

SVBVRBANAS  .  AEDES 

COMMODITATI  .   PONTIFICVM 

EXTRVXIT 

ANNO  .  DOMINI  .  MDCXXIX 

rONTIFICATVS  .  VII 

Urbano  Vili  fece  inoltre  altri  be- 
nefìzi a  Castel  Gandolfo,  acciò  riu- 
scisse di  diporto  e  ricreazione  ai 
Sommi  Pontefici  onde  sollevarsi  dal- 
le gravi  cure  della  Chiesa  universale 
e  dello  stato.  Egli,  nel  suo  pontifi- 
cato, proseguì  a  frequentare  questo 
sito  trasferendovisi  quasi  ogni  anno 
colla  famiglia  pontificia,  onde  fu  il 
primo  Papa  a  datare  le  bolle,  e  i 
jjrevi  Arce  Gandidplii.  E  in  fatti 
con  un  breve  sottoscritto  da  lui,  in 
questo  Castello  accordò  alla  nazio- 
ne Lucchese  la  chiesa  di  s.  Bona- 
ventura, e  colla  bolla,  che  vi  spedi 
a' 25  ottobre  1626,  eresse  il  semi- 
nario vaticano.  Innocenzo  X,  che  gli 
successe,  nel  i644)  ^^o"  "'^^  ^^  ^'^' 
co  a  Castel  Gandolfo,  e  solo  sappia- 
mo, che  con  un  breve  concesse  al 
marchese    Gregorio    Serlupi    1'  uso 


CAS 

d'  un  casino  contiguo  al  palazzo 
pontilìcio,  che  seguitò  a  godere  la 
sua  consorte  Anna  Maria  Costa- 
guti. 

Se  Castel  Gandolfo  deve  la  j>ri- 
maria  sua  ventura  ad  Ujbano  Vili, 
ripete  il  suo  incremento  ed  ulterio- 
ri abbellimenti  da  Alessandro  VII, 
Chigi,  di  Siena.  Elevato  questi  al 
Pontificato,  nel  i655,  stava  per  re- 
carsi neir  anno  seguente  a  Castel 
Gandolfo  ;  ina  vinto  dalle  istanze 
di  parecchi  personaggi  di  chiamar 
da  Siena  in  Roma  i  propri  parenti, 
nel  concistoro  de'  24  aprile  doman- 
dò prima  su  questo  punto  a'  Car- 
dinali il  loro  individuai  parere  in 
iscritto,  per  averlo  nel  ritorno  dalla 
villeggiatura,  a  cui  invitò  que'  Car- 
dinali, che  volessero  parteciparvi. 
Essi  di  fatti  vi  si  recarono  col  voto 
affermativo,  per  cui  il  Papa  scrisse  un 
breve  al  fratello  e  ai  due  nipoti,  invi- 
tandoli a  partire  per  Roma,  dando 
loro  vari  e  prudenti  avvertimenti. 
Giunti  che  furono  in  Castel  Gandolfo, 
vennero  presentati  al  Pontefice  dal 
marchese  Patrizi.  Frequentando  que- 
sto Papa  il  Castello,  fece  la  via  albo- 
rata  sulla  parte  del  lago,  che  con- 
duce ai  cappuccini ,  dal  suo  nome 
chiamata  Alessandrina ,  ingrandì,  e 
terminò  il  palazzo  apostolico,  pro- 
seguendo ancora  il  recinto  delle  mu- 
ra a  guisa  di  cittadella  ;  e  fu  il 
primo  ad  abitare  stabilmente  il  pa- 
lazzo ,  giacche  Urbano  Vili  preferì 
dimorare  in  quello  della  sua  fami- 
glia Barberini  nella  villa  da  lui  ac- 
quistata ,  aflìne  di  evitare  le  conse- 
guenze d'un  edilizio  da  poco  eretto. 
A  memoria  poi  dell'  ampliazione 
del  palazzo  assai  lodato  per  la 
sua  comodità  e  bella  distribuzione 
de'  luoghi,  fu  eretta  la  seguente  i- 
scrizione: 


CAS  CAS  i6i 

ALEXANDER    .    VII    .    PONTIFEX    .    MAXIMVS 

AEDES    .     AB    .    VEDANO    .    Vili 

OB    .    COELI    .    SOLIQVE     • 

SALVBRITATEM    .    AMOENITATEMQVE 

ANIMO    .    CORPORIQVE    .    BREVI    .    SECESSV    .    REFICIENDIS 

POSITAS    .    AMPLIAVIT    .    INSTRVXIT    .    ABSOLVIT    .    ANNO    .    MDCIX 

Nella  piazza  di  detto  palazzo,  che  del  valente  architetto.  È  di  forma  a 
è  decorata  da  una  fontana,  Alessan-  croce  greca  con  cupola  nel  centro , 
dro  VII,  con  disegno  del  cavaliere  e  pilastri  d*  ordine  dorico.  Il  quadro 
Lorenzo  Bernini ,  fece  erigere  la  dell'  altare  maggiore  è  di  Carlo  Ma- 
chiesa  collegiata  ,  dedicandola  in  ratta.  A  perenne  ricordanza  poi  del 
onore  di  s.  Tommaso  di  Villanova  munifico  Pontefice,  sulla  porta  princi- 
da  lui  solennemente  canonizzato ,  e  pale  dalla  parte  interiore  della  chie- 
reputata  una    delle    migliori    opere  sa,  fu  collocata  questa  iscrizione; 

ALEXANDER    .    VII    .    PONTIFEX    .     MAXIMVS 

B.    THOMjE    .    ARCHIEPISCOPO    .    VALENTINO 

INTER    .    SANCTOS    .    AB    .    SE    .    RELATO 

AEDEM    .    E    .    SOLO    .    EXTRVCTAM 

CVIVS    .    PRIMVM    .    FVNDAMENTI    .    LAPIDEM 

FLAVIVS    .    CARD.    .    CHISIVS    .    FR.    .    F.    ,    POSVERAT 

PIE    .    RITEQVE    .    DEDICAVIT 

ANNO    .    SAL.    .    MDCLXL 

I  Pontefici  successori  di  Alessan-  dico  monsignor  Lancisi  a  cagione 
dro  VII  non  si  recarono  a  Castel  degli  abituali  suoi  incomodi,  che  il 
Gandolfo,  e  solo  si  sa,  che  Innocen-  molestavano,  assai  frequentò  Castel 
zo  XII,  nel  1697,  fece  rifare  la  Gandolfo,  vi  fece  molti  ristauri,  e 
campana  della  chiesa.  Ma  Clemen-  ne  fu  molto  benemerito.  Tralascia- 
te XI,  Albani,  d'Urbino,  che  eie-  mo nondimeno  per  brevità  la  descri- 
vato  alla  cattedra  di  s.  Pietro  nel  zione  di  tali  ristauri  e  beneficenze , 
1700,  vi  sedette  gloriosamente  sino  tutto  dicendo  la  seguente  iscrizione 
al  1721,  nel  suo  lungo  pontificato  posta  sulla  porta,  che  conduce  in 
per  consiglio  del  celebre    suo    me-  Albano: 

CLEMENS    .    XI    .    PONTIFEX    .    MAXIMVS 

OPPTOI    .    PONTIFICIO    .    AB    .    VRBE    .    SECESSVI    .    DESTINATI 

CVIVS    .    SALVBRE    .    CCffiLVM 

AFTECTAE    .    SVAE    .    VALETVDINI    .    REPARANDAE 

PLVRIES    .    VTILE    .    EXPÉRTVS    .    FVIT 

INSTAVRATO    .    PALATIO 

ORNATO    .    AC    .    NOVIS    .    AQVAE    .    RIVVLIS    .    AVCTO    .    FONTE 

VIA    .    SILICE    .    STRATA 

PLVRIMIS    .    SVBLATIS    .    IMPEDIMENTI 

ELEGANTIOREM    .    AD    .    OIIDINEM    .    DIRECTA 

PRIVATAE    .    PVBLICAEQ.    .    COMMODITATI    .    CONSVLVIT 

ANJNfO    .    SAL.    .    MDCCXH 

VOL.    X.  II 


iGa 


CAS 


Innocenfo  XIII  non  si  recò  a 
questo  Castello,  e  Benedetto  XIH 
trovandosi,  nel  1729,  in  Albano  re- 
duce da  Benevento  nel  martedì,  gior- 
no 7  giugno,  andò  a  visitare  Castel 
Gandolfo,  e  la  chiesa  parrocchiale 
ardpretale.  E  poi  da  sapersi ,  che 
dopo  la  riforma  de'  tribunali,  fatta 
nel  1692,  da  Innocenzo  XII,  essen- 
do insorte  molte  controversie  sul 
diritto  di  giudicare,  appartenenti  al 
tribunale  di  monsignor  maggiordo- 
mo prefetto  de'  sacri  palazzi  aposto- 
lici, vi  fu  rimediato  da  Benedetto 
XIII.  Il  governo  di  Castel  Gandolfo 
fu  dato  dai  Pontefici  ai  maggior- 
domi prò  tempore  sino  dal  tempo 
ch'essi  andarono  a  risiedervi  per 
ricrearsi  dalla  somma  degli  affari , 
il  qual  governo  fu  loro  tolto  dalla 
suindicata  riforma  de'  tribunali.  Ma 
Benedetto  XIII,  nel  tempo  ch'era 
suo  maggiordomo  monsignor  Cibo, 
col  disposto  della  costituzione  ^qiii- 
taiis  y  de'  24  settembre  1728,  che 
si  legge  nel  Bull,  inagn.  tom.  XIII, 
p.  378,  e  che  in  copia  esiste  nella 
segreteria  comunale,  restituì  a'  pre- 
lati maggiordomi  il  governo  di  Ca- 
stel Gandolfo,  colla  privativa  dì  una 
plenaria  civile  e  criminale  giurisdi- 
iionc,  indipendentemente  da  qualun- 
que tribunale  di  Roma,  per  mezzo 
di  un  goveraatore  o  luogotenente 
ivi  residente,  disposizione  che  a'  no- 
stri giorni  confermò  Pio  VII  con 
suo  moto  proprio.  V.  Maggiordomi 
pontificii,  ec.  voi.  IV,  pag.  7  della 
Raccolta  delle  leggi  e  disposizioni 
di  pubblica  amministrazione y  dove 
si  tratta  della  facoltà  del  giusdicente 
di  Castel  Gandolfo,  e  dipendenza 
del  maggiordomato. 

Ma  il  Pontefice,  che  più  di  fre- 
quente, e  più  lungamente  si  recò  e 
risiedette  in  Castel  Gandolfo,  vi  ce- 
lebrò  solenni  funzioni,   e   vi   spedi 


CAS 
bolle  e  brevi,  fu  il  gran  Benedetto 
XIV,  Lambertiniy  bolognese,  del 
quale  riporteremo  compendiosamente 
le  cose  meritevoli  di  special  men- 
zione, parlandosi  delle  altre  all'ar- 
ticolo Villeggiature  de'  Papi  ,  in 
cui  si  vedrà  ove  recavansi  i  Ponte- 
fici romani,  massime  nell'estate  per 
evitare  i  caldi  della  stagione,  prima 
che  avessero  stabilita  la  villeggia- 
tura in  Castel  Gandolfo.  All'articolo 
Treni,  si  leggerà  ancora  con  quale 
treno  i  Papi  vi  si  conducono,  in  uno 
alla  famiglia  e  corte  pontificia,  che 
li  segue.  È  pure  da  avvertirsi,  che  i 
Pontefici,  dimorando  a  Castel  Gan- 
dolfo, onorarono  di  loro  presenza  i 
circostanti  paesi  e  ville,  chiese,  col- 
legi, e  case  religiose  d'ambo  i  sessi, 
ed  anche  qualche  famiglia  nobile,  e 
perciò  si  recarono  di  frequente  ad 
Albano,  a  Palazzuolo,  di  cui  par- 
lammo all'articolo  Albano,  alla  Ric- 
cia, a  Galloro,  a  Genzano,  a  Nemi, 
a  Civita  Lavinia,  a  Velletri,  a  Net- 
tuno, a  Porto  d'Anzo,  a  Marino,  a 
Grottaferrata,  a  Frascati,  e  ad  altri 
luoghi,  delle  quali  visite  si  fa  la 
debita  menzione  agli  articoli  rispet- 
tivi .  In  detti  siti  ascoltarono  i 
Pontefici ,  o  celebrarono  la  messa , 
e  altre  sacre  funzioni,  concessero 
privilegi,  e  grazie  spirituali,  benefi- 
cai*ono,  premiarono,  e  fecero  atti  di 
clemenza,  in  somma  lasciarono  me- 
morie degne  di  se. 

Tornando  a  Benedetto  XIV,  come 
fu  eletto  Papa,  nel  1740»  tiell'anno 
seguente  a'  3  giugno  andò  a  Castel 
Gandolfo,  ricevuto  alla  porta  della 
chiesa  dal  Cardinal  vescovo  di  Al- 
bano ,  donde  passò  ad  abitare  il 
palazzo  apostolico,  e  sino  da  lui 
abbiamo  dai  Diari  di  Roma  pub- 
blicato il  costume  di  ricevere  i 
Pontefici  all'  udienza  le  dame,  nel 
palazzo  della  villa  Barberini,   dove 


CAS 

pur  sogliono  essi  passeggiare,  massi- 
me nel  sorprendente  viale,  lunghis- 
simo e  fiancheggiato  da  grossi  e 
pittoreschi  alberi,  non  che  intorno 
alle  altre  deliziose  parti,  ed  al  pi- 
neto  di  sì  amena  villa.  Benedetto 
XIV  di  frequente  vi  si  recò  a  di- 
porto col  re  d' Inghilterra  Giacomo 
III.  Vero  è  però,  che  i  Papi  anche 
prima  di  Benedetto  XIV  frequenta- 
rono la  villa  Barberini,  e  ricevettero 
nel  palazzo  di  essa  le  signore  distinte 
al  bacio  del  piede.  Passati  ventitre 
giorni  di  villeggiatura  in  Castel  Gan- 
dolfo,  il  detto  Papa  fece  ritorno  in 
Roma,  avendo  prima  fatto  rifare 
la  strada,  che  dal  giardino  pontifi- 
cio conduce  a  Marino. 

Noteremo  adunque  le  altre  volte, 
che  Benedetto  XIV    vi    si   portò  in 
uno   alle    cose    principali    della    sua 
permanenza.     Nel    fine    pertanto    di 
settembre   ij^i^  recossi  a  Castello, 
e  vi  stette    sino    ai    3o  di  ottobre  : 
altrettanto  fece,  nel  l'j^'i.^  partendo 
da   Roma    domenica    27  maggio,  e 
vi  si  trattenne    un  mese;    poi  a'  27 
settembre    vi    ritornò,    restituendosi 
alla  capitale  a'  3o  ottobre.    Quindi, 
nel    1743    a' 24    maggio.   Benedetto 
XIV    andò   a    Castel  Gandolfo,   ove 
celebrò  col  capitolo  di  Albano,  con- 
fraternita  del   luogo,   e   camera  se- 
greta la  processione  del  Corpus  Do- 
mini,   mentre    in    Roma    il    sagro 
Collegio   non    solo    fece  questa  fun- 
zione,   ma  intervenne   alle  cappelle 
di  s.  Filippo,  della  Pentecoste,  della 
ss.  Trinità,    e    di    s.  Gio.  Battista, 
indi  il  Papa  si  recò   a  Roma  a'  27 
giugno.    Stante  il  contagio,   che  af- 
fliggeva   la    capitale,    non    vi    andò 
nell'autunno,    donando    invece    alla 
chiesa  una  macchina  di  legno  inta- 
gliato e  dorato,    colla   divota  statua 
della    b.  Vergine    del    Rosario,  che 
per  la  festa    gli    abitanti    portarono 


CAS  i63 

subito  ih  processione.  Inoltre  il  ma- 
gnanimo Pontefice  nel  novembre 
inviò  a  Castello  il  Cardinal  Colonna 
pro-maggiordomo,  e  V  elemosiniere 
monsignor  Boccapaduli,  a  distribuire 
quelle  limosine,  ch'era  solito  dare 
nella  villeggiatura.  Anche  nel  1744 
Benedetto  XIV,  per  lo  stesso  con- 
tagio ,  non  ancora  estinto ,  e  pel 
passaggio  di  truppe  straniere,  non 
andò  a  Castello,  né  nel  maggio,  né 
nell'ottobre. 

L' anno    1 74^,    a'  1 5    maggio,    il 
Papa  recossi  a  Castel    Gandolfo,    e 
mentre    in    Roma  i  Cardinali   cele- 
brarono   le    cappelle    di    s.    Filippo, 
dell'Ascensione   nella  basilica  latera- 
nense,  della  Pentecoste ,   e  della  ss. 
Trinità,     Benedetto    XIV,     avendo 
fatto  pubblicare,    che  nella  mattina 
dell'Ascensione   dalla    loggia  del  pa- 
lazzo avrebbe  data  la  solenne  bene- 
dizione,    dopo    aver     celebrato    la 
messa  bassa   nella    chiesa  principale 
vestito   di   mozzetta  e  stola,    e  pre- 
ceduto   dalla     croce     pontificia ,     si 
trasferì    sulla  loggia ,    si    pose  a  se- 
dere   sopra    una    sedia    elevata,    ed 
alzatosi  in  piedi,  compartì  l'aposto- 
lica benedizione   colle  solite  preci  e 
cerimonie,    sostenendo  il    libro  e  la 
candela    due    prelati,    mentre    due 
altri  pubblicarono  I'  indulgenza  ple- 
naria in  latino  e  in  italiano,  fra  lo 
sparo    di    cento    mortari,    il    suono 
della    banda    delle    milizie  schierate 
sulla  piazza,  e  quello  delle  campane. 
Una   però   particolare    ne    compartì 
nel  partire  al  re  Giacomo  III,    che 
vi  si  era  recato  da  Albano.    Dipoi , 
avendo  fatto    pubbhcare,    che   nelle 
tre  feste  della  Pentecoste    T  avrebbe 
data  col  ss.  Sacramento  nella  chiesa, 
colla    medesima  indulgenza,  essa  fu 
decorosamente  addobbata,  e  immen- 
so fu  il  concorso   degli   abitanti  dei 
luoghi  circonvicini.  Poscia,  a' 5  giù- 


i64  CAS 

gno ,    si    restituì    in    Roma ,    senza 

ritornarvi    nel    mese   di    ottobre   a 

TìUeggiare. 

A'  7  maggio  1 746,  Benedetto  XIV 
andò  a  Castel  Gandolfo ,  e  quivi , 
dimorando  il  sagro  Collegio  in  Ro- 
ma, intervenne  alle  cappelle  dell'A- 
scensione, di  s.  Filippo,  della  Pen- 
tecoste, e  della  ss.  Trinità,  prati- 
cando il  Papa  nella  sua  villeggiatura 
ciò,  che  per  l'Ascensione,  e  Pentecoste 
avea  fatto  nell'anno  precedente;  indi 
a'  6  giugno  fece  ritorno  in  Roma. 
JVel  seguente  anno  poi  1 747,  benché 
Benedetto  XIV  si  recasse  a  Civita- 
vecchia, non  tralasciò  di  andare  a 
Castello,  ed  a'  3  giugno  trovò  la 
galleria  del  palazzo  apostolico  deco- 
rata di  pitture  e  di  ornati,  colla 
stanza  contigua  ridotta  vagamente 
alla  cinese.  In  questa  sua  dimora  il 
provvido  Pontefice,  per  mezzo  di 
monsignor Boccapaduli  elemosiniere, 
istituì  in  Castel  Gandolfo  le  Maestre 
pie  per  istruire  ed  educare  le  don- 
zelle del  luogo,  e  quelle  di  Albano, 
con  aver  accomodato  di  tutto  il  bi- 
sognevole una  casa ,  ed  assegnato 
loro  un  congruo  mantenimento.  Pri- 
ma di  partire  onorò  detta  casa  di 
sua  presenza,  assoggettando  le  mae- 
stre pie  al  detto  elemosiniere  prò 
tempore.  In  Roma  i  Cardinali  assi- 
stettero alla  processione  dell'ottava 
del  Corpus  Domini  nella  basilica 
vaticana,  e  alla  cappella  di  s.  Gio. 
Battista,  mentre  Benedetto  XIV  fece 
in  Castello  la  detta  processione, 
dando  nella  chiesa  principale  alcune 
volte  la  benedizione  col  Venerabile, 
ed  accordando  indulgenza  plenaria. 
Fece  poi  ritorno  alla  capitale  a' 26 
giugno. 

Nel  1748,  Benedetto  XIV  intra- 
prese il  viaggio  per  Castello  a'  2  5 
maggio,  e  durante  il  suo  soggiorno, 
il  sagro  Collegio    in  Roma    fece    le 


CAS 

funzioni  della  Cappella  della  ss.  Tri- 
nità ,  delle  processioni  del  Corpus 
Domini,  ed  al  Laterano  la  cappella 
di  s.  Gio.  Battista.  Il  Papa  avendo 
determinato  di  celebrare  la  detta 
processione  in  Castello,  ne  fece  par- 
tecipare la  notizia  alle  città  e  paesi 
vicini ,  col  premio  dell'  indulgenza 
plenaria.  Nella  mattina  della  festa 
disse  la  messa  nella  sua  privata  cap- 
pella, a  piedi  si  trasferì  nella  chie- 
sa principale,  e  traversò  la  piazza, 
ove  avea  da  fare  il  giro  la  proces- 
sione; piazza  che  a  tal  effetto  era 
guarnita  di  mihzie;  ed  avendo  nella 
sagrestia  assunti  i  sagri  paramenti, 
facendo  da  diacono  e  suddiacono  i 
prelati  Boccapaduli  e  Argenvilliers, 
si  recò  all'  altare  maggiore,  prese  il 
ss.  Sacramento,  e  seguì  la  proces- 
sione, ch'ebbe  l'ordine  seguente. 
Precedeva  col  suo  gonfalone ,  o  ban- 
diera la  compagnia  del  ss.  Sacra- 
mento, con  istendardo  e  crocefisso, 
seguivano  sei  coppie  di  zitelle  po- 
vere ammantate  coli'  abito ,  che  in- 
sieme alla  dote  avea  loro  fatto  con- 
ferire il  Papa  dall'elemosiniere.  Ap- 
presso incedevano  le  due  superiore 
delle  maestre  pie  della  scuola  pon- 
tificia, e  i  guardiani  del  menzionato 
sodalizio ,  seguiti  dai  pp.  riformati 
collo  stendardino;  indi  veniva  la 
magistratura  in  rubone,  e  il  luogo- 
tenente in  abito  talare  con  torcie 
accese;  dopo  i  cantori  in  cotta  suc- 
cedeva un  cappellano  segreto ,  che 
portava  la  preziosa  mitra  papale. 
Quindi  venivano  la  croce  pontifi- 
cia sostenuta  da  un  suddiacono,  in 
mezzo  a  due  cappellani  comuni  coi 
candellieri,  il  capitolo,  e  il  clero 
della  cattedrale  di  Albano  colle  sue 
dignità ,  e  co'  suoi  abiti  sagri,  il  vi- 
cario generale  in  piviale,  e  tutti  a- 
veano  i  ceri  accesi,  insieme  a  quantii 
altri    componevano    la    processione. 


CAS 

Finalmente  due  accoliti  ceroferari , 
e  due  turiferari  precedevano  il  bal- 
dacchino, le  cui  aste  venivano  soste- 
nute da  otto  mansionari  del  detto 
capitolo  in  piviale.  Sotto  il  baldac- 
chino il  sommo  Pontefice  portava 
a  piedi  il  Venerabile,  assistito  dai 
mentovati  ministri ,  e  seguito  dal 
caudatario,  e  dall'altro  cappellano 
segreto  colla  mitra  usuale ,  circon- 
dando il  baldacchino  dodici  chierici 
»in  cotta  con  torci  e  accese,  la  guar- 
dia svizzera,  ed  i  cavali eggi eri ,  e 
chiudendo  la  processione  il  Cardinal 
pro-maggiordomo  insieme  a  tutta  la 
camera  segreta,  con  torcie.  Entrata 
la  processione  in  chiesa ,  dopo  le 
consuete  preci,  il  Papa  diede  col  ss. 
Sacramento  la  trina  benedizione,  e, 
deposti  i  sagri  indumenti,  e  porta- 
tosi al  suo  palazzo,  dalla  loggia  ri- 
benedì  l' innumerabile  popolo.  Inol- 
tre Benedetto  XIV  segnalò  in  que- 
st'  anno  la  sua  permanenza  in  Ca- 
stello con  arricchire  la  chiesa  prin- 
cipale dell'indulgenza  plenaria,  per 
tutte  le  feste  della  ss.  Vergine  e  dei 
ss.  XII  apostoli ,   da  applicarsi    per 

»modo  di  suffragio  alle  anime  dei 
fedeli  defunti,  per  cui  a  perenne  ri- 
cordanza fu  posta  in  una  parete 
della  chiesa  una  iscrizione,  che  ri- 
portasi fra  quelle  bolognesi  da  mon- 
signor Galletti.  A'  26  giugno ,  Be- 
nedetto XIV  fece  ritorno  alla  domi- 
nante. 

Nel  1749?  a' 27  maggio,  il  Papa 
recossi  a  Castel  Gandolfo,  e  in  Ro- 
ma i  Cardinali  assistettero  alla  cap- 
pella della  ss.  Trinità,  alle  proces- 
sioni del  Corpus  Domini,  e  alla 
Cappella  di  s.  Gio.  Battista,  nella 
basilica  lateranense,  mentre  il  Pon- 
tefice celebrò,  come  nel  precedente 
anno,  la  processione  del  Corpus  Do' 
mìni,  assistito  dai  prelati  Livizzani 
segretario  de'  memoriali,  e  Malvezzi 


CAS 


16^ 


maestro  di  camera,  dando  poi  un'al- 
tra benedizione  dalla  nuova  loggia 
fatta  costruire  appositamente  dal  pro- 
maggiordomo Cardinal  Colonna,  in 
uno  a  due  stanze  contigue  erette 
pel  medesimo  oggetto.  A'  26  giu- 
gno, Benedetto  XIV  si  restituì  in 
Roma. 

Nell'anno  santo  1 750  ,  celebrato 
da  Benedetto  XIV  con  esemplar 
edificazione,  partì  egli  per  Castello  nel 
venerdì  29  maggio,  intervenendo  i 
Cardinali  in  Roma  alle  processioni 
dell'  ottava  del  Corpus  Domini  e 
alla  cappella  di  s.  Gio.  Battista.  Es- 
sendosi rotta  in  Castello  la  campa- 
na grande  della  chiesa,  già  fatta  da 
Alessandro  VII,  e  rifusa  da  Inno- 
cenzo XII,  Benedetto  XIV  la  fece 
rifondere,  e  in  onore  di  s.  Nicolò , 
e  di  s.  Tommaso  da  Villanova,  la 
benedi,  dopo  aver  celebrato  la  mes- 
sa nella  stessa  chiesa  agli  1 1  giugno, 
e  a'26  di  questo  mese,  anche  in  gior- 
no di  venerdì,  si  ricondusse  in  Roma. 

A'  27  maggio  i75i  andò  Bene- 
detto XIV  a  Castello,  ove  colla  stes- 
sa solennità,  e  colle  cerimonie  degli 
anni  precedenti  fece  la  processione 
del  Corpus  Domini,  praticando  in 
Roma  altrettanto  i  Cardinali,  che 
inoltre  intervennero  alle  cappelle 
della  Pentecoste,  della  ss.  Trinità , 
e  di  s.  Gio.  Battista.  Il  Papa  fece 
ritorno  alla  capitale  a'  26  giugno. 

Neir  anno  seguente,  a'  i5  maggio, 
tprnò  a  Castello,  ove  colla  consue- 
ta ecclesiastica  magnificenza  fece  la 
processione  del  Corpus  Domini,  a- 
vendo  donato  alla  chiesa  ottanta 
candellieri  dorati  di  varie  grandezze, 
con  altre  sagre  suppellettiH.  In  Ro- 
ma i  Cardinali  fecero  tutte  le  fun- 
zioni come  nel  l'jSi,  ed  a'  26  giu- 
gno Benedetto  XIV  vi  fece  ritorno. 

Al  primo  di  giugno  1753  si  re- 
cò di  nuovo  a  Castello,  in  cui  ebbe 


iG6  CAS 

luogo  la  predelta  processione,  come 
eseguì  in  Roma  il  sagro  Collegio,  in 
uno  alle  altre  cappelle,  e  in  quesla 
città  si  restituì  nel  solito  giorno,  fa- 
cendo altrettanto  il  pronipote  mar- 
chese Giovanni  Lambertiai,  che  mon- 
signor Millo  avea  condotto  alla  vil- 
leggiatura. 

Nell'anno  seguente,  a'  6  giugno, 
Benedetto  XIV  eseguì  la  partenza 
per  Castello  ove  celebrò  la  predetta 
processione,  e  nella  festa  di  s.  Gio. 
Battista,  dopo  aver  detto  messa  in 
chiesa,  cresimò  il  menzionato  pro- 
nipote, facendo  da  padrino  il  Car- 
dinal Colonna.  I  Cardinali  assistet- 
tero tutte  le  ricorrenti  funzioni  in 
Roma,  cui  il  Papa  fece  ritorno  a'  27 
giugno. 

Domenica  25  maggio  lySS,  Ca- 
stello rivide  Benedetto  XIV  col  pro- 
nipote, che  vi  si  trattenne  sino  ai 
26  giugno,  avendo  fatta  la  solita 
processione,  che  insieme  alle  altre 
funzioni  celebrarono  anche  i  Cardi- 
nali in  Roma.  Essendo  morto  a  Ti- 
voli il  Cardinal  Besozzi,  e  trasferi- 
tosi il  suo  corpo  in  Roma,  i  colle- 
ghi tennero  cappella  di  requiem  nel- 
la chiesa  di  s.  Marcello.  Finalmen- 
te Benedetto  XIV  per  l'ultima  volta 
andò  a  Castel  Gandolfo,  accompa- 
gnato dal  pronipote  a'  i5  maggio 
1756,  giacche  l'età,  e  i  suoi  inco- 
modi non  glielo  permisero  più ,  e 
fece  la  processione,  che  pur  dal  sa- 
gro Collegio  venne  celebrata  in  Ro- 
ma insieme  alle  altre  cappelle.  A'  26 
giugno  il  Papa  fece  ritorno  in  Roma. 

La  dimora  di  sì  gran  Pontefice 
a  Castel  Gandolfo  ei'a  egualmente 
impiegata  al  reggimento  della  Chie- 
sa universale  ,  al  goveino  del  suo 
stato  ,  e  nell'esercizio  di  genero- 
se beneficenze.  Egli  pertanto  fu  il 
Papa,  che  emanò  in  Castel  Gan- 
dolfo il  maggior  numero   di    bolle. 


CAS 
costituzioni  e  brevi  in  confronto    di 
quelle  spedite  dai  predecessori  e  suc- 
cessori, colla  data  Datimi  ex    Arce 
Gandiilphi,  per  cui  non  sarà  disca- 
ro, che  qui  se  ne  indichino  le  prin- 
cipali, dappoiché  tuttociò,  che  riguar- 
da i  Sommi  Pontefici,  interessa    al- 
l'intero   mondo    cattolico.    Il    terzo 
breve  spedito  da  Benedetto  XIV  in 
Castello  a' 24  giugno  174^,  fu  quel- 
lo   che    incomincia     Libenlissinie  ^ 
che  si  legge  nel  suo  Bollano  al  to- 
mo I,  pag.  233,  e  da  lui  diretto  a 
tutto  il  corpo  episcopale    sulla    con- 
servazione, e  reintegrazione    del   di- 
gitano, e  sul  modo  di  chiedere  ,   ed 
accordare  le  dispense    generali    alla 
diocesi,  o  città  per  giuste  cause ,    e 
colle   dovute    limitazioni.    Il    quarto 
de*  27    maggio     1746»    Pontifìcia, 
tom.  II,  p.  25,   fu  indiritto  al   vesco- 
vo di  s.  Paolo  neir  America  porto- 
ghese, sui  regolari    dimoranti    fuori 
dei  chiostri.  Il  quinto,    de'  io    giu- 
gno   1 74^?    Concredituni ,   fu   sopra 
la  rinnovazione  delle  investiture,  ed 
altre  concessioni  dei  beni    camerali. 
Gli  altri,   in  un  alle    bolle ,   sono  i 
seguenti  :  Preclarae    Militiae,    Bull, 
magri,  tom.  XVII,   p.   2  34,  in  con- 
ferma   dei    privilegi  dell'  Ordine    di 
di  s.  Stefano;  degli  8  giugno  1748; 
Quo  dicy  del    detto  mese    tom.    II, 
p.    190,  sul  commercio  libero   delle 
vettovaglie  ;   Justiùae   de'  3    maggio 
1749,  pel  regolamento  del  tribunale 
del  governo,     e    sue    congregazioni, 
col  metodo  per  visitar    le    carceri  , 
nel  tom.  III,  p.   3i.  V'ha   l'Enci- 
clica    Aposlolatus  y  in    preparazione 
dell'anno  santo     con    data    dei    26 
detto,  tom.   Ili,  pag.  64,    piena    di 
erudizione  suU'  antichità  ,    sui  pregi 
e  sulle  indulgenze  dell' universal  giu- 
bileo. Il  moto    proprio,    Benché    in 
sequela^  de' 26  novembre     1749?  ^ 
al  tom.  IH,  p.  4<^;    sul  commercio 


CAS 
delle  vettovaglie,  e  sulla  estrazione 
de'  grani.  Magno  cum,  tom.  Ili,  p. 
169  de'  i4  giugno  lySi  è  un'  en- 
ciclica ai  primati,  arcivescovi  e  ve- 
scovi della  Polonia  contro  gli  abusi 
degli  oratorii  privati  .  Sinceri tas  _, 
t.  IV,  p.  49-  de'i3  giugno  1752, 
è  altro  breve  con  cui  accordò  alla 
repubblica  di  Venezia  poter  nomi- 
nare alle  chiese  di  Torcello,  Caor- 
le,  e  Chioggia.  L*  enciclica,  Cum  reli- 
giosij  t.  IV.  p,  92,  è  diretta  ad  im- 
pegnar i  patriarchi,  e  tutti  i  vesco- 
vi all'  istruzione  de'  fedeli  sulle  cose 
della  religione  e  dottrina  cristiana. 
Non  è  poi  a  tacersi,  che  Benedetto 
XIV  nella  stessa  villeggiatura  trattò 
gravi  affari,  e  accomodò  diverse  ver- 
tenze, una  delle  quali,  nel  17 53,  fu 
sulla  terza  parte  dei  frutti  dei  be- 
nefizi, che  vacano  nel  dominio  del 
regno  di  Napoli. 

Clemente  XIII,  Rezzojiico,  vene- 
ziano, ebbe  per  Castel  Gandolfo 
molta  predilezione,  gliene  piaceva  il 
soggiorno,  vi  dimorò,  celebrovyi  sa- 
gre funzioni,  e  ne  fu  largo  benefat- 
tore, cose  tutte,  che  compendiosamen- 
te andiamo  a  descrivere.  Partì  adun- 
que questo  Pontefice  per  Castello  il 
giorno  di  Pentecoste  a' 3  giugno  1 759, 
avendo  nella  sua  carrozza  due  Car- 
dinali, e  seguendolo  i  nipoti  d.  Gio. 
Battista,  e  d.  Abbondio,  il  primo 
de' quali  fece  Cardinale,  e  il  secon- 
do senatore  di  Roma  ;  ma  per  la 
processione  del  Corpus  Domini  si 
recò  alla  dominante  il  martedì  se- 
ra, ripartendone  il  venerdì.  I  Car- 
dinali intervennero  a  quelle  della 
ottava,  e  celebrarono  le  cappelle 
della  ss.  Trinità,  pel  defunto  'Car- 
dinal Borghese,  e  di  s.  Gio.  Batti- 
sta, mentre  il  Pontefice  a  Castel 
Gandolfo  seguì  la  processione,  che 
nella  domenica  fra  l'  ottava  del  Cor- 
pus Domini  si  fa  dai  riformati.  La 


CAS  167 

seguì  egli  colla  torcia  accesa,  e  in 
quella  del  giovedì,  che  si  fa  nella 
stessa  chiesa  di  Castello,  portò  il 
Venerabile.  Inoltre  a'  io  giugno 
consacrò  in  detta  chiesa  nobilmen- 
te apparata  l' eletto  vescovo  di  Tor- 
cello Giuseppe  Cornaro.  A' 27  di 
detto  mese  fece  ritorno  alla  domi- 
nante, dopo  aver  nel  giorno  prece- 
dente emanato  in  data  di  Castel 
Gandolfo  la  costituzione  Inter  mul- 
tiplices,  colla  quale  comandò,  che  in 
sede  vacante  ninna  città  dello  stato 
ecclesiastico  si  armasse.  Quindi^  ai 
3  ottobre  del  medesimo  anno,  ri- 
tornò a  Castel  Gandolfo,  ove  nel 
palazzo  apostolico  consacrò  l' altare 
della  cappella  segreta,  e  nella  chie- 
sa principale  consacrò  il  Cardinal 
Odescalchi  in  arcivescovo  di  Nicea 
in  pariibusj  e  il  Cardinal  Valenti 
in  vescovo  di  Rimini,  che  poi  coi 
dieci  Cardinali  assistenti  tenne  seco 
nel  palazzo  apostolico  a  lauto  pran- 
zo, con  tutte  le  formalità,  nel  salo- 
ne delle  quattro  colonne.  La  chiesa 
fu  sontuosamente  addobbata,  così 
r  altare  maggiore,  e  con  egual  ma- 
gnificenza, e  pari  splendidezza  ebbe 
luogo  il  pranzo,  la  cui  direzione  si 
afQdò  al  foriere  maggiore,  marche- 
se Chigi  Montori  Patrizi,  il  quale 
dipoi  nello  stesso  Castello  donò  a 
Clemente  XIII  due  quadri  rappre- 
sentanti la  detta  co nsa d'azione,  ed 
il  solenne  convito.  A'  26  di  ottobre, 
il  Papa  fece  ritorno  in  Roma. 

Nel  1760,  dopo  aver  fatto  in 
Roma  la  processione  del  Corpus 
Domini j  nel  seguente  giorno  6  giu- 
gno, Clemente  XIII  passò  a  Castel 
Gandolfo,  ove  il  raggiunsero  i  sud- 
detti nipoti.  Ivi  neir  ottava  della 
menzionata  solennità,  portò  in  pro- 
cessione l'augustissimo  Sacramento, 
e  in  Roma  i  Cardinali  intervenne- 
ro alle  altre  processioui,  celebrare- 


i68  ^  CAS 

no  la  cappella  pei  defunti  Cardina- 
li Mesmer  e  Portocarrero  (  il  quale 
prima  di  morire  mandò  a  Castello 
a  prendere  la  benedizione  apostoli- 
ca), e  la  cappella  di  s.  Giovanni 
Battista ,  tornando  il  Pontefice  alla 
capitale  ai  27  giugno. 

Indi,  nel  medesimo  anno  ai    27 
settembre,  Clemente  XIII  si  recò  al- 
la villeggiatura  coi  nipoti.  Ivi  nella 
chiesa  principale    beaedì  una  cam- 
pana, ch'era  stata  fusa  nel  i643,  ed 
egli    avea  fatto  rifondere   in    onore 
della  b.  Vergine,  di  s.  Clemente  Pa- 
pa, e  di  s.  Carlo  Borromeo;  ai  .5 
ottobre  vi  consacrò   in    arcivescovo 
di  Atene  Gio.  Carlo  Boschi  suo  mae- 
stro di  camera,  ed  ai   i5  di    detto 
mese  si  restituì  in  Roma.  In    que- 
sto medesimo  anno  sulla  porta  ro- 
mana, fu  collocata  la  seguente  iscri- 
zione : 

CLEMEIfS  .  XIII  .  PONTIFEX  .  MAXIMVS 

LAXATA  .  PORTA  .  MOLLITO  .  CLIVO 

AMPLIATA  .  VIA  .  AC  .  STRATA 

COMMODIORI  .  ACCESSVI  .  CONSVLVIT 

ANNO  .  DOMINI  .  MDCCLX 

PONTIFICATVS  .  SVI  .  ANNO  .  IH 

Correndo  l'anno  1761,  Clemente 
.XIII,  a' 3o  maggio,  parti  per  Ca- 
stello, ove  i  Cardinali  Orsi,  Delci 
decano  del  sagro  Collegio,  e  Passio- 
nei,  prima  di  morire,  mandarono  a 
prendere  la  pontificia  benedizione, 
onde  in  Roma  i  colleghi  gli  cele- 
brarono le  consuete  esequie,  non 
che  la  cappella  di  s.  Gio.  Battista. 
Nel  giorno  seguente  il  Papa  toinò 
in  Roma,  avendo  condannato  a'  i4 
giugno  col  breve  Ciim  Inter  (presso 
il  Guerra  t.  I,  p.  160)  dato  in  det- 
to Castello,  r  Esposizione  della  dot- 
(rina  cristiana^  stampata  a  Napoli. 
Dipoi,  a'  28  settembre,  ne  partì,  e 
giunto  nella  chiesa  di   Castel   Gan- 


CAS 

dolfo ,  osservò  la  nuova  balaustrata 
da  lui  ordinata,  per  formare  avanti 
r  altare  maggiore   il    presbiterio ,  a 
maggior     decenza    e    comodo    nelle 
funzioni.  Per  la  festa  del    ss.  Rosa- 
rio vi  celebrò  la  messa,   e   sommi- 
nistrò la  comunione  a  più   di  due- 
cento  persone,    facendo    altrettanto 
nella  chiesa  de'  riformati  per  la  fe- 
sta di  s.  Pietro  d'  Alcantara,    e     si 
restituì  alla  capitale  a'  26  ottobre. 
Essendo  andato,    nel    1762,  Cle- 
mente   XIII   alla    fine   di   aprile    a 
Civitavecchia,  soltanto  a'  28  settem- 
bre   si  recò    a  Castel  Gandolfo  coi 
nipoti,  portandosi  subito    in   chiesa, 
ove,  dopo  aver  orato,  osservò  le  due 
balaustrate  di  marmo,  che  avea  fatto 
eseguire  pei  presbiterii  dei  due  altari 
laterali,  e  poscia  a'  26  ottobre,  fece 
ritorno  alla  dominante. 

Neil'  anno  seguente  andò  a  Castel- 
lo a'  4  S^^S*^^»  seguendolo  i  nipoti, 
e  siccome  avea  fatto  costruire  un 
ponte  coperto,  ossia  arco,  per  dar 
comodo  di  passare  dalle  loro  abita- 
zioni al  palazzo  apostolico,  ai.  pre- 
lati maggiordomo,  e  maestro  di  ca- 
mera, si  recò  a  vedere  sì  stabile 
ed  opportuna  costruzione.  I  Cardi- 
nali in  Roma  intervennero  alle  pro- 
cessioni dell'  ottava  del  Corpus  Do- 
minij  alle  esequie  del  Cardinal  Mer- 
lini  Paolucci,  il  cui  maestro  di  came- 
ra si  condusse  dal  Papa  a  partecipar- 
gli la  morte,  e  la  cappella  di  s.  Gio. 
Battista.  Clemente  XIII  a  Castello, 
nella  domenica  fra  l' ottava  di  detta 
solennità,  intervenne  con  torcia  ac- 
cesa alla  processione,  che  i  pp.  ri-, 
formati  fecero  solennemente,  e  vo- 
lendo portare  il  Santissimo  in  quella 
dell'ottava,  alla  processione  della  chie- 
sa principale,  fece  pubblicar  l'indul- 
genza plenaria  da  lucrarsi  da  quelli, 
che  intervenivano  alla  stessa  proces- 
sione. Fu  »>ei  tanto  decorosamente  pa- 


CAS 
rata  la  chiesa,  e  facendo  il  giro  per 
la  piazza,  precedevano  i  pp.  riformati, 
la  confraternita  del  ss.  Sacramento, 
seguita    dalla    magistratura,    priore 
comunale,  e  luogotenente ,  non  che 
dalle  zitelle  dotate  dal  Pontefice.  In- 
di veniva  il  capitolo  di  Albano  ve- 
stito de'  sagri  paramenti  con  candele 
accese  incedendo  con  piviale    il   vi- 
cario generale,  e  le   due   dignità,  e 
in   piviale    e    mitra    gli    arcivescovi 
Bufalini  maggiordomo,  e  Boschi  mae- 
stro di  camera.  Il  Papa    sotto    bal- 
dacchino, le  cui  aste  alternativamen- 
te reggevano  dodici  benefiziati  della 
cattedrale  di  Albano  in  piviale,  por- 
tava il  Venerabile,  assistito  dai  mon- 
signori Boccapaduli  e  Manassei,  cir- 
condati   da    dodici    seminaristi    con 
torcie.  Appresso  procedevano  con  si- 
mili torcie  i    Cardinali    Cavalchi  ni , 
Rezzonico    e    Guglielmi,    e    monsi- 
gnor Gio.    Battista    Rezzonico,  con 
altra  prelatura.  Giunta  la  processio- 
ne   in    chiesa ,    il    Papa  sui  gradini 
esteriori,  si  voltò  al  popolo,  e  lo  be- 
nedi  col  Santissimo,  facendo  poi  in 
chiesa  altrettanto  dopo  le  solite  ora- 
zioni, con  che  terminò  la  funzione, 
avendo    vegliato    al    buon   ordine   i 
cavalleggieri ,    gli    svizzeri    e   le  co- 
razze.   Nella    sua    permanenza    Cle- 
mente XIII,  oltre  le  consuete  limo- 
sine,  distribuite  anche  colle  sue  ma- 
ni, per  mezzo  dell'  elemosiniere  Boc- 
capaduli, soccorse  specialmente  gl'in- 
fermi di  Castel  Gandolfo  coi  medi- 
cinali, ed  altri  aiuti.  Alla  chiesa  fe- 
ce fare  gli  scalini  di  marmo  ai  tre 
altari,  e  donò  un  bel    tappeto   per 
cuoprire  quei  dell'  altare  principale, 
facendo  ritorno    alla    dominante    ai 
i5  giugno    1763.    La    villeggiatura 
dell  autunno  incominciò    a'  28    set- 
tembre, e  terminò    a'  26    ottobre, 
nel  qual  tempo  morirono    i    Cardi- 
nali Valenti,    Banchieri    e  Fcrroni. 


CAS  169 

Quest'ultimo  da  Siena  mandò  a 
prender  la  benedizione,  e  il  sagro 
Collegio  ne  celebrò  le  esequie.  Le 
beneficenze  di  Clemente  XIII  per 
Castel  Gandolfo  in  quella  villeggia- 
tura furono  il  dono  d'un  nobile  ci- 
borio, per  conservare  la  ss.  Eucari- 
stia, per  r  altare  di  s.  Tommaso  di 
Villanova,  di  due  magnifiche  por- 
tiere, due  tappeti  pei  due  minori 
altari,  e  il  tendone  per  la  porta 
principale,  onde  nella  chiesa  fu  eret- 
ta una  iscrizione,  per  celebrare  la 
pontificia  generosità  verso  la  mede- 
sima. 

Nel  1764,  Clemente  XIII  si  recò 
a  Castello  a'  25  settembre,  e  ne 
parfi  a'  26  ottobre.  In  Roma  il  sa- 
gro Collegio  celebrò  le  esequie  al 
defunto  Cardinal  Imperiali. 

Nell'anno  seguente  vi  ritornò  ai  1 9 
giugno,  seguendolo  i  nipoti,  e  ricon- 
ducendosi alla  capitale  a'  26  giugno. 
Nella  sua  assenza  mori  il  senatore 
di  Roma  Bielke,  dopo  aver  mandato 
a  prender  l'apostolica  benedizione, 
e  i  Cardinali  intervennero  alla  pro- 
cessione dell'  ottava  del  Corpus  Do- 
jHÌnij  e  alla  cappella  di  s.  Gio.  Bat- 
tista. Indi,  a'  25  settembre,  del  me- 
desimo 1765,  Clemente  XIII  recx>ssi 
a  Castello,  rimanendovi  per  un  in- 
tero mese  ;  ma  non  vi  fece  piti  ri- 
torno ne'  seguenti  tre  anni  del  suo 
pontificato. 

Clemente  XIV,  Ganganelli,  elet- 
to nel  1769,  a' 2  7  settembre  parti 
da  Roma  per  la  villeggiatura  di 
Castel  Gandolfo,  e  vi  soggiornò  sino 
a'  26  ottobre.  Nell'anno  seguente  vi 
tornò  a'  26  settembre,  restituendosi 
alla  capitale  ai  28  ottobre. 

Indi,  nel  1771,  Clemente  XIV 
andò  a  Castello,  a'  25  settembre,  e 
vi  si  trattenne  fino  a'  28  di  ot- 
tobre. Nella  sua  dimora  fece  cele- 
brare una  solennità,  ed  accordò  in- 


170  CAS 

dulgenza  plenaria  nella  chiosa  par- 
rocchiale, per  la  festa  di  s.  Fran- 
cesco coir  esposizione  del  cilicio  del 
santo  in  un  bellissimo  reliquiario 
d'argento  dorato ,  dal  Pontefice  me- 
desimo donato.  Pel  felice  parto  della 
principessa  d*  Asturias  disse  messa 
all'aitar  maggiore,  ove,  deposta  la 
stola  usuale  rossa,  ed  assunta  la  bian- 
ca, intuonò  il  Te  Deiun,  e  poi  be- 
nedì  il  popolo,  avvenimento  che  fu 
festeggiato  con  illuminazioni  dello 
facciate  della  chiesa  e  del  palazzo 
apostolico,  della  piazza,  del  borgo, 
e  dall'  incendio  di  fuoclù  artifl- 
ziali. 

La  villeggiatura  dell'  anno  1772 
durò  dai  2 1  settembre  a'28  di  otto- 
bre; e  quella  del  1773  fu  dai  21 
settembre  ai  28  di  ottobre,  come 
nell'anno  precedente. 

Varie  beneficenze  fece  Clemente 
XIV  a  Castel  Gandolfo,  e  per  dire 
delle  principali ,  avendo  fatta  fon- 
dere una  campana  per  servigio  del- 


CAS 
la  chiesa  parrocchiale,  la  fece  solen- 
nemente benedire  dal  maggiordomo, 
coi  nomi  de'  ss.  Tommaso,  Benedet- 
to e  Nicola.  Ampliò,  regolarizzò,  e 
rese  piti  amene  e  comode  le  pas- 
seggiate delle  così  dette  gallerie,  ol- 
tre la  strada ,  che  dal  suo  cognome 
chiamasi  Ganganelli.  Nel  palazzo 
apostolico  fece  vari  bonificamenti , 
ed  ornò  alcune  camere  presso  la 
galleria,  una  delle  quali  per  tratte- 
nimento fu  graziosamente  dipinta 
con  cose  relative  alle  opere  eseguite 
nel  di  lui  pontificato.  La  villa  del 
Cardinal  Camillo  Cibo,  frequentata 
già  da  Benedetto  XIV,  deliziosissi- 
ma, ricca  di  marmi  di  Carrara,  di 
statue  e  di  belle  decorazioni,  essen- 
do divenuta  eredità  del  duca  di  Mo- 
dena ,  fu  acquistata  da  Clemente 
XIV,  in  uno  al  contiguo  palazzetto, 
per  la  somma  di  scudi  diciottomila  ; 
onde  per  tante  benemerenze,  nel 
cortile  del  palazzo  pontificio,  fu  eret^ 
ta  r  iscrizione  seguente  : 


CLEMENS  .  XIV  .  PONTIFEX   .  MAXIMVS 

AD  .  COMMQDIOREM  .  PONTIFICIAM  .  IIYSTICAT^OWE!*! 

HAS  .   AEDES  .   NOVA  .  ACCESSIONE  .   AVXIT 

PROXIMAM  .   VJLLAM   .   HORTOSQVE  .   AMOENISSIMOS  .   COMPARAVIT 

PER   .  MOIVTIS  .  CLIVVM  .  tENlOREM  .  VIAM  ,  APERVIT 

ANNO  .  MDCCLXXIV  .  PONllFICATVS  .  SVI  .  QVINTO 


II  sommo  Pontefice  Pio  VI  si 
asleune  dal  recarsi  a  Castel  Gandolfo, 
dappoiché  essendo  impegnato  nel 
prosciugamento  delle  paludi  Pontine, 
andava  ogni  anno  a  Terracina ,  per 


osservarne  i  lavori.  Tutta  volta  in 
Castel  Gandolfo  lasciò  due  memo- 
rie ,  come  rilevasi  da  queste  due 
iscrizioni  : 


rn  .  SEXTl  .  PONT  .  MAX  .  AN  .  XXH  .   MARINVS  .  CARAFFA  .  PRAEF  .  S  .  P  .  A 

IIYPOGAEVM   .  CVM  .   ARA  .  ET  .   OMNI  .   CVLTV  .   FAC  .   CVR  .   OPPIDANORVM 

GANDVLPHl^SIVM  .  CINERIBVS  .  REVICTVRIS  .  COEMETERIVM 


L'altra  col  solo  suo  nome  esiste 
sulle  due  porte  laterali  dell'  aitar 
maggiore  della  chiesa,  allorché  la 
sagrestia,    consumata   da   un  incen- 


PIVS  .  SEXTVS  .  p 


Inoltre   il    magnanimo    Pontefice 


dio ,  fu  per  suo  ordine  repristinata.     volle  preservare  il  palazzo  apostolica, 


CAS 
e  la  detta  chiesa,  che  prima  era 
bersaglio  de  fulmini,  col  far  porre 
in  ambedue  i  luoghi  i  conduttori 
elettrici.  Ma  il  palazzo,  nel  declinar 
del  secolo  decorso,  soggiacque  agli 
avvenimenti ,  che  posero  a  soqqua- 
dro lo  stato  Pontificio,  giacche  in- 
vaso dai  repubblicani  francesi,  ed 
occupata  Roma  da  essi,  furono  con- 
fiscati e  sequestrati  tutti  i  palazzi 
pontifìcii,  nel  1 79B,  insieme  a  questo 
di  Castel  Gandolfo,  come  fosse  pro- 
prietà della  repubblica  francese.  Ma 
avendo  gli  abitanti,  per  attaccamen- 
to alla  Santa  Sede  voluto  difendersi, 
provarono  i  terribili  effetti  d' una 
forza  senza  paragone  maggiore,  con 
saccheggi   e    con  uccisioni. 

Pio  VII ,  Chiaramonti  j  benché 
eletto  nel  1800,  soltanto  a*  3  ottobi-e 
i8o3,  aifme  di  sollevarsi  alquanto 
dalle  gravi  cure  del  pontificato,  an- 
dò a  Castel  Gandolfo,  e  vi  si  trat- 
tenne fino  a'  29  dello  stesso  mese. 
Appena  arrivato,  giusta  il  costume, 
smontò  alla  chiesa,  e,  passato  nel 
palazzo  apostolico,  dalla  loggia  com- 
parti la  sua  benedizione.  Quel  pa- 
lazzo dallo  stesso  Pio  VII  era  stato 
fatto  restaurare  e  ammobigliare,  affine 
di  riparare  ai  guasti  e  allo  spoglio  ac- 
caduto nella  fatale  epoca  suaccennata. 

Indi  ritornò  Pio  VII  a  Castel 
Gandolfo,  nel  i8o4  a' 9  ottobre, 
ove  fu  visitato  dall'arciduchessa  Ma- 
rianna d'Austria,  e  a' 27  tornò  in 
Roma.  La  villeggiatura  dell'ottobre 
i8o5  fu  di  27  giorni,  cioè  dai  2 
a'  29  detto;  nel  1806  non  andò  a 
Castello  essendo  stato  a  Parigi,  e 
stanti  le  circostanze  de'  tempi  nep- 
pure negli  anni  1807  e  1808,  finche 
a' 9  luglio  1809,  '^^i^"^  deportato 
dai  francesi  imperiali,  che  avendo 
invaso  lo  stato  pontificio,  ne  fecero 
provare  le  conseguenze  anche  a  Ca- 
stel Gandolfo. 


CAS  171 

Restituito,  nel  18 14,  Pio  VII 
gloriosamente  a  Roma,  ne  partì  per 
la  villeggiatura  a' 5  ottobre,  scortato 
dalle  guardie  nobili,  che  in  quel 
giorno  ripresero  l'antico  servizio,  ed 
incontrato  dalla  regina  d'  Etruria 
Maria  Luisa  di  Lorbone,  insieme 
ai  reali  suoi  figli  Carlo  Ludovico 
attuai  duca  di  Lucca,  e  Maria  Luisa 
Carlotta  principessa  di  Sassonia,  en- 
trò in  chiesa,  e  v'  intuonò  1'  inno 
della  riconoscenza  Te  Deum  lau- 
damus.  Quivi  fu  visitato  da  Carlo 
Emmanuele  IV  re  di  Sardegna,  e 
fece  ritorno  alla  dominante  a'  29 
ottobre. 

Nell'anno  seguente  la  villeggiatura 
di  Castel  Gandolfo  incominciò  a' 18 
settembre ,  e  terminò  a'  So  di  ot- 
tobre. 

Nell'anno  18 16,  dal  giorno  6  al 
21  maggio.  Pio  VII  risiedette  a 
Castel  Gandolfo:  vi  tornò  il  primo 
di  ottobre  rimanendovi  sino  ai  27. 
Vi  ricevette  Carlo  IV  re  di  Spa- 
gna, che  gli  presentò  l' infante  don 
Francesco  di  Paola  suo  figlio,  il 
quale  partiva  per  Madrid;  ed  a'  i3 
ottobre  si  portò  a  Galloro,  ove  nella 
chiesa  dei  Vallombrosani ,  data,  ad 
istanza  di  Genzano  e  della  Riccia, 
ai  gesuiti,  coronò  la  b.  Vergine  che 
ivi  si  venera,  e  che  era  stata  già 
coronata  nel  1726  dal  capitolo  va- 
ticano, perchè,  nel  1799,  le  era 
stata  rapita  la  corona  d'  oro.  In 
questo  anno  Pio  VII  fece  collocare 
nella  galleria  dell'appartamento  pon- 
tificio un'  esatta  meridiana,  lunga 
palmi  trenta,  con  lastre  di  marmo 
bianco,  le  quali  hanno  nel  mezzo 
una  lista  di  metallo,  e  sulla  mede- 
sima sono  incisi  i  segni  del  zodiaco, 
e  i  mesi.  I  due  termini  estremi 
della  pasqua  sono  sotto  il  dì  22 
marzo  18 18,  e  l'altro  sotto  il  dì 
25  aprile  nel  1886.   Inoltre  nel  me- 


172  CAS 

dcsimo  anno  Pio  VII  fece  l'istaurare 
la  cappelletta  esistente  nella  galleria 
di  sotto,  cioè  della  strada  arborata 
tra  Castello  ed  Albano,  chiesetta 
dedicata  alla  b.  Vergine. 

Finalmente  V  ultima  volta  che 
Pio  VII  fu  a  Castel  Gandolfo,  da 
lui  in  tante  guise  beneficato,  fu  nel 
1817,  recando  visi  a*  12  maggio.  I 
Calcinali  nella  sua  assenza  celebra- 
rono in  Roma  i  vesperi  e  le  cap- 
pelle dell'Ascensione,  della  Penteco- 
ste, della  ss.  Trinità,  di  s.  Filippo, 
ed  intervennero  alle  processioni  del- 
l'ottava del  Corpus  Domini.  Per 
quella  della  festa  il  Papa  andò  a 
Roma  il  martedì,  e  ripartì  il  vener- 
dì, celebrando  la  messa  nella  basi- 
lica vaticana  per  la  f^sta  de' santi 
Pietro  e  Paolo  il  Cardinal  Mattei 
decano  del  sagro  Collegio.  Fece  ri- 
torno il  Pontefice  alla  dominante  il 
dì  primo  luglio.  A  Castel  Gandolfo 
nella  mattina  dell'Ascensione  avea 
celebrato  messa  nella  chiesa  princi- 
pale, e  dalla  loggia  del  palazzo  apo- 
stolico con  triregno  in  capo,  e  sotto 
baldacchino,  assistito  dai  Cardinali 
Di  Pietro  e  Consalvi,  e  da  molta 
prelatura ,  -  compartì  la  solenne  be- 
nedizione propria  di  questo  giorno. 
Da  questa  stessa  residenza  di  Castel 
Gandolfo,  a'  1 2  giugno,  spedì  Litterce 
aposlolicce  in  forma  brevis  ad  ar- 
chiepiscopos  3  et  capitulos  Eccles. 
vacantium  _,  super  dismemhratione 
dioecesium  regni  Galliarum^  senza 
mentovar  le  altre. 

Leone  XII  nou  fece  villeggiatura 
a  Castel  Gandolfo,  e  solo  a'  2 1  otto- 
bre 1824  andando  a  pranzo  ai  cap- 
puccini d'Albano,  si  recò  prima  a  que- 
sto Castello  a  visitare  la  chiesa  parroc- 
chiale. Ma  avendo  il  di  lui  successore 
Pio  Vili,  C^j^/gZ/ornV,  esternato  il  de- 
siderio di  recarvisi,  sebbene  non  po- 


CAS 

tesse  eflbttuarlo,  avendo  regnato  solo 
venti  mesi,  pure  il  palazzo  aposto- 
lico, e  la  detta  chiesa,  vennero  rislau- 
rati,  e  corredati  di  quegli  addobbi, 
mobiglie,  suppellettili,  e  masserizie 
di  cui  mancava.  Fu  inoltre  ristabi- 
lito il  giardino,  divenuto  bosco ,  e 
vennero  risarciti  i  conduttori  delle 
acque,  che  eransi  quasi  disperse. 

Quindi  assunto  al  pontificato  il 
regnante  Gregorio  XVI,  dal  i83i  in 
poi,  si  è  recato  ogni  anno  a  Castel 
Gandolfo,  lasciandovi  ogni  volta  mo- 
numenti e  contrassegni  di  beneficen- 
za. Accrebbe  le  masserizie  del  pa- 
lazzo apostolico,  fece  operare  un  ge- 
nerale ristauro  di  esso  con  importanti 
miglioramenti  ,  e  la  galleria  che 
conduce  ad  Albano  fu  ridotta  da 
lui  in  modo  di  divenire  comoda  e 
deliziosa  passeggiata.  La  chiesa  prin- 
cipale in  diversi  tempi  venne  abbon- 
dantemente fornita  di  sagri  arredi, 
e  di  quanto  occorre  pel  decoro  del 
divin  culto,  e  mentre  lo  stesso  Pon- 
tefice dimorava  in  Castello,  fu  con- 
sacrata dal  Cardinal  Falzacappa , 
vescovo  d'  Albano,  nell'ottobre  i834. 
Da  ultimo  per  opera  del  prelodato 
Pontefice  venne  abbellita  la  villa 
Cibo  ,  si  operò  un  riallacciamento 
alle  sorgenti  sotto  Palazzolo,  con 
ispurgo  dei  conduttori,  furono  sta- 
bilite le  denominazioni  delle  strade, 
numerate  le  case,  ripulito  e  regola- 
rizzato tutto  il  paese,  operandosi 
ora  la  formazione  d'  un  campo  san- 
to, non  che  la  livellazione  dello  stra- 
done, che  dalla  galleria  inferiore  con- 
duce alla  strada  verso  Marino.  La 
livellazione  della  galleria  superiore 
dal  convento  dei  religiosi  riformati 
sino  alla  porta  urbana,  venne  egre- 
giamente compita;  laonde  nella  det- 
ta porta,  egualmente  abbellita,  fu 
eretta  la  seguente  iscrizione: 


CAS  CAS  173 

GREGORiyS    .    XVI    .    POTJT    .    MAX    .    ANNO    .    X    .    SAC    .    PRINCIP 

PORTA    .    ET    .    MVRIS    .    RESTlTVTIS    .    LEVATO    .    AC    .    MVNITO    .    CLIVO 

PYBLICAE    .    COMMODITATI    .    PROSPEXIT 

CVRANTE    .    FRANC    .    XAV    .    DE    .    MAXIMIS    .    PRAEF    .    DOM    .    PONT 


Lo  Stesso  Pontefice  è  benemerito 
di  Castel  Gandolfo  anche  per  le 
istituzioni  di  pubblica  beneficenza. 
A  nominare  le  principali ,  diremo 
che  volle  istituita  nella  chiesa  arci- 
pretale  una  cappellani  a,  con  nomina 
del  maggiordomo  prò  tempore,  ad 
un  sacerdote  per  aiuto  del  parroco 
nella  cura  delle  anime.  Ordinò  l'at- 
tivazione dell'istituto  di  carità  se- 
condo le  regole  di  s.  Vincenzo  de 
Paolis,  presieduto  dall'  arciprete ,  e 
da  una  delle  donne  più  pie  e  di- 
stinte del  paese,  per  soccorrere  i 
poveri,  specialmente  infermi.  Con- 
cesse quattro  doti  annuali  di  scudi 
venti  l'una  per  quelle  donzelle  del 
luogo,  che  distinguonsi  nel  buon 
costume,  e  nell'  apprendere  la  dot- 
trina cristiana,  ed  attualmente,  con 
tripudio  della  popolazione,  nel  pa- 
lazzetto  della  villa  Cibo,  ha  stabi- 
lito una  casa  pei  tanto  utili  e  bene- 
meriti religiosi  delle  scuole  cristiane 
per  l' educazione ,  e  istruzione  della 
gioventìi ,  avendone  ad  essi  dato  il 
possesso  a'  18  luglio  1841  il  sum- 
mentovato  maggiordomo. 

Dai  Diarii  di  Roma,  per  la  mag- 
gior parte  nell'odierno  pontificato 
da  noi  compilati  per  ciò,  che  riguar- 
da le  villeggiature  ivi  fatte  dal 
Papa  regnante,  sono  riportate  le  fe- 
ste, e  tutto  altro  che  sia  relativo  al 
soggiorno  di  lui  in  questo  luogo. 
Da  ultimo,  a' 6  settembre  del  1840, 
si  celebrò  solennemente  la  festa  di 
s.  Sebastiano  martire  protettore  di 
Castel  Gandolfo,  nel  qua!  giorno  il 
Pontefice  dalla  loggia  del  palazzo 
compartì  colle  consuete  cerimonie 
l'apostolica   benedizione,  dappoiché, 


essendo  solito  egli  recarvisi  nell'ot- 
tobre, in  detto  anno  vi  andò  a'  16 
luglio,  e  vi  rimase  sino  a'  16  set- 
tembre, solo  partendo  verso  Roma 
per  la  cappella,  e  per  la  benedizio- 
ne dell'  Assunta  ;  laonde  il  sagro 
Collegio,  e  chi  ha  luogo  in  cappel- 
la assisterono  a  quella  della  natività 
di  Maria  Vergine.  In  detta  dimora 
Gregorio  XVI  a'  18  agosto  emanò 
il  breve  Ubi  primum  magno,  col 
quale  commise  in  suo  nome  al  Car- 
dinale Lambruschini  di  consacrare 
la  basilica  di  s.  Maria  degli  Angeli 
presso  Assisi;  e  poi  nel  settembre 
spedi  l'epistola  enciclica  Notimi  vo- 
bisj  colla  quale  eccitò  la  pietà  dei 
fedeli  a  vieppiù  concorrere  con  li- 
mosine  alla  benemerita  Società  del- 
la propagazione  della  fede,  istitui- 
ta in  Lione. 

Nel  territorio  di  Castel  Gandolfo 
vi  sono  la  chiesa,  e  il  convento  de'  re- 
ligiosi riformati  di  s.  Francesco ,  il 
cui  locale  fu  acquistato  nel  16 19 
colle  pie  elargizioni  dei  terrazzani , 
e  coli' obbligo  di  un  annuo  canone 
di  scudi  dieci  in  favore  della  ca- 
mera apostolica,  per  edificarvi  la 
chiesa,  e  il  convento  pei  detti  reli- 
giosi, mentre  era  custode  di  essi  il 
p.  Cipriano  di  Ponzano.  Paolo  V, 
come  superiormente  dicemmo,  con 
grande  solennità  benedi  la  prima 
pietra,  che  vi  gettò  d.  Francesco 
Peretti,  abbate  di  Chiaravalle,  poi 
Cardinale,  il  quale  a  proprie  spese 
vi  fabbricò  il  coro,  e  la  stessa  chie- 
sa dedicandola  a  s.  Francesco  di 
Assisi,  e  alla  immacolata  Concezio- 
ne di  Maria  Vergine,  venendo  po- 
scia   consacrata    nel    pontificato    di 


174  CAS 

Urlano  Vili  a' 4  settembre  iG32. 
Tanto  la  chiesa  che  il  convento  in 
tlivei-se  epoche  provarono  gli  efìTetli 
del  soggiorno  de' Sommi  Pontefici 
nel  vicino  castello,  i  quali  non  solo 
l'onorarono  di  loro  presenza  nel  vi- 
sitar la  chiesa,  la  liÌ3reria  del  con- 
vento, e  in  celebrarvi  più  volte  la 
messa,  ed  intervenire  talvolta  alla 
processione  del  Corpus  Domìni,  ma 
furono  larghi ,  con  diverse  benefi- 
cenze; e,  per  non  dire  di  tutte,  Be- 
nedetto XIV  fece  eseguire  dal  pit- 
tore Milani  il  quadro  dell'altare 
maggiore,  decorò  di  marmi  l'altare 
medesimo  dichiarandolo  nel  1747 
privilegiato  quotidianamente  in  per- 
petuo, facendo  pur  ornare  di  me- 
talli dorati  il  ciborio,  e  rinnovare 
il  pavimento  della  chiesa.  Dipoi,  pel 
medesimo  altare  Clemente  XIII  do- 
nò un  nobile  baldacchino  per  espor- 
vi  il  ss.  Sacramento. 

Nel  medesimo  castello  e  suo  ter- 
ritorio non  mancarono  nobili  e  par- 
ticolari di  fabbricarvi  casamenti ,  e 
piccoli  palazzi  per  diporto  nelle  sta- 
gioni di  primavera  ed  autunno.  Ed 
è  perciò,  che  le  principesche  case 
Orsini ,  Caetani ,  Boncompagno  ed 
Albani  vi  hanno  edifizii  e  luoghi 
di  villeggiatura,  sebbene  il  palazzine 
degli  Albani,  per  disposizione  del 
Cardinal  Giuseppe,  sia  divenuto  pro- 
prietà del  palazzo  apostolico.  Ma  il 
luogo,  che  merita  special  menzione, 
è  quello  di  proprietà  del  commen- 
datore d.  Carlo  Torlonia,  poco  di- 
stante dal  giardino  pontifìcio.  Di  que- 
sto luogo,  che  per  ricchezza,  elegan- 
za ed  amenità,  è  una  delle  più  no- 
bili e  più  belle  villeggiature  dei  din- 
torni, crediamo  di  non  poterci  dis- 
pensare dal  fare  un  parziale  cenno, 
anche  in  considerazione  ch*è  stato  due 
volte  onorato  della  sovrana  presen- 
za del  regnante  Pontefice. 


CAS 

L' incantevole  vista  di  questo  luo- 
go posto  su  di  un  colle,  che  gode 
di  una  estesa  veduta  sulla  campa- 
gna romana,  e  su  quel  tratto  di 
mare,  che  dal  promontorio  Circeo 
giunge  ai  monti  della  Tolfa,  cotan- 
to piacque  ad  un  Cardinale,  che, 
siccome  raccontano  i  castellani  , 
esclamò  :  Oh  quanto  vi  starebbe  !>e- 
7ie  qui  una  casa!  Il  che  uditosi 
da  im  suo  ben  affetto,  sollecitamen- 
te vi  fece  costruire  una  discreta  casa 
per  villeggiarvi,  avendo  altrettanto 
fatto  il  Cardinal  Altemps  colla  villa 
Mondragone  di  Frascati ,  dopo  che 
Gregorio  XIII  in  quel  sito  fece  una 
eguale  esclamazione.  In  progresso 
di  tempo  tal  delizioso  soggiorno  di- 
venne proprietà  della  principesca  fa- 
miglia Giustiniani,  e  di  poi  del  du- 
ca di  Bracciano  d.  Giovanni  Torlo- 
nia, il  quale  vi  operò  molte  como- 
dità ,  per  passarvi  la  primavera  e 
l'autunno.  Siccome  d'animo  grande, 
osservando,  che  la  via  per  la  quale 
i  Papi  si  conducono  a  Castel  Gan- 
dolfo  è  in  alcuni  punti  alquanto  ri- 
pida ,  immaginò  e  condusse  a  fine 
una  comoda  strada  non  solo  per 
proprio  uso,  ma  eziandio  per  quello 
de'  sovrani  Pontefici  allorquando  fos- 
se loro  piaciuto  profittarne;  strada, 
che  dal  sito  detto  de'  due  santi,  per- 
correndo gli  estesi  pascolari  di  Ma- 
rino e  di  Castel  Gandolfo ,  giunge 
fino  alla  sommità  del  colle.  Per  ren- 
derla vieppiù  piacevole,  fiancheggiata 
venne  da  spessi  alberi  di  olmo.  Ma 
passando  il  duca  a  miglior  vita  nel 
1829,  lasciò  questo  luogo  per  lega- 
to al  suddetto  commendatore  suo 
figlio.  Questi  distinguendosi-,  come 
gl'illustri  fratelli,  per  amor  filiale, 
in  memoria  del  genitore,  che  gli 
era  sì  caro ,  volle  migliorarlo ,  ed 
ampliarlo  splendidamente;  e,  senza 
badare  a  spesa,  divisò  di  nobilitare 


CAS 
il  casino,  e   di    formarvi    d'intorno 
un'  amena  \illa. 

Pertanto  coli'  opera  dell'  archi- 
tetto Raimondi,  rassodate  le  mura, 
fece  eseguire  nel  prospetto  un  por- 
tico con  colonne  d' ordine  dorico , 
sormontandolo  con  ornamento  joni- 
co  in  pilastri  a  ridosso  del  muro, 
e  con  suo  timpano,  ove  fa  bella 
mostra  un  basso  rilievo,  invenzione 
del  celebre  pittore  Thorwaldsen , 
rappresentante  Apollo,  che  suona  la 
cetra  in  mezzo  ai  pastori.  Neil'  in- 
terno del  casino  riformò  ogni  parte, 
e  rese  principalmente  magnifico  il 
pian  terreno  con  colonne  di  marmo, 
mosaici,  stucchi,  dorature  e  pitture 
eseguite  da  Coghetti,  da  Capalti,  da 
Paoletti,  e  da  Gagliardi,  essendo  au- 
tori degli  ornati  Scarabellotto  e 
Nebbia  tutti  valenti  artisti .  Mi- 
i-abile  è  la  sala  tutta  di  marmo  , 
che  conduce  al  secondo  piano  nella 
elegante  cappella  decorata  di  otto 
colonne  canalate,  e  secondo  i  mono- 
poteri tempietti  degli  antichi,  men- 
tre nella  decorazione  di  scomparti- 
mento di  stucchi ,  dorature  e  altri 
ornamenti ,  ricorda  la  maniera  del 
cinquecento.  Finalmente  superando 
il  generoso  proprietario  ogni  osta- 
colo ,  che  la  località  presentava  a 
motivo  del  suolo  di  lava  vulcanica, 
recinse  uno  spazio  di  terreno,  e  ne 
fece  deliziosa  villa,  la  quale  sempre 
più  si  arricchisce  per  lui  di  rare 
piante,  e  di  fiori  i  più  scelti,  riscuo* 
tendo  da  tutti  ammirazione  pel  suo 
gusto ,  con  che  da  soggiorno  cam- 
pestre Iha  resa  luogo  di  vera  delizia, 

CASTEL  SANT^  ANGELO  (Ca- 
strimi  s.  Angeli).  Forte  della  città 
di  Roma  ,  chiamato  anticamente 
Mausoleo  di  Adriano,  o  Mole  Adria- 
na, Moles  Hadrìani,  ed  anche  Ca- 
stello di  Crescenzio,  Turris  Crescen- 
tii.  Fu  cosi  ridotto  dal  monumento 


CAS  17^ 

sepolcrale  eretto  dall'  architetto  De- 
triano,  per  l' imperatore  Publio  E- 
lio  Adriano,e  per  la  sua  famiglia 
Elia,  sulla  riva  del  Tevere,  insieme 
al  ponte  Elio,  ora  ponte  s.  Angelo. 
Ma  questo  castello,  dopo  di  aver 
servito  alle  famose  fazioni,  che  a- 
gitarono  Roma  in  epoche  diverse, 
e  per  le  quali  Papi,  Cardinali,  prin- 
cipi, guerrieri,  e  grandi  personaggi 
ivi  imprigionati  vi  perdettero  mise- 
ramente la  vita  ,  a  cura  de'  sovra- 
ni Pontefici  divenne  una  fortezza 
regolare,  quale  si  vede  al  presente, 
affidata  alla  custodia  del  castellano 
(Vedi)^  e  con  quelle  opere  e  fortifi- 
cazioni richieste  secondo  l'uso  e  i 
principii  artistici  de'tempi.  Non  man- 
carono inoltre  di  farlo  adornare,  do- 
ve non  poterono  restituirlo  al  pri- 
miero lustro.  Ma  dell'  antica  sua 
magnificenza,  e  de'  principali  avve- 
nimenti cui  andò  soggetto,  andiamo 
ora  compendiosamente  a  porgerne 
una  descrizione  a  seconda  delle  epo- 
che cronologiche,  e  con  quanto  dì 
più  interessante  può  riguardarlo. 

Dalle  storie  delle  guerre  dei  goti, 
di  Procopio  principalmente,  abbia- 
mo adunque  la  descrizione  d' uno 
de'  più  belli  monumenti  dell'  anti- 
chità, quale  si  fu  la  mole  Adriana, 
che  prese  il  nome  dall'  imperatore 
Adriano,  il  quale  per  emulare  il 
mausoleo  d'  Augusto,  che  torreggia- 
va sulla  sponda  sinistra  del  Teve- 
re, la  fece  erigere  sulla  destra  dì 
questo  fiume,  ne'  primordi  del  seco- 
lo secondo,  suU'  area  de'  famigerati 
orti  di  Domizia,  e  in  prossimità 
del  circo  Adriano,  acciò  servisse  di 
tomba  per  se,  e  pe'  suoi  discenden- 
ti. Non  si  risparmiò  cosa  alcuna  af- 
finchè tutto  corrispondesse  al  gran- 
dioso concetto,  all'  intelligenza,  ed  al 
gusto  di  quel  monarca  filosofo.  Su 
di  un  ampio  quadrato,  formato   di 


176  CAS 

grandi  massi  di  pietra  indìgena,  sor- 
geva la  rotonda  mole,  della  quale, 
sebbene  assai  diminuita,  è  tuttora 
imponente  l'aspetto  di  quell'avanzo, 
che  ora  serve  di  maschio  al  Castel- 
lo. Dirimpetto  al  ponte  eravi  la 
porta  principale  di  bronzo  situata 
in  mezzo  del  fianco,  che  riguarda- 
va la  città,  donde  per  una  comoda 
via  costruita  a  spirale  si  ascendeva 
alla  cima  per  molti  grandi  scaglio- 
ni, e  sulla  cui  sommità  vuoisi  fos- 
se collocata  la  bella  pigna  di  bron- 
zo dorato,  poi  trasportata  nel  giar- 
dino vaticano,  benché  alcuno  pre- 
tenda che  vi  fosse  un  carro  trion- 
flìle  colla  statua  dell'imperatore.  Il 
Marangoni,  Delle  cose  gentilesche  e 
profane  trasportate  ad  uso  delle 
chiese,  cap.  LXIX,  dice,  che  in  det- 
ta pigna  probabilmente  furono  col- 
locate le  ceneri  di  Adriano,  e  che 
poi,  l'anno  49^>  Papas.  Simmaco 
la  trasportò  per  ornamento  all'  a- 
trio  della  basilica  vaticana  ;  indi  nel- 
la sua  riedificazione  fu  trasferita  al 
menzionato  contiguo  giardino,  ove 
si  vede  fra  due  pavoni  di  bronzo. 
Tutte  le  decorazioni  esterne  erano 
di  marmo  parlo,  fregiate  di  festoni, 
e  sugli  ornati  della  base  poggiava- 
no i  pilastri  all'intorno  del  cerchio, 
e  non  le  colonne,  che  da  alcuni  si 
sostenne  essere  quelle  perite  nella 
basilica  di  s.  Paolo.  Molte  statue  di 
gian  pregio  abbellivano  la  sommi- 
tà, posando  nel  supremo  cornicione 
gruppi  di  scultura,  mentre  cavalli 
di  bronzo  si  vedevano  nei  quattro 
angoli  del  quadrato.  Però  sembra 
la  più  comune  opinione,  che  l' este- 
riore ornato  fosse  di  due  ordini  di 
architetturajil  primo  dei  quali  inferio- 
re decorato  di  quarantotto  colonne, 
che  formavano  un  portico  circolare, 
altrettante  essendo  vene  sopra  il  cor- 
nicione.  Il   secondo    ordine   veniva 


CAS 
decorato  di  pilastri  e  di  'nicchie  con 
istatue  corrispondenti  a  quelle  del 
primo  ordine.  Quando  l'imperatore 
Aureliano,  che  fu  esaltato  all'impe- 
ro ncir  anno  270  dell'  era  cristiana, 
cioè  i32  anni  dopo  la  morte  di 
Adriano  ivi  sepolto,  chiuse  il  cam- 
po di  Marte,  come  avea  fatto  della 
città  con  recinto  di  mura,  il  mau- 
soleo d'  Adriano  trovandovisi  com- 
preso divenne  naturalmente  una 
specie  di  cittadella,  ed  anche  verso 
il  tempo  dell'  imperatore  Onorio , 
che  fiorì  nell'anno  895,  allorché 
per  prevenire  le  incursioni  de'  bar- 
bari, volle  risarcire  le  mura  di  Ro- 
ma, «ssendo  già  il  mausoleo  guasto 
e  spogliato  de'  suoi  più  pregevoli 
ornamenti,  si  riconobbe  atto  ad  uso 
di  cittadella,  per  le  sue  doppie  e 
fortissime  muraglie.  Quindi  i  roma- 
ni, nella  prima  guerra  gotica,  vi  si 
rinchiusero  in  difesa,  allorché  quei 
selvaggi  del  settentrione  capitanati 
dal  re  Alarico,  entrarono  in  Roma 
ai  24  agosto  del  4^9,  ed  assediaro- 
no il  mausoleo  dopo  aver  saccheg- 
giata la  città.  Ed  essendo  i  ro- 
mani e  i  greci,  che  vi  si  erano  for- 
tificati, sprovisti  di  armi  e  mezzi 
valevoli  a  respingerli,  presero  il  ri- 
provevole e  fatale  partito  di  rom- 
pere e  lanciare  contro  i  goti  tutte 
le  opere  e  statue  rimaste,  per  cui  il 
nemico  restò  talmente  oppresso,  che 
fu  costretto  ad  abbandonare  Roma. 
Altri  dicono,  che  da  Paolo,  capita- 
no della  cavalleria  greca,  sia  stato 
usato  tal  fatale  mezzo  di  difesa  con- 
tro Totila  ;  e  altri  dicono  essere  ciò 
stato  allorché  Vitige  prese  Roma. 
Certo  è,  che  gli  stessi  greci  e  roma- 
ni di  Belisario,  i  goti  ed  altri  bar- 
bari ne  accrebbero  i  danni  colla  to- 
tale rovina  del  monumento,  sia  che 
l'offendessero  o  sia  che  il  difendes- 
sero. Cosi   perirono    tanti    stimabili 


CAS 
oggetti  d'arte,  potendosi  giudicai^e 
del  loro  merito  dal  Fauno  dormien- 
te di  squisito  lavoro,  che  ne  faceva 
parte,  il  quale  rinvenutosi  fra  diver- 
si rottami  verso  il  i63o  nel  ponti- 
ficato di  Urbano  Vili,  Barberini^ 
e  da  lui  donato  alla  sua  famiglia , 
forma  oggi  uno  dei  più  preziosi 
oggetti  del  museo  del  re  di  Ba- 
viera. 

Da    quel    tempo   in    poi   i    pochi 
avanzi     del    monumento     andarono 
sempre    deteriorando,    disputati    so- 
vente dai  diversi  partiti,  che  signo- 
reggiavano   Roma,    cosicché    di    si 
insigne   sepolcro  non   rimane  che  il 
misero  avanzo   del    corpo,    o    torre 
rotonda,  scemata  in  gran  parte  nella 
sua  sommità,  sopra  la  quale,  dopo 
che  i  romani  Pontefici   esercitarono 
la  loro  piena    sovranità    in    Roma, 
cangiandone    il   destino,    fecero    ag- 
giungere quelle  costruzioni,  che  veg- 
giamo  a  guisa    di    fortezza,    e    che 
fino  dal  santo  Pontefice  Gregorio  I 
acquistarono    il    nome  di    Castello, 
siccome  acquistarono  quello  di  san- 
t'Angelo  pel  seguente  avvenimento. 
Afflitta    Roma    da    una    pestilenza, 
nel  593,  il  detto  Papa,  per  far  ces- 
sare il  flagello,  si  recò  processional- 
mente  a  s.  Pietro,  ad  implorare  la 
divina    misericordia,     e    giunto   sul 
ponte  s.   Angelo,    vide  apparire  nel 
più    alto    della    mole    Adriana    un 
Angelo,  in  atto  di  rimettere  la  spada 
nel  fodero,  per  dimostrare  il  termi- 
ne del  morbo,  e  placata  l'ira  divina, 
come   di    fatto    seguì.    In  memoria 
pertanto  della  miracolosa  apparizione, 
fu  poi  eretta  nella  sommità  del  mau- 
soleo prima  una  cappella,  e  nell'e- 
stremità un  Angelo  in  atto  di  riporre 
la  spada  nel  fodero,  come  in  seguito 
si   dirà.    Questo    castello    fu    anche 
detto  Carcere  di  Teodorico^  perocché 
si    vuole   che    il    re    Teodorico   nel 
voi.   X. 


CAS  177 

restaurare  le  mura  di  Roma,  vi 
comprendesse  il  mausoleo,  il  quale 
sino  al  secolo  X  portò  anche  il  no- 
me di  Carcere  di  Teodorico,  per- 
ché quel  principe  vi  teneva  un  pre- 
sidio. 

Gli  esarchi  di  Ravenna,  ed  altri 
in  seguito  l'occuparono  successiva- 
mente, proseguendo  sempre  più  a 
rovinarlo;  e  sebbene  l'origine  della 
sovranità  de'  Papi  incominciasse  in 
Roma  e  sue  dipendenze,  nel  ponti- 
ficato di  s.  Gregorio  II,  verso  l'an- 
no 780,  e  s.  Leone  IV,  nell'848, 
fondasse  la  città  Leonina  (Vedì)^ 
confinante  col  castello  mediante  il 
borgo  (  Fedi  ) ,  tutta  volta  la  mole 
Adriana,  o  Castel  s.  Angelo,  fu  do- 
minata dalla  fazione  prevalente,  e 
dai  potenti  loro  capi.  Di  fatti  sotto,  il 
Pontefice  Giovanni  X ,  la  famosa  Ma- 
rozia  nobile  romana,  avvenente  quan- 
to possente,  nella  sua  vedovanza  giun- 
se l' anno  925  ad  impadronirsi  di 
Castel  s.  Angelo,  ed  a  rendersi  cosi 
arbitra  di  Roma,  sino  a  far  perire 
in  prigione  il  Papa.  Rimaritatasi 
con  Ugo  re  d'  Italia ,  mentre  un 
giorno  versava  ad  Ugo  l'acqua  sulle 
mani  Alberico  figho  del  primo  ma- 
rito di  Marozia,  per  avergliene  ver- 
sata in  troppa  copia  ne  ricevette  uno 
schiaffo.  Irritato  Alberico  dell'affron- 
to ,  fece  osservare  ai  romani ,  che 
se  quel  principe  trattava  così  un 
suo  pari,  molto  più  avrebbe  sovra 
essi  tiranneggiato.  Tanto  bastò  per- 
ché i  romani,  stanchi  della  prepoten- 
za d'una  donna,  prendessero  le  armi 
con  tal  prontezza ,  che  non  avendo 
potuto  Ugo  porsi  in  difesa,  si  salvò 
colla  fuga  facendosi  calate  con  una 
fune  da  Castel  s.  Angelo  sua  resi- 
denza. Allora  i  ribelli  romani,  in- 
vece di  restituire  al  Pontefice  Gio- 
vanni XI  il  dominio  della  città,  di- 
cliiararono  loro  principe  Alberico , 
12 


478  CAS 

ed  imprigionarono  il  Papa  e  Ma- 
rozia  nel  933,  morendo  Giovanni 
XI  nella  sua  carcere  di  Castel  s.  An- 
gelo, nel  principio  di  gennaio  C)3Cy. 
Assunto  al  ponlilicato,  nell'  an- 
no 965,  Giovanni  XIII,  incorse  Te- 
dio della  nobiltà  romana,  per  cui 
sacrilegamente  fu  posto  in  ceppi  nel 
Castel  s.  Angelo  dalla  fazione,  che 
dirigeva  Rotfredo  prefetto  di  Roma. 
Partendo  però  1'  imperatore  Ottone 
I ,  nel  966 ,  alla  volta  di  questa 
città,  restituì  alla  sede  il  Pontefice, 
al  quale  era  riuscito  di  ritirarsi  a 
Capua ,  e  dodici  de'  primari  congiu- 
rati furono  appesi  alla  forca,  men- 
tre le  ossa  del  defonto  Roffredo  ven- 
nero ignominiosamente  tratte  dalla 
tomba.  Continuando  l'anarchia,  che 
in  mezzo  alle  fazioni  desolò  Roma 
e  l'Italia,  massime  nel  declinar  del- 
l' infelice  secolo  X,  Crescenzio  o 
Cencio  Numentano,  si  usurpò  l' au- 
torità suprema  col  titolo  di  console, 
occupò  il  Castel  s.  Angelo,  lo  forti- 
ficò ad  uso  di  rocca,  e  da  essa  com- 
batteva ,  o  sosteneva ,  secondo  il  di- 
verso partito,  i  Pontefici,  per  cui 
quel  sepolcro  di  Adriano,  che,  come 
dicemmo,  fu  chiamato  pure  Car- 
cere di  TeodoricOj  ed  anche  Casa 
di  TeodorìcOj  prese  il  nome  di  Ca- 
strimi Crescentii  j  Castellimi  Cre- 
scentii i  nome  che  conservò  alcun 
tempo  promiscuamente  alla  denomi- 
nazione di  Teodorico ,  finché  pre- 
valse, e  riprese  il  nome  di  Castel 
s.  Angelo.  Nel  972,  per  morte  del- 
l' imperatore  Ottone  li,  1'  Italia  si 
ribellò,  come  fece  Roma,  affine  di 
ricuperare  l'antica  libertà,  essendo 
il  primo  ad  eccitar  la  rivolta  il 
detto  Crescenzio,  o  Cencio  cittadino 
romano,  ch'ebbe  inoltre  l'ardire  di 
porre  il  Papa  Benedetto  VI  nella 
prigione  di  Castel  s.  Angelo,  ove 
miseramente    morì    strangolato  alla 


CAS 

fine  di  marao  978,  per  opera  prin- 
cipalmente di  Francone,  scelleratis- 
simo diacono,  che  s' intruse  nel  pon- 
tificato col  nome  di  Bonifacio  VII. 
Ma  questi  per  castigo  divino,  aven- 
do imprigionato  e  fatto  morire  di 
fame  e  col  veleno,  nel  giugno  del 
975,  nel  medesimo  castello,  il  Papa 
Giovanni  XIV,  cessò  di  vivere  al- 
l' improvviso,  facendosi  del  suo  corpo 
una  crudele  carneficina  per  opera 
de'  medesimi  suoi  seguaci. 

Continuando  Crescenzio  a  domi- 
nare Roma  col  governo  di  Castel 
s.  Angelo,  il  Pontefice  Giovanni  XV, 
detto  XVI,  travagliato  da  lui  gran- 
demente, si  trovò  costretto  a  ricovrar- 
si  in  Toscana,  invocando,  nel  985, 
l'aiuto  di  Ottone  III  imperatore  ; 
locchè  saputo  da  Crescenzio  e  dai 
suoi  faziosi,  per  timore  richiamaro- 
no il  Papa  in  Roma.  Gli  successe 
Gregorio  V,  nel  996,  il  quale  coro- 
nò in  Roma  il  suo  parente  Ottone  III. 
Ma  tornato  questi  in  Germania,  Cre- 
scenzio, nel  997  ,  cacciò  dalla  città 
il  buon  Pontefice  ,  e  ne'  principii 
di  maggio  scismaticamente  gli  sosti- 
tuì Filagato ,  che  prese  il  nome  di 
Giovanni  XVII.  Allora  l'imperatore 
raggiunse  il  legittimo  Gregorio  V 
in  Pavia,  e  con  un  esercito  il  con- 
dusse in  Roma.  Ma  allorché  l'anti- 
papa, uscito  dal  castello,  cercava  in- 
volarsi, i  soldati  imperiali  lo  rag- 
giunsero ,  e  barbaramente  lo  muti- 
larono e  postolo  sopra  un  asino  a  ri- 
troso il  condussero  per  la  città,  ove 
morì  poco  dopo.  Crescenzio  si  chiu- 
se nel  castello,  e  quivi  ostinatamen- 
te si  difese,  ma  l' imperatore  prima 
ve  lo  assediò,  circondando  all'  intor- 
no il  castello  con  macchine  altissime 
di  abeti  (il  che  certamente  fu  dan- 
noso all'edifìcio),  e  servendosi  di  una 
falsa  capitolazione,  l'ebbe  in  suo 
potere  e  il  fece  decapitare  nel  mar- 


CAS 
70  del  998,  mentre  dodici  del  suo 
partito  furono  impiccati  ai  merli  di 
questo  forte.  Stefania,  vedova  di 
Crescenzio,  fa  esposta  ai  pubblici  ol- 
traggi, di  che  vuoisi,  che  si  vendi- 
casse col  veleno,  cui  si  attribuisce 
l'immatura  morte  dell'imperatore. 
In  fatti  mentre  questi  si  credeva  si- 
curo in  Roma,  i  romani  gli  uccisero 
gran  parte  de'  suoi  soldati,  e  l'asse- 
diarono nel  looi  in  Campidoglio, 
e  quando  con  nuovo  esercito  vole- 
va vendicarsi ,  morì  ai  28  gennaio 
J002,  e  fu  sepolto  nel  portico  della 
basilica   vaticana. 

Eletto    nel   1061    Papa    Alessan- 
dro II,  Enrico  IV  re  de'  romani  in 
opposizione  dichiarò  antipapa  Cada- 
loo  col  nome  di  Onorio  II,  il  quale 
coU'aiuto  delle  sue  truppe  nel  1062 
si  recò    in    Roma    per    mettersi    in 
possesso  della  pseudo-dignità,  occu- 
pando la  città  Leonina  e  il  Vatica- 
no,  Ma  i  romani,  co'  validi  aiuti  di 
Goffredo    duca    di    Toscana  ,    poco 
mancò    che    non    facessero  prigione 
l'antipapa,  se  Cencio,  figlio  del  pre- 
fetto di  Roma  e  di  parte  imperiale, 
colle  sue  squadre,  e  non  senza  dif- 
ficoltà, noi    conduceva    in  salvo  nel 
Castel  s.    Angelo ,  ov'  egli   comanda- 
va.   Quivi  fu  però    strettamente  as- 
sediato, e  nel  timore  di  perire,  som- 
ministrò trecento    libbre    d' argento 
per  fuggire ,    dopo    esser   stato  due 
anni  prigione  nel   castello.    In  Ales- 
sandro Il   non  terminarono  le  diffe- 
renze   della  Chiesa  con  Enrico  IV, 
che  anzi  col  successore    s.  Gregorio 
VII  divennero  maggiori    per  le  in- 
vestiture   ecclesiastiche.    Il    suddetto 
Cencio  non  mancò  sotto  questo  Papa 
di  mostrare  il  suo  mal  talento,  ac- 
cresciuto dagli  impedimenti,  che  il 
Pontefice  poneva  all'esazione  dell'  in- 
giusto   tributo    da     Ini     imposto    a 
quelli ,    che    trapassassero    il    ponte 


CAS  179 

s.  Angelo.  Quindi  Enrico  IV ,  nel 
1084,  per  la  terza  volta  pose  asse- 
dio a  Roma,  ed  avendo  corrotti  al- 
cuni romani ,  finalmente  gli  riuscì 
entrarvi  ai  22  marzo ,  conducendo 
seco  l'altro  antipapa  Clemente  IIIj 
che  fece  intronizzar  nella  sedia  di  san 
Pietro.  Dal  palazzo  lateranense  san 
Gregorio  VII  si  ritirò  per  sua  si- 
curezza in  Castel  s.  Angelo,  ove  En- 
rico IV  strettamente  l'assediò,  finche 
recatosi  a  Roma  il  duce  de' norman- 
ni R^oberto  Guiscardo,  pose  in  fuga 
r  inimico,  e  liberò  il  legittimo  Papa, 
che  fece  ritorno  al  patriarchio  late- 
ranense. 

Morto  s.  Giegorio  VII,  ed  eletto 
in  successore  il  virtuoso  Vittore  III, 
non  perciò  cessarono  le  vertenze,  an- 
zi l'antipapa  era  venuto  in  possesso 
di  vari  luoghi  forti  di  Roma,  com- 
preso il  Pantheon,  essendo  gli  altri 
in  potere  di  Vittore  III  come  il 
Castel  s.  Angelo,  e  l'adiacente  città 
Leonina.  Nel  giorno  precedente  alla 
festa  di  s.  Pietro,  le  due  fazioni  ven- 
nero alle  mani,  occupando  gli  scis- 
matici i  dintorni  del  Vaticano.  Ma 
le  fedeli  truppe  Pontifìcie,  sostenen- 
dosi nel  Castel  s.  Angelo,  e  nell'in- 
terno della  basilica  di  s.  Pietro, 
non  riuscì  all'antipapa  di  celebrarvi 
i  pontificali  nel  dì  della  festa.  Tut- 
tavia in  progresso  il  Castello  cadde 
in  potere  de'  nemici ,  e  recatosi  a 
Roma  il  Pontefice  Urbano  II  nel 
1090,  si  rifugiò  in  casa  di  Gio.  Fran- 
gipani ,  giacche  Ferrucchio  teneva 
per  l'antipapa  Clemente  III,  il  La- 
terano,  e  Castel  s.  Angelo.  Ma  di 
poi  consegnò  al  legittimo  Pontefice 
questi  due  luoghi  per  certa  somma 
di  danaro,  che  Goffredo  abbate  vin- 
docinense,  appositamente  recatosi  in 
Roma  ,  somministrò  ad  Urbano  IT. 
Negli  scismi  insorti  contro  i  Pon- 
tefici Gelasio  li,  ed  Alessandro  IH, 


8ó 


CAS 


il  Castello  s.  Angelo  soggiacque  a 
varie  vicende ,  ora  in  possesso  del 
legittimo  Papa,  ed  ora  degli  anti- 
papi, ed  il  Cardinal  Breckspeare, 
che  n'era  prefetto  sotto  Alessan- 
dro III,  vi  salvò  i  Cardinali  della 
di  lui  ubbidienza,  contro  i  furori 
dell'antipapa  Vittore. 

Stabilitasi  dipoi,  nell'anno    i3o5 
da    Clemente  V,  la  residenza    pon- 
tificia    in    Avignone  ,     governando 
i  Papi  la  città    di    Roma    per   mez- 
zo dei  loro  vicari,  o  legati,  all'arti- 
colo Avignone  si    riportano   le  cose 
particolari    e    degne    di    menzione, 
riguardanti  anco  il  Castel  s.  Angelo. 
Quando  Urbano  V    divisava  di  re- 
stituire a  Roma  la  dimora  Pontifì- 
cia, giunto,  nel   iSGy,  per  tal  eCfet- 
lo  a  Corneto,  i  romani  gli  spediro- 
no colà  le  chiavi  di  questo  Castello; 
ma   essendosi  dovuto  licondurre  in 
Avignone,  toccò  al  successore  Gre- 
gorio XI ,    col    recarsi  a  Roma  nel 
1877,  la  gloria  di  restituirvi  la  sede 
apostolica,  ponendo  in  Castel  s.  An- 
gelo   una    guarnigione    francese    di 
truppe  seco  lui  condotte.   Gli  autori, 
che    trattano    della    basilica    e    del 
patriarchio  lateranense,  antica    abi- 
tazione dei  Papi,    dicono    che  Gre- 
gorio XI,  nel  restituire  a   Roma  la 
residenza   pontificia,    non    andò    ad 
abitare  il  Laterano,  perchè  il  palaz- 
zo era  rovinato,    e    preferì    abitare 
nel  palazzo  vaticano  a  cagione  della 
vicina  mole  Adriana,  siccome  luogo 
di  sicurezza    in   qualunque    tumul- 
to, massime  in  que' tempi  facile  ad 
accadere,  per     le  guerre  de' fioren- 
tini,   e   pel  mal  umore  dei  france- 
si, i  quali  con  rancore  avevano  ve- 
duto   la  partenza    del  Papa    dalla 
Francia. 

Però  essendo  morto  Gregorio  XI 
nel  1378,  contro  il  successore  Ur- 
bano VI  presto  si  manifestò  il  mal 


CAS 

umore  del   sagro    Collegio,    compo- 
sto di  quasi  tutti  francesi,  che    era- 
no bramosi  di  far  ritorno  in  Fran- 
cia, e  macchinavano  di  sacrilegamente 
deporlo.    1  congiurati  poterono  im- 
padronirsi del  Castel    s.  Angelo ,  di 
cui  era  custode  un  comandante  fran- 
cese,   e  traendo    al  loro    partito  il 
conte  di  Fondi,  e  le  milizie  francesi, 
ai   20  settembre,    elessero    in  detta 
città  l'antipapa  Clemente  VII.  Que- 
sti ,   ed  Urbano  VI    si  fulminarono 
scambievolmente   le  censure,    e  nel 
1879  diedero  di  piglio  alle  armi.  I 
principii  furono  dannosi  ad  Urbano 
VI,  giacche  i  soldati  bretoni  e  gua- 
sconi ,    unitisi    ai    savojardi    guidati 
dal  conte  di  Montioye ,  nipote  del- 
l' antipapa ,  trionfarono    della  disor- 
dinata moltitudine  romana  priva  di 
disciplina ,  e  penetrarono    in  Roma 
a  rinforzare  la  guarnigione  di  Castel 
s.  Angelo,  ed  a  guarnire  con  forti- 
ficazioni   il  Vaticano,  gettandosi  poi 
a  dare  il  guasto  alla  campagna.  Ma 
partendo  da  Roma,  ai  28  aprile,  il 
piode  conte  di  Barbiano,  alla  testa 
dell'esercito  papale,    cui  si  unirono 
le  truppe  imperiali  ed  italiche,  pres- 
so   Marino    disfece    i    guasconi    co- 
mandati da  Bernardo  de  la  Sale,  e 
e  poi  il  Montioye    co'  suoi  bretoni, 
fa cendoH  prigioni.  Laonde  seguì,  che 
i  francesi,  i  quali  occupavano  Castel 
s.  Angelo,  capitolarono,  e  lo  conse- 
gnarono   ai  romani ,   avendo  prima 
il    castellano  francese    non    solo  in- 
quietati gli  abitanti  con  dardi  e  can-i 
nonatecon  rovina  delle  case  vicine, 
delle  quali  alcune  andarono  a  fuoco, 
ma  opposta  resistenza  per  un  anno 
all'assedio,  con  cui  aveano  i  romani 
cinto  il  forte,  battendolo   con  mac- 
chine ed  artiglierie.  Onde  appena  eb- 
bero per    capitolazione    il    castello , 
erano  sul  punto  di  demolirlo  affatto, 
perchè  non  potesse  più  far  loro  pre- 


CAS 
giudizio,  e  niuno  vi  si  ritirasse  per 
fare  altrettanto,  ed  irritati  pei  danni, 
che  da  questa  fortezza  aveano  rice- 
vuti, la  smantellarono  e  ne  porta- 
rono via  persino  i  marmi,  che  l'or- 
navano. Urbano  VI  poi  dalla  sua 
residenza  di  s.  Maria  in  Trastevere  si 
recò  al  Vaticano  processionai  mente 
a  piedi  scalzi  per  renderne  grazie  a 
Dio.  Successo  ad  Urbano  VI  Papa 
Bonifacio  IX ,  nel  i  SqS  ,  restaurò 
con  grande  magnificenza  Castel  s. 
Angelo  riducendolo  sempre  più  a 
guisa  di  fortezza  con  solidissimi  ba- 
loardi. 

Durante  lo  scisma,  che  continua- 
va in  Avignone  Benedetto  XIII  an- 
tipapa, in  Roma  il  pacifico  Innocen- 
zo VII  era  inquietato  dalle  fazioni, 
e  dalle  mire  di  Ladislao  re  di  Na- 
poli, per  cui  nel  i4o5  procurò  pa- 
cificare gli  animi,  e  ricolmare  di  be- 
neficii  il  popolo  romano,  creandone 
sei  Cardinali.  Ad  onta  di  ciò  i  ro- 
mani, sempre  inquieti  in  que*  miseri 
tempi,  reclamavano  la  custodia  di 
Campidoglio  (  Fedi  ) ,  e  del  Castel 
s.  Angelo  ;  onde  Innocenzo  VII,  te- 
mendo tali  rimostranze,  e  gli  aspiri 
del  re  Ladislao,  che  avea  corrotto 
Antonio  Tomazelli,  castellano  di  Ca- 
stel s.  Angelo,  si  rifugiò  a  Viterbo, 
e  Ladislao,  per  profittare  delle  cir- 
costanze, subito  corse  a  Roma.  Tras- 
corsi alcuni  mesi,  e  pentiti  i  roma- 
ni de'  falli  commessi ,  con  diverse 
ambascerie,  nel  i4o6,  richiamarono 
il  Papa,  con  pieno  ed  assoluto  do- 
minio della  città.  Ritornato  Inno- 
cenzo VII,  ai  i3  marzo,  in  Roma, 
non  vi  trovò  calma  perfetta,  sebbe- 
ne ricevuto  con  applauso ,  mentre 
ancor  persistevano  nella  ribeUione 
il  castellano  Tomazelli,  che  per  La- 
dislao possedeva  ancora  il  Castel  s. 
Angelo,  donde  si  facevano  continue 
ostilità,  ed  altri,  che  ai    20  giugno 


CAS  181 

furono  puniti  colle  pontificie  censu- 
re. Essendo  poi  riuscito  al  Papa  di  far 
demolire  i  baloardi  costrutti  intorno 
al  castello,  ai  9  agosto  finalmente  li 
ebbe  in  suo  pieno  potere.  Nel  Diario 
romano  di  Antonio  di  Pietro ,  dal- 
l'anno  i4o4  al  i4i 7}  Plesso  il  Mu- 
ratori, Rer.  Ital.  t.  XXIV,  p.  1026, 
si  legge,  che  ai  1 5  giugno  1 4  ^  *  j 
ordinò  Giovanni  XXII I  fosse  inco- 
minciato, come  lo  fu  nel  giorno  do- 
po, un  corridore  che  dal  palazzo 
Vaticano  conduceva  a  Castel  s.  An- 
gelo. Il  Venuti,  nella  Descrizione  di 
Roma  del  p.  Eschinardi,  pag.  34, 
dice  che  Giulio  lì  fece  questo  cor- 
ridore, ma  egli  è  certo  che  piutto- 
sto ad  Alessandro  VI  se  ne  deve 
l'erezione,  se  non  il  compimento. 

Altri  avvenimenti  riguardanti  il 
Castel  s.  Angelo  accaddero  nel  pon- 
tificato di  Eugenio  IV.  Successo  egli, 
nel  143I5  a  Martino  V,  Colonna ^ 
i  nipoti  di  quest'ultimo,  siccome  po- 
tentissimi, procurarono  subito  di  op- 
primerlo. Furono  pertanto  imprigio- 
nati l'arcivescovo  di  Benevento  fi- 
glio di  Antonio  Colonna ,  e  il  suo 
fratello  Masio,  il  quale  fu  costretto 
a  confessare  che  volea  prendere  a  tra- 
dimento Castel  s.  Angelo,  uccidere 
il  castellano,  consegnare  il  forte  ai 
Colonnesi,  e  quindi  cacciare  il  Papa 
e  gh  Orsini  da  Roma.  Masio  fu 
adunque  degradato,  e  in  campo  di 
Fiore  fu  fatto  morire  con  morte 
esemplare.  Quindi,  nel  i434>  aven- 
do Filippo  duca  di  Milano  spedito 
contro  il  Pontefice  Nicolò  Forte- 
braccio,  i  romani  si  ribellarono,  gri- 
darono libertà,  e  fecero  sette  citta- 
dini romani  magistrati  della  città. 
Eugenio  IV  travestito  fugg\  su  d'u- 
na barchetta  pel  Tevere,  ove  alcuni 
romani,  essendosene  avveduti,  pro- 
curarono impedirne  la  fuga,  sinché 
avessero  preso  Castel  s.  Angelo.  Non 


i82  CAS 

essendo  ciò  loro  riuscito,  tutti  si  di- 
ressero contro  il  castello  per  pren- 
derlo, che  cinsero  di  trincee ,  per- 
chè gli  assediati  non  potessero  rice- 
vere soccorsi,  ne  uscirne.  L' astuto 
castellano  però,  coli' aiuto  di  Bal- 
dassare  Ausido,^  uomo  sagace  che 
avea  in  custodia  ia  4)orta  bassa  del 
Castello,  istruì  un  soldato  di  ciò, 
che  avrebbe  a  fare.  Siccome  gli  as- 
sediati talvolta  uscivano  a  scara- 
mucciare, in  una  di  queste  azioni 
il  soldato  si  fece  prendere  dai  ro- 
mani, co'  quali  altamente  si  lagnò 
del  le  crudeltà  ed  avarizia  del  castella- 
no, e  disse  che  se  gli  avessero  promesso 
un  premio  si  offriva  ucciderlo ,  e 
consegnar  in  loro  potere  il  castello. 
Caduti  i  romani  nell'aguato,  permi- 
sero che  ponesse  ad  esecuzione  il 
piano.  In  fatti  rientrato  nel  castel- 
lo, poco  dopo  si  vide  appiccato  ad 
una  finestra  uno,  che  alle  vesti  sem- 
brava il  castellano;  indi  chiaman- 
do il  soldato  ad  alta  voce  i  roma- 
ni ad  entrar  nella  rocca,  i  principali 
di  essi  incautamente  vi  si  recarono, 
ma  tutti  furono  fatti  prigioni,  e  sulla 
moltitudine ,  che  si  era  avvicinata 
al  castello,  furono  tirati  molti  colpi 
di  artiglierie  ;  onde,  per  liberare  gli 
ostaggi,  fu  d'uopo  porre  in  libertà 
il  nipote  del  Papa,  Cardinal  Con- 
dulmero  camerlengo ,  che  nella  ri- 
bellione era  stato  carcerato  ;  e  po- 
scia i  romani  restituirono  ad  Euge- 
nio IV  la  sovranità  della  città  ve- 
nendo contenuti  dal  celebre  Giovan- 
ni Vitelleschi  generale  dell'  esercito 
papale.  Ma' divenuto  questo,  sebbene 
Cardinale ,  gravemente  sospetto  al 
Pontefice  di  tramar  congiure ,  nel 
passare  dinanzi  al  castello  fu  fatto 
arrestare,  e  volendosi  difendere  colla 
spada,  non  essendo  soccorso  da'  suoi, 
die  da  lui  si  erano  allontanati,  dalla 
guardia  del  castello,    e  da  Antonio 


CAS 
Ridio  castellano  ricevette  tante  fe- 
rite, che  nel  medesimo  forte  morì 
dopo  quattro  giorni  nel  i44^>  come 
racconta  il  Platina,  ed  altri  riferi- 
scono nella  vita  di  Eugenio   IV. 

Nicolò  V,  che  successe,  nfl  i447» 
ad  Eugenio  IV,  fabbricò  due  torri 
sul  ponte  s.  Angelo,  fortificò  il  ca- 
stello con  bastioni  e  altre  opere,  eri- 
gendovi inoltre  quattro  torri  e  di- 
verse abitazioni  ;  vi  fece  punire  Ste- 
fano Porcari  nobile  romano,  capo 
d'  una  tremenda  congiura,  venendo 
impiccato  al  muro  del  Castel  s.  An- 
gelo ai  9  gennaio  i453.  Calisto  III, 
spagnuolo,  fu  eletto  in  di  lui  suc- 
cessore,  ma  siccome  avea  dato  il 
Castel  s.  Angelo  in  custodia  de'  Ca- 
talani, nel  i45»8,  mentre  era  mori- 
bondo, il  sagro  Collegio  stimò  bene 
di  toglier  dalle  loro  mani  la  for- 
tezza, dando  perciò  alcune  migliaia 
di  scudi  al  castellano.  Dopo  la  mor- 
te di  Pio  II,  Piccolomini,  avvenuta 
nel  i464j  i  Cardinali  non  voleva- 
no entrare  in  conclave  nel  palazzo 
Vaticano,  intimoriti  dal  non  aver  il 
nipote  del  defonto,  Antonio  duca 
di  Amalfi,  restituita  la  fortezza  di 
Castel  s.  Angelo,  dimorando  egli  al- 
lora nel  Celano.  Nella  Sloria  de  con- 
clavi, a  p.  84,  si  dice,  che  il  castel- 
lo era  in  custodia  del  Cardinal  Pic- 
colomini, nipote  di  Pio  II ,  in  quel 
tempo  assente  da  Roma.  Tuttavolta 
ad  altri  riuscì  di  persuaderli,  ed  eles- 
sero Paolo  II,  che  fu  il  primo  Pontefi- 
ce il  quale  affidò  il  governo  e  la  custo- 
dia delle  fortezze  della  santa  Sede  a 
prelati  e  degni  ecclesiastici,  afliiichè 
in  ogni  evento  fossero  più  fedeli  ai 
Papi  e  alla  Sede  apostolica.  Questa 
Pontefice  era  d'animo  sì  clemente, 
che  mai  permise  si  eseguisse  la  pe- 
na di  morte  ,  cambiando  tal'  estre- 
ma punizione  colf  esilio,  colla  gale- 
ra, col  carcere,  e  colla    prigione  c|i 


CAS 
Castel  s.  Angelo,  colla  quale  egli 
diceva  aver  ridotti  i  giovani  roma- 
ni scapestrati  a  tanta  modestia  € 
buona  condotta ,  a  quanta  nessun 
altro  buon  maestro  li  avrebbe  ri- 
dotti. Di  questi  esempi  nella  nobil- 
tà romana,  parecchi  ne  riporta  il 
Cane^io  nella  di  lui  vita. 

Abbiamo  dal  Burcardo  Conclave 
de' Pontefici  Romani ^  che  a  quello  il 
quale  si  celebrò  per  morte  di  Si- 
sto IV  nell'anno  14^4»  ^^  elezione 
d'Innocenzo  Vili,  nel  primo  gior- 
no delle  esequie,  ai  1 1  agosto,  non 
intervennero  molti  Cardinali  per- 
chè il  Castel  s.  Angelo  stava  nelle 
mani  di  Girolamo  Riario  nipote  del 
defonto  Pontefice;  ma  ai  11  egli 
restituì  il  castello  (nel  quale  ai  i4 
di  detto  mese  erasi  ritirata  la  con- 
tessa di  lui  consorte)  e  tutte  le 
fortezze  della  Chiesa,  ch'erano  in  sua 
custodia.  Questa  restituzione  tutta- 
via non  venne  eseguita  finche  i  Car- 
dinali non  gli  fecero  sborsare  quat- 
tro mila  ducati  di  stipendio;  restitu- 
zione che  segui  in  questo  modo.  Il 
vescovo  di  Todi,  che  era  il  castel- 
lano, giurò  nelle  mani  del  sagro 
Collegio  di  tenere  il  castello  ad  i- 
stanza  di  esso,  e  restituirlo  poi  al- 
l'eletto  Pontefice,  promettendo  di 
cambiare  tutti  i  custodi,  e  di  man- 
darli via  secondo  la  volontà  dei 
Cardinali.  L'ultimo  giorno  dell'e- 
sequie, che  fu  ai  2  5  agosto,  tutti  i 
Cardinali  andarono  a  s.  Pietro,  ec- 
cettuati Savelli  e  Colonna,  perchè 
nella  notte  precedente,  contro  i  ca- 
pitoli, e  le  promesse  predette,  era- 
no entrati  in  Castel  s.  Angelo  cen- 
to cinquanta  fantaccini  ;  laonde  i 
Cardinali,  e  gli  altri  ne  rimasero 
disgustati.  Tuttavolta  il  sagro  Col- 
legio fece  quindi  in  modo ,  che  la 
famiglia  Riario  sgombrasse  il  castel- 
lo, divenendone  assoluto  padrone  lo 


CAS  i83 

stesso    sagro    Collegio   a'  25  agosto 
predetto. 

Ad  Alessandro  VI,  Borgia^  crea- 
to nel  1492  ,  sii  debbono  molte 
fortificazioni  del  Castel  s.  Angelo, 
delle  fosse,  dei  baloardi,  ed  altre 
opere.  Vi  eresse  altresì  una  torre 
quadrata  sopra  il  maschio,  che  an- 
cora sussiste,  chiusa  però  da  due 
lati  dai  recenti  edifizi  fatti  per  co- 
modo del  castellano,  e  degli  altri 
ufficiali  del  forte.  Essendo  caduto 
un  fulmine,  nello  stesso  pontificato 
di  Alessandro  VI  sulle  opere  supe- 
riori, bisognò  rifarle.  Vuoisi  ancora 
eh'  egli  vi  costruisse  l' annesso  cor- 
ridore, il  quale  dal  castello  comu- 
nica col  palazzo  apostolico  vaticano, 
affine  di  aver  pronto  un  ricovero 
nei  tempi  di  fazioni  e  di  guerre,  e 
le  chiavi  di  esso  si  conservano  pres- 
so il  Pontefice  Urbano  Vili  poi 
nel  i63o  fece  con  tetto  cuoprire 
un  tal  corridore,  cioè  quella  specie 
di  loggiato  che  sta  sul  corridore 
medesimo,  ed  inoltre  lo  fece  restau- 
rare in  molti  luoghi,  e  separare 
dalle  case  per  maggior  sicurezza. 
Nell'odierno  pontificato  vi  si  esegui- 
rono altri    notabili  miglioramenti. 

Di  questo  corridore  è  una  imita- 
zione anche  più  magnifica  il  cor- 
ridore, che  in  Firenze  va  dal  pa- 
lazzo Pitti  al  palazzo  vecchio,  cor- 
ridore, che  i  granduchi  di  casa  Me- 
dici, dai  quali  fu  fabbricato,  aveano 
in  animo  di  condurre  fino  alla  chie- 
sa della  Nunziata.  Va  poi  avverti- 
to, che  il  passetto,  il  quale  dal  Va- 
ticano conduce  al  castello,  si  com- 
pone di  due  piani;  del  primo  che 
riceve  lume  da  alcune  aperture  la- 
terali delle  mura,  e  del  secondo,  che 
è  come  un  loggiato,  coperto  di  tet- 
to. Chi  passa  pel  primo  non  è  ve- 
duto, non  così  chi   va  nel  secondo. 

Il  medesimo    Alessandro  VI,  op- 


^84  CAS 

ponendosi  alle  pretensioni  di  Carlo 
Vili  re  di  Francia,  che  voleva  l'in- 
vestitura del  regno  di  Napoli,  pen- 
sò quel  principe  d*  impadronirsene , 
e  vendicarsi  del  Papa.  A  tal  effet- 
to si  recò  in  Italia  con  ciica  trenta 
mila  uomini,  ed  entrò  in  Roma  nel 
1 494- Alessandro  VI,  intimorito  da 
<sì  poderoso  esercito,  coi  Cardinali 
Orsini  e  Caraffa,  passò  ad  abitare 
Castel  s.  Angelo;  ma  il  re  sebbene 
avesse  ricevuto  dai  romani  le  chia- 
vi della  città,  venne  a  concordia 
col  Pontefice,  il  quale  si  restituì  al 
Vaticano,  con  dure  condizioni,  che 
si  riportano  dall'annalista  Rinaldi, 
all'anno  ii^5.  Indi  il  re  s'avviò 
a  Napoli,  ma  il  Papa  avendo  sco- 
municato que'  napoletani,  che  lo  a- 
vessero  favorito,  allorquando  quel 
principe  fece  ritorno  in  Roma,  non 
riputando  il  castello  per  sicuro  asi- 
lo, si  ritirò  a  Viterbo. 

Morto  Alessandro  VI,  nel  i5o3, 
il  suo  fìgUo  Cesare  Borgia  duca  Va- 
lentino, volendo  imporre  al  sagro 
Collegio  acciò  eleggesse  un  Papa  suo 
amico,  con  dodici  mila  uomini  ar- 
mati assediò  Castel  s.  Angelo,  e  il 
Vaticano,  per  cui  si  legge  nei  Diari 
del  Burcardo,  che  nelle  generali 
congregazioni  fatte  dai  Cardinali 
nella  sagrestia  della  Minerva,  stabi- 
lirono di  celebrare  il  conclave  in  Ca- 
stel s.  Angelo,  e  per  maggior  sicu- 
rezza esigettero  il  giuramento  di  fe- 
deltà dal  castellano.'  Ma  di  poi,  a- 
vendo  il  sagro  Collegio  spedito  al 
duca  Valentino  (cui  non  volle  ac- 
cordare di  ritirarsi  colle  sue  genti 
in  Castello)  Prospero  Colonna,  que- 
sti ed  alcuni  ambasciatori  il  persua- 
sero a  ritirarsi  a  Nepi ,  onde  lo  stes- 
so sagro  Collegio  mandò  il  Cardi- 
nal Carvajal  al  castellano  che  sem- 
brava renitente  sul  farsi  il  concla- 
Te  nel  forte,  acciò  nou  facesse  inno- 


CAS 

vazione  nel  castello,  perchè  si  sa- 
rebbouo  adunati  in  conclave  al  Va- 
ticano. E  di  fatti  ai  2  3  settembre 
i5o3  concordemente  ivi  esaltarono 
al  pontificato  Pio  111,  che  per  sal- 
vare Cesare  Borgia  dal  risentimen- 
to degli  Orsini,  lo  fece  porre  sotto 
cortese  guai'dia  in  Castel  s.  Angelo. 
Egli  pertanto  vi  si  recò  pel  corri- 
dore accompagnato  dai  Cardinali 
Arbonense,  Salernitano,  Surenlino, 
Bolognese,  Rotomagense,  o  Borgia, 
seguito  da  due  paggi  e  quattro  ser- 
vitori, da  tutte  le  sue  figliuole,  la 
maggiore  delle  quali  fu  dal  castel- 
lano posta  nel  maschio.  Morto  po- 
co dipoi  Pio  III,  ai  i8  ottobre 
i5o3,  dal  Castel  s.  Angelo  lo  tras- 
se Giulio  II  per  mandarlo  nella  for^ 
tezza  d'Ostia,  ove  lo  avrebbe  rite- 
nuto finche  non  avesse  fatto  resti- 
tuire dai  suoi  castellani  le  fortez- 
ze, che  occupava  nello  stato  eccle- 
siastico ir.  Borgia,  famiglia. 

L'imperatore  Carlo  V  indispetti- 
to della  lega  fatta  nel  i526  da 
Clemente  VII  con  varii  principi  con- 
tro la  sua  potenza  in  Italia ,  pub- 
blicò la  guerra  contro  il  Papa,  e  i 
primi  a  cominciarla  furono  i  Colon- 
nesi,  col  viceré  di  Napoli  Ugo  Mon- 
cada.  Questi  con  buon  esercito,  sac- 
cheggiando ai  2o  settembre  il  bor- 
go nuovo  e  il  palazzo  Vaticano , 
Clemente  VII  scampò  la  morte  col 
rifugiarsi  pel  contiguo  corridore  in 
Castel  s.  Angelo,  ove  fu  costretto  a 
capitolare  ed  accettar  la  tregua,  che 
durò  poco  tempo ,  onde  dopo  tre 
giorni  potè  ritornare  al  Vaticano, 
come  descrive  il  Guicciardini,  Ilisto* 
ria,  lib.  XVIII. 

Raccontano  però  il  Giovio  e  il 
Ciacconio,  che  quando  Clemente  VII 
udì,  che  i  nemici  erano  già  entrati 
in  Borgo,  non  voleva  partirsi  dal 
palazzo,  anzi  chiedeva  di  essere  ve- 


CAS 
stilo  cogli  abiti  pontificali,  e  voleva 
aspettarli  sulla  cattedra  pontifìcia, 
come  già  in  simil  caso,  rna  con  e- 
vento  infelice,  avea  praticato  in  A- 
nagni  Bonifacio  Vili.  Dissuaso  però 
dillicilinente  con  grandissime  pre- 
ghiere dai  Cardinali,  finalmente  ad 
ore  diciassette  mentre  già  il  palaz- 
zo si  saccheggiava,  si  ritirò,  come 
dicemmo ,  con  alcuni  de'  Cardinali 
pel  corridore  nel  castello,  in  cui 
trovò  non  esservi  provvisione  nem- 
meno per  tre  giorni,  senza  muni- 
zione e  sufficiente  presidio  per  la 
cattiva  cura  di  monsignor  Giulio  del 
Medici,  castellano.  Allora  il  Papa 
con  premura  fece  chiamare  d.  Ugo 
MoDcada  nella  stessa  sera,  acciò  voles- 
se venire  ad  abboccarsi  con  lui,  ed 
inviò  in  casa  Colonna  per  ostaggi  i 
Cardinali  Cibo  e  Ridolfi.  Yi  si  recò 
il  Moncada,  benché  vi  ripugnassero 
i  Colonnesi,  e  gli  portò  la  mitra 
pontificale  preziosa,  rubata  la  mat- 
tina dai  soldati,  non  che  il  pasto- 
rale di  argento,  seguito  da  alcuni  dei 
suoi. 

Ad  onta  della  suaccennata  tregua, 
Carlo   di  Borbone  poco  di  poi,  con 
vin  esercito  di  quarantamila  uomini, 
assediò  e  prese  Roma  ai   6  maggio 
i527,  rimanendovi  nel  punto  stesso 
morto  da   una  palla    di    artiglieria, 
che  parti  da  questo    castello,  o  più 
probabilmente  dal  campanile    di     s. 
Spirito.  Filiberto  principe    d'  Gran- 
ge, luterano,    sottentrò  al    supremo 
comando,  onde  la  capitale  del  mon- 
do cattolico  soggiacque  alle  più  fu- 
neste disavventure,  e  al  più  deplo- 
rabile   saccheggiamento,  che    venne 
proseguito  per    due   mesi.     Appena 
Clemente  Yll  intese  l'avvicinamento 
dell'inimico,    pel    mentovato    corri- 
dore passò  in  Castel  s.  Angelo,  ove 
fu  strettamente  assediato,  solìiendo- 
■yi  le  più  gravi  angustie,    e  miserie 


CAS  185; 

pel  rigore  degli  assediane.  Pertanto 
fu  Clemente  VII    costretto    a    capi- 
tolare, ed  arrendersi    con  durissime 
condizioni  ai  5  giugno,  cioè:    i."  di 
pagare  al  momento  cento  mila  du- 
cati d'oro,  altri  cinquanta  mila  den- 
tro venti  giorni,  e  venticinque  mila 
nel  periodo    di    due     mesi;  2.°    di 
consegnare    in   deposito    il  Castel  s. 
Angelo    nelle     mani    degli     ufficiali 
dell'imperatore;  S.**  di  rimanere    il 
Papa  prigioniero    di    Carlo  V    sino 
al  pagamento    dei    primi    centocin- 
quanta mila  ducati  per  ottenere    il 
suo  riscatto.  Clemente  VII,  pei    sa- 
grifizi  fatti  e  pel  sacco  non  ei*a  più 
in  grado  di    pagar  le  somme,    che 
avea  dovuto  promettere    per    forza, 
per  cui  si  trovò  nella  più  penosa  e 
spaventevole  situazione,  anche  per  la 
pestilenza,  eh'  erasi  sviluppata  in  Ro- 
ma, e  comunicata  entro  il    medesi' 
mo  castello.  Le  sue  vive  preghiere, 
e  quelle  dei  Cardinali,  che  lo  avea- 
no  seguito  in  castello  ai    i3  agosto, 
ottennero    la    grazia    di  essere    tra- 
dotti al  Vaticano  nel  luogo  detto  di 
Belvedere,  ove  rimasero  custoditi  da 
mille  spagnuoli,  guardando  il  Papa 
a  vista  lo  spagnolo  Alicornio,  a  cui 
Carlo  V  avea  raccomandato  in  Ispa- 
gna  la   custodia    di  Francesco  I,    il 
quale  in   questa    prigionia    trattò   il 
vicario  di  Cristo,  come  se  fosse  sta- 
to un  capo  di  masnadieri.  Ma  ritor- 
nato Clemente  VII  in  Castel  s.  An- 
gelo, e  dubitando  vieppiù  delle  mi- 
re degli  spagnuoli,  agli  8  dicembre 
di  notte     se    ne  fuggi    in    abito    di 
mercante  ad  Orvieto,  avendogli  Ben- 
venuto   Cellini,     che    dimorava    nel 
castello,  cucite  le    gioie  de'  pontifìcii 
triregni  nelle  di  lui    vesti,  e  in  quel- 
le del  Cavalierino  di  lui  famigliare. 
Dipoi  il  Cardinal  Campeggi,    legato 
di  Roma,  costrinse  1'  esercito  impe- 
riale a  partirne  ai   17   febbraio  i5a8, 


i86  CAS 

e  Clemente  VII  vi  fece  ritorno  sol- 
tanto ai  6  ottobre. 

In  Castel  s.  Angelo  mentre  vi 
dimorava  il  Pontefice,  morirono  due 
Cardinali:  cioè  ai  i5  agosto  iSi^, 
d'anni  trentasei  ,  Ercole  Rangoni 
nobile  milanese,  riguardato  come 
l'amore,  e  la  delizia  del  sagro  Col- 
legio per  cui  ne  fu  pianta  la  mor- 
te, e  Francesco  Armellini  Medici, 
della  famiglia  Pantalassi  di  Perugia, 
che  vi  cessò  di  vivere  d'anni  cin- 
quantotto nell'ottobre  i52  7,  pel  do- 
lore di  aver  perduto  nel  saccheggio 
quanto  possedeva  in  Roma.  Nel- 
lo stesso  castello,  ad  onta  di  tan- 
te peripezie.  Clemente  VII,  ai  2 1 
novembre,  tenne  concistoro,  facen- 
dovi la  sua  seconda  promozione  dei 
seguenti  otto  Cardinali  :  Antonio 
Sanseverino  napoletano;  Gio.  Vin- 
cenzo Caraffa  napoletano ,  Antonio 
Matteo  Palmieri  napoletano,  Anto- 
nio de  Prat  assente  francese,  Enri- 
co Cardona  spagnuolo  assente,  già 
prefetto  di  Castel  s.  Angelo,  ad  istan- 
za di  Carlo  V,  Girolamo  Grimaldi 
genovese,  Pirro  Gonzaga  di  Manto- 
va, cugino  di  Luigi,  il  quale  dalla 
prigione  di  Castel  s.  Angelo  condusse 
il  Pontefice  travestito  in  Orvieto, 
e  Sigismondo  Pappacoda  napoletano, 
che  per  umiltà  rinunziò   la  dignità. 

Avendo  poi  Clemente  VII  osser- 
vato, mentre  era  assediato  in  questo 
castello,  che  dalle  due  cappellette 
di  marmo,  erette  nell'  ingresso  del 
ponte  s.  Angelo  in.  onore  de'  santi 
Pietro  e  Paolo,  i  soldati  cogli  ar- 
chibugi ammazzavano  chiunque  si 
affacciasse  alle  mura  del  castello, 
ritirandosi  in  esse  prontamente,  le 
fece  subito  demolire,  e  poscia  in 
vece  vi  eresse  due  basamenti  colle 
statue  dei  medesimi  principi  degli 
apostoli.  Nel  medesimo  pontificato  di 
Clemente  VII,  il  celebre  scultore  fìo- 


CAS 
rentino  Raffaele,  figlio  di  Baccio  da 
Montelupo,  fece  una  statua  di  mar- 
mo alta  cinque  braccia  rappresentan- 
te l'Angelo  s.  Michele  a  similitudine 
di  quello,  che  apparve  a  s.  Grego- 
rio I,  quando  nella  sommità  del 
castello  lo  vide  rimettere  la  spada 
nella  guaina,  e  fu  collocato  in  cima 
della  torre  quadra  di  mezzo,  dove 
s'  inalberava  lo  stendardo  pontificio; 
e  siccome  fu  fatto  architetto  del 
castello  ,  seguendo  la  maniera  di 
Michelangelo,  vi  accomodò  e  decorò 
molte  stanze  con  intagli  di  pietre  e 
mischi  di  diverse  sorti  nei  cammini, 
finestre  e  porte.  Sotto  il  detto  An- 
gelo divisava  Clemente  VII  di  porre 
le  statue  de*  sette  vizi  capitali,  forse 
per  alludere,  che  il  luogo  non  solo 
è  di  difesa ,  ma  di  punizione  pei 
rei,  ma  sebbene  li  avesse  fatti  di- 
segnare da  Baccio  Bandinelli,  questa 
idea  non  fu  effettuata,  come  rac- 
conta il  Bonanni  tom.  I,  pag.  i35, 
che  d' altronde  sarebbe  riuscita  di 
ornamento  al  castello. 

Giulio  III,  Ciocchi  del  Monte , 
a' 24  giugno  dell'anno  santo  i55o 
prese  il  solenne  possesso  nella  basi- 
lica lateranense,  e  poi  coi  Cardinali, 
colla  famiglia  pontificia ,  ed  altri, 
ch'erano  intervenuti  alla  cavalcata, 
si  recò  in  Castel  s.  Angelo ,  ove 
pranzò,  e  si  trattenne  tutto  il  giorno 
e  la  notte.  Prima  di  lui,  anche 
Leone  X,  nel  i5i3,  ritornando  al 
Vaticano  dal  solenne  possesso  preso 
agli  1 1  aprile ,  giunto  che  fu  a 
ponte  s.  Angelo,  licenziò  i  Cardinali, 
entrò  nel  castello ,  e  vi  rimase  a 
dormire  la  notte,  come  attesta  Pa- 
ride de  Grassis,  Ada  Coerein.  pag. 
382.  Angelo  Massarelli ,  parlando 
di  Paolo  IV,  Caraffa,  nel  suo  Dia- 
rio, dice  che  partendo  dal  Vaticano, 
lunedi  3  giugno  i555,  per  passare 
al  palazzo    di  s.  Marco,   ad   evitare 


CAS 
i  gran  caldi  dell'estate  e  per  como- 
do della  curia,  andò  in  Castel  s. 
Angelo,  e  vi  dormii  la  notte,  par- 
tendone il  giorno  seguente.  Si  parla 
poi  nel  Diario,  scritto  da  Gio.  Fran- 
cesco Firmano,  del  possesso  solenne, 
che  ai  6  gennaio  i56o,  prese  della 
basilica  lateranense  il  Pontefice  Pio 
IV,  Medici^  che  dopo  in  lettiga  si 
fece  portare  nel  Castel  s.  Angelo, 
ove  pranzò,  succedendo  molte  salve 
d' artiglieria  nell'  ingresso  e  nella 
partenza. 

Questo  Papa  non  solo  prese  par- 
ticola!' cura  dell'  adiacente  borgo,  o 
città  Leonina,  che  volle  fortificare, 
ma  cinse  anche  di  solide  mura  il 
Castel  s.  Angelo,  e  in  molte  parti 
lo  restaurò  ed  abbelfi,  accrescendone 
le  difese.  Avendo  fatto  fabbricare 
una  porta  poco  lungi  da  questo 
forte ,  fu  chiamata  Porta  Castello ^ 
ma  poi  fu  chiusa. 

Del  Castel  s.  Angelo,  siccome  il 
luogo  più  sicuro  di  Roma,  si  servi- 
rono i  Pontefici  romani  per  custo- 
dirvi le  cose  più  preziose,  il  danaro, 
i  triregni,  e  gli  archivi.  Sisto  V  pel 
primo  vi  ripose  un  milione  di  scudi 
d'oro  nel  i586,  come  si  legge  nella 
costituzione  4^5  ^d  claviim^  de' 21 
aprile,  che  in  moneta  corrente  equi- 
valeva ad  un  milione  seicento  cin- 
quantamila scudi;  un  altro  milione 
di  scudi  d'oro  vi  pose  nel  iSSy,  sic- 
come risulta  dalla  costituzione  108, 
Anno  superiore,  emanata  ai  6  no- 
vembre, ed  un  terzo  ve  lo  pose  nel 
i588,  facendone  testimonianza  la  co- 
stituzione 12  5,  Etsiy  de' 27  aprile, 
che  in  tutto  formano  cinque  milioni 
e  centocinquantamila  scudi  d'argen-» 
to.  V.  Tesoro  Pontificio.  In  Castel 
s.  Angelo  si  custodirono  altresì,  sino 
agli  ultimi  del  secolo  decorso,  le 
mitre  preziose  e  i  pontificii  triregni 
(  Fedi),  che  ne'giorni  precedenti  ai 


CAS  i8r 

tre  pontificah  di  Natale,  di  Pasqua, 
di  s.  Pietro,  nella  vigilia  del  Corpus 
Domìni,  o  in  occasione  di  qualche 
pontificale  straordinario,  dal  mag- 
giordomo, dal  tesoriere,  dal  presi- 
dente del  mare,  ossia  dal  prefetto 
di  Castel  s.  xAngelo,  o  da  altri  da 
loro  deputati  a  farne  le  veci  (  re- 
candosi a  Castel  s.  Angelo,  e  por- 
tando ognuno  la  chiave  ond'  era 
chiuso  il  cassone  di  ferro  in  cui 
stavano  riposti  i  triregni  ) ,  si  estrae- 
vano coli'  assistenza  del  gioielliere 
de' ss.  palazzi  apostolici,  e  si  conse- 
gnavano a  un  cappellano  segreto, 
rogandosi  T  atto  dell'  estrazione  ,  e 
della  consegna  da  un  notaro  di  ca- 
mera ,  dal  quale  coli'  intervento  dei 
medesimi  soggetti,  si  rogava  l'altro 
atto,  quando  si  riportavano  nello 
stesso  luogo  dopo  la  funzione.  Ezian- 
dio fino  al  termine  del  secolo  XVIII 
in  questo  luogo,  in  una  gran  camera 
rotonda ,  eravi  1'  importantissimo 
Archivio  segreto  di  Castel  s.  Angelo 
(Vedi),  ch'ebbe  principio,  nel  1592, 
da  Clemente  Vili  per  suggerimento 
di  Bartolomeo  Cesi  (  il  quale  fu 
egualmente  benemerito  dello  stabili- 
mento dell'archivio  vaticano)  poi 
Cardinale,  e  che  ne  fu  il  primo 
prefetto. 

Tale  archivio,  nel  1799,  fu  riu- 
nito a  quello  Vaticano.  Giuseppe 
Antonio  Vitale,  nelle  Memorie  dei 
Tesorieri  pag.  4??  (p^''  conciliare  la 
verità  di  tale  istituzione  con  l'espres- 
sioni del  breve  di  Leone  X  de' 18 
settembre  i5i5,  diretto  a  Fihppo 
fìeroaldo,  e  citato  da  Tommaso  In- 
ghirami  nelle  due  sue  Orazioni 
pubblicate  dal  Galletti  pag.  12,  al 
quale  commise  curani  privilegiorum, 
et  scripturarum  i9,  R.  Ec.,  quce  in 
arce  nostra  s.  Angeli  de  Urbe  re- 
posita  siint  j  e  che  prima  avea 
commessa     allo    stesso    Inghirami  ) 


i8S  CAS 

dice,  che  ancora  non  vi  era  8ta1)ìIito 
un  archivio  formale  e  ben  ordinato 
di  tutte  le  carte  spettanti  alla  sede 
apostolica,  e  che  quindi  il  Cesi  fece 
a  ciò  determinare  Clemente  Vili  e 
Paolo  V,  comprovandolo  con  l' au- 
torità deirOIdoino,  il  quale,  nel  tomo 
IV,  pag.  267,  asserisce,  che  Cle- 
mente Vili  Tabulariuni  pontìjiciuni 
in  arce  Hadriani  constkuil.  Extat 
Card.  Maphcei  Barberini,  qui  ad 
Petri  soliuni  evectus  Urhamts  Vili 
est  noniinalus,  epigramma  ad  Cle- 
mentem  Vili,  de  Tabulario  ponti- 
ficio in  arce  Hadriana .  Leggesi 
di  fatti  inter  ej'us  Poemataj  Romae 
i635. 

Grandemente  benemerito  di  que- 
sto forte  fu  Papa  Urbano  Vili,  al- 
lorché fortificò  vari  punti  dello  stato 
nella  guerra,  che  sostenne.  Lo  rin- 
novò in  molte  parti  con  opere  di 
difesa  solidissime,  nel  1628,  e  vi 
aggiunse  il  bastione,  che  si  vede 
sopra  il  Tevere,  restringendo  da 
quel  lato  il  corso  delle  acque,  ed 
impedendo  così  gli  effetti  delle  ec- 
cessive inondazioni,  come  ne  fa  fede 
la  lapide,  che  trovasi  infissa  sul 
muro  esterno,  che  chiude  la  cortina 
del  castello,  e  che  continua  la  strada 
verso  il  Vaticano.  Eccone  il  tenore  : 

Urbanus  FUI.    Pont.   Max. 

Propugna culum,    duo   hcec  inter- 

cludens  sub  Pontificis  fornice  spatia. 

Inutiliter     antiquitus    fabricatum 

solo  cequavity 
Fluminis  lapsu  hac  ex  parte  re- 

serato 
Quod  munitam  magis  arceni  efficit, 
Et  exwidationes  ingruentes  coìiibet 
Ne  posteri  provenientis  hinc  uti- 

litatis 
Ignari  secus  quid  moliantur, 
Hoc  voluit  exlare  documentuni. 
Anno  Doni.   1628.  Ponti/.  V. 


CAS 

In  oltre  col  bronzo  delle  travi  del 
Pantheon  vi  fece  fondere  più  di 
ottanta  pezzi  di  artiglieria,  come  si 
vede  neir  iscrizione  posta  nel  portico 
del  menzionato  tempio,  cosicché  rese 
il  castello  quasi  inespugnabile,  e  di 
più,  nell'anno  i644>  il  circondò 
di  grosse  muraglie  e  bastioni,  da 
quella  parte,  che  guarda  la  città 
Leonina. 

Di  poi  altre  fortificazioni,  e  be- 
nefici i  fecero  in  questo  castello.  Cle- 
mente X,  Altieri,  eletto  nel  1670, 
ed  Innocenzo  XI,  Odescalchi,  che 
gli  successe  nel  1676.  Innocenzo  XII, 
Pignatelli,  malgrado  le  grandi  spese 
da  lui  sostenute,  morendo  nel  1700, 
lasciò  un  milione  di  scudi  in  Castel 
s.  Angelo  depositati. 

Esaltato  al  Pontificato,  nel  1780, 
Clemente  XII,  Corsini,  dal  Vaticano 
fece  condurre  l'acqua  nel  Castel  s. 
Angelo  in  vantaggio  e  comodo  del 
presidio ,  ed  autorizzò  il  duca  di 
Palombara  Zenobio  Savelli,  in  quel 
tempo  castellano,  ad  erigere  la  nuo- 
va abitazione  per  sé,  abitazione  che 
ancora  serve  a  tal  uopo.  La  fabbrica 
nondimeno  non  fu  terminata  se  non 
sotto  il  pontificato  del  di  lui  succes- 
sore Benedetto  XIV,  Lamberlini. 
Il  qual  Pontefice  pose  in  questo 
forte  i  due  milioni  di  scudi  statigli 
inviati  da  Ferdinando  VI  re  di  Spa- 
gna, pel  noto  trattato.  Nel  i748> 
si  recò  quel  Pontefice  nel  castello, 
venendo  ricevuto  ai  cancelli,  in  as- 
senza del  duca  di  Palombara  vice- 
castellano, e  di  monsignor  Santo- 
buono,  presidente  del  mare  e  pre- 
fetto di  Castel  s.  Angelo,  da  mons. 
Maggi  prò  -  commissaiio  generale 
delle  armi,  che  gli  presentò  le  chiavi 
della  fortezza.  Entrò  nel  forte  in  com- 
pagnia dei  Cardinali  Valenti  segre- 
tario di  stato,  e  Colonna,  non  che 
di  monsig.  Banchieii  tesoriere  gene- 


CAS 
rale.  Il  Pontefice  percorse  molti 
luoghi  del  castello  ,  ed  osservò  il 
celebre  archivio.  Essendo  poi  mal- 
menata dal  tempo,  e  dai  fulmini  la 
statua  di  s.  Michele  arcangelo,  ese- 
guita in  marmo  da  RatFaele  da 
Montelupo,  Benedetto  XIV  ne  ordinò 
un  modello  colossale  al  fiammingo 
Pietro  Venschelfeld ,  e  la  fece  fon- 
dere in  bronzo  dal  valente  gettatore 
Francesco  Giardoni.  Quindi ,  nel 
1752,  si  portò  alla  fonderìa  came- 
rale, ove  era  stata  eseguita  la  fu- 
sione, e  benedì  la  statua,  che  poi 
fu  collocata  sulla  sommità  del  ma- 
schio di  Castel  s.  Angelo ,  ed  è 
quella,  che  tuttora  si  vede.  Fu  essa 
scoperta  nel  medesimo  anno  quan- 
do Benedetto  XIV  dal  Quirinale,  il 
giorno  della  vigilia  dei  ss.  Pietro  e 
Paolo,  si  recava  al  Vaticano  pel  ve- 
spero  pontificale,  ed  allorché  passava 
il  ponte  s.  Angelo  varie  salve  di 
artiglieria  accompagnavano  quello 
scoprimento.  Benedetto  XIV  in  altro 
giorno  si  recò  al  Castello,  per  rive- 
dere r  archivio  segreto ,  che  avea 
fatto  restaurare  ed  abbellire. 

Nel  1759,  essendosi  infranta  la 
campana  maggiore  di  Castel  s.  An- 
gelo fatta  già  da  Alessandro  VII,- 
Clemente  XIII,  Rezzonico,  la  fece 
rifondere,  e  poi  benedire  da  monsi- 
gnor patriarca  Rossi  vicegerente, 
dedicandola  alla  beatissima  Vergine, 
e  ai  principi  degli  apostoli  protettori 
di  Roma. 

Rivoluzionata  la  Francia,  e  pro- 
mulgata la  repubblica,  armate  fran- 
cesi occuparono  V  Italia,  e  volendo- 
si impadronire  dello  stato  pontifi- 
cio, subito  occuparono  Bologna,  Fer- 
rara e  Faenza.  Ad  arrestare  la  mar- 
cia di  tal  esercito,  Pio  VI,  nel 
1796,  conchiuse  un  armistizio,  fra 
le  durissime  condizioni  del  quale 
vi  fu  quella  del  pagamento  di  tre- 


CAS  1B9 

dici    milioni    di    franchi ,   onde    col 
consenso  del  sagro    Collegio   ricorse 
ai  tesori  depositati  pei    bisogni    più 
urgenti  da  Sisto  V  in  Castel  s.  Ange- 
lo, stato  opportunemente  fortificato 
e  provveduto  di  munizioni  e  vetto- 
vaglie a  tenore  del  pericolo,  in  cui 
trovavasi  Roma,  già  piena  di  emis- 
sari francesi.    Ad    onta    de'  suddetti 
sagrifìzi  gl'invasori,  nel    1797,  mi- 
nacciavano di  estendere  le    conqui- 
ste; e  fu  allora    che  Pio  VI   inviò 
a  Terracina  tutto  ciò,  che  di  prezio- 
so conservavasi  in  Castel  s.  Angelo, 
e  munì  di  alquanta    truppa  i  con- 
fini della  limitrofa  legazione  di  Ro- 
magna, sebbene  invano.  Dappoiché 
superata  dai  frai^cesi  la  fortezza  di 
Mantova,  una  divisione  dell'armata 
si  rivolse  verso  lo  sthto  ecclesiastico, 
e  battuta  la  poca  truppa ,    che    le 
si  oppose,    giunse    sino   a  Fuligno, 
onde  fu  costretto  il  Papa  a  chiede- 
re la  pace,  e  spedire  a  Tolentino   i 
plenipotenziari.  Indi  Pio  VI,  per  la 
umiliante  pace  che,  ai  2  3  febbraio, 
venne  obbligato  a  stipulare  in  To- 
lentino, credendo    per    essa   cessato 
il  pericolo  della  occupazione  di  Ro- 
ma,   fece   retrocedere    quanto    avea 
mandato  a  Terracina,  facendolo  ri- 
porre insieme  ad  altri  effetti  di  va- 
lore nel  medesimo    castello.  Intanto 
non  si  mancò    di    tramar    congiure 
dai  repubblicani  francesi,  e  dai  lo- 
ro fautori  per  far   iscoppiare  la  ri- 
voluzione nella   capitale  del  cristia- 
nesimo. A  tal    effetto    nella    vigilia 
dei  ss.  Pietro  e  Paolo,  ai  28  giugno, 
fu    dato    fuoco    ad   un    sotterraneo 
magazzino  di  polvere    in   Castel   s. 
Angelo,  e  saltò  in  aria  un    bastio- 
ne con  grave    spavento    di    tutti    i 
romani,  e  colla  morte  di  venti  per- 
sone, di  sedici  pericolosamente  feri- 
te,   oltre    agl'immensi    danni   delle 
case  px'ossime  al    forte,    per  cui  in 


■1 90  C  A  S 

esso  in  quella  sera,  e  nella  seguen- 
te non  potè  aver  luogo  la  consueta 
girandola. 

Finalmente  nulla  potè  arrestare 
i  francesi,  i  quali  colla  legge  del 
più  forte,  ai  io  febbraio  1798,  en- 
trarono in  Roma  per  la  porta  An- 
gelica, e  subito  s'impossessarono  di 
Castel  s.  Angelo ,  che  per  precau- 
zione erasi  fatto  munire  di  vettova- 
glie. Non  avendo  voluto  il  Papa  op- 
porre resistenza,  passò  la  guarni- 
gione Pontifìcia  nel  convento  di  san- 
t'  Agostino.  Ai  cinquecento  france- 
si entrati  nel  forte,  si  unirono  al- 
tri mille  e  cinquecento  comandati 
dal  general  Cervoni  ^  e  in  pochi 
giorni  arrivarono  a  nove  mila,  seb- 
bene i  commissari  ed  i  fornitori 
francesi  li  avessero  denunziati  per 
sedici  mila,  ricevendo  per  altrettan- 
ti, senza  scrupolo,  le  corrispondenti 
razioni  ed  i  foraggi  dal  governo 
pontificio.  Tutto  terminò  colla  de- 
tronizzazione ,  e  col  trasporto  in 
Francia,  di  Pio  VI,  il  che  avven- 
ne ai  20  febbraio. 

Dopo  che  il  venerando  Pontefice 
mori  gloriosamente  a  Valenza  li  29 
agosto  1799,  Roma,  ai  28  del  se- 
guente settembre,  fu  occupata  dal- 
l' esercito  napoletano,  che  dopo  a- 
Ter  assediato  il  Castel  s.  Angelo, 
ne  fece  uscire  i  francesi.  Intanto  in 
Venezia  essendosi  uniti  i  Cardinali 
in  conclave,  ai  i3  marzo  1800,  e- 
lessero  Pio  VII.  Sembrando  se  non 
pacificata,  almeno  più  sicura  l'Ita- 
lia pei  rovesci  sofferti  dai  francesi, 
il  nuovo  Pontefice  inviò  a  Roma 
colla  qualifica  di  legati  a  laterc  i 
Cardinali  Albani,  Roverella,  e  della 
Somaglia,  che  furono  posti  in  do- 
minio della  città  dal  general  Nasel- 
li, a  nome  del  re  Ferdinando  IV, 
ed  ai  3  luglio,  giorno  dell'  ingresso 
di  Pio  VII  nella  capitale,  si  videro 


CAS 
per  la  prima  volta  sul  Castel  s.  Ange- 
lo sventolare  gli  stendardi  col  suo 
slemma  gentilizio,  o  nuovamente  con 
quello  della  Chiesa.  Passati  pochi 
anni,  anche  Napoleone  Ronaparte 
che,  assunto  all'  impero,  regolava 
colla  sua  possanza  i  destini  della 
Europa,  volle  impadronirsi  dei  do- 
minii  pontificii,  per  cui  mentre  ai 
2  febbraio  1808,  Pio  VII  assisteva 
alla  funzione  della  cappella  del  qui- 
rinale, la  truppa  francese  invase  o- 
stilmente  Roma,  s'  impossessò  del 
forte  s.  Angelo,  e  ponendo  innanzi 
al  portone  di  detto  palazzo  otto  pez- 
zi di  cannoni,  ai  6  luglio  fece  tra- 
durre il  Papa  prigioniero;  finché 
dopo  cinque  anni  di  gloriosa  depor- 
tazione fra  r  universale  tripudio 
ritornò  alla  sua  sede,  li  24  maggio 
i8t4. 

Prima  di  quest'  epoca  i  napole- 
tani guidati  da  Gioacchino  Murai 
aveano  presa  Roma,  stringendo  d* 
assedio  il  Castel  sant'Angelo,  ma 
per  capitolazione  de' francesi  si  evi- 
tò la  rovina  di  Roma,  dappoiché  le 
sue  artigHerie  riuscirebbono  funeste, 
e  di  estrema  rovina  a  gran  parte  del- 
la città,  mentre  per  la  moderna 
tattica  militare,  trovandosi  isolato  il 
castello  in  sul  piano,  e  domina- 
to dalle  circostanti  eminenze^  prin- 
cipalmente da  quella  di  monte  Ma- 
rio, non  sarebbe  atto  a  sostenere 
un  violento  attacco.  Il  governo  prov- 
visorio, stabihto  da  Murai  alla  es- 
pulsione de'  francesi,  cessò  subito 
a[)pena  giunse  in  Roma  monsignor 
Agostino  Rivarola,  ora  amplissimo 
Cardinale,  che  ai  io  maggio  18  r4, 
fece  inalberare  sul  Castel  s.  Angelo 
il  pontifìcio  stendardo,  in  uno  a 
quello  della  Chiesa  Romana. 

Sulle  escavazioni  poi ,  e  scoperte 
fatte  da  ultimo  nel  pontificato  di 
Leone  XII,  e  verificate  dal  superior 


CAS 
governo ,  che  le  aveva  autorizzale 
per  mezzo  dell'accademia  di  s.  Luca 
e  commissione  di  antichità,  quindi 
celebrate  dall'avv.  Fea,  dal  cav.  Po- 
Ictti,non  che  dal  Nibby,  Roma  antica, 
t.  II,  pag.  5 1 7, 5 1 8,  sì  sul  sepolcro  di 
Adriano  e  sì  sulle  sue  vicende,  affi- 
ne di  conoscere  la  controversa  sua 
costruzione  interna,  ebbe  il  vanto  e 
il  merito  di  questa  interessante  sco- 
perta il  cav.  Luigi  Bavari,  maggio- 
re ed  aiutante  allora  del  medesimo 
castello.  Mentre  egli  si  occupava  a 
conoscere  la  verità  di  sì  magnifica 
costruzione,  calò  un  dì  entro  un  foro, 
detto  il  trabocchetto,  eguale  alle  vie 
interne  delle  piramidi  di  Egitto,  che 
forse  Adriano  inteHigente  di  archi- 
tettura voleva  imitare ,  ed  osservò 
una  volta  superba  di  travertini,  e  di 
pareti  simili  con  molti  rivestimenti 
di  giallo  antico.  Era  questo  un  gran- 
de ingresso  all'interno  del  mausoleo, 
con  una  maestosa  porta ,  che  cor- 
risponde precisamente  dirimpetto  al 
ponte  Elio.  Incontro  ad  essa  tro- 
vò una  magnifica  nicchia  anche  di 
travertino  ,  ove  era  forse  collocata 
la  statua  colossale  dell'  imperatore, 
e  tuttociò  vide  ingombro  di  macerie 
fino  a  circa  venti  palmi  di  altezza. 
Facendo  immediatamente  spurgare, 
al  lato  destro  rinvenne  un  arco  an- 
tico ermeticamente  murato,  che  gli 
diede  indizio  di  continuazione  di 
vuoto.  Il  fece  aprire  ed  osservò  trac- 
eie  di  volta  laterizia  e  di  pareti  si- 
mili ;  ma  neppur  sei  passi  potè  inol- 
trarsi ,  essendo  egualmente  ripieno 
di  macerie  d'ogni  specie  dal  piano 
alla  sommità.  Fece  pur  tutto  al  mo- 
mento sgombrare,  ed  a  misura,  che  se 
ne  toglieva  l'ingombro,  si  percorreva 
una  via  spirale  eziandio  d'opera  la- 
terizia ,  di  cui  niente  più  bello  e 
più  conservato  si  poteva  desiderare. 
Di   tratto  in  tratto  lastre  di  mobaico 


CAS  iqi 

indicavano,  che  il  piano  n'era  tutto 
ricoperto.  Nei  quattro  lati  dell'am- 
bulacro rinvenne  quattro  trombi  ni 
di  travertino ,  che  ai  quattro  lati 
ognuno  in  forma  piramidale  pren- 
devano aria  dalla  sommità  dei  mo- 
numento, e  tramandavano  una  luce 
misteriosa  all'interno  della  via  spi- 
rale ,  appunto  ad  imitazione  delle 
piramidi  egiziane  di  cui  parlammo. 
Questa  via  sembra  averci  additato 
Teodorico  di  Niemo  col  nome  di 
parecchi  cunicoli  pliires  meatis.  Per- 
corso r  interno  del  monumento  col- 
la detta  spirale,  venne  a  conoscere 
che  questa  dava  nel  centro  dello 
scalone  moderno  alla  direzione  di 
due  orride,  ed  abbandonate  prigioni 
fino  da  qualche  secolo,  chiamate  le 
due  gemelle.  La  fece  egli  subito  de- 
molire, e  ne  ottenne  la  bella  came- 
ra sepolcrale  o  sacrario  costrutta  di 
bellissimi  travertini  e  peperini ,  e 
con  due  luminari  egualmente  anti- 
chi. La  camera  era  tutta  rivestita 
di  paonazzetto  con  tre  bellissime 
nicchie  per  collocarvi  urne,  e  vuoisi 
che  in  detta  camera  fosse  rinvenu- 
ta quella  di  porfido,  la  quale  si  tro- 
va nella  basilica  lateranense,  e  ser- 
ve ora  di  monumento  sepolcrale  a 
Clemente  XII.  In  tal  caso  si  potreb- 
be credere  con  molto  fondamento, 
che  fosse  quella  medesima,  la  quale 
racchiudeva  le  ceneri  dell'augusto 
Adriano  che  alcuni  opinarono,  come 
si  disse  più  sopra,  essere  state  depo- 
ste nella  pigna  di  bronzo  :  tuttavolta 
non  si  deve  lacere  che  tale  urna 
vuoisi  piuttosto  presa  dal  portico 
del  Pantheon .  Finalmente  conti- 
nuando la  spira ,  rinvenne  il  me- 
desimo cavalier  Bavari  altra  ca- 
mera antica  dell'  identica  periferia 
delle  camere  soggette.  Sopra  di  que- 
ste discoprì  altre  due  camere  ancora 
di   minor  periferia  a  volta  perfetta- 


1^1  CAS 

niente  rotonda,  le  quali  terminava- 
no il  monumento,  e  cos\  egli  si  tro- 
vò di  aver  tutto  chiaramente  spie- 
galo. 

Di  questo  celebre  castello  abbia- 
mo notizie  da  tutti  gli  altri  autori, 
che  desciissero  la  città  di  Roma, pcr- 
rocchè  tutti  illustrarono  questo  sto- 
rico e  rinomato  edifizio.  f^.  Job. 
Gottlich  Rose,  Dissertatio  acade- 
mica  de  Mole  Hadriatia  hodie  Ca- 
stelluni  s.  ^4 rigeli  j  Lipsine  lysS;  e 
l'abbate  Francesco  Valesio ,  Disser- 
tazione del  Castello  s.  Angelo,  che 
il  Venuti  nel  suo  libro  delle  meda- 
glie pontificie,  p.  44)  dice  si  conser- 
vasse manoscritto  presso  il  Pontefi- 
ce Benedetto  XIV. 

Altre  notizie  sul  Castel  s.  Angelo 
di  Roma  ,  suo  presidio  a  guar- 
nigione, nonché  della  rinomata  gi- 
randola, con  altre  particolarità ^ 
die  riguardano  il  Castello. 

Ridotto  il  mausoleo  di  Adriano,  co- 
me già  si  è  detto,  dai  sovrani  Pon- 
tefici a  fortezza  in  propria  difesa,  e 
per  contenere  la  città  di  Roma ,  e 
per  loro  asilo  in  caso  di  bisogno, 
secondo  i  principi!  dell'architettura 
militare  lo  munirono  di  cannoni ,  e 
principalmente  sonoi  quattro  baloar- 
di  angolari,  che  si  chiamano  col  nome 
degli  evangehsti.  Conquesti  si  possono 
impedire  gli  assalti  dalle  parti  della 
campagna,  e  della  città.  Al  basso  e 
sotto  i  detti  baloardi  trovasi  una 
■vasta  piazza  di  armi,  che  talora  serve 
alle  evoluzioni  militari ,  con  diverse 
caserme,  e  due  bagni  pei  servi  di  pena. 
Quivi  sono  magazzini,  che  un  tem- 
po custodivano  la  polvere,  ma  dopo 
1'  esplosione  suaccennata,  se  ne  con- 
serva poca  quantità,  molto  piti  dac- 
ché nel    1829  per  un  infausto  acci- 


CAS 

dente ,  saltò  in  aria  il  laboratorio 
pirotecnico  delle  girandole,  colla  mor- 
te di  diverse  persone.  Il  recinto  del 
castello  viene  costituito  dai  grandi 
bastioni,  e  dalle  mura,che  sono  ben  di- 
fesi, essendo  coperte  della  convenien- 
te artiglieria,  i  cui  fuochi  incrocian- 
dosi, possono  impedire  le  scalate  , 
che  si  volessero  tentare.  Di  fronte 
alla  città  e  al  ponte  s.  Angelo  evvi 
una  solida  cortina  con  due  cannoni 
obizi,  per  guardare  la  testa  del  pon- 
te s.  Angelo;  mentre  è  protetto  l' in- 
gresso da  cancelli  di  ferro,  e  da  una 
doppia  catena,  cioè  dal  lato  che  guar- 
da la  via  di  borgo,  che  viene  abbassa- 
ta nel  passaggio  del  sovrano  Pontefi- 
ce, dal  comandante  del  castello  il 
quale  suol  ivi  trovarsi,  massime  nelle 
pubbliche  sortite.  I  ponti  levatoi 
della  porta  principale,  e  del  maschio 
rendono  il  forte  più  sicuro.  Que- 
sti ponti  dividono  le  opere  esterne, 
cosicché  se  il  nemico  giungesse  ad 
impossessarsi  della  cortina,  trovereb- 
be una  divisione  tra  questa,  i  ba- 
loardi, la  piazza  d'armi  e  il  maschio, 
il  quale  è  separato  da  tutte  le  opere 
esterne  per  mezzo  d'uno  di  essi.  Il 
ponte  detto  del  Soccorso,  serve  al  bi- 
sogno per  ricevere  i  rinforzi  ed  aiuti 
dai  difensori  del  castello,  e  necessari 
alla  piazza  d' arme,  che  ha  le  sue 
sortite  verso  la  campagna.  Evvi  una 
porta  segreta,  che  conduce  alla  gran 
fossa,  nella  quale  in  caso  di  bisogno 
si  può  intromettere  l'acqua  del  Te- 
vere ,  e  cingere  con  essa  le  mura 
del  forte.  Dopo  di  essa  vengono  le 
opere  esteriori  di  Urbano  Vili , 
Barberini  j  gli  spalti  e  le  contro- 
scarpe. 

Nel  pontificato  di  Pio  IV,  Medi- 
ci, summentovato,  sull'antico  corni- 
cione del  mausoleo,  venne  edificato 
un  giretto  coperto,  o  braccio  di  ca- 
mere ,  metà  del  quale    è    destinato 


CAS 
alla  custodia  delle  persone  detenute 
con  maggior  riguardo    in    dieci  ca- 
mere :  otto  ne  ha  il  cortile  deirolio 
in    cui  vi  sono  vasi   per   riporvelo; 
ed  all'  intorno  di  quel  cortile  vi  sono 
alcune  prigioni.  Dalla  sala  di  (jiulio 
Romano,  così  detta  dalle  pitture  colle 
quali  da  quel  pittore  si  è  adornata, 
sì  passa  alle  segrete   superiori   sotto 
1'  Angelo,  e  ad  altre  prigioni.  L'al- 
tra   metà     del    menzionato     giretto 
viene  abitata  dagli  inservienti.    Pri- 
ma  era  vi  l'abitazione  nel   forte  per 
cento    famiglie,    e    gran    magazzini 
per  qualunque  provvigione.    Sonovi 
ini  arsenale  per  la  costruzione  degli 
affusti  di  cannone,  una  sala  per  cu- 
stodire   le    armi    da    fuoco ,     delle 
quali  ve  ne   sono   per    armare   due 
mila   uomini.    Anticamente    im    lo- 
cale conteneva   sei    mila    armamen- 
ti,    fra'  quali    si    vedeva    quello    del 
contestabile  di  Borbone.  Il  loggiato, 
che  guarda  il  ponte ,   dà  l' ingresso 
alla  casa  del    castellano,    ove  si  os- 
serva un    gran    salone    fregiato    dei 
superbi    dipinti    di    Pierino    Bonac- 
corsi ,    detto    del    Vaga ,  scolare    di 
Raflaele  di   Urbino.  Molti  Papi  l'a- 
doinarono    con    bellissime    pitture, 
stucchi  e  dorature,    massime    Paolo 
IV,  per  cui  SI  vasta  e  magnifica  sa- 
la   viene    chiamata    Paolina.    Nella 
loggia  della  parte  opposta   si    vedo- 
no alcuni  stucchi  eseguiti    sui   dise- 
gni di  Raffaele  da  Montelupo,  e  sti- 
mabili freschi  (guasti  però  dalle  in- 
temperie )    di    Girolamo    Sicciolante 
da  vSermoneta.  Sotto  al  loggiato,  dal- 
la parte  del  ponte,  vi  è  una  grazio- 
sa cappella    dedicata    a    s.    Michele 
Arcangelo,  ove  si  tiene   in  venera- 
zione la  sedia  di     s.  Pio    V,    e    si 
conserva  il  ss.  Sagramento.  Un  cap- 
pellano   nominato    dal    comandante 
vi  celebra  la  messa,  che  può  essere 
ascoltata  da   chiunque    in   soddisfa- 
vor.   X. 


CAS  193 

zione  del  precetto  ecclesiastico.  Dal- 
la lapide  ivi  esistente  si  rileva,  che 
il  vice  castellano  Giuseppe  Ginetti , 
patrizio  di  Velletri,  v'  istituì  una 
cappellania  nel  1 640  ;  ma  diminuito 
il  fondo,  vi  provvide  il  regnante 
Pontefice  ad  istanza  dell'  odierno 
comandante ,  acciò  ogni  giorno  vi  si 
celebrasse  la  messa.  Vi  sono  inoltre 
nel  forte  altre  due  cappelle ,  nelle 
quali  nei  dì  festivi  si  celebra  il  santo 
sagri fizio  per  la  guarnigione,  e  per 
le  famiglie  che  vi  abitano.  Tali  cap- 
pelle sono  ufficiate  dai  cappellani 
militari  :  una  è  dedicata  al  ss.  Sal- 
vatore per  comodo  della  guardia 
dei  cancelli ,  e  l' altra  nella  piazza 
d'  armi,  sotto  l' invocazione  di  Maria 
santissima  del  Rosario,  per  comodo 
delle  famiglie  dei  militari,  che  ivi 
abitano.  In  questa  ultima  il  mede- 
simo Papa  regnante  Gregorio  XVI, 
nel  i838,  approvò  la  CongregaziO' 
ne  Castrense  o  primaria  militare, 
sotto  la  protezione  della  stessa  b. 
Vergine  del  Rosario,  e  di  s.  Ignazio, 
protettore  de'  militari ,  istituita  a 
vantaggio  spirituale  de' soldati,  e  del- 
le loro  famiglie,  per  opera  degli  a- 
lunni  missionari  del  collegio  Urba- 
no di  Propaganda ,  sotto  la  dire- 
zione del  loro  p.  rettore  religioso 
della  compagnia  di  Gesù ,  con  in- 
dulgenza concessa  dal  lodato  Pon- 
tefice per  quelli  che  interverranno 
agli  esercizi  religiosi  e  cristiana  istru- 
zione ,  oltre  un'  annuale  dotazione. 
Evvi  eziandio  in  questo  forte  un 
altra  cappella  nel  bagno  de'  forzati, 
sotto  la  direzione  dei  pp.  gesuiti,  i 
quali  vi  adunano  i  servi  di  pena  , 
e  fanno  ai  medesimi  eseguire  vari 
esercizi  di  pietà.  Secondo  alcuni , 
fuvvi  già  nella  sommità  del  castello 
edificata  una  piccola  cappella,  che 
si  disse  di  s.  Michele  inter  nubes^ 
giacché  questo  luogo  fu  pur  detto 
i3 


i9i  CAS 

Torre  fra  i  cieli,  monte  di  s.  /angelo. 
E  COSI  tuttora  si  citiama  la  porla 
superiore  del  castello,  e  la  cappella 
appellasi  chiesa  di  s.  Angelo  fino 
at  cielo  per  la  grande  allezzii  di  sì 
maestoso  edifizio.  Il  p.  Casimiro  da 
Roma  nelle  sue  Memorie,  ec,  dice 
essere  tal  bellissima  cappella  stata 
eretta  da  Papa  Nicolò  ili,  Orsini, 
del  1277,  concedendovi  un'indul- 
genza particolai-e ,  in  memoria  del- 
l'Angelo comparso  in  tal  sommità  a 
s.  Gregorio  I.  V  ha  pur  in  essa  di- 
pinto il  miracoloso  avvenimento. 
Altri  però  col  Panciroli  sono  di  pa- 
rere, che  la  chiesa  con  tal  deno- 
minazione sia  slata  fabbricata  vi- 
cino al  castello  ,  e  che  nel  seco- 
lo XVI  sia  stata  trasferita  in  quel- 
la di  sant'Angelo  in  Borgo,  forse 
nel  pontificato  di  Alessandro  VI,  o 
più  probabilmente  sotto  Pio  IV,  al- 
lorché per  r  ingrandimento  delle 
mura  del  forte ,  il  suo  ingresso  riu- 
sciva alquanto  incomodo.  E  il  detto 
Pio  IV  per  tale  ampliazione  fece 
demolire  l'antica  chiesa  della  Tras- 
pontina (  che  stava  ove  ora  si  vede 
la  grande  fossa  ) ,  ed  erigere  fece 
la  nuova  ,  che  fu  proseguita  e  quasi 
compita  dal  successore  s.  Pio  V. 

Fino  al  secolo  decorso,  la  cappel- 
la di  Castel  s.  Angelo  aveva  una 
riunione  di  musici  o  cantanti ,  e  il 
loro  capo  denominavasi  Soprastante 
alla  musica  di  Castello.  Di  fatti  il 
Cancellieri  ne*  Possessi  de"  Papi,  nel 
descrivere  le  feste,  che  in  tali  occa^ 
sioni  faceva  il  forte,  gli  addobbi,  con 
cui  si  ornava,  le  salve  di  artiglierie 
che  si  tiravano ,  gli  stendardi  ivi 
inalberati,  ed  altri  segni  di  leti- 
iia ,  particolarmente  nel  passaggio 
che  facevano  per  la  cortina,  e  pel 
ponte,  i  sovrani  Pontefici,  per  con- 
quisi dal  Vaticano  alla  basilica  la- 
teranense  a  prendervi    possesso,  ri- 


CAS 

porla  che  sulla  cortina ,  e  ai  para- 
petti delle  mura  il  coro  de*  musici 
cantava ,  e  i  suonatori  cogli  stru- 
menti eseguivano  bellissimi  concerti, 
schierandosi  nello  stesso  luogo  il  pre- 
sidio del  forte,  cogli  uffiziaii,  e  col 
vice  castellano  alla  testa. 

La  celebre  Cristina  regina  di  Sve- 
zia, che  venne  in  Roma  sotto  Ales- 
sandro VII ,  e  vi  morì  nel  1 689 
nel  Pontificato  d'Innocenzo  XI,  or- 
dinò che  nella  gran  ringhiera  o  log- 
gia di  questa  fortezza  all'  aurora  di 
alcune  designate  giornate  si  faces- 
sero delle  sinfonie  militari  con  al- 
cune trombe,  e  con  vari  altri  anti- 
chi strumenti  da  fiato ,  avendo  la- 
sciati i  fondi  necessarii  per  questa 
memoria  del  suo  buon  gusto.  Es- 
sa avea  un  animo  virile  e  pieno 
di  coraggio ,  ed  un  giorno  che  si 
portò  in  castello ,  per  suo  diverti- 
mento tirò  tre  colpi  di  palla  di  can- 
none ,  e  ciò  fece  col  celebre  cannone 
di  forma  ottangolare,  di  libbre  sSgS 
detto  la  spinosa  ,  per  avere  scolpita 
la  testa  di  tal  animale.  Era  stato 
preso  all'esercito  di  Borbone  a  Mon- 
te Mario,  per  abbattere  il  castello. 
La  regina  diresse  i  colpi  alla  porta 
foderata  di  ferro  di  villa  Medici  sul 
Pincio,  e  ne  lasciò  l'impronta. 

Il  presidio,  o  guarnigione  di  Ca- 
stel s.  Angelo,  fino  agli  ultimi  anni 
del  secolo  decorso,  era  composto , 
come  dice  il  Lunadoro  t.  II,  p.  272, 
del  castellano  o  vice-castellano  qual 
primo  ufficiale  comandante,  che  avea 
i  suoi  cancellieri,  provveditori,  fo- 
rieri e  custodi  delle  armi,  varie 
centinaia  di  soldati  stipendiati,  mi- 
lizie urbane  privilegiate  coi  loro  ca- 
pitani, tenenti  ed  alfieri  in  difesa 
del  forte,  essendone  prefetto  un  pre- 
lato chierico  di  camera.  Di  fatti  ne- 
gli antichi  ruoli  del  palazzo  aposto- 
lico, quali  famigliari  palatini,  parte- 


CAS 

cipanti  la  porzione  di  pane,  vitio  ec, 
sono  notati  il  castellano ,  il  vice-ca- 
stellano, il  soprastante  alla  musica , 
il  capitano ,  l' archivista  ec.  Sotto 
Pio  IV  si  legge  la  particola  Capi- 
tani e  soldati  di  Castel  s.  Angelo 
a  spese  di  Nostro  Signore,  numero 
ventuno  a  tutto  vitto.  Dai  medesimi 
registri,  e  dalle  note  della  dispensa 
delia  cera  per  la  festa  della  Purifì- 
B  cazione,  si  legge  che  la  fruivano,  ol- 
tre il  castellano  e  vice  castellano,  il 
capitano,  il  provveditore,  il  custode 
dell'armeria,  gli  armaroli,  soldati  e 
officiali  del  maschio,  soldati  e  offi- 
ciali da  basso,  bombardieri,  ec.  In- 
torno a  questi  ultimi  è  anzi  da  sa- 
persi, che  al  servigio  delle  artiglie- 
rie della  fortezza  era  addetta  una 
compagnia  di  persone  istruite  nelle 
manovre  del  cannone. 

Della  scuola ,  o  confraternita  dei 
bombardieri,  istituita  nel  i5g4}  da 
Clemente  Vili,  Aldobrandini,  sotto 
r  invocazione  di  s.  Barbara  de'  bom- 
bardieri ,  in  una  cappella  della  chie- 
sa di  s.  Maria  in  Traspontina ,  ne 
fa  memoria  il  Piazza,  Opere  pie  di 
Roma,  p.  639.  Essa  divenne  scuola 
pegli  studi  teoretici  di  artiglieria; 
e  nelle  stagioni  opportune  dava  sag- 
gio pratico  delle  cognizioni,  che  avea 
acquistato  facendo  le  sue  esperienze 
e  manovre  col  cannone  in  un  prato 
fuori  di  porta  Angelica ,  chiama- 
ta la  Farnesina.  Questa  scuola  fu 
sempre  assai  protetta  ,  migliorata 
e  privilegiata  dai  Pontefici ,  preci- 
puamente da  Alessandro  VII ,  Cle- 
mente X,  Innocenzo  XII,  Benedetto 
XIII,  Clemente  XII,  Clemente  XIII, 
non  che  dall'attuale  regnante  Gre- 
gorio XVI.  Disciolta  la  compagnia 
nelle  vicende,  che  si  successero,  dal 
1 798,  ne  assunse  le  funzioni  il  cor- 
po dell'artiglieria  di  linea,  il  quale 
ha  la  sua  scuola  teoretica,  gli  allievi 


CAS  ^95 

della  quale  danno  annualmente  sag- 
gio de*  loro  progressi  nello  studio , 
ed  ottengono  i  competenti  premi , 
come  già  si  è  seguito  ne' due  ultimi 
anni.  Chi  bramasse  una  più  estesa 
notizia  dei  privilegi  accordati  all'an- 
zidetta compagnia ,  può  consultare 
le  costituzioni  di  Clemente  XIT,  Con- 
firmatio  privilegiorum  a  Roni.  Pont, 
concessorum  Bambarderiìs  in  Àr- 
ee s.  Angeli^  t.  XIII  Bull.  Rom.  299, 
e  di  Clemente  XIII ,  Confinnatio 
privilegiorum  alias  concessorum  hal- 
listeriis  Castri  s.  Angeli,  die  26 
maii    1762. 

Non  si  dee  passare  sotto  silenzio, 
quanto  fino  agli  ultimi  del  secolo  de- 
corso, e  prima  della  soppressione  della 
compagnia  dei  bombardieri,  è  stato 
praticato  col  sommo  Pontefice  nel 
di  festivo  della  dedicazione  di  san 
Michele  Arcangelo.  Nelle  ore  pome- 
ridiane soleva  uscire  dal  forte  tutto 
il  presidio  militarmente  coi  suoi  uf- 
fiziali,  con  cannoni  ,  mortari ,  ed 
equipaggio,  e  recandosi  marciando 
in  colonna  alla  chiesa  di  s.  Maria 
in  Traspontina  sua  parrocchia,  dal 
p.  sagrestano  maggiore  sulla  porta 
di  essa,  vestito  di  cotta  e  stola,  ve- 
niva benedetto  con  acqua  santa.  Il 
vice -castellano  entrava  nella  mede- 
sima, e  vi  faceva  breve  orazione,  e 
poi  si  rimetteva  alla  testa  della  co- 
lonna. Quindi,  dietro  preventive  pre- 
ghiere del  medesimo  vice-castella- 
no, passava  il  presidio  nel  cortile 
del  palazzo  abitato  dal  Pontefice,  e 
dopo  essersi  schierato  per  suo  co- 
mando in  ordinanza,  riceveva  dal 
Papa  r  apostolica  benedizione.  Que- 
sta ricevuta,  usciva  la  colonna  dal 
palazzo,  e  nella  piazza  sparava  i 
cannoni,  i  mortari ,  e  la  moschet- 
teria  o  fucili,  facendo  altrettanto  in 
passare  innanzi  ai  palazzi  di  mon- 
signor tesoriere,  e  di  monsignor  so- 


1 96  CAS 

praintendente  della  fortezza  e  del 
mare.  Quando  Benedetto  XIII  abi- 
tava al  Vaticano,  nel  sito  detto  Tor 
dt'ventiy  benedi  il  presidio  da  una 
finestra.  Nel  1758,  stante  l'intem- 
perie de*  tempi,  il  presidio  si  recò 
a  prendere  la  benedizione  da  Cle- 
mente XIII  nel  giorno  della  festa 
di  s.  Barbara,  ai  4  dicembre,  anzi 
perchè  essa  è  protettrice  de' bom- 
bardieri, per  l'avvenire  fu  stabilita 
in  tal  giorno  una  simile  costuman- 
za. Tultavolta,  nel  1760,  partendo 
Clemente  XIII  ai  27  settembre  per 
Castel  Gandolfo,  il  presidio  di  Ca- 
stello si  portò  due  giorni  avanti  nel 
cortile  del  Quirinale,  e  nel  1765  vi 
si  recò  invece  agli  8  maggio,  gior- 
no sagro  all'apparizione  dello  stesso 
s.  Arcangelo,  speciale  protettore  di 
santa  Chiesa  e  del  castello. 

Più  volte  nei  passati  tempi  il  Ca- 
stel s.  Angelo  è  stato  soggetto  a 
gravissime  inondazioni ,  né  si  può 
dire,  che  ne  vada  esente  ne'  tempi 
correnti.  Si  notò  già  ,  che  le  fosse, 
le  quali  lo  circondano,  possono  al- 
l'occasione empiersi  coli'  acqua  del 
Tevere  per  mezzo  delle  saracinesche 
costruite  ai  due  lati  del  medesimo 
castello.  Si  è  ancora  narrato,  come 
nell'anno  1628,  il  Papa  Urbano 
Vili  procurasse  di  riparare  l'ecces- 
siva escrescenza  del  fiume,  affinchè 
non  penetrassero  le  acque  nel  recin- 
to della  fortezza.  Ciò  non  ostante 
si  hanno  le  memorie  della  somma 
altezza,  a  cui  in  alcuni  tempi  giun- 
sero le  acque.  Si  rilevano  siffatte 
memorie  dalle  lapidi,  che  ancora  si 
leggono  infisse  sul  baloardo  s.  Mat- 
teo. Nel  1495,  nel  1498,  nel  1647, 
nel  1660  le  inondazioni  furono  tan- 
to forti ,  che  sommersero  tutta  la 
parte  bassa  delia  fortezza,  e  giunse- 
ro alla  prodigiosa  altezza,  che  vedesi 
segnata  in  cadauna  lapide.  Dopo  le 


CAS 

indicate  epoche  non  si  ha  memoria 
di  escrescenze  del  fiume  così  gravi, 
sia  perchè  sono  stati  praticati  dei 
lavori  per  contenere  le  acque,  e  aprir 
loro  un  passaggio  più  ampio,  affinchè 
possano  imboccare  nel  mare,  ovvero 
perchè  lo  scioglimento  delle  nevi  del- 
le vicine  montagne  non  è  stato  im- 
provviso come  talora  accadde,  ma 
più  lento,  e  non  accompagnato  dalle 
pioggie  dirotte.  Nel  1 8o5  però  fuvvi 
una  straordinaria  inondazione  nei 
primi  giorni  di  febbiaio,  ma  non  si 
potè  paragonare  a  quella  degli  anni 
sopra  notati.  In  qualsiasi  escrescenza 
per  altro,  benché  poco  rimarcabile,  i 
sotterranei  della  fortezza  vengono 
inondati  egualmente  che  i  sotterra- 
nei delle  case  della  città,  e  talvolta, 
benché  di  rado,  lo  sono  anche  la  piazza 
di  armi  e  i  pianterreni  dei  fabbii- 
cati,  che  la  circondano.  Parlando  il 
Pascoli  nel  suo  Tevere ,  pag.  17, 
delle  cause  che  producono  le  inon- 
dazioni, dice,  che  gli  archi  del  pon- 
te s.  Angelo  di  sette  che  erano  quan- 
do fu  fatto  fabbricare  da  Adriano, 
sono  ridotti  a  tre  e  mezzo,  restan- 
done parte  sotto  il  bastione  di  Ca- 
stello, e  parte  nell'opposta  sponda. 
Altri  peraltro  dicono  che  fossero 
cinque  ;  ora  però  sono  tre  grandi, 
e  due  piccoli. 

È  assai  famosa  la  girandola,  che 
si  fa  in  questo  forte  per  la  coro- 
nazione de'  Pontefici ,  per  gli  anni- 
versari della  coronazione  medesima; 
per  la  vigilia  e  festa  dei  principi 
degli  Apostoli,  e  per  altre  circostan- 
ze ,  come  di  venute  de'  sovrani  in 
Roma  ec.  Perciò  non  possiamo  dis- 
pensarci di  qui  far  menzione  di  tal 
fuoco  artificiale,  che  lascia  sorpreso 
qualunque  forestiere ,  e  di  cui  lo 
stesso  de  la  Lande,  Foyage  en 
Italie,  pag.  544  ?  confessa  di  non 
aver  veduta  cosa    più    bella    in  tal 


CAS 
genere,  massime  parlando  della  pri- 
ma ed  ultima  scappata,  composta, 
com'egli  dice,  di  ^5oo  razzi,  che 
partono  tutti  insieme  e  si  spandono 
circolarmente  in  forma  di  ventaglio. 
f^.  Anniversario  della  Creazione,  e 
Coronazione. 

La  girandola    adunque,    o    fuoco 
artificiale,  s'  incendia   su   questo  ca- 
stello negl'  indicati    tempi ,    laddove 
non  piaccia  ai  Papi,  o  1'  incostanza 
dell'atmosfera  non  obblighi  a  trasfe- 
rir quella  della  coronazione  ad  altra 
epoca,  e  ciò  si  pratica  alle  ore  due  di 
notte,  al  segnale  che  ne  fa  dare  il  Pon- 
tefice dalla  sua  residenza.  La  stessa 
posizione  isolata  dell'edifizio,  la  forma 
rotonda  ed  elevata  del  maschio  che 
domina  tutto  il  castello,    contribui- 
scono   non    poco    alla    bellezza    ed 
originalità  dello    spettacolo.    Questo 
consiste  in  un  fuoco  d'artificio  com- 
posto di  vari  pezzi,  e  di  una  brillante 
e  sempre  variala  illuminazione,  che 
vagamente  riflette  sul  sottoposto  Te- 
vere,  secondo  il  disegno,  che  ne  fa 
uno  de' pili  valenti  architetti  came- 
rali. Specialmente  le  due  menzionate 
scappate    o    eruzioni    di    razzi,    che 
hanno    luogo    nel    principio    e    nel 
fine,    e    che  per  la  loro  forma  die- 
dero   a   questo    spettacolo    il    nome 
di  girandola,  sono  composte  di  molte 
migliaia  di  razzi,  che  lanciandosi  in 
aria  con    degradazione    di    numero, 
ma  tutti  ad  un  tempo,  formano  la 
figura  d'un  gran  ventaglio  di  fuoco, 
che   può    dar    1'  idea    d' un    grande 
vulcano.  11  tutto  viene  accompagnato 
a  giusta   cadenza  dal  fragore    e  dai 
colpi  del  cannone,  i  quali  sono  ripe- 
tuti a   giusti    intervalli.   Nondimeno 
quello,  che  anche  concorre  a  rendere 
pili  imponente  questo  spettacolo,  egli 
è  che  può  godersi    in  diversi  punti 
elevati    della    città,    e    sebbene    dai 
romani  tante  volte  si  ammiri,  sem- 


CAS  197 

pre  e  con  piacere  è  riveduto.  Vuoi- 
si,  che    il   disegno    della    girandola 
fosse    immaginato    da    Michelangelo 
Bonarroti,   e    lo   abbia  perfezionato 
il  cavai.  Bernini,    secondo    il   senti- 
mento di  monsig.  Onorato  Gaetani, 
il  quale   nelle  sue  pregievoli   Osser- 
vazioni   sulla  Sicilia  pag.  23,  dice, 
che  inventò  questo  bel  fuoco  artifi- 
ziale    ad    imitazion    dei    vulcani,    e 
massime  di  quello  diStrongoli,  che 
vomita  fiamme    a  guisa  di  razzi.  11 
Vasari ,  nel  tom.  Vili  pag.  43,  de- 
scrive l'arte,  che  avea  Nicolò  detto 
il  Tribolo,  di  far  le  girandole.  Ber- 
nardo Buontalenti,   nato  nel   i536, 
ebbe   il   merito    dell'  invenzione  dei 
fuochi  lavorati,  che  recò  da  Spagna, 
per  cui    si  denominò    delle    Giran- 
dole.   Quindi    s'  introdusse  l'uso  di 
farla   anche  in  Castel  s.  Angelo,  ed 
era  già  cotanto   celebre  nel  pontifi- 
cato di  Giulio  III,  creato  nel  i55o, 
che   nell'appartamento   fatto  da  lui 
edificare   al  Vaticano,    presso  quello 
della  contessa  Matilde,  fra  le  pitture 
con  cui  r  adornarono  valenti  pennel- 
li, evvi  l'esplosione  della  girandola. 
Nicolò  Mahudel  è  autore  d'una  Dis- 
sertatioìi    dell'Origine  des  feux  de 
joje,  dans  le  tom.  II  de  V  Histor. 
de  VAccad.  des  Inscript.  pag.  428. 
Sui   fuochi    artifiziali  di  vari    colori 
fatti  coli'  aria   infiammabile  da  Dil- 
lier  professore  di  piroctenia  in  Aix, 
è  a  vedersi   V Antologia   tom.  XIV, 
pag.    3o4-    Racconta    il   Cancellieri, 
nel  suo  Mercato  pag.  21 3,  che  tra 
le   brillanti   feste   fatte    dai    Gesuiti 
nel   1639,    pel    primo   anno    cente- 
nario della  loro    istituzione,    nel  di 
dell'ottava  a  4  ottobre,  sulla  piazza 
della  chiesa  del  Gesìi    si   spararono 
molti  mortari,  e  in  cima  della   cu- 
pola di  tal  chiesa,  si  fece  la  giran- 
dola. 

La  più  antica  menzione  de'fuochi. 


198  €AS 

e  delle  illuminazioni  fatte  nella  città 
tli  Roma  sotto  i  sovrani  Pontefici, 
si  legge  nel  Diario  di  Antonio  di 
Pietro,  presso  il  Muratori  t.  XXV, 
pag.  IO  17,  ai  22  maggio  i4io,  per 
la  notizia  giuntavi  dell'  elezione  se- 
guita in  Bologna  di  Giovanni  XXIII; 
ma  in  qual  tempo  il  Castel  san- 
t'Angelo abbia  incominciato  a  cele- 
brare qualche  straordinaria  allegrez- 
za, si  ha  dalla  descrizione  del  Vol- 
terrano presso  il  citato  Muratori, 
tom.  XXIII,  pag.  i35,  cioè  per 
r  anniversario  della  creazione,  e  co- 
ronazione di  Sisto  IV,  dall'  anno 
14B1  in  poi. 

Il  Bonanni,  Nuniis.  Rom.  Pont. 
tom.  I,  dice,  che  fra  le  medaglie 
pontificie  due  se  ne  mostrano  coK 
l'epigrafe:  Hilaritas  Pontificia,  e 
con  una  botte  ardente  in  segno  di 
gioja.  La  prima  fu  coniata  nel  quinto 
anno  del  pontificato  di  Giulio  III, 
e  r  altra  sotto  Marcello  II,  che  nel 
1  ^55y  gli  successe,  quantunque  que- 
st'  ultimo  ordinasse  che  fosse  distri- 
buito ai  poveri  il  danaro,  il  quale  si 
spendeva  pel  fuoco  artifiziale,  e  per 
la  illuminazione  solita  farsi  in  Castel 
s.  Angelo  per  l'esaltazione  al  ponti- 
ficato, nondimeno  non  avrà  potu- 
to impedire  al  pubblico  le  consuete 
dimosti*azioni  di  gioja.  Aggiungiamo 
in  proposito  col  Novaes,  che  Mar- 
cello II,  agli  1 1  aprile,  si  fece  coro- 
nare senza  pompa  e  solennità,  senza 
nemmeno  lo  spaix)  delle  artiglierie 
di  Castel  s.  Angelo,  perchè  erano 
piHJSsime  le  feste  di  Pasqua,  e  cre- 
deva ciò  non  convenire  alla  scarsez- 
za di  danaro,  in  cui  trovavasi  il 
pontificio  erario. 

In  una  medaglia  di  Pio  IV  si 
vede  il  Castel  s.  Angelo  incendiato 
da'  fuochi  di  artificio ,  come  in  due 
rami  della  mole  Adriana  nelle  Cose 
muravi gliose  di  Roma  1625,  e  nelle 


CAS 

grandezze  di  Roma  1678.  Il  Mucan- 
zio,  presso  il  Gattico,  Àcta  Ccereni. 
pag.  4^^>  ^^^^  che  prima  la  giran- 
dola, e  simili  dimostrazioni  di  letizia, 
si  facessero  negli  anniversari  tanto 
della  creazione,  che  della  coronazio- 
ne, ma  che  Sisto  V,  e  Clemente 
Vili,  per  parsimonia  stabilirono  si 
incendiasse  solo  per  quello  della  co- 
ronazione. Finalmente,  a' 28  giugno 
1709,  sulla  sommità  del  maschio 
fu  fatto  pel  predetto  spettacolo  il 
palco  di  forma  quadra,  o  quasi  ret- 
tangolare, come  si  osserva  tuttora, 
mentre  prima  era  quasi  triangolare. 
JVel  tempo  poi  di  ciascuna  girandola 
si  sparano  da  sessanta  o  ottanta 
colpi  di  cannone,  dandosi  l' avviso 
al  mezzodì  con  quindici  colpi. 

Riportiamo    ora    la    tabella   delle 
salve  ordinarie   e   straordinarie,  che 
si    fanno    dal    Castel    sant'  Angelo, 
nella  lusinga  che  ciò    non    riuscirà 
discaro,  siccome  collegato  colle  sagre 
funzioni,  e  altro  relativo  ai  Papi  e 
Roma.  Si  sparono  quattordici  colpi 
di  cannone  all'  alba  per  le  seguenti 
festività  e  ricorrenze,  cioè  della  Cir- 
concisione, Epifania,  Annunziata,  ss. 
Filippo    e    Giacomo    siccome    com- 
protettori    della    città.    Apparizione 
di  san    Michele    Arcangelo ,    Ascen- 
sione,    Pentecoste  ,   santi    Pietro    e 
Paolo,  Assunta,   Dedicazione  di    san 
Michele,    Ognissanti,    santa    Barba- 
ra    (  alla    cui    messa    cantata    con 
divota    pompa     nella    chiesa    della 
Traspontina    si    sparano    cinquanta 
colpi).  Natale,     ed    anniversari    del- 
la creazione  e  coronazione  del   Pa- 
pa, e  contemporaneamente  s'inalbe- 
rano   in    tali    giorni    gli    stendardi 
pontifìcii.  Queste  sono  le  salve  or- 
dinarie :  sonovi  poi  altre  determina- 
te salve,  che  si   praticano    nella  cir- 
costanza   delle    solenni    benedizioni, 
che  dà  il  Sommo    Pontefice  :    qua- 


CAS 
ranta  colpi  si  sparano  per  quella  del 
giovedì  santo,  cinquanta  per  quella 
di  Pasqua  di  risurrezione,  quaranta 
per  l'Ascensione,  più  ventiquattro  se 
la  comparte  il  Papa,  a  s.  Giovanni  in 
Laterano  al  qual  effetto  si  portava- 
no alcuni  pezzi  di  cannoni,  i  quali 
situa \ ansi  sulla  piazza  della  basilica. 
Altrettanto  si  praticava  per  l'Assun- 
ta, e  dove  il  Pontefice  desse  la  be- 
nedizione dalla  loggia  della  basilica 
Liberiana.  Ora  però  non  costuman- 
dosi più  di  trasportare  presso  le 
dette  basiliche  i  cannoni,  gli  spari 
si  eseguiscono  simultaneamente  da 
quelli  del  forte  presso  ben  combi- 
nati segnali ,  e  si  sparono  qua- 
ranta colpi  per  cadauna  benedizio- 
ne, meno  quella  solennissima  di  Pa- 
squa, che  ne  ha  dieci  di  più.  Per 
le  piocessioni  del  Corpus  Doniini, 
cioè  per  quella  del  Papa  nella  mat- 
tina della  festa,  si  sparano  ottanta 
colpi,  per  quella  di  s.  Spirito  otto; 
dieci  per  quella  di  s.  Maria  in  Tras- 
pontiiia,  e  otto  se  ne  sparavano  per 
quella  di  s.  Biagio,  allorquando  ce- 
lebravasi  tal  processione.  Per  quella 
poi  della  festa  di  s.  Anna,  sedici 
cannonate.  Nel  sabbato  santo  al 
Gloria  in  excelsis  Deo,  della  cap- 
pella pontificia,  ossia  allo  sciogli- 
mento delle  campane,  la  salva  è 
di  trenta  colpi:  per  la  vigilia  della 
festa  di  s.  Gio.  13attista  ad  ore  24» 
se  ne  sparano  trenta,  e  venti  nel  di 
seguente  nel  punto  che  il  console 
di  Toscana  esce  in  formalità  dal 
palazzo  Aitovi  ti  per  andare  alla 
prossima  chiesa  nazionale,  e  neces- 
sariamente passa  per  la  piazza  di 
ponte  s.  Angelo.  Inoltre  la  fortezza 
spaia  colpi  trenta  alle  ore  24  della 
vigilia  di  Natale. 

Neir  anno  santo  tutte  le  salve 
delle  artiglierie  di  Castel  s.  Angelo 
ordinarie,  vengono  aumentate  d'uà 


CAS  199 

quarto.  Ogni  volta  che  il  sovrano 
Pontefice  parte  da  Roma,  e  che 
dorme  fuori  di  essa,  al  ritorno  si 
sparano  trenta  colpi,  ricevendo  av- 
viso il  forte  dai  combinati  segnali. 
Quando  il  Papa  cavalcava  formal- 
mente, si  davano  quaranta  canno- 
nate, e  quando  con  cavalcata  pas- 
sava sotto  la  fortezza,  oltre  i  detti 
colpi,  se  ne  sparavano  altri  venti.  Per 
la  creazione  del  novello  Sommo  Pon- 
tefice si  danno  cento  uno  colpi,  e 
altrettanti  nel  suo  primo  passaggio 
sotto  al  castello.  Pel  dì  della  coro- 
nazione all'  alba  quattordici,  e  dopo 
seguita,  e  per  la  benedizione  cin- 
quanta. Pel  di  lui  possesso  alla  ba- 
silica lateranense,  in  tre  salve,  cen- 
to uno,  e  nel  medesimo  giorno  coi 
cannoni  di  campagna  sulla  piazza  di 
s.  Gio.  in  Laterano ,  in  due  salve , 
cinquanta.  11  possesso  del  senatore 
di  Roma  viene  festeggiato  con  ven- 
tiquattro tiri.  Facendosi  Cardinale 
un  fratello  o  nipote  del  Papa,  o 
personaggio  di  sangue  reale,  al  ter- 
mine del  concistoro,  vi  sono  trenta 
colpi.  Negli  arrivi  e  nelle  partenze 
da  Roma  di  sovrani,  il  numero  dei 
colpi  è  ad  arbitrio,  ovvero  a  secon* 
da  delle  istruzioni  della  segreteria  di 
stato,  e  nelle  ultime  circostanze 
se  ne  tirarono  cento  uno.  Al  primo 
passaggio  de'  medesimi  sovrani  avan- 
ti il  forte,  si  eseguisce  la  salva  egual- 
mente ad  arbitrio;  ma  recentemen- 
te ,  ebbero  luogo  colpi  sessantuno. 
Recandosi  qualche  sovrano  a  vede- 
re il  castello,  non  è  prescritto  il 
numero.  Allorché  nel  18 19  vi  si 
recò  l'imperatore  d'Austria  Fran- 
cesco I,  fu  salutato  colla  salva  reale 
di  cent'  uno  colpi.  Per  la  beatifica- 
zione solenne  di  qualche  servo  di 
Dio,  se  ne  fanno  ventiquattro,  e  cen- 
to per  la  canonizzazione  d'un  bea- 
to.   Al    passaggio  innanzi   alla  for- 


aoo  CAS 

tezza  d'un  nuovo  stendardo  di  al- 
cun santo,  si  tirano  quaranta  col- 
pi. Al  Te  Deiini  per  qualche  vitto- 
ria, o  grazia  ricevuta  da  Dio,  ad 
arbitrio;  però  nel  1682  per  la  li- 
berazione di  Vienna  dai  turchi ,  e 
pel  1720  per  la  vittoria  riportata 
dagli  spagnuoli  sui  inoii  colla  presa 
di  Ceuta,  si  eseguirono  festevoli  sal- 
ve con  duecento  mortari,  e  quaran- 
ta cannoni.  Finalmente  pel  funerale 
d' un  sovrano  morto  in  Roma,  nel 
passare  il  cadavere  avanti  il  castel- 
lo, suole  eseguirsi  una  salva  ad  ar- 
JDitrio  ;  e  nel  1 8 1 9  ,  nel  passaggio 
del  cadavere  della  regina  di  Spa- 
gna Maria  Luisa,  ebbero  luogo  set- 
tantotto colpi  di  cannone. 

CASTELLA.  Città  vescovile  di 
Numidià  nell'xifrica  occidentale.  Va- 
rie furono  le  sedi  episcopali  sotto 
tale  denominazione,  come  Castella 
nella  Mauritiana  Cesariana  nell'A- 
frica occi4entale ,  nella  quale  pure 
esistevano  le  seguenti  cinque  sedi  : 
Caslelliim  Jabaritanum  _,  Media- 
niim,  Minus,  Ripense^  e  Tetrapor- 
tiense.  Inoltre  nella  Numidia  vi  fu 
eziandio  il  vescovato  di  Castelluin 
Titulianum. 

CASTELLAMARE  (  Castri  ma- 
ris  ).  Città  con  residenza  vescovile 
pel  regno  delle  due  Sicilie,  della 
provincia  di  Napoli,  capoluogo  di 
distretto  e  di  cantone,  con  porto  di 
mare  rinomato  pei  cantieri  di  co- 
struzione. E  posta  questa  città  nel- 
l'angolo meridionale  di  un  seno  for- 
mato nel  golfo  di  Napoli,  dove  il 
$arno  mette  foce,  e  viene  chiuso  al 
sud  dal  capo  Orlando.  Fino  dall'an- 
tichità sono  celebri  le  sue  acque  ter- 
mali, e  fra  i  palazzi  primeggia  la 
qasa  di  delizie  del  re.  Castellamare, 
q  Caslel-a-mare  dicesi  fabbricata  sul- 
le rovine  di  Stabiae,  che  soffri  me- 
morando eccidio,  e  fu  presso  che  di- 


CAS 
strutta  da  Siila,  in  punizione  di  aver 
adottato  il  partito  di  Cajo  Papio. 
Neir  impero  di  Tito ,  nell'anno  79 
dell'era  cristiana,  avvenne  la  vesu- 
viana eruzione  ad  inabissarla,  insie- 
me a  Pompeja  ed  Ercolano,  e  fu 
in  questa  circostanza  che  il  celebre 
Plinio,  //  vecchio,  fu  sepolto  dalla 
cenere  avvicinandosi  troppo  a  con- 
siderare il  tremendo  fenomeno.  In 
appresso  si  edificò  l'attuale  città,  e 
già  nel  dechnar  del  secolo  V  meri- 
tò d'essere  elevata  a  seggio  vesco- 
vile. Dipoi,  a' 27  aprile  1799,  i 
francesi  comandati  da  Macdonald  vi 
sconfìssero  le  masse  napoletane  ap- 
poggiate dagl'  inglesi  ;  ma  nella  se- 
guente reazione  i  repubblicani  si  sal- 
varono su  navi,  che  li  sbarcarono 
a  Marsiglia,  ciocché  tornò  a  vantag- 
gio del  re  Ferdinando  IV,  e  del 
Cardinal  Ruffo  suo  ministro,  andan- 
do esenti  dalla  straniera  influenza. 

La  sede  vescovile,  già  detta  Ca- 
stellum  Stabiense,  vi  fu  fondata  a- 
vanti  l'anno  5oo,  e  divenne  suffra- 
ganea  della  metropoli  di  Sorrento. 
La  cattedrale  da  ultimo  abbellita  è 
dedicata  all'  Assunzione  in  cielo  del- 
la b.  Vergine  Maria.  Il  capitolo  ha 
cinque  dignità,  prima  delle  quali  è 
l'arcidiacono  con  quattordici  canoni- 
ci, che  godono  due  prebende,  dodi- 
ci beneficiati  chiamati  ebdomadari, 
con  altri  preti  e  chierici  per  l'uffi- 
ziatura.  La  cattedrale  è  anche  cura 
parrocchiale,  per  cui  vi  si  prepone 
un  canonico  eletto  dal  capitolo,  ed 
approvato  dal  vescovo.  Nella  città 
poi  vi  sono  altre  sei  parrocchie, 
convento  di  religiosi,  monistero  di 
monache,  conservatorio  per  le  don- 
zelle, non  che  quattro  confraternite, 
ospedale  e  seminario  nell'  oppido 
Litteren.3  Liternunij  o  Torre  di  Pa- 
tria. Questo  luogo  fino  dal  sesto  se- 
colo, fu  sede  vescovile,  che  nel  i8i8 


CVS 
venne  sopprcb^^u  da  Pio  VII  colla 
bolla  De  meliori,  data  quinto  kakii- 
das  juliij  ed  unita  in  perpetuo  alla 
sede  di  Castellamaie.  La  mensa  del 
vescovo  ne'  registri  camerali  è  tassata 
in  cento  trentatre  fiorini. 

CASTELLANETA  (  Castellane- 
ien.).  Città  con  residenza  d' un  ve- 
scovo nel  regno  delle  due  Sicilie, 
Castanìa,  capoluogo  di  cantone,  si- 
tuata in  vicinanza  del  Lielo,  è  più 
immediatamente  bagnata  dal  fiume 
Talvo  suo  influente,  nella  provincia 
della  terra  d'  Otranto.  Verso  l'anno 
1080  fu  assediata  dal  normanno 
duca  Roberto.  I  principi  suoi  suc- 
cessori, che  la  dominarono ,  le  ac- 
cordarono molti  privilegi,  e  furono 
larghi  in  beneficarla.  La  sede  epi- 
scopale vi  fu  eretta  nel  secolo  XI, 
ed  è  su  (Fraga  nea  alla  me  tropo  U  di 
Taranto.  Il  Pontefice  Pio  VII,  nel 
18 18,  col  tenore  della  bolla,  De 
meliori,  le  unì  la  sede  di  Motula 
(Vedi).  La  sua  bella  ed  antica  cat- 
tedrale è  dedicata  a  s.  JXicoiò  ar- 
civescovo di  Mira ,  detto  comune- 
mente di  Bari.  11  capitolo  si  com- 
pone di  quattro  dignità ,  di  cui  la 
prima  è  l'arcidiacono,  con  dodici  ca- 
nonici ,  i  quali  fruiscono  due  pre- 
bende,  otto  ebdomadari  chiamati 
porzionariy  oltre  altri  preti  e  chieri- 
ci inservienti  alla  chiesa.  11  tesorie- 
re, che  è  la  terza  dignità ,  aiutato 
da  due  preti,  è  il  parroco  della  cu- 
ra esistente  nella  medesima  catte- 
drale, non  essendovi  altre  parrocchie 
in  città.  Vi  sono  però  due  moni- 
steri  di  monache,  un  ospedale,  e  un 
monte  di  pietà  ec.  La  mensa  è  tas- 
sata in  camera  apostolica,  di  centot- 
lantacinque  fiorini. 

CASTELLANO  del  Castello  .?. 
angelo  in  Roma,  L' importante  uf- 
ficio di  Castellano,  o  prefetto  del 
Castel  s.  Angelo,  fu  sempre   affidato 


CAS  201 

dai  sovrani  Pontefici  a  personaggi 
di  loro  piena  fiducia.  Di  fatti  per- 
correndo tutta  la  storia  delle  vicen- 
de, alle  quali  andò  soggetto  nei  pas- 
sati tempi  questo  castello,  trovere- 
mo frequentemente,  che  i  Papi  no- 
minarono a  prefetti  o  castellani  i 
propri  fratelli  o  nipoti,  e  talvolta 
de'  Cardinali,  o  prelati,  o  altri,  del- 
la cui  fedeltà  non  potevano  dubita- 
re. E  siccome  questi  non  risieden- 
do stabilmente  entro  il  medesimo 
forte,  non  potevano  attenderne  alla 
difesa  in  occasione  di  bisogno,  si 
creavano  dagli  stessi  sommi  Ponte- 
fici i  vice-castellani ,  eh'  erano  per- 
sone già  dedicate  alla  professione 
delle  armi,  e  capaci  di  difenderlo 
alle  circostanze. 

Attualmente,  essendo  stata  abolita 
la  carica  di  prefetto  del  castello,  il 
sovrano  Pontefice  ne  concede  il  co- 
mando ad  un  ufficiale  benemerito 
delle  sue  truppe  di  linea,  il  quale 
per  lo  meno  sia  giunto  al  grado  di 
colonnello,  e  di  generale  di  brigata, 
ed  abbia  dato  saggio  di  sua  intelli- 
genza e  fedeltà.  Porta  il  titolo  di 
comandante  del  forte  s.  Angelo, 
sebbene  chiamisi  ancora  castellano, 
o  vice-castellano. 

I  vice-castellani  dipendevano  an- 
ticamente da  uno  de'  prelati  chieri- 
ci di  camera  rivestito  della  quahtà 
di  prefetto,  o  sopraintendente  del  Ca- 
stello s.  Angelo,  e  commissario  del 
mare;  carica  che  fu  talvolta  riuni- 
ta nel  prelato  tesoriere  generale. 
Presentemente  il  vice-castellano,  o 
comandante  del  forte  s.  Angelo,  è  sot- 
to l'immediata  dipendenza  del  Car- 
dinal segretario  di  stato,  e  per  quel- 
lo, che  riguarda  la  truppa  del  pre- 
sidio, egli  ne  ha  il  superior  coman- 
do, dipendentemente  però  dalla  pre- 
sidenza delle  armi;  mentre  è  sog- 
getto   al    prelato    tesoriere   generale 


302  CA  S 

per  quello,  che  si  riferisce  ai  servi 
«li  pena,  i  quali  sono  rinchiusi  e 
rnstoditi  nel  bagno  esistente  nel  me- 
desimo castello,  dei  quali  è  sopra- 
intendente  alla  direzione  e  discipli- 
na. Riguardo  poi  ai  prevenuti  po- 
litici, o  rei  di  gravi  delitti,  il  co- 
mandante riceve  gli  ordini  ed  istru- 
yioni  dal  Cardinal  segretario  di  sta- 
lo, od  in  vece  di  lui  dal  prelato 
governatore  di  Roma  direttore  ge- 
nerale di  polizia. 

Il  cav.  Lunadoro,  Relazione  del- 
la Corte  di  Roma y  Bracciano  1646, 
jilla  pag.  28,  parla  del  castellano 
di  Castello  s.  Angelo,  del  suo  ono- 
rario, e  degli  uffiziali  subalterni  ad- 
detti al  presidio  del  forte,  e  di  altre 
cose,  che  il  riguardano.  Dalla  mede- 
sima opera  ristampata  in  Roma  col- 
le illustrazioni  del  celebre  Zaccaria 
nel  1774}  t-  I^'  P-  ^73,  rilevasi 
quanto  qui  trascriviamo.  »»  A  dife- 
»»  sa  della  città  di  Roma  resta  ar- 
y»  malo  il  Castello  s.  Angelo,  detto 
»  la  mole  Adriana,  per  essere  già 
»  stato  mausoleo  dell'  imperatore 
»>  Adriano.  In  questo  castello  ri- 
*>  siede  il  solo  castellano,  qual  pri- 
"  mo  uffiziale,  e  v'hanno  pure  i 
>*  suoi  cancellieri,  provveditori,  fo- 
«  rieri  e  custodi  delle  armi,  e  più 
^»  centinaia  di  soldati  stipendiati. 
w  Un  prelato  chierico  di  camera  è 
'»  prefetto  di  questo  castello,  e  pre- 
*'  siede  alle  accennate  persone,  col- 
»i  la  stessa  autorità,  che  il  commis- 
*'  sario  del  mare,  dacché  Benedetto 
>y  XIV  tolse  al  tesoriere  tal  cura, 
w  e  perciò  sopraintende  alle  fortez- 
»  ze  ed  alle  torri  delle  spiaggie 
»'  marittime,  alle  navi  e  galere 
«  pontificie  regolate  dai  coman- 
>*  danti,  capitani  ed  uffiziali,  che 
^j  tutti  dipendono  da  lui".  Qui 
noi  aggiungeremo,  che  fino  agli  ulti- 
mi tempi,  nel  primo  giorno  dell' an- 


CAS 

no ,  e  poco  prima  dell*  ora  della 
cappella  della  Circoncisione,  monsi- 
gnor commissario  delle  armi,  mon- 
signor segietario  di  consulta,  coti 
tutta  r  uffizialità  a  loro  subordina- 
ta, e  il  vice-castellano  di  Castel  s. 
Angelo  si  ritrovavano  nell'anlicamera 
di  onore  del  palazzo  ove  risiedeva 
il  Pontefice ,  e  nel  passaggio  che 
questi  ivi  faceva  per  recarsi  ad  as- 
sistere a  detta  cappella,  il  compli- 
mentavano cogli  augurii  d'  un  felice 
principio,  e  proseguimento  di  anno. 

I  romani  Pontefici  usarono,  e  co- 
stumano tuttora,  di  nominare  per 
mezzo  di  un  breve  apostolico  i  ca- 
stellani, o  prefetti,  e  i  vice-castel- 
lani, e  tanto  gli  uni,  che  gli  altri 
avevano  1' onorevole  qualifica  di  fa- 
migliari del  Papa,  e  ne  godevano  i 
relativi  privilegi;  per  lo  che  parteci- 
pavano della  così  detta  parte  del 
sagro  palazzOj  cioè  pane,  vino,  ed 
altro  ,  siccome  risulta  dai  ruoli 
dell'archivio  dei  palazzi  apostolici. 

II  presidio  della  fortezza  fu  più  o 
meno  numeroso  secondo  le  circo- 
stanze de'  tempi,  ed  era  sempre  sot- 
toposto al  comando  del  vice-castel- 
lano, come  dicemmo  di  sopra.  Di- 
versi Pontefici ,  fra'quah  sopra  tutti 
Urbano  Vili,  ne  accrebbero  special- 
mente il  quantitativo.  In  progresso  di 
tempo  la  forza  consueta  della  guar- 
nigione fu  stabilita  in  trecento  uo- 
mini di  fanteria  divisi  in  tre  com- 
pagnie coi  rispettivi  uffiziali,  oltre 
una  compagnia  di  bombardieri  pel 
servigio  delle  artiglierie.  Il  Ponte- 
fice Benedetto  XIV  però  tolse  dal 
comando  del  prefetto,  e  del  vice- 
castellano la  detta  compagnia,  e  di- 
chiarò che  la  loro  giurisdizione  non 
si  estendeva,  se  non  sopra  que- 
gl' individui  della  medesima,  i  qua- 
li dovevano  prestare  un  servigio 
giornaliero  nella  fortezza.  Tuttavol- 


CAS 
la  negli  ultimi  tempi  dell'  esistenza 
di  questa  stessa  compagaia,  il  vice- 
castellano  uvea  il  diritto  di  nomi- 
naine  i  componenti,  e  li  forniva  di 
una  patente,  in  virtù  della  quale 
erano  aggregati  al  detto  piccolo  cor- 
po, e  sebbene  fossero  stati  suppliti 
nel  servigio  delle  artiglierie  dal  reg- 
^i,  gimento  de'  cannonieri  di  linea,  pui'e 
H  il  vice-castellano  esercitava  su  di  es- 
si un  comando  disciplinare,  ed  ave- 
va a  tal  uopo  un  cancelliere  a  sol- 
do del  governo,  il  quale  era  inca- 
ricato dell'  esame  della  condotta  dei 
medesimi,  e  delle  processure,  che  per 
avventura  si  doveano  compilare. 
Ne  facea  egli  la  relazione  al  predet- 
to vice-castellano,  che  ne  decretava 
le  punizioni  all'  occorrenza. 

La  giurisdizione  civile  del  vice- 
castellano si  estendeva  nei  tempi  ad- 
dietro sino  alle  due  piazze  del  pon- 
te s.  Angelo,  e  del  Fontanone  di 
Borgo,  ed  aveva  autorità  di  giudi- 
care e  punire  i  delitti,  che  si  com- 
mettevano nel  tratto  di  strada  fra 
le  due  piazze.  A  tal  effetto  si  vede- 
va esposto  nel  muro  esterno  del 
baloardo  incontro  al  ponte  V  istro- 
mento  per  applicare  ai  rei  il  sup- 
plizio della  corda,  già  abolito  nella 
moderna  legislazione.  Al  presente 
però  se  il  vice  castellano,  o  coman- 
dante del  forte,  a  garanzia  dell'  or- 
dine pubblico  e  della  tranquillità, 
è  indotto  di  far  ari^stare  chi  cer- 
casse di  turbarla,  deve  poi  tiasmet- 
tere  gli  arrestati  ai  competenti  tri- 
bunali, che  procedono  contro  i  col- 
pevoli. Ha  inoltre  il  vice-castellano 
giurisdizione  sul  tratto  del  fiume 
Tevere,  dal  ponte  Milvio  o  Molle, 
al  cosi  detto  sasso  di  Salviati,  e  può 
farvi  pescare  a  suo  conto,  o  dare 
il  permesso  di  pescarvi.  Poteva  ezian- 
dio far  vendere  il  pesce  nella  piaz- 
za del  ponte,  senza  pagarne  il    du- 


CAS 


2o3 


zio  ;  questo  privilegio  però  venne 
alcuni  anni  addietro  comnuitato  in 
un  compenso,  che  gli  dà  in  dana- 
ro r  amministrazione  della  dogana 
del  pesce.  Gode  ancora  il  vice-ca- 
stellano la  prerogativa  di  essere  uno 
de' quattordici  deputati  dell' arcicon- 
fraternita  della  pietà  de'  carcerati,  e- 
retta  nella  chiesa  di  s.  Giovaimi 
della  Pigna,  e  destinata  al  sollievo 
e  soccorso  dei  reclusi  nelle  pubbli- 
che carceri;  sodalizio,  ch'ebbe  il 
suo  principio  nel  pontificato  di  Gre- 
gorio XI li,  come  si  riferì  all'arti- 
colo Arciconfraternìte,  ove  si  enu- 
merano i  privilegi,  di  cui  fu  insi- 
gnito. Esercita  quindi  il  vice-castel- 
lano nella  qualifica  di  deputato,  que- 
gli uffici,  che  gli  vengono  affidati 
dalla  medesima  a rcicon fraternità,  a 
disimpegno  delle  sue  attribuzioni. 

L'antico  onorario  del  vice-castel- 
lano era  di  scudi  ottanta  mensili , 
in  oggi  però  riceve  lo  stipendio  cor- 
rispondente al  grado,  che  ha  nella 
truppa  di  hnea.  Gode  l' uso  e  il 
frutto  dei  piccoli  giardini  e  prate- 
rie comprese  nel  circondario  del  fol- 
te, nel  quale  eravi  una  copiosa  pian- 
tagione di  olmi,  che  nelle  passate 
ultime  vicende  è  stata  distrutta.  A- 
veva  ancora  il  diritto  di  esigere  una 
piccola  contribuzione  nel  passaggio 
dei  carri  di  carbone,  legna  da  fuo- 
co, frutti  ed  erbaggi  pel  ponte  di 
s.  Angelo.  In  luogo  di  tal  provento 
però,  che  non  è  più  in  uso,  riceve 
un  adeguato  compenso  dal  pubblico 
erario.  I  proprietari ,  e  conduttori 
delle  barche  e  battelli,  che  vogliono 
pescare  nel  fiume  pel  suddetto  tratto 
della  giurisdizione  del  vice-castella- 
no, debbono  anch'essi  riportarne  la 
licenza  di  lui.  11  cappellano,  che  a- 
dempiva  gli  obblighi  della  cappel- 
lania  istituita  dal  vice-castellano  Gin- 
netti, è  in  obbligo  eziandio  di  lare  le 


ao4  C  A  S 

funzioni  di  segretario,  se  il  comandan- 
te ne  ha  bisogno.  La  disciplina  dei  de- 
tenuti nelle  prigioni  dipende,  come 
dicemmo,  totalmente  dal  vice-castel- 
lano, che  nei  casi  di  qualche  im- 
portanza riceve  le  analoghe  istru- 
zioni dal  Cardinal  segretario  di  stato, 
e  da  monsignor  governatore  di  llo- 
ma.  Era  nei  tempi  passati  stabilita 
nella  fortezza  un'  ofììcina  ad  uso  di 
spezieria,  e  il  vice-castellano  avea 
il  diritto  di  far  distribuire  agi'  in- 
fermi i  medicinali  convenienti.  Ora 
però,  quantunque  vi  si  conservino 
gli  utensili  occorrenti,  non  vi  sono 
che  pochi  medicinali  per  un  im- 
provviso bisogno,  i  quali  vengono 
custoditi  da  un  professore  di  chi- 
rurgia, che  risiede  nei  forte  per  es- 
ser pronto  ad  ogni  bisogno.  Oltre 
il  chirurgo,  il  superior  governo  sti- 
pendia un  professore  di  medicina, 
che  viene  chiamato  ad  ogni  urgen- 
za, ed  assume  la  cura  dei  detenuti 
infermi.  Inoltre  pei  servi  di  pena 
vi  sono  altri  professori  pagati  dal 
pubblico  erario. 

Fra  gli  obblighi  del  vice-castel- 
lano evvi  quello  di  far  ispargere 
l'arena  sul  ponte  s.  Angelo,  e  nella 
via  sottopposta  alla  cortina,  nei  gior- 
ni piti  solenni  dell'  anno  ,  ne'  quali 
si  celebrano  le  cappelle  pontifìcie  al 
Vaticano;  e  generalmente  in  quei 
giorni ,  ne'  quali  s'  inalberano  gli 
stendardi  pontificii ,  e  quando  cade 
la  neve,  per  evitare  le  cadute  dei 
cavalli.  Similmente  è  a  cura  del 
vice- castellano  la  polizia  del  mede- 
simo ponte,  e  dell'adjacente  strada 
sotto  la  cortina,  che  si  eseguisce  da 
alcuni  servi  di  pena  di  limitata  con- 
danna, i  quali  ricevono  dal  governo 
un  tenue  compenso  per  tale  incari- 
co. Questi ,  sebbene  vestiti  cogl'  in- 
dumenti stabiliti  pei  servi  di  pena 
in  generale,  portano  al  braccio  sini- 


CAS 

stro  per  distinzione  una  fascia  di 
color  giallo  col  numero  progressivo 
da  I  lino  al  12,  e  sono  incaricati 
di  mantenere  netti  tutti  gli  anditi 
della  fortezza.  Ha  inoltre  il  vice- 
castellano  il  diritto  di  accordare  il 
permesso  a  quei  venditori  di  com- 
mestibili, che  si  vogliono  fissare  sul- 
le due  piazze  del  ponte,  e  Fonta no- 
ne di  Borgo,  per  la  vendita  dei  ge- 
neri loro. 

Dicemmo  già,  che  i  vice-castella- 
ni, o  comandanti  del  forte  s.  An- 
gelo, sono  sempre  nominati  dal  Som- 
mo Pontefice ,  mediante  un  breve 
apostolico,  ed  aggiungiamo,  che  il 
tenore  di  questo  è  di  somma  impor- 
tanza. Poiché,  dopo  avere  con  esso 
il  Papa  dichiarato  il  vice-castellano 
prefetto  del  castello,  per  continuare 
nel  comando  a  beneplacito  suo  e 
della  Santa  Sede ,  concedendogli  i 
soliti  onori,  distinzioni  e  prerogative 
tanto  sul  carcere,  quanto  sul  co- 
mando, direzione  ed  economia  della 
fortezza,  gli  prescrive  di  prestare  il 
consueto  giuramento  nelle  mani  del 
Cardinale  camerlengo  di  Santa  Ro- 
mana Chiesa.  Tuttavolta  tal  giura- 
mento si  presta  dal  vice-castellano, 
o  comandante  del  forte  s.  Angelo, 
a  piedi  dello  stesso  Papa,  il  quale 
destina  il  giorno,  in  cui  si  degnerà 
di  riceverlo.  Si  reca  allora  il  me- 
desimo vice-castellano  all'udienza  del 
Papa,  e  vi  è  introdotto  dal  prelato 
presidente  dell'armi.  Postosi  in  ginoc- 
chio, e  baciato  il  piede,  legge  a  vo- 
ce intelligibile  la  formula  del  giu- 
ramento, che  è  in  idioma  latino,  la 
quale  in  sostanza  contiene  la  pro- 
messa al  glorioso  apostolo  s.  Pietro, 
alla  sede  apostolica,  al  sovrano  Pon- 
tefice ,  che  Io  ha  nominato ,  ed  ai 
suoi  successori  canonicamente  elet- 
ti, di  esercitare  con  fedeltà  il  gra- 
ve  incarico  di  custodire   e   difende- 


ì 


CAS 
re  il  Castello  s.  Angelo  col  pre- 
sidio affidatogli  ;  in  sede  vacante  ad 
istanza  del  sagro  Collegio  di  conti- 
nuare la  stessa  custodia,  e  quindi 
di  consegnarlo  al  nuovo  Pontefice 
canonicamente  eletto,  conservandovi 
la  preesistente  guarnigione  e  tutto 
l'arnaamento,  con  altro  spettante  alla 
reverenda  camera  apostolica,  e  che 
si  ritrova  nel  castello.  Promette  inol- 
tre, che  quante  volte  per  parte  del 
Papa  regnante  e  de'  suoi  successori, 
o  del  sagro  Collegio  in  sede  vacan- 
te, sarà  richiesto  di  restituire,  o  con- 
segnare ad  altri  il  forte  col  presidio, 
e  tuttociò  che  gli  appartiene  senza 
ritenere  cosa  alcuna  sotto  qualun- 
que pretesto,  lo  eseguirà  subito  li- 
beramente. 

Prestato  il  descritto  giuramento, 
e  ricevuta  l'  apostolica  benedizione  , 
il  vice-castellano  ritira  dal  prelato 
maestro  di  camera  pontificio  il  cer- 
tificato di  aver  adempiuto  il  dovere 
del  giuramento ,  ed  accompagnato 
dal  prelato  presidente  delle  armi  si 
reca  nella  fortezza,  ove,  alla  presen- 
za degli    ufficiali  della  guarnigione, 


riceve    dal    presidente    la    consegna 


delle  chiavi  della  medesima,  rogan- 
dosi da  un  notaro  capitolino  l'atto 
del  possesso ,  dopo  la  lettura  del 
breve  pontifìcio,  col  quale  è  nomi- 
nato air  onorifico  incarico.  Lo  stes- 
so giuramento  deve  poi  prestare  il 
vece-castellano  nel  giorno  in  cui  i 
Cardinali  entrano  in  conclave ,  al- 
lorché il  sagro  Collegio,  adunatosi 
nella  cappella  dello  scrutinio,  riceve 
per  mezzo  del  Cardinal  decano  il 
giuramento  di  sudditanza  e  fedeltà 
da  quei,  che  lo  debbono  fare,  co- 
munque la  prestazione  del  giura- 
mento del  vice-castellano  si  esegui- 
sca separatamente  dagli  altri.  Non  si 
dee  tacere ,  che  nella  congregazione 
cui    aduna   il   Cardinal    camerlengo 


CAS  2o5 

dei  chierici  di  camera,  riscontra  tut- 
to ciò,  che  si  contiene  in  Castel 
s.  Angelo  di  proprietà  della  camera 
apostolica,  per  mezzo  d'uno  di  detti 
prelati,  che  ne  lascia  la  legale  cu- 
stodia al  comandante  di  esso. 

Poche  memorie  istoriche  si  han- 
no sopra  i  nomi    de'  primitivi  pre- 
fetti^  o  castellani  del  forte  s.  Angelo, 
onde  ci  limiteremo  a  riportare  quel- 
le notizie,  che  ci  fu  dato  rinvenire. 
Dicemmo    già  all'articolo  Castello 
s.  Angelo  (Vedi),  che  nelle  invasio- 
ni dei  popoli  barbari  del  settentrio- 
ne, il  mausoleo  di  Adriano  ridotto 
ad  una  specie  di  fortezza,  e  fortifi- 
cato secondo    l' uso    di    que'  tempi , 
servi  di  asilo  e  di  difesa  ai  romani 
nelle    diverse    prese    di  Roma.    Ma 
non  conosciamo  i  nomi  di  quelli,  i 
quali  comandavano  la  forza  militare, 
che  lo  difendeva.   Si  sa,  è  vero,  che 
Teodori  co  re  de'  goti  divenuto  padro- 
ne dell'  Italia  e  di  Roma,  vi  teneva 
un  presidio,   e  se  ne  serviva  di  car- 
cere,  per  cui  prese  il  nome  di  Car^ 
cere  di  Teodorico ,  ma  però  s'igno- 
ra il  nome  di  coloro,  che  ne  avea- 
no    la    custodia    e    il   comando.    E 
egualmente    noto,  che    i    greci    oc- 
cuparono, e    dominarono  in    Italia,, 
e    che    gli    esarchi    di    Ravenna    vi 
esercitarono    il  comando  ;    ma  dopo 
che    i    greci    perdettero    per    sem- 
pre il  dominio  anche  di  questa  par- 
te d'Italia,  il  castello  venne    in  po- 
tere degli  stessi  romani,  i  quali  avea- 
no  rivendicata  la  propria  libertà,  ed 
avevano  dato  il  pieno  dominio  della 
propria  patria  ,    del   suo  ducato  ed 
adiacenze  ai  Sommi  Pontefici.  Que- 
sti già  si  erano  interposti  presso  gli 
imperatori  greci    in  loro  favore ,    e 
ne   aveano    ottenuto    dai    medesimi 
non  poche  prerogative    di    giurisdi- 
zione.   Per  altro,  ad  onta    di  ciò  e 
delle  ampie  concessioni  riportate  da- 


!io6  CAS 

grirappralori  fV oriente,    i    romnni 
erano  ben  di   freqiienle  in  discordia 
fra  loro,  e  regnavano  nella  città  di- 
versi potenti  ed  opposti  partili.  Quin- 
di   la    prima  cura    del   partito  più 
forte  e  preponderante  era  quella  di 
impossessarsi  del  castello,  come  luo- 
go più  adatto  per  la  difesa  e  offesa. 
Nella  oscurità  pertanto  dei  fatti»  av- 
venuti nelle  epoche  anteiiori  al  de- 
cimo secolo,  possiamo  assicurare,  che 
verso    la    metà    di    esso    Crescenzio 
aumentano    n'ebbe  il  dominio  per 
molti  anni,  come  ricavasi  dalle  sto- 
rie  contemporanee.    Dopo    la  metà 
del  decimo  secolo  se  ne  impossessò 
Cencio,  o  Cincio,  figlio  del   prefetto 
di  Roma ,    e    nel  fine  dello  slesso , 
certo    Ferrucchio.    Nel    XII    secolo 
avendo  Arnaldo    da  Brescia  eccilati 
nlla  rivolta  i  romani ,    e  preleso  di 
rinnovare  l'antica  repubblica,  e  to- 
gliere al  Papa    la  sovranità  di  Ro- 
ma, Adriano  IV,  dopo  di  aver  nel 
I  i55,  creato  Cardinale  l'inglese  Ro- 
sone Rreakspeare  suo  nipote,  temendo 
ragionevolmente    della    fedeltà     del 
popolo,  lo  nominò   prefetto,    o  cu- 
stode della  fortezza,  e  gliene  affidò 
il  comando.   In  tale  qualifica  il  pre- 
detto Cardinale,    allorquando  dopo 
la  morte  dello  zio,  fu  canonicamente, 
a'  7    settembre    ii5q,  eletto  a  suc- 
cessore Alessandro  111  ,    ricovrò  nel 
forte    i    Cardinali ,    che    lo    aveano 
esaltato  per  salvarli  dal  furore  del- 
l'antipapa Vittore  IV,   detto  V,  e 
dei  numerosi  suoi  partigiani. 

Allorché  nel  iSyy  il  Pontefice 
Gregorio  XI  riportò  in  Roma  la 
sede  Papale,  pose  nel  Castel  s.  An- 
gelo un  presidio  di  truppe  fiancesi 
e  un  comandante  della  stessa  nazio- 
ne. Ma  nel  pontificato  dell'  imme- 
diato successore  Urbano  VI,  tal  mi- 
lizia dovè  abbandonarlo ,  e  cederlo 
ai    romani.     Divenuto    quindi,    nel 


CAS 
1389,  Papa  Bonifacio  IX,  Toma- 
zelli,  napoletano,  egli  seppe  far  ris- 
pettare ai  romani  la  sua  autorità 
sovrana ,  ed  aflidò  la  custodia  del 
castello  al  suo  fratello,  o  nipote  An- 
tonio Tomazelli.  Questi  per  altro 
non  si  mostrò  fedele  al  successore 
Innocenzo  VII,  entrando  nel  partito 
di  Ladislao  re  di  Napoli,  che  aspi- 
rava al  dominio  di  Roma  e  dell'Ita- 
lia. Sotto  Eugenio  IV ,  che  sedette 
sulla  veneranda  cattedra  di  s.  Pie- 
tro dal  143 1  al  i447>  ^^^  castel- 
lani si  rammentano,  il  primo  Bal- 
dassare  Ausido,  che  seppe  colla  sua 
accortezza  e  valore  contenere  l'au- 
dacia dei  ribellati  romani:  il  secon- 
do Antonio  Ridio,  il  quale  per  or- 
dine del  Papa  ariestò ,  dopo  una 
forte  lotta  ,  il  celebre  Cardinal  Vi- 
telleschi  mentre  passava  pel  ponte 
s.  Angelo.  Nicolò  V,  nel  primo  ago- 
sto 144?  j  diede  la  castellania  di 
Castel  s.  Angelo  colle  paghe  per 
sessanta  uomini  a  Giacomo  de  No- 
xeto  di  Luni,  come  riporta  il  chia- 
rissimo Marini ,  ne'  suoi  Archiatri^ 
tomo  II,  pag.  i64:  nota  Zi.  Ca- 
listo III  della  famiglia  Borgia  di 
Valenza  in  Ispagna,  nominò  il  suo 
nipote  Pietro  duca  di  Spoleto,  ge- 
nerale delle  armi  pontificie,  prefetto 
di  Roma,  e  castellano  di  Castel  s.  An- 
gelo: ma  non  tenendo  esso  buona 
condotta,  e  vedendo  i  Cardinali,  che 
avvicinavasi  il  Papa  al  suo  fine  , 
diedero  al  castellano  alcune  migliaia 
di  scudi,  affinchè  evacuasse  la  fortezza 
unitamente  alle  soldatesche  Catala- 
ne, le  quali  la  occupavano ,  locchè 
avvenne,  come  riferisce  s.  Antonino 
part.  III,  lib.  II,  cap.  16,  nel  mese 
di  agosto  del  14^^^-  Quelle  truppe 
dovettero  però  molto  soffrire  nella 
seguita  sede  vacante,  perchè  durante 
il  pontificato  del  loro  connazionale 
aveano  troppo  abusato,   e  lo  stesso 


CAS 
castellano,  dopo  aver  consegnato  il 
castello,  stimò    bene    di  ritirarsi  da 
lioma,  per  non  esporsi  allo  sdegno 
degli  Orsini,  ch'egli  avea  offesi. 

Pio  II,  Piccolominij  che  successe 
a  Calisto  III ,  affidò  la  fortezza  p\ 
suo  nipote  Antonio  Piccolomini ,  il 
quale  contrasse  matrimonio  con  una 
nipote  di  Ferdinando  re  di  Napoli, 
che  gli  portò  in  dote  i  feudi  di 
Amalfi  e  Cicona ,  e  che  trovavasi 
in  Celano  allorché  morì  lo  zio.  Per 
P>  la  qual  cosa  non  avendo  restituito 
il  forte  al  sagro  Collegio ,  questo 
entrò  in  qualche  sospetto ,  e  decise 
di  celebrare  il  conclave  nel  conven- 
to di  s.  Maria  sopra  Minerva  ,  loc- 
chè  per  altro  non  ebbe  luogo,  e 
fu  celebrato  al  solito  nel  palazzo 
vaticano.  Nel  pontificato  di  Paolo 
li,  eletto  nel  i4^4j  furono  castel- 
lani certo  Albergati,  ed  un  Rodrigo 
Sancio  vescovo  di  Calahorra.  Fu  al 
primo  data  la  custodia  del  famoso 
Bartolomeo  Platina ,    il  quale   avea 

P  sommamente  offeso  il  Papa  co'  suoi 
scritti  :  ma  dopo  quattro  mesi  suc- 
ceduto Sancio,  cessarono  i  duri  trat- 
tamenti usatigli  dal  suo  antecessore, 
e  fu  colmato  di  benigni  riguardi,  e 
trattato  con  molta  umanità.  Sisto  IV 
creò  castellano,  o  prefetto  del  ca- 
stello, Giovanni  Giordano  de  Castro 
da  Valenza ,  uomo  d' integerrimi 
costumi,  e  nel  i479  ^^  elesse  ve- 
.scovo  di  Girgenti,  mentre  il  concitta- 
dino di  lui  Alessandro  VI  lo  fece 
poi  Cardinale  nel  i49^'  Innocen- 
zo Vili,  CibOj  di  Genova,  invitò  a 
recarsi  in  Roma  Battista  Pinelli  ge- 
novese, indi  lo  fece  subito  castella- 
no di  Castel  s.  Angelo,  poi  arcive- 
scovo di  Cosenza  a'  io  ottobre  i49i> 
siccome  riporta  il  citato  Marini , 
tomo  I,  pag.  2  1 3,  nota  6.  Leggesi 
quindi  nel  diario  presso  il  Gatlico, 
Jcta  caeiem.  pag.  432,  che  ai  21 


CAS  207 

agosto  del  i5o3  per  morte  di  Ales- 
sandro VI,  il  preftitto,  o  castellano 
del  fòrte  s.  Angelo,  monsignor  Mar- 
co dell'Ordine  de'  minori,  e  vescovo 
di  Sinigaglia,  prestò  il  giuramento 
di  fedeltà  ai  Cardinali  nella  sagre- 
stia della  chiesa  di  s.  Maria  sopra 
Minerva ,  ove  fu  decretato  nel  d'i 
seguente,  che  il  conclave  si  farebbe 
nel  castello  per  maggior  sicurezza. 
Ma  cangiatisi  poi  di  sentimento,  fe- 
cero i  Cardinali  ai  29  dello  stesso 
mese  avvisare  il  castellano,  che  nul- 
la rinnovasse.  Abbiamo  dal  Burcar- 
do  nella  Storia  dei  conclavi,  p.  119, 
che  il  castellano  giurò  fedeltà  avanti 
i  Cardinali  Santacroce,  Medici,  e  Ce- 
sarini,  i  quali  in  cavalcata  si  reca- 
rono al  castello ,  facendosi  per  lui 
responsabile  l'ambasciatore  di  Spa- 
gna. Nel  medesimo  giorno,  dal  sud- 
detto castellano,  previa  una  sicuità 
di  ventimila  ducati,  vennero  liberati 
dalla  detenzione  che  soflHvano  l'udito- 
re della  camera,  l'abbate  Caetano,Ber- 
nardino  abbate  di  Alviano,  Giaco- 
mo di  Saranello,  ed  un  altro  abbate*. 
Quindi  fece  sapere  lo  stesso  castel- 
lano al  sagro  Collegio,  che  non  po- 
teva acconsentire  al  progetto  di  fare 
il  conclave  nel  forte,  perchè  avea 
fatto  giuramento  di  consegnarlo  al 
futuro  Pontefice,  il  che  voleva  pun- 
tualmente eseguire. 

Assunto  nel  i5i3  al  pontificato 
Leone  X  fece  castellano  il  vescovo 
di  Grosseto  Raffaele  Petrucci  signo- 
re principale  di  Siena  ,  che  poi  nel 
i5i7  creò  Cardinale,  il  quale  nel 
solenne  possesso  preso  da  Leone  X 
della  basilica  lateranense ,  al  ponte 
di  s.  Angelo  gli  eresse  un  bellissimo 
arco  trionfale,  descritto  dal  Cancel- 
lieri ne'  suoi  Possessi  a  pag.  72. 
Adriano  VI,  che,  sebbene  assente 
dal  conclave,  nel  i52  2  ,  fu  eletto 
successore    a   Leone    X,  nel   recarsi 


2o8  CAS 

dalla  Spagna  in  Roma,  condusse  seco 
Enrico  dei  duchi  di  Cardona,  spa- 
gnuolo,  arcivescovo  di  Monreale,  e 
uomo  di  straordinaria  virtù ,  cele- 
brato qual  degno  di  eterna  memo- 
ria. Quindi  il  dichiarò  prefetto  di 
Castel  s.  Angelo:  ed  in  progresso 
mentre  trovavasi  nella  sua  diocesi , 
ed  essendo  il  Pontefice  Clemente 
VII,  nel  15^7,  assediato  in  Castel 
s.  Angelo,  fu  da  quel  Pontefice  crea- 
to Cardinale.  In  tal  tempo  era  ca- 
stellano monsignor  Giulio  de  Medici 
parente  del  Papa,  il  quale  lo  do- 
vette acremente  rimproverare  per 
aver  trovato  il  forte  sprovvisto  di 
tutto,  allorché  vi  si  ritirò  per  evi- 
tare le  prime  furie  dell*  esercito  del 
viceré  di  Napoli  d.  Ugo  Moncada. 
Paolo  III,  Farnese j  dopo  aver  pre- 
posto alla  presidenza  della  fortezza 
della  città  di  Perugia  da  lui  stesso 
edificata,  Tiberio  Crispi,  romano, 
suo  stretto  congiunto,  uomo  adorno 
di  molte  belle  doti,  lo  destinò  al- 
tresì alla  prefettura  di  Castel  s.  An- 
gelo, e  nel  i544  'o  fece  Cardinale. 
Il  Papa  Urbano  VII,  eletto  nel  1590, 
conferì  il  governo  e  il  comando  del 
forte  al  suo  nipote  Mario  Mellini , 
proibendogli  di  accettare  il  titolo 
di  eccellenza  proprio  dei  nipoti  dei 
Papi.  Da  Clemente  Vili,  asceso  al 
trono  pontificio  a'  3o  gennaio  1592, 
fu  fatto  prefetto  di  Castel  s.  Ange- 
lo il  suo  nipote  Pietro  Aldobrandi- 
ni,  oriundo  fiorentino,  il  quale  os- 
servando che  il  presidio  del  forte 
era  composto  di  soli  soldati  di  fan- 
teria ,  e  non  aveva  persone  capaci 
di  manovrare  e  servire  le  artigUe- 
rie,  e  che  nelle  diverse  circostanze 
di  bisogno  avea  dovuto  il  governo 
cercarne  altrove,  ottenne  dallo  zio  la 
formazione  di  una  compagnia  di 
bombardieri  col  rispettivo  capitano, 
e  cogli  uffiziali.  Assunto  poscia  al  su- 


CAS 
premo  Pontificato  Paolo  V,  Borghese, 
nel  i6o5,  fece  prefetto  del  forte  il 
proprio  fratello  Gio.  Battista  Bor- 
ghese. Il  citato  Cancellieri  racconta 
ne*  menzionali  Possessi  a  pag.  1 74» 
che  in  quello  pigliato  da  Paolo  V, 
appresso  i  conservatori  di  Roma  ca- 
valcavano i  fratelli  di  sua  Santità , 
cioè  Francesco ,  capitano  generale 
della  guardia  di  sua  Beatitudine,  e 
governatore  di  Borgo,  e  Gio.  Batti- 
sta castellano  di  Castel  s.  Angelo , 
tra'  quali  cavalcava  1'  ambasciatore 
di  Savoia. 

Nel  Pontificato  di  Urbano  Vili, 
Barberini,  ottenne  la  caste! la nia  il 
patrizio  velletrano  Giuseppe  Ginnetti, 
fratello  del  celebre  Cardinal  Marzio 
vicario  di  Roma  sotto  cinque  Papi, 
e  marchese  di  Ropcagorga.  Questi 
si  rese  molto  benemerito  del  castel- 
lo, per  avere  istituita,  e  dotata  una 
cappellania  nella  cappella  del  ca- 
stellano, dedicata  all'arcangelo  s.  Mi- 
chele dando  a'  successori  suoi  la  fa- 
coltà di  nominare  il  cappellano.  Il 
Pontefice  Innocenzo  X,  Paìnphilj\ 
dichiarò  nel  iGjS  governatore  di 
Castel  s.  Angelo  il  marchese  An- 
drea Giustiniani,  principe  di  Bassa- 
no,  marito  di  una  sua  nipote.  Ales- 
sandro VII,  C/i7gr_,  sanesCj  nominò 
nel  i656,  d.  Mario  suo  fratello  ge- 
nerale di  s.  Chiesa ,  e  castellano. 
Clemente  X,  Altieri ,  dopo  avere 
adottato  nella  propria  famiglia  Ga- 
spare Paluzzi  degli  Albertoni,  che 
avea  sposato  la  di  lui  nipote,  lo  in- 
signi nel  1670  della  carica  di  ge- 
nerale di  s.  Chiesa,  e  di  castellano. 
Alessandro  Vili,  nel  1689,  ^^"^^  ^^ 
suo  nipote  d.  Marco  Ottoboni  gene- 
rale delle  galere  pontificie,  e  go- 
vernatore del  castello.  Nel  1721 
Papa  Innocenzo  XIII  confermò  in 
vice-castellano  certo  Olivieri,  fratello 
del  Cardinale  di  tal  cognome,   am- 


CAS 

bediie    congiunti     del     predecessore 
Clemente  XI.  Nel  pontificato  di  Cle- 
mente XI f,   Corsini,  e  precisamente 
nel    1780,  fu  vice-castellano  il  duca 
di  Palombara  Zenobio  Savelli.  Suc- 
cessivamente si  enumerano  fra  i  vi- 
ce -  castellani    un    bafi    Ricci  ,  e  un 
commendatore   d.    Marco    Ottoboni 
ai  tempi  in    cui    regnava    Pio    VI. 
Nella  restaurazione  poi  del  governo 
Pontificio,  dopo  le  vicende  avvenu- 
te sul  fine  dell'ultimo   secolo,  ebbe 
il  comando  del  forte   s.  Angelo ,    il 
generale  di  brigata  Francesco  di  Pao- 
la   Colli,  e  dopo  la  di  lui    morte, 
il  suo  figlio  Angelo    Colli ,   coman- 
dante il  corpo  dei    cannonieri.    Po- 
steriormente, restituito   lo  stato  ec- 
clesiastico al  legittimo  sovrano  Pon- 
tefice Pio  VII,  questi  elesse  per  co- 
mandante del  forte  s.    Angelo,   nel 
1 8  I  5,  il  barone  Carlo  Ancajani  ge- 
nerale di  brigata ,    cui    il    regnante 
Gregorio  XVI  diede  per  successore 
nel    1837  il  commendatore  Ottavia- 
no Zamboni,  ed  avendo  poi    questi 
data  la  sua  rinunzia,  lo  stesso  Pon- 
tefice   nominò    il     conte    Domenico 
Benti  voglio  generale   di  brigata ,  al 
quale  nel  mese  di  febbraio  1839  fu 
sostituito    il    commendatore    Filippo 
cav.  Contini,  parimenti  generale    di 
brigata,    che    tuttora    ritiene  il  co- 
mando di  questa  sì  rinomata  fortezza. 
I  Diarii  di  Roma  hanno  talvolta 
descritta  la  pompa    funebre,  che    si 
celebra  nella  morte  di  qualche  vice- 
castellano. Quello  del   1718    al  nu- 
mero  i52  riporta,  che   il   cadavei'e 
del  vice-castellano  Origo  fu  traspor- 
tato, vestito   di  sacco    da    confrate , 
nella    chiesa   di    s.     Marcello    senza 
pompa  militare,  ma    che    nella    se- 
guente mattina  fu  esposto  sopra  un 
alto  letto    funebre,    coperto   di    ar- 
matura di  ferro  ,  con  elmo  in  testa 
sormontato  da  piume,   colla   spada 

VOL.    X. 


CAS  209 

impugnata  in  una  mano,  e  nell'al- 
tra il  bastone  di  comando. 

Nel  numero  7656  dell'anno  1766 
si  accenna  la  morte  del  bali  Papi- 
rio  Bussi  vice-castellano,  e  si  racconta, 
che  il  cadavere  di  lui  fu  esposto 
nella  sala  paolina  del  castello ,  as- 
sistendo alle  esequie  i  cavalieri  ge- 
rosolimitani di  lui  confratelli.  Al  fi- 
ne delle  esequie  ebbe  luogo  lo  spa- 
ro del  cannone.  NegH  ultimi  tempi, 
il  cadavere  del  general  Colli  coman- 
dante del  castello ,  fu  consegnato 
formalmente  ad  un  officiale  coman- 
dante un  picchetto  di  granatieri,  e 
venne  scortato  con  divota  pompa  al- 
la chiesa,  seguito  e  preceduto  da 
tutta  la  guarnigione  della  città, 
la  quale  nella  seguente  mattina  si 
radunò  innanzi  la  detta  chiesa ,  e 
fece  le  consuete  tre  scariche  di  fu- 
cile nel  tempo  della  messa  di  re- 
quie, che  fu  cantala. 

CASTELLAR  Giovanni,  Cardina- 
le, Giovanni  Castellar  nacque  nel 
i44^  dalla  nobile  famiglia  di  Castella, 
nella  diocesi  di  Valenza.  Era  consan- 
guineo ad  Alessandro  VI ,  canonico 
prima  di  Siviglia,  poi  di  Napoli,  quindi 
di  Burgos,  governator  di  Perugia , 
nel  1493  arcivescovo  di  Trani,  nel 
1497  di  Oleron  neh' Aquitania;  fi- 
nalmente ai  3i  maggio  del  i5o3 
Alessandro  VI  l' onorò  della  sacra 
porpora  col  titolo  di  s.  Maria  in 
Trastevere.  Dipoi  fu  trasferito  alla 
chiesa  di  Monreale  in  Sicilia,  della 
quale,  per  le  strettezze  dei  tempi , 
non  potè  conseguire  le  bolle  ne  da 
Alessandro  VI,  né  da  Pio  III,  che  gli 
successe,  ma  solamente  da  Giulio  II. 
Passato  dipoi  da  Roma  a  Napoli,  e 
di  qua  nella  Spagna,  mori  a  Va- 
lenza nel  i5o5  di  sessantatre  anni, 
e  trenta  mesi  di  Cardinalato ,  ed 
ebbe  la  tomba  de'  suoi  antenati  nel 
convento  de'romitani. 

14 


aio  CAS 

CASTELL ARAGONESE,  o  Ca- 
stel Sardo  (Castrum  Aragonense). 
Città  vescovile  dell'  isola  di  Sarde- 
gna, forte  con  porto  di  mare  sulla 
costa  settentrionale  della  divisione 
di  Sassari,  cioè  sulla  punta  orientnle 
dei  golfo  Turritano.  Essa  è  cinta 
da  vecchie  mura ,  e  da  bastioni , 
mentre  il  suo  porto  la  difende  con 
un  fortino.  Fabbricata  verso  il  1 2  i  o 
dai  genovesi,  venne  prima  chiamata 
Castel  Genovese  3  e  fu  popolata  di 
liguri  della  casa  Doria,  sugli  avanzi 
di  Giuliola  Ampurias.  Indi  passata 
la  Sardegna,  nel  XIV  secolo,  sotto 
il  dominio  de'  re  Aragonesi ,  il  ca- 
stello prese  da  questi  il  notf.e,  per- 
chè fu  la  prima  città,  eh'  essi  occu- 
parono verso  il  i323.  Commanville 
dice,  che  nel  i5o3  vi  fu  trasferita 
la  sede  vescovile  di  Ampurias  (Vedi) 
istituita  nel  sesto  secolo,  e  suffraga- 
nea  della  metropoli  di  Sassari.  Il 
vescovo  vi  risiedeva  sei  mesi  dell'an- 
no. La  chiesa  cattedrale  di  Ampu- 
rias era  sotto  T  invocazione  di  san 
Pietro  delle  immagini,  con  arciprete 
e  otto  canonici;  ma  attualmente 
non  avvi  che  una  piccola  chiesa 
denominata  s.  Pietro  di  Mare,  sulla 
spiaggia  boreale.  Nella  invasione  fran- 
cese del  i52  7,  sotto  Francesco  I, 
re  di  Francia,  e  Carlo  V  impera- 
tore, diretta  dai  capitani  Renzo 
Ursini  di  Ceri  pel  re,  e  da  Andrea 
Doria  celebre  ammiraglio  per  T  im- 
peratore, Castel  Aragonese  fu  valo- 
rosamente difeso  dai  fratelli  Manca 
Baroni  di  Tiesi  Sassaresi,  che  furono 
favoriti  da  una  tempesta  nel  ribat- 
tere r  assalto .  Dipoi ,  nel  secolo 
XVIII,  Filippo  V  re  di  Spagna  ne 
discacciò  i  tedeschi  nella  guerra  di 
successione,  finché  divenuta  dominio 
della  casa  di  Savoja,  in  uno  al  re- 
gno di  Sardegna,  cambiò  di  nuovo 
il   nome   dal   suo   signore,    e  chia- 


CAS 
mossi,  nel  1767,  Castel  Sardo.  La 
sede  vescovile  poi  d'Anipurias,  che 
in  progresso  era  stala  trasferita  a 
Terra  nuova,  da  ultimo  fu  dal  Papa 
regnante,  nel  1889,  stabilita  nella 
città  di  Tempio.  L'  antica  chiesa 
cattedrale  di  Castel  Sardo  è  dedi- 
cata a  s.  Antonio  abbate»  Il  capi- 
tolo si  compone  della  dignità  del- 
l'arciprete, e  di  undici  canonici  con 
due  prebende,  non  che  di  parecchi 
preti  e  chierici.  Nella  stessa  catte- 
drale evvi  la  parrocchia,  eh' è  l'uni- 
ca della  città,  e  che  viene  ammi- 
nistrata da  un  canonico  approvato 
dal  vescovo  con  due  preti  ausi- 
liari. Vi  ha  eziandio  un  convento 
de*  minori  conventuah  .  La  tassa 
della  mensa,  secondo  i  registri  ca- 
merali, e  le  proposizioni  del  con- 
cistoro, ascende  a  cento  settantuno 
fiorini. 

CASTELLENSE  o  CASTELLI, 
Adriano,  Cardinale.  Adriano  Castel- 
lense  o  Castelli  nacque  a  Corneto 
da  buoni  e  doviziosi  parenti,  e  per- 
ciò fu  detto  il  Cardinal  di  Corne- 
to. Era  assai  eccellente  nella  lin- 
gua latina,  nonché  nella  greca  ed 
ebraica.  Innocenzo  Vili ,  conoscendo 
la  destrezza  di  lui  nel  maneggio 
degli  affari,  lo  spedi  nunzio  a  paci- 
ficare i  re  di  Scozia  e  d' Inghilterra. 
In  appresso  divenne  accetto  ad  En- 
rico VII,  il  quale  si  prevalse  del- 
l' opera  sua  presso  i  Pontefici  In* 
nocenzo  Vili,  ed  Alessandro  VL 
Quindi  fu  nominato  alla  chiesa  di 
Herford,  cui  cangiò  poscia  con  quel- 
la di  Bath  e  Velles  unite,  e  fu 
spedito  nunzio  in  Francia  a  com- 
porre le  cose  d' Italia.  A  nome  del- 
la santa  Sede  andò  alla  corte  di 
Parigi  a  condolersi  della  perdita  di 
Carlo  Vili,  poi  divenne  segretario 
delle  lettere  pontificie,  e  pressoché 
arbitro  dedi    affari  del  Pontificalo  ; 


CAS 

fu  clierico   di    camera ,    tesoriere,  e 
da  ultimo  ai  3o  maggio  del   i5o3, 
Alessandro  VI    lo   innalzò    all'  onor 
della  porpora  col  titolo  di  s.  Griso- 
gono.   Sebbene  abbia  seguito  a  Bo- 
logna Giulio  II,  pure  per  certe  di- 
spute avute  col  vescovo  di  Vigorne, 
ambasciatore    del   re  d'  Inghilterra, 
incontrò  lo  sdegno   di  Giulio,   e  ad 
evitarne  gli  effetti,  ricovrò  presso  il 
lago  di  Garda  sui  monti  di  Trento. 
Morto  Giulio,    ed    eletto  Leone  X, 
ritornò   a   Roma    ove  fu  accolto  ed 
onorato  assai  dal  novello  Pontefice. 
Ma  la  congiura  ordita  dal  Cardinal 
Petrucci     contro    Leone,     rovinò    il 
Castellense;  dappoiché  essendo  mossa 
contro  di  lui  l'accusa,  che  fosse  col- 
pevole di  tale  delitto,  venne  condan- 
nato   ad    un'  ammenda    di    25  ooo 
scudi  d' oro,    e    temendo  di  peggio, 
fuggi  da  Roma  nel  giugno  del  iSiy, 
e  ricovrò  a  Venezia.  Senonchè  citato 
legalmente  dal  Pontefice  dopo  tem- 
po convenevole,  e  non  comparso,  si 
dichiarò   contumace,    venne   privato 
e  spogliato  d'ogni  dignità,  uffizio  e 
benefizio ,   ne    si   sa   come ,    e  dove 
terminasse    di    vivere.     Avea     dato 
principio   alla    versione  della  divina 
Scrittura,    dall'ebreo    in    latino:    a 
Carlo  V  dedicò  un'opera  latina,  cui 
compose  sui  modi  di  parlare  latina- 
mente; ed  un'altra  ne  compose  in- 
titolata La  vera  Filosofia^  ove  rac- 
colse   le    sentenze    de' quattro    latini 
dottori.     A  Roma   non  molto  lungi 
dal  Vaticano   e  sulla  piazza  Scossa- 
cavalli  fabbricò  un  palazzo,  cui  do- 
nò al  re  d' Inghilterra,  e  quindi  fu 
posseduto  dalla  famiglia  Giraud,  ed 
oggi  è  proprietà  del  principe  d.  Ales- 
sandro Torlonia.  Da  Girolamo  Ferri 
si  ha  De  rebus  gestis  et  scriptis  Ha- 
driani  Castellani    Cardinalis ,    quo 
imprimis  auctore  latinUas  restituta, 
Faventiae   1771. 


CAS 


21  T 


CASTELLI  Giuseppe  Maria,  Car- 
dinale. Giuseppe  Maria  Castelli  nac- 
que    a    Milano     da    nobile   famiglia 
a' 4    ottobre    del     lyoS,    e    fatti    i 
suoi  studii  manifestò  viva  brama  di 
dedicarsi  al  servigio  della  Santa  Se- 
de, ponendosi  in  prelatura.  Avendo 
esercitate    con    zelo   e   lodevolmente 
diverse    cariche,    dopo    essere  stato 
commendatore  di    s.    Spirito,  venne 
promosso  al  Cardinalato  da  Clemen- 
te XIII   a' 24   settembre    del    17  59 
col  titolo   presbiterale    di   s.  Alessio. 
A  cagione  della  reputazione  che  go- 
dette presso  i  Pontefici,  fu  aggrega- 
to alle  congregazioni  cardinalizie  del 
s.  offizio,  del  conciUo,    di  propagan- 
da, dell'esame  de'  vescovi,  dell'  indi- 
ce, della   disciplina    regolare,    della 
visita  apostolica,  delle  acque,  e  della 
correzione  de'  libri  della  chiesa  orien- 
tale. Ed  è  perciò,  che  ricco  di  me- 
riti e  di  esperienza  fu  fatto  prefetto 
generale  della  mentovata   congrega- 
zione di  Propaganda,    laonde    potè 
esercitare  ovunque    i    suoi  lumi,    e 
l'ecclesiastico  zelo  da  cui  era  anima- 
to. Fu  protettore    del  collegio  apo- 
stolico   de'  sacerdoti    a  ponte  Sisto , 
della  chiesa  nazionale    e   arciconfra- 
ternita  de'  ss.  Ambrogio  e  Carlo  dei 
milanesi,    dell'accademia    teologica, 
delle  città  di  Narni,  Piperno,  e  Ci- 
vita-Castellana,    e  degli  ospedali  di 
Perugia,  Spoleto,  Narni  e  Viterbo. 
Mori  a  Roma  H  9  aprile   1780,  al- 
tamente lodato  per  la  sua  pietà  non 
comune,  e  straordinaria  dottrina,  e 
fu  esposto  nelle  esequie,    e    sepolto 
secondo  la  sua  testamentaria  dispo- 
sizione, nella  detta  chiesa  de'  ss.  Am- 
brogio e  Carlo  al  Corso. 

CASTELLI  Guido  (de'),  Cardina- 
le,  y.  Celestino  II. 

CASTELLUM  TITULIANUM,  o 
Castello  Titulita.  Sede  episcopale 
di  Numidia,  nell'Africa  occidentale, 


a  15  CAS 

«ottoposlo  a  Cirta  Giulia,  metropoli 

del  IV  stxrolo.  Not.  Afr. 

CASTELLUM  MEDIANUM.  Se- 
de episcopale  della  Mauri  liana  Cesa- 
riaiia  nell'Africa  occidentale.  Not. 
Àfr. 

CASTELLUM  JABARITANUM. 
Sede  vescovile  della  Mauritiana  Ce- 
sariana,  nell'Africa  occidentale.  Not. 
Afr. 

CASTELLUM  TETRAPORTIEN- 
SE.  Sede  vescovile  della  Mauritiana 
Cesariana,  sotto  la  giurisdizione  di 
Giulia  Cesarea ,  che  fu  eretta  in 
metropoli  nel  IV  secolo,  nell'Africa 
occidentale.  Not.  Afr. 

CASTELLUM.  Sede  episcopale 
della  Mauritiana  Cesariana,  cioè 
sottoposta  alla  metropoli  di  Giulia 
Cesarea,  nell'Africa  occidentale.  Not. 
Afr. 

CASTELLUM  RIPENSE.  Sede 
episcopale  nella  Mauritiana  Cesaria- 
na, nell'Africa  occidentale.  Genn. 
lib.  de  Script.   Eccl. 

CASTELLUM  MLNUS.  Sede  ve- 
scovile della  Mauritiana  Cesariana, 
nell'Africa  occidentale.  Not.  Afr. 

CASTELLUM.  Sede  vescovile  di 
Numidia  nell'Africa  occidentale  sotto 
la  metropoli  di  Cirilla  Julia.  Not. 
Afric. 

CASTENAT  o  CASTANET  Ber- 
nardo ,   Cardinale.   V.  Castagneto. 

GASTIGLIA  NUOVA.  Una  delle 
più  grandi  provincie  della  Spagna, 
che  tiene  il  primo  posto,  avendo  nel 
mezzo  di  essa  la  città  di  Madrid 
(  Fedì  ) ,  capitale  della  monarchia 
spagnuola.  Dicesi  nuova  perchè  tolta 
a' mori  in  epoca  posteriore  all'altra, 
che  chiamasi  vecchia.  Fino  al  secolo 
XI  ebbe  il  titolo  di  contea  ,  e  per 
im  tempo  si  denominò  anco  re^no 
Toletano.  La  nuova  Castiglia  formò 
sotto  il  dominio  moresco  un  regno 
^particolare ,   ed  i  cristiani,  che  per- 


CAS 
vennero  a  fondare  il  regno  di  Leo- 
ne (Fedi)f  s'  impadronirono  subito 
di  questa  provincia,  ma  essa  non 
fu  interamente  riunita  a  questo  re- 
gno se  non  verso  l'anno  io85,  sotto 
AHònso  IV,  re  di  Leone,  e  primo 
di  Castiglia,  figlio  minore  del  re 
Sancio  I,  fondatore  della  monarchia 
Castigliana.  Da  quel  tempo  la  nuova 
segui  i  destini  della  vecchia  Casti- 
glia sino  alla  traslazione  della  sede 
della  monarchia  spagnuola  nel  suo 
seno.  Confina  colla  Castiglia  vecchia, 
con  l'Aragona,  Valenza,  l'Andalu- 
sia, Murcia,  e  l' Estremadura.  La 
nuova  Castiglia ,  di  cui  Madrid  è 
capoluogo,  dividesi  in  cinque  pro- 
vincie che  sono  :  Cuenca ,  Guadala- 
xara,  Madrid,  la  Manica  e  Toledo. 
P^.  Castiglia  Vecchia,  Aragona,  e 
Spagna. 

CASTIGLIA  VECCHIA.  Provin- 
cia della  Spagna.    Dopo    esser    pas- 
sata dal  dominio  dei  romani  a  quel- 
lo dei  goti,  e  da  questi  ai  mori,  la 
vecchia  Castiglia,  primaria  culla  del- 
la   possente    monarchia    spagnuola , 
fu  riunita  al  regno  di  Leone,  fondato 
circa  l'anno  920  dai  cristiani,    che 
si    rifugiarono    nelle  montagne  del- 
le Asturie  neh'  epoca  dell'  invasione 
moresca.    Quindi     venne    governata 
dai  suoi  conti  particolari.  In  segui- 
to i    Castigliani,    essendosi    ribellati 
contro  Ordunno  I  re  di  Leone,  che 
avea  fatto  trucidare  i  conti   gover- 
natori   della    Castiglia,    giunsero    a 
rendersi  indipendenti,  e  confidarono 
l'amministrazione  del  loro  paese    a 
due  giudici.  Fernando  Gonzales,  fi- 
glio di    uno   di  essi,    fu    acclamato 
conte  di  Castiglia  l'anno  928;  ma 
la  sua  discendenza  essendosi  estinta 
nel  conte  di  Garcias,  il  re  di    Na- 
varra  Sancio  I,  divenuto    conte    di 
Castiglia    pel    suo    matrimonio   con 
Runna    Mayor    sorella    dell'  ultimo 


CAS 
conte,  fu  acclamalo,  nell'anno  1028, 
per  primo  re  di    Castiglia.    In    ap- 
piesso,  a  poco  a  poco    i    successori 
di  lui  s' impadronirono  dei  regnidi 
Leone,  di  Aragona  [J^edi)  e  di  Va- 
lenza,   non    che    del    principato    di 
Catalogna,  della  Biscaglia,  e  di  una 
porzione  del  reame  di  Navarra,  ed 
estesero  le  loro  conquiste  nella    re- 
gione meridionale  della  Spagna  sog- 
getta al  dominio  dei  mori.  Però  la 
vecchia    Castiglia     non    perdette    il 
suo  titolo   di    regno    se    non    allor- 
quando, nel   1476?  pel  celebre  ma- 
trimonio d' Isabella  con  Ferdinando 
re  d' Aragona,  i    possessi    di  questi 
due  sovrani  non  formarono  che  un 
solo  regno.  Tuttavolta  allorché  Co- 
lombo volle  tentare  il  discuoprimen- 
to  del  nuovo  mondo,  la  regina  Isa- 
bella, che  gliene  forni  i  mezzi,  vol- 
le che  i  risultati,  i  quali  ne  sareb- 
bono  derivati,    fossero   a    vantaggio 
soltanto  della  sua  corona  di  Castiglia. 
Burgos  {Vedi),  capoluogo  della  pro- 
vincia, fu  sede  della  real  corte  sino 
all'imperatore    Carlo    V,    il    quale 
volle  trasferirne  la  residenza  a  Ma- 
drid ,     donde    provenne    la     deca- 
denza dall'antico  lustro,     e  dal  flo- 
rido   stato,    goduto    dalla    Castiglia 
vecchia    tanto    sotto    i    suoi    conti , 
quanto  sotto  i  suoi    re.    La    Casti- 
glia vecchia  confina  colla  Navarra, 
colla  Biscaglia,  colle  Asturie,  e    col 
regno  di  Leone,  coli'  Aragona,    colla 
Castiglia  nuova    [Fedi),    e    dividesi 
nelle  cinque  provincie  di  Burgos,  Se- 
govia, Avi  la,  Coria,  e  Logrogno.  F. 
Spagna. 

CASTIGLIONI  Famiglia.  Dalla 
voce  di  bassa  latinità  Castellionum 
indicante  un  castellotto,  derivò  il  no- 
me di  mollissimi  paesi  in  Francia 
ed  in  Italia.  Da  questi  nomi  poi  a 
vicenda  ebbero  origine  quelli  di  più 
famiglie  italiane  e  francesi  dette  Ca- 


CAS  i\Z 

stìglìoniy  Castìllon,  Clidlìllon.  E  pe- 
rò ass^i  difficile  il  rintracciare  qua- 
li di  queste  famiglie  abbiano  tra 
di  loro  una  comune  origine,  e  qua- 
li non  abbiano  di  comune  che  il 
nome,  e  così  se  questo  provenga  da 
signoria  ottenuta,  o  non  semplice- 
mente dalla  indicazione  d'origine. 
Se  da  queste  considerazioni  genera- 
li scenderemo  ora  ai  particolari  del- 
la famiglia  milanese,  che  diede  alla 
Chiesa  un  sommo  Pontefice,  e  al 
sagro  Collegio  quattro,  o  forse,  co- 
me si  dirà,  cinque  Cardinali,  dire- 
mo che  dai  documenti  non  risulta 
alcun  fondato  argomento  per  crede- 
re, ch'essa  abbia  comune  l'origine 
coi  Caslillon,  o  Chàtillon  di  Fran- 
cia, uè  coi  Castiglioni  di  Piemon- 
te, ne'  coi  Castiglioni  d' Ischia,  che, 
nel  i8o3,  diedero  al  medesimo  sa- 
gro Collegio  il  Cardinale  Giovanni 
Castiglione  (Fedi).  Quest'  ultima 
famiglia,  avendo  comune  lo  stem- 
ma coi  Castiglioni  di  Milano,  e 
con  quelli  di  Cingoli,  compone  le 
sue  arme  gentilizie  di  un  campo 
rosso  ,  con  leone  rampante ,  che 
colla  branca  destra  sostiene  una 
torre.  E  quando  la  casa  Farnese  le 
concesse  di  poter  inquartare  parte 
del  suo  stemma,  divise  il  proprio 
in  due  parti  :  nel  lato  superiore  in 
campo  celeste  riportò  tre  gigli  far- 
nesiani,  e  in  quello  inferiore  l'an- 
tico della  famiglia,  proprio ,  co- 
me dicemmo,  anche  dei  Castiglioni 
di  Cingoli,  e  di  quelli  di  Mi- 
lano. 

Il  paese,  onde  traggono  origine  i 
Castiglioni  di  Milano,  è  posto  cin- 
que miglia  al  mezzo  di  Varese, 
nell'  antico  contado  del  Seprio,  il 
cui  nome  pare  derivato  da  quello 
d'Insubria.  Nell'archivio  diplomati- 
co'di  Milano  trovasi  uri  documen- 
to   dell'  anno    987,    in  cui    è   fatta 


ii4  GAS 

menzione  di  un  Guido  Casliglioni 
figlio  di  Palcheterio  di  nazione  lon- 
gobarda, che  diede  in  feudo  alcu- 
ne terre  di  Valtellina.  D' altra  par- 
te una  tradizione  riferita  dal  Si- 
gonio  vuole,  che  Corrado,  figlio  di 
Berengario  re  d'Italia,  togliesse  in 
moglie  Richelda  di  stirpe  longobar- 
da, ed  avesse  possedimenti  in  Lom- 
bardia, fra  i  quali  Castiglione,  otte- 
nutane la  signoria  dall'arcivescovo 
di  Milano;  le  quali  notizie  però 
potrebbero  conciliarsi  col  supporre, 
che  la  signoria  di  quel  paese  pas- 
sasse da  una  famiglia  longobarda  in 
quella  di  Corrado ,  mercè  il  suo 
matrimonio  con  Bichelda,  e  la  con- 
seguente conferma  nella  investitura. 
Ritengono  però  ordinariamente  i 
genealogisti,  che  da  questo  Contado, 
detto  anche  Conone,  derivi  la  fa- 
miglia Castiglioni,  ma  le  prove  di 
figliazione  mancano  in  parte,  ed  in 
parte  si  appoggiano  a  tradizioni,  ed 
a  monumenti  sospetti.  E  pure  in- 
certo se  i  due  principali  rami  del- 
la famiglia,  l' uno  detto  inoltre  di 
Casciago  dal  nome  di  altra  terrea 
vicina  a  Varese,  l' altro  detto  sem- 
plicemente di  Castiglione,  abbiano 
in  realtà  origine  comune.  La  qua- 
le, se  r  hanno,  è  certamente  assai 
antica,  ed  anteriore  al  secolo  deci- 
moquarto, cui  ascende  la  discen^ 
denza  dimostrata  per  autentici  do- 
cumenti dei  due  rami.  E  sebbene 
per  l'epoca  anteriore  i  dati  di  fi- 
gliazione non  sieno  egualmente  certi, 
pure  si  hanno  dati  generici  intorno 
al  possedimento  de'  beni,  e  alle 
qualifiche  delle  due  famiglie,  che  ne 
assicurano  essere  state  ambedue  di- 
stinte sino  da  un'  epoca  di  molto 
anteriore. 

La  famiglia  detta  di  Castiglione 
di  Casciago  (ile  Caslellione  de  Ca- 
sciago),  la  quale  però  da  secoli    ha 


CAS 
omesso  questo  secondo  predicato  o 
aggiunto,  è  quella  cui  appartenne 
il  fu  cavaliere  Luigi  Castiglioni,  pre- 
sidente dell'accademia  di  belle  arti 
di  Milano,  che  ha  tessuto  una  la- 
boriosa storia  in  più  volumi  dei 
diversi  rami  Castiglioni  di  Milano, 
storia  che  si  conserva  manoscritta 
dai  nipoti  di  lui.  Di  là  sono  trat- 
te molte  delle  notizie ,  che  qui  si 
accennano.  A  questa  famiglia  pure 
appartiene  Guarnerio,  che  nel  seco- 
lo decimoquinto  fu  famoso  giure- 
consulto, ed  ebbe  gran  parte  nel 
reggimento  politico  della  patria,  du- 
rante la  fine  della  dinastia  Viscon- 
ti, e  r  effìmera  repubblica,  che  pre- 
cedette il  dominio  Sforzesco. 

All'altro  ramo  Castiglioni  poi , 
suddiviso  in  un  numero  grandissimo 
di  famiglie,  molte  delle  quali  sono 
ora  decadute  in  b^sso  stato,  apparten- 
ne il  Pontefice  Celestino  IV  (Fedi), 
e  vi  appartenne  pure  da  ultimo 
l'altro  Pontefice  Pio  Vili  (Fedi). 
Di  essi,  e  delle  loro  famiglie  parle- 
remo in  appresso. 

Un  altro  ramo  secondario  dei  Ca- 
stiglioni di  Castiglione,  è  quello  di 
Mantova  cui  appartiene  il  celebre 
Baldassare,unodei  più  eleganti  scrit- 
tori d' Italia  del  secolo  XVI,  discen- 
dente da  un  altro  di  egual  nome, 
che  ivi  si  stabiPi  nel  secolo  decimo- 
quinto per  servigio  di  quei  duchi, 
e  per  la  cui  rinomanza ,  non  cre- 
diamo dispensarci  dal  farne  qui  una 
special  menzione.  Nacque  Baldassa- 
re  presso  Mantova  nel  i^jS  a  Ca- 
satico, casa  di  campagna  apparte- 
nente alla  sua  famiglia.  Il  suo  ge- 
nitore di  nobile  stirpe  si  era  impa- 
rentato co'  sovrani  di  quello  slato 
sposando  Luigia  Gonzaga .  Baldas- 
sare  studiò  a  Milano,  e  quindi  pas- 
sò nella  milizia,  nella  quale  militò 
anco  pel  duca  d'  Urbino   Guidobal- 


CAS 
do,  e  divenne  tosto  uno  degli  or- 
namenti di  quella  splendidissima  cor- 
te. Per  le  sue  eccelse  doti  fu  spe- 
dito dal  duca  ambascìatoi'e  ad  En- 
rico VII  re  d' Inghilterra ,  il  quale 
Tolle  annoverarlo  agli  Ordini  eque- 
stri del  legno.  Succeduto  al  ducato 
d' Urbino  Francesco  Maria,  Baldassa- 
re  fu  fatto  da  lui  conte  col  feudo,  e  il 
castello  di  Nuvillara  vicino  a  Pesaro, 
e  venne  inviato;  poscia  ambasciatore 
a  Leone  X,  presso  il  quale  conseguì 
molta  gloria ,  per  le  scientifiche  re^ 
lazioni,  che  contrasse  coi  primari! 
artisti,  e  coi  letterati.  Ritornato  a 
Mantova  nel  i5i6  sposò  la  contessa 
Torelli,  celebrandone  il  maritaggio 
il  marchese  di  Mantova  con  giostre, 
tornei,  ed  altri  pubblici  spettacoh. 
Perduta  dopo  tre  anni  la  moglie , 
che  gli  lasciò  un  figlio  per  nome 
Camillo,  prosegui  in  Roma  a  ren- 
dere importanti  servigi  al  duca  d'Ur- 
bino, donde  Clemente  VII  lo  man- 
dò per  rilevanti  affari  nel  ì52.5  al- 
l'imperatore Carlo  V.  Tuttavolta 
saccheggiata  Roma  nel  i527  dalle 
truppe  imperiali ,  il  Papa  se  ne  dol' 
se  con  Baldassare,  come  avesse  tras^ 
curato  i  suoi  interessi.  Invece  Carlo 
V  lo  nominò  in  appresso  vescovo 
d'Avila  ;  ma  caduto  malato  in  Tole- 
do, ivi  mori  a'  2  febbraio  ìSi^  con 
gran  rammarico  di  quel  monarca. 
Questo  celebre  scrittore  lasciò  poche 
opere,  ma  tutte  di  stile  perfetto,  e 
di  eccellente  gusto.  La  più  nota  è 
il  rinomato  Libro  del  Cortigiano^ 
che  fu  scritto  nell'anno  i5i8,  e  do- 
po aver  consultato  il  parere  di  Bem- 
bo, fu  per  la  prima  volta  stampa- 
to a  Venezia  nel  i528  con  bella 
edizione  da  Aldo.  Ivi  nel  i533  si 
stamparono  pure  le  Poesie  italiane 
e  latine,  veri  modelli  di  eleganza. 
Le  sue  Lettere  poi  sono  preziose 
per  lo  stile  non  meno   che  per    la 


CAS  2 1 5 

storia  politica  e  letteraria.  Il  Coi- 
tigiano  tratta  dell'  arte,  cui  debbo- 
no usare  quelli  che  sono  in  corte , 
per  rendersi  utili,  e  graditi  ai  prin- 
cipi. F.  la  vita,  che  ne  scrisse  Ber- 
nardino Marliani,  stampata  nel  17 33 
in  Padova  colle  opere  del  Casti- 
glioni. 

Altri  rami  dei  Castiglioni,  i  quali 
conservano  la  nobiltà,  sono  sparsi 
per  la  Lombardia,  e  principalmente 
nell'antica  sede  di  questa  famigUa, 
cioè  nell'antico  contado  del  Seprio, 
ove  tutti  senza  distinzione  di  con- 
dizione ,  e  senza  dar  prove  di  ori- 
gine, votano  per  antica  consuetu- 
dine nella  nomina  dell'arciprete  di 
Castiglione.  Se  si  bramassero  più 
eslese  notizie  intorno  alla  famiglia 
ed  alle  persone,  che  tanto  nelle  di- 
gnità ecclesiastiche,  quanto  nella  mi- 
lizia, nelle  lettere,  e  nelle  magistx'a- 
ture  si  distinsero,  molte  se  ne  pos- 
sono trovare  nelle  Famiglie  illustri 
italiane,  opera  assai  giustamente 
encomiata,  che  dal  conte  Pompeo 
Litta  si  pubblica  in  Milano,  e  la  cui 
parte  spettante  a  questa  famiglia,  è 
venuta  qlla  luce  sino  dal  1822. 
Questo  erudito  autore  dà  pure  il 
catalogo  dei  precedenti  scrittori,  che 
hanno  trattato  di  questa  stessa  fa- 
miglia. Ancoia  più  doviziosa  raccol- 
ta di  notizie,  e  di  documenti  tro- 
vasi neir  accennata  storia  manoscritta 
del  cavalier  Luigi ,  che  conservasi 
presso  la  illustre  famiglia  di  Milano. 

A  seconda  del  nostro  proponi- 
mento, dovendo  far  menzione  dei 
due  rami  Castiglioni ,  solo  perchè 
diedero  alla  Chiesa  Papi  e  Cardi- 
nali ,  sebbene  si  trovi  ai  rispettivi 
articoli  la  biografia  di  cadauno, 
pur  daremo  qui  alcun  cenno,  par- 
lando prima  di  quello  residente  in 
Milano ,  che  tuttora  fiorisce  col  ti- 
tolo di  IVIarchese.  11  maggior  lustro, 


3l6 


CAS 


e  decoi-o  della  famiglia  Castiglioni  di 
Milano  furono  Goffredo  figlio  di  Gio- 
vanni  Castiglioni,  e  Cassandra  Cri- 
velli, sorella  di  Urbano  III,  il  quale 
venne  esaltato  al  pontificato  nel  1 185. 
Educato  Goffredo  santamente  da  s. 
Caldino,  meritò  che,  nel  1227,  Gre- 
gorio IX  il    creasse    Cardinale ,    ed 
in  morte  del  Pontefice,  ad  onta  della 
sua  virtuosa  ripugnanza ,    fu   innal- 
zato alla    cattedra   apostolica    a'  22 
settembre   1241,  prendendo  il  nome 
di    Celestino    IV  :    ma  essendo   egli 
indebolito  dalla  vecchiaia  regnò  ap- 
pena   diciassette  giorni.    11  Cardella 
J\leniorie  storiche  de^  Cardinali ^  di- 
ce che  Innocenzo  IV  immediato  suc- 
cessore di  Celestino  IV,  nel   1244» 
annoverò  al  sagro  Collegio  Goffredo 
Castiglioni,  milanese,  parente  di  Ce- 
lestino   111 ,  ma  che  piuttosto   deve 
ritenersi  un  Goffredo  da  Trani,  del 
quale  sentimento  è  pure  il  Novaes, 
Storia  de^  Pontefici,  t.  III,  p.  210. 
Branda   Ccdstiglioni  ^  nobile  mila- 
nese della  famiglia  di   Celestino  IV, 
e  del  ramo  propriamente  detto  Ca- 
stiglione, perchè  continuò   ad  avere 
stanza   nella  terra    nativa,   v'istituì 
una  collegiata  con  collazione  di  be- 
iiefizii,  che  durano  tuttora.  Egli  vie- 
ne ritenuto  per  uno   dei    più    dotti 
giureconsulti  del  suo  tempo ,   e  nel 
1 4  *  I   fìi  creato  Cardinale    da   Gio- 
vanni XXIII.  La  vita  di  lui  fu  scritta 
da  Salvino    Salvini ,    e   tradotta    in 
latino  dal   p,   Anton  Felice  Mattei, 
il  quale  tratta  dello  stesso  Cardinale 
lungamente  nella  Storia  della  chic' 
sa  di  Pisa,  tomo  II,  p.   122  e  seg. 
Giovanni  Castiglioni,  nobile  mi- 
lanese, insigne  nell'arte  oratoria,  e 
nel  diritto  civile,  ad   onta    che    da 
alcuni    si    dica    nato   in    Pavia,    fu 
creato  Cardinale  nel   i45>6    da    Ca- 
listo III,  ed  ebbe  sepoltura    in  Mi- 
Jaao  nella  tomba  de'  suoi  maggiori. 


CAS 

Francesco  Abbondio  Castrglionfy 
nobile  milanese  della  famiglia  di 
Celestino  IV  e  (come  dicono  No- 
vaes tomo  VII,  p.  176,  e  Cardella 
tomo  V,  p.»  83,  della  famiglia  dei 
Cardinali  Ottaviano,  Goffredo,  o  Got- 
tifredo ,  Branda ,  e  Giovanni  Casti- 
glioni ,  senza  però  rendere  ragione 
del  Cardinale  Ottavio,  non  esisten- 
do fra  quelli  che  ne  riportano  la 
biografia),  per  le  sue  egregie  qua- 
lità fu  da  Pio  IV  nel  i565  elevato 
al  Cardinalato. 

Passiamo  ora  ad  accennare  quan- 
to riguarda  la  discendenza  del  ra- 
mo Castiglioni  stabilito  nella  Marca 
Anconitana ,  nello  stato  Pontifìcio. 
Le  relazioni ,  che  la  famiglia  Casti- 
glioni di  Cingoli  può  avere  con  quel- 
la di  Celestino  IV  milanese,  consi- 
stono unicamente,  secondo  la  opinio- 
ne, e  per  quanto  è  a  cognizione  di 
essa ,  nella  provenienza  della  detta 
famiglia  da  Milano ,  e  neh'  identità 
del  casato  e  dello  stemma  che,  sic- 
come dicemmo,  è  comune  a  diverse 
famiglie  Castiglioni.  Certo  è  però , 
lo  ripetiamo  ancora  una  volta,  che 
la  famiglia  Castiglioni  di  Milano , 
ora  divisa  e  moltiplicata  in  moltis- 
simi rami  s\  in  quella  città  che  al- 
trove, conta  un  comune  antico  sti- 
pite, dal  quale  tutte  derivano.  Al 
principio  del  secolo  decimosettimo, 
e  forse  nell'anno  i6or,  un  Bernar- 
do, o  Branda  Castiglioni,  figlio  di 
Giulio,  e  nipote  di  Giovanni,  emi- 
grò da  Milano,  e  venne  ad  essere 
autore  della  famiglia  Castiglioni  di 
Cingoli,  Secondo  altre  veridiche  me- 
morie, fu  Giulio,  il  quale  di  pro- 
fessione banchiere  (  che  in  quel  tem- 
po con  vocabolo  spagnuolo  si  dice- 
va varador) ,  recossi  a  Cingoli  nel 
1600  per  oggetto  di  sua  professio- 
ne, e  vi  si  stabili.  Egli  appartene- 
va al  ramo  dei  Castiglioni  di  Casti- 


CAS 
^lione,  detto  secondariamenle  di  Ve- 
dano ,  altra  terra  poco   distante  da 
Varese,  ov'  ebbe  stanza. 

Quinto  discendente  di  tal  Giulio 
fu  Carlo ,  il  quale  avendo  sposata 
Sanzia  Ghislieri  di  Jesi,  della  pro- 
sapia di  s.  Pio  V,  ebbe  quat- 
tro figli  maschi,  e  tre  femmine,  cioè: 
d.  Bernardo,  che  divenne  canonico 
arcidiacono  della  cattedrale  di  sua 
patria ,  e  morì  nel  declinare  del 
1 84o  ;  Francesco  Saverio  poi  Pon- 
tefice; Alessandro,  ed  il  conte  Filip- 
po che  si  congiunse  in  matrimonio 
colla  nobile  Ludovica  Cavallini  pu- 
re di  Cingoli.  Il  conte  Filippo  colla 
sua  numerosa  prole  sostiene  la  di- 
scendenza della  nobile  e  illustre  fa- 
miglia. Le  femmine  poi  sorelle  del 
Pontefice  sono  :  Caterina,  che  si 
sposò  al  nobile  Mattioli  di  Gualdo 
di  Nocera;  Adelaide,  che  si  maritò 
col  nobile  Giuseppe  Mei  di  Mon- 
dolfo,  ed  Antonia ,  che  rimase  in 
casa  in  istato  nubile. 

Francesco  Saverio,  nato  in  Cin- 
goli a' 20  novembre  1761,  educato 
nel  collegio  Monlalto  di  Bologna, 
fece  tali  progressi  nelle  scienze,  nel- 
le virtù  e  nella  saggezza,  che  Pio 
VII,  agli  II  agosto  1800,  lo  pre- 
conizzò vescovo  di  Montalto.  Zela- 
tore della  hbertà  ecclesiastica,  dopo 
che  i  francesi  nei  primi  anni  del  seco- 
lo conente  tornarono  ad  invadere 
lo  stato  pontifìcio,  fu  uno  dei  primi- 
tivi vescovi  ad  essere  tolto  dalla  sua 
sede,  e  Iraspoitato  venne  a  Milano. 
Quivi  egli  entrò  in  istretta  relazio- 
ne coi  principali  individui  delle  pa- 
trizie famiglie  Castiglioni,  massime 
col  conte  Luigi  ex  senatore,  e  col 
conte  avvocato  Francesco,  i  quali  , 
come  di  sopra  accennammo,  conser- 
vano archivi  copiosissimi  delle  me- 
morie, e  monumenti  riferibili  al  lo- 
ro casato.  Fu  allora,   e    pei    mezzi 


CAS  117 

di  tali  signori,  che    monsignor  Ca- 
stiglioni potè    trovare,    ed    avere    i 
documenti  riguardanti  il    menziona- 
to   Bernardo,  stipite  del    ramo    di 
Cingoli.  Dipoi,  nel     18 16,    il    sud- 
detto Pio  VII  lo  creò  Cardinale  di 
santa  romana    Chiesa,    poi    vescovo 
di  Cesena,  indi  penitenziere  maggio- 
re; finalmente,  a' 3 1   marzo    1829, 
fu  eletto    in  Sommo    Pontefice    col 
nome  di  Pio  Vili.  Breve  fu  il  suo 
pontificato,     dappoiché    'non    regnò 
che  venti  mesi,  e  fu    segnalato    da 
molti  tratti,  che  ne  onorano  la  me- 
moria grandemente.  Non  si  sapreb- 
be dire  dove  fosse  più  moderato  e 
prudente  il  contegno,  se  nei  Casti- 
glioni di  Cingoli    suoi    intimi    con- 
giunti, o  in  quello  del  Papa  verso 
di  essi.  Solo  nel  suo  testamento  sta- 
bilì dal  suo  privato  peculio  la  som- 
ma di  scudi  ventimila,  per  una  pre- 
latura di  un  individuo  della  propria 
famiglia  in  servigio  della  Santa  Se- 
de, deputando  il  decano  degli  udi- 
tori di  Rota  per  l'  esecuzione  di  tale 
volontà.  V,  Pio  Vili. 

Non  riuscirà  poi  discaro,  che  qui 
si  riproduca  la  lettera  scritta  du 
Pio  Vili  a'suoi  fratelli,  dopo  la  sua 
elezione,  e  quale  l'abbiamo  dal  eh. 
abbate  Giovanni  Bellomo  Continua- 
zione  di  Bercastel,  ec.  voi.  II,  pag. 
282:  >i  L'immensa  misericordia  e 
M  bontà  di  Dio  ci  ha  oggi  scelti  a 
«  sedere  nella  cattedra  di  s.  Pietro. 
w  Al  gran  beneficio  noi  tremiamo, 
M  piangiamo,  e  chiediamo  aiuto  a 
>y  tutti  i  buoni  fedeli,  ed  a  voi  cari 
>♦  fratelli,  secondo  la  carne,  acciò  l'as- 
M  sunzione  nostra  sia  per  la  sola 
»  gloria  di  Dio,  pel  buon  servigio 
«  della  Chiesa,  e  dello  stato,  e  per 
«  la  salute  delle  anime  nostre.  Aiu- 
«  tateci  pertanto  con  molte  orazioni 
w  vostre,  e  delle  anime  buone.  Ncs- 
>»  suu  fasto,  nessuna  pompa,    ncs- 


ii8  CAS 

»y  «una  elevazione  :  manlonianiocì 
M  umili,  e  compalileci  nel  peso, 
«  clie  il  Signore  ci  ha  addossato. 
»»  Nessuno  di  voi,  né  della  casa,  si 
»»  muova  dal  suo  posto;  vi  aminr 
w  mo  secondo  Dio,  e  in  pegno  vi 
»»  diamo  l'apostolica  benedizione  "* 
In  conferma  di  ciò,  il  Pontefice  Pio 
Vili,  per  mezzo  di  un  biglietto  di 
monsignor  di  Ligne,  segretario  del- 
la sagra  congregazione  cerimoniale, 
lece  partecipare  individualmente  ad 
ogni  Cardinale,  che  niuno  de' suoi 
parenti  venisse  in  particolar  manie- 
ra riconosciuto,  sebbene  lungi  da 
porne  veruno  in  dimenticanza,  tutti 
egualmente  cari  ritenesse  nel  pa- 
terno suo  cuore:  volendo  inoltre  che 
gli  stessi  parenti  fossero  solo  consi-^ 
derati,  come  lo  erano  stati  sino  al- 
lora, proseguendo  ad  avere  quel 
trattamento  medesimo,  che  loro  si 
dava  prima  del  di  lui  innalzamento 
alla  sovrana  Pontificia  dignità. 

CASTIGLIONI  Odone,  Cardinale. 
V.   Chatillo??. 

CASTIGLIONI  Ottona,  Cardi- 
nale.  V.  Chatillon. 

CASTIGLIONI  Goffredo,  Cardi- 
nale.   V.    C RIDESTINO    IV. 

CASTIGLIONI  Goffredo,  Car- 
dinale. Goffredo  Castiglioni  milanese, 
consanguineo  a  Celestino  III  (come 
dicono  Cardella ,  e  Novaes ,  mentre 
forse  dovrebbe  dirsi  Celestino  IV) 
cappellano  pontificio,  nel  dicembre  del 
i244j  da  Innocenzo  IV  fu  creato 
Cardinal  diacono  di  s.  Adriano,  e 
legalo  in  Sardegna  ad  esiger  giura- 
mento di  fedeltà  da  Benedetta  prin- 
cipessa di  Cagliari  e  di  Messa,  feu- 
dataria della  Chiesa  romana,  coll'an- 
nuo  censo  di  venti  libbre  di  argento. 
Senonchè  la  promozione  del  Casti- 
glioni si  vuole  una  favola,  poiché 
lo  si  dice  scambiato  pel  Cardinale 
Goffredo  da  Trani.   V.  il  dottissimo 


CAS 
p.  Mauro  Sarti  nella  sua  opera  dei 
Professori  dell'  Università  di  Bolo- 
gna,  toni,  I,  pag.   342. 

CASTIGLIONI    Branda,    Cardia 
naie.  Branda    Castiglioni    nacque  a 
Milano  da  antica   e  nobile  famiglia 
nel    i35o.    Come    celebre   giurecon- 
sulto,   Gio.    Galeazzo   Visconti,  per 
conseguire  da  Bonifacio  IX  privilegi 
air  università  di  Pavia  ,  nella  quale 
era  lettore  il  Castiglioni ,  e  per  altri 
rilevanti    affari,    invioUo    a    Roma, 
ove  il  Papa    lo    fece   cappellano  ed 
uditore  di  Ruota;  e  dipoi  legato  in 
Alemagna  ove  compose  a  pace  quelle 
chiese    sconvolte   e    turbate.    Perciò 
ebbe  a  premio,  nel  14^45  J^  vesco- 
vato di  l^iacenza,  cui  resse  da  vero 
pastore  ;    ma    poscia    Gregorio    XII 
glielo   tolse,    perchè   nel  concilio  di 
Pisa  si  mostrò  a  lui  contrario,  ve- 
dendo, che  per   terminare  Io  scisma 
non  vinunziava  al  Pontificato,  come 
si    era   solennemente    obbligato   con 
giuramento     prima    della    elezione. 
Inviato  da  Alessandro  V    legato  in 
Lombardia ,    il    marchese    Orlando 
Pallavicino  lo  fece  arrestare  col  suo 
seguito  a  Borgo  s.  Donnino,  e  circa 
tre  mesi  e  mezzo  lo  ritenne,  il  quale 
avido  di  danaro,  rigettate  le  istanze 
di  Sigismondo  re  dei  romani,   non 
lo    lasciò    libero    se    non    quando    i 
parenti  di  lui    pagarono  mille  scudi 
d'oro  a  Venezia,  e  duecento  a  Fi- 
renze.   Senonchè   cangiò   ben  presto 
al  Castiglioni  la  sorte;  poiché  Gio^ 
vanni  XXIJI,  a'6  giugno  del  i^My 
lo  creò  Cardinal  prete  di  s.  Clemen- 
te,    e  nel   1 4  r  3    lo   sped\    legato  a 
Sigismondo    perchè    lo    seguisse    in 
Italia',    da    cui    ottenne    a  Giovanni 
da  Vignate,  signor  di  Piacenza  e  di 
Lodi,   l'investitura   di  Lodi  medesi- 
mo.   Al  concilio  di  Costanza  fu  sti- 
mato altamente.  D'ordine  di  Euge- 
nio IV  fece  a  Firenze  la  traslazione 


CAS 
di  un  monistero  di  monache.  Mar- 
tino V,  che  lo  stimava  assai,  man- 
dolio  legato  in  Boemia  a  combattere 
gli  errori  degli  ussiti  e  viclefisti ,  e 
vi  riuscì  con  ottimo  successo.  Poi 
andò  in  Ungheria  a  confermare  quei 
popoli  vacillanti  nella  fede}  in  Ale- 
magna  radunò  un  conciho  a  miglior 
rare  singolarmente  il  clero;  come 
legato  apostolico,  nel  i424)  inter- 
venne alla  incoronazione  di  Sofia 
moglie  a  Jfigellone  re  di  Polonia, 
e  si  condusse  in  quegl'  impegni  dif- 
ficilissimi in  modo  da  ottener  da  Si- 
gismondo lettere  di  commendazione, 
e  dal  Papa  d'esser  trasferito  al  ve- 
scovato di  Porto.  Dicesi,  che  ammi- 
nistrasse la  chiesa  di  Magalona.  Al 
concilio  di  Basilea  favori  Eugenio 
IV;  ma  ostinali  i  padri  nell'  inva- 
dei^  le  prerogative  del  romano  Pon- 
telìce,  lasciò  quel  conciliabolo,  ed  £»n- 
dò  a  Firenze  a  proseguire  l'ecumenico 
concilio  a  favore  del  Pfipa,  che  si  valse 
di  lui  come  paciere  fra  la  Chiesc^,  e 
Filippo  Me^ria  Visconti  duca  di  Mi- 
lano. Non  è  poi  probabile  quanto 
dice  Corio,  che  il  Castiglio^ii  volesse 
togliere  da  Milano  il  lito  ambro- 
siano. Stabili  due  collegi  alla  edu- 
cazione della  gioventù,  uno  in  Ca- 
stiglione, l'altro  a  Pavia,  e  una  bi- 
blioteca a  pubblico  uso.  Finalmente 
pieno  di  meriti  morì  in  Castiglione 
nel  i44^j  di  9^  anni,  e  Sa  di 
Cardinalato,  e  fu  sepolto  nella  chie- 
sa maggiore,  cui  egli  medesimo  ma- 
gnificamente avea  fondata. 

CASTIGLIONI  Giovanni,  Cardi- 
nale. Giovanni  Castiglioni  d' illustre 
milanese  lignaggio,  o  meglio  di  Pa- 
via, assai  dotto  nella  oratoria,  e  nel 
diritto  civile,  ebbe  da  Eugenio  IV 
nel  i444  il  vescovato  di  Costanza  o 
Coutances  nella  Normandia,  e  nel  i4T'4 
quello  di  Pavia,  cui  poco  giovò,  a 
motivo  delle  nunziatm-e,  ch'ebbe  dai 


CAS  3*9 

Pontefici  Nicolò  V  e  Calisto  III, 
specialmente  presso  l'imperatore  Fe- 
derico III,  col  quale  trattò  affari  di 
somma  importanza.  Perorò  da  va- 
loroso nelle  diete  di  Ratisbona  e 
Francfort,  a  disporre  quei  principi 
ed  elettoci  alla  guerra  contro  gli 
Ottomani;  a  vista  delle  quali  cose 
Calisto  III,  ai  1 8  settembre  del  i456, 
volle  crearlo  Caj^dinal  prete  di  san 
Clemente;  e  Pio  II  legato  della 
Marca,  cui  governò  con  soddisfaci- 
mento comune.  Morì  legato  a  Ma- 
cerata, nel  1460,  dopo  quattro  anni 
di  Cardinalato,  ed  ebbe  a  tomba 
quella  de' suoi  maggiori  a  Milano, 

CASTIGLIONI  Fbancesco  Adbon- 
Dio,  Cardinale.  Francesco  Abbondio 
Castiglioni,  patrizio  milanese,  nacque 
nel  i5iZ  dalla  prosapia  di  Celesti- 
no IV,  e  dei  porporati  Ottaviano, 
Goffredo ,  Branda  e  Giovanni  dello 
stesso  nome.  Era  versato  assai  nel- 
la sacra  e  profana  letteratura ,  e 
dottissimo  nelle  lingue  greca  p  lati- 
na. Studiò  a  Pavia  le  facoltà  teo- 
logiche, il  diritto  civile  e  canonico, 
a  cui  seppe  unire  anche  la  poesia. 
Era  abbate  di  s.  Abbondio  di  Co- 
mo, quando  lo  conobbe  Pio  IVj,  che 
lo  promosse  nel  i562  al  vescovato 
di  Bobbio.  Poscia  conosciutolo  meglio 
nel  concilio  di  Trento,  ai  12  mar- 
zo del  i565,  lo  creò  Cardinal  prete 
di  s.  Nicolò  tva  le  Immagini  ;  ma 
dopo  il  conclave  di  s.  Pio  V,  morì 
a  Roma  nel  i568  di  quarantacin- 
que anni,  e  tre  di  Cardinalato ,  ed 
ebbe  tomba  nella  chiesa  di  s.  Ma- 
ria del  popolo.  Riformò  il  collegio 
di  Pavia  fondato  dal  Cardinal  Bran- 
da Castiglioni,  lo  ristaurò  e  gli  donò 
parecchie  migliaia  di  scudi;  innalzò 
un  mausoleo  a  Celestino  IV,  ma 
prevenuto  dalla  morte ,  non  potè 
compirlo.  L'Argelati  tesse  esatto  cata- 
logo delle  opere  del  nostro  Porporato. 


I 


220  CAS 

CASTIGLIONI,  o  CASTIGLTO- 
ìiE  Giovanni,  Cardinale.  Giovanni 
Castiglìoni,  o  Castiglione,  nacque  in 
Isdiia  terra  del  Patrimonio,  diocesi 
<ii  Acquapendente,  ai  i3  gennaio 
1742.  Applicò  i  suoi  rari  talenti 
con  tanto  successo  alle  liberali  di- 
scipline, ed  alle  scienze,  che  non  so- 
lo divenne  egregio  oratore  latino, 
ma  ancora  profondo  teologo  e  ca- 
nonista. Fatto  socio  dell'  insigne 
accademia  teologica  della  Sapienza, 
ivi  difese  con  applauso  varie  con- 
clusioni. Come  membro  della  dotta 
accademia  di  religione  cattolica  ,  vi 
recitò  non  poche  erudite  disserta- 
zioni. Quindi  pe'suoi  meriti  lettera- 
ri ,  e  morali  virtù  ottenne  la  così 
detta  prelatura  di  s.  Ivo,  e  da  Pio 
VI  venne  destinato  presidente  del 
collegio  Germanico-Ungarico,  e  pro- 
mosso a  segretario  della  congrega- 
zione del  buon  governo.  La  saviez- 
za, con  cui  disimpegnò  tali  cariche, 
il  fece  promovere  alla  dignità  co- 
spicua di  commendatore  dello  spe- 
dale di  s.  Spirito  in  Sassia,  e  final- 
mente dal  Pontefice  Pio  VII,  a' 28 
febbraio  1801,  fu  creato  e  riserba- 
to in  petto  Cardinale  di  s.  Chiesa, 
venendo  pubblicato  nel  concistoro 
de'  17  gennaio  i8o3  dell'  ordine 
diaconale,  col  titolo  della  diaconia 
di  s.  Maria  in  Domnica.  Venne  an- 
noverato tra  i  Cardinali  componen- 
ti le  congregazioni  del  concilio,  del- 
l'esame de' vescovi,  de' riti,  dell'in- 
dice e  del  buon  governo,  e  fece  le 
veci  del  Cardinal  Antonelli  nel  tem- 
po del  suo  viaggio  a  Parigi,  in  qua- 
lità di  penitenziere  maggiore.  De- 
stinato dallo  stesso  Pio  VII,  nel 
concistoro  degli  11  giugno  1808,  a 
vescovo  di  Osimo  e  Cingoli,  conti- 
nuò ad  appartenere  all'  ordine  dei 
diaconi,  consacrando  i  suoi  talenti, 
e  il  suo  zelo  pastorale  per   tutto  il 


CAS 
tempo  che  fu  vescovo,  al  bene  del- 
le due  diocesi.  Il  perchè  si  guada- 
gnò la  venerazione  e  l'amore  di  tut- 
ti. Morì  in  Osimo  a*  9  gennaio  iHi^, 
e  venne  esposto  e  sepolto  in  quella 
cattedrale.  Fu  protettore  della  men- 
zionata accademia  teologica,  non  che 
protettore  e  visitatore  apostolico 
dell'ospedale  de  proietti  di  Viterbo, 
e  lasciò  la  sua  memoria  in  bene- 
dizione. 

CASTIGLIONI  Francesco  Save- 
rio,  Cardinale.   F.  Pio  VIII. 

CASTO  (s.).  Di  questo  martire 
e  del  compagno  di  lui  s.  Emilio, 
che  quanto  si  mostrarono  deboli  nel- 
la prima  persecuzione ,  altrettanto 
furono  forti  nella  seconda,  crediamo 
opportuna  cosa  recare  le  parole,  che 
ci  lasciò  scritte  s.  Cipriano  :  »  Se 
»»  furono  vinti  nel  primo  combatti- 
w  mento,  essi  riportarono  trionfo 
M  nel  secondo  :  dopo  aver  ceduto 
w  alle  fiamme,  costrinsero  le  fiam- 
»>  me  a  cedere  ad  essi.  Essi  usa- 
»>  rono  per  vincere  delle  armi  stes- 
»  se,  che  il  nemico  avea  adoperato 
«  per  abbatterh.  Domandarono  per- 
»>  dono  di  loro  debolezza  non  tanto 
»>  colle  lagrime,  quanto  col  mostra- 
»  re  le  piaghe  ricevute.  La  voce 
w  delle  ferite,  di  cui  si  vedeano  co- 
«  perti ,  era  assai  più  eflìcace  ad 
»>  ottenerlo,  che  non  faceano  i  lai, 
»  che  alzavano  nella  loro  disgrazia  ". 
Questi  santi  sostennero  il  martirio 
in  Africa ,  verso  l'anno  i5o  ,  sotto 
l'imperator  Decio.  Sono  ricordati 
nel  giorno  22  maggio. 

CASTORE  (s.),  nacque  a  Nimes 
d'una  illustre  famiglia.  Congiuntosi 
in  matrimonio  con  una  donna  vir- 
tuosa al  par  di  lui ,  con  reciproco 
consentimento  si  obbligarono  a  con- 
tinenza, anzi  ambedue  abbracciarono 
lo  stato  religioso.  Egli  fondò  un  mo- 
nistero  a  JVIananca    in  Provenza ,  e 


CAS 

no  fu  il  primo  abbate,  ma  gustò 
por  poco  le  dolcezze  della  vita  nmo- 
Duslica,  poiché  eletto  vescovo  di  Apt, 
per  unanime  consenso,  dovette  a  suo 
malincuore  assumere  un  tale  inca- 
rico, rispettando  nella  voce  del  po- 
polo la  volontà  stessa  di  Dio.  Disim- 
pegnò con  somma  premura  gli  ob- 
blighi tutti  dell'alto  suo  ministero, 
fu  soprammodo  liberale  coi  poveri , 
non  dimenticando  però  mai  in  mez- 
zo alle  sue  gravi  incumbenze  il  mo- 
nistero  da  sé  fondato,  per  cui  com- 
mise al  celebre  Cassiano  abbate  di 
Marsiglia,  che  componesse  una  re- 
gola, secondo  le  osservanze  praticate 
in  oriente .  Questo  santo  pastore 
mori  il  giorno  2  di  settembre  del- 
l'anno ^lo,  come  per  la  magggior 
parte  si  crede,  e  la  festa  di  lui  e 
celebrata  si  ad  Apt  che  a  Nimes  il 
giorno  1 1    dello  stesso  mese. 

CASTORI  A,  o  Castoria  Castra 
(Castorien).  Città  vescovile  in  par- 
tilms  y  della  diocesi  di  Illiria  nella 
Macedonia,  fondata  sino  dal  nono 
secolo  sotto  la  metropoli  d'Acrida 
egualmente  in  parlibus,  e  conosciu- 
ta anche  col  titolo  di  prototrono  , 
come  abbiamo  da  Commanville,  Hist. 
de  VArch.  et  Eves.  pag.  2  1 6.  Vuoi- 
si situata  sul  lago  Lichnide  presso 
Acrida  ed  Edessa,  in  una  lingua  di 
terra  ferma ,  sopra  diverse  piccole 
eminenze. 

C  A  STORTA.  Sede  vescovile  eretta 
nel  XII  secolo,  dipendente  dalla  me- 
tropoli di  Tebe  in  Grecia ,  presso  cui 
si  veggono  le  rovine  dell'antica  Del- 
fo. Dalle  lettere  del  gran  Pontefice 
Innocenzo  III,  se  ne  rileva  una  scrit- 
ta al  vescovo  latino  di  Castoria. 

CASTRA-NOVA.  Sede  vescovile 
della  Mauriliana  Cesariana  ,  nell'A- 
frica occidentale  ,  soggetta  alla  me- 
tropolitana di  Giulia  Cesarea,  e  chia- 
masi anche  Castranohiwn.  Not.  Afi\ 


CAS  221 

CASTRA  GALEA.  Sede  vescovile 
di  Numidia  nell'Africa.  Aug^.  Uh.  6, 
cantra   Donat. 

CASTRA,  o  CATRA.  Sei\e  epi- 
scopale  della  Mauritiana  Cesamna, 
nell'Africa  occidentale,  sottoposta  al- 
la metropoli  di  Giulia  Cesarea.  No- 
lit.  Afric. 

CASTRA  SIBERIANA.  Seàe  ve- 
scovile della  Mauritiana,  nell'Africa 
occidentale,  dipendente  dalla  giuris- 
dizione della  metropoh  di  Giulia 
Cesarea.  Notit.  Afric. 

CASTRES  [Castra).  Città  ve- 
scovile di  Francia ,  posta  in  una 
valle  fertile  e  deliziosa  in  riva  del 
fiume  Agocet  dipartimento  del  Tarn 
nella  provincia  di  Linguadoca,  ca- 
po luogo  di  sotto-prefettura  con  tri- 
bunale civile  e  commerciale,  e  sic- 
come appartenente  al  piccolo  paese 
chiamato  Albigese,  chiamasi  pure 
Cast  rum  Albigensium.  Il  detto  fiume 
la  divide  in  due  parti,  1'  una  si 
chiama  Villegoudon ,  e  comunica 
con  Castres  propriamente  detta  per 
mezzo  di  due  ponti  di  pietra.  Que- 
sta città  vuoisi  fondata  verso  l'an- 
no 547,  e  secondo  alcuni  ripete  il 
suo  nome  da  un  antico  accampa- 
mento romano.  Tutta  volta  altii  le 
danno  altra  origine.  Debbe  il  suo 
principale  ingrandimento  ad  un'an- 
tica abbazia  dell'Ordine  di  s.  Bene- 
detto. Aveva  il  titolo  di  contea,  ed 
i  principi  di  Montfort,  di  Bourbon  e 
diArmagnac,  furono  conti  di  Castres, 
sino  a  Giacomo  di  Armagnac,  che  fu 
decapitato  nel  1476,  sotto  il  regno  di 
Luigi  XI.  Questo  principe  donò  il 
paese  a  Bonfil  deJnges,  luogotenente 
regio  nel  Rossiglione,  quindi  ritornò 
la  contea  alla  corona  di  Francia, 
sotto  Francesco  I.  Incominciate  le 
turbolenze  religiose  dopo  la  morte 
di  Enrico  II,  i  suoi  abitanti  ab- 
bracciata   la     religione     riformata , 


223  CAS 

furtinairono  la  città,  e  stabilirono 
una  specie  di  repubblica,  che  durò 
sino  al  1G29,  in  cui  furono  obbli- 
gati a  demolire  le  fortilìcazioni  di 
Luigi  XIIJ.  In  questa  città  fu  sta- 
bilito il  tribunale,  detto  Chambre 
de  V  Edit  appartenente  ai  pretesi 
riformali  della  dipendenza  di  Tolo- 
sa ;  ma  Luigi  XIV  prima  lo  tras- 
ferì, nel  1679,  a  Castel  Naudary, 
e  poscia  il  soppresse  nel    1684. 

Il  Sommo  Pontefice  Giovanni 
XXI r,  nell'anno  i3i7,  nella  men- 
zionata abbazia  di  monaci  benedet- 
tini, istituì  un  vescovato,  erigen- 
do in  cattedrale  la  chiesa  dedicata 
ai  ss.  Benedetto  e  Vincenzo.  Vi 
stabib  la  rendita  di  trentamila  lire, 
assegnandogli  cento  quattordici  par- 
rocchie, e  dichiarandolo  sufìi'aganeo 
della  metropoli  di  Bourges;  ma  Com- 
manville  dice  a  quella  di  Tolosa. 
Il  suo  capitolo  regolare,  nel  i535, 
fu  secolarizzato  da  Papa  Paolo  UT, 
che  vi  prepose  sedici  canonici  con 
tre  dignità.  Dipoi  Innocenzo  XI, 
col  disposto  della  bolla  TriumphanSj 
emanata  a'  3  ottobre  1678,  che  si 
legge  nel  Boll.  Rom.  tom.  VIII.  p. 
61,  nell'eri gere  Alby  in  metropoli, 
le  assegnò  Castres  per  sufFiaganea 
liberandola  dalla  soggezione  di  Bour- 
ges. Finalmente  Pio  VII,  col  con- 
cordato del  1801,  soppresse  que- 
sta sede  vescovile,  che  pagava  mille- 
cinquecento fiorini  alla  camera  apo- 
stolica. Fra  i  suoi  edifici  è  considera- 
bile l'antico  episcopio,  fabbricato  con 
disegno  del  rinomato  Mansard. 

CASTRO.  Città  vescovile  rovi- 
nata in  Sardegna,  la  cui  erezione 
in  vescovato  rimonta  al  secolo  duo- 
decimo. Alessandro  VI  lo  trasferì  ad 
Othana,  e  poco  dipoi  il  Pontefice 
Giulio  II,  nel  ido5,  riunì  ambedue 
le  sedi  ad  Alghero  (Vedi).  Ignorasi 
la  situazione  di  questa  antica  città; 


CAS 

solo  si  sa  che  la  cattedrale  era  de- 
dicata alla  beata  Vergine,  e  che  il 
capitolo  compone  vasi  di  un  arcipre- 
te, e  di  dieci  canonici,  oltre  i  be- 
neficiati. 

CASTRO.  Città  vescovile  del  re- 
gno delle  due  Sicilie,  detto  Castrimi 
Minervae,  che  vanta  antichissima 
origine,  situata  vicino  al  mare,  ed 
in  mezzo  a  fecondo  territorio,  ap- 
partenente alla  provincia  di  Terra 
d' Otranto.  Eretta  in  contea,  venne 
dai  suoi  signori  fortificata,  ed  il 
vecchio  castello  sovrasta  alle  sue 
mura.  I  turchi  vi  fecero  immensi 
guasti  nel  i537,  ed  uccisero  e  con- 
dussero schiavi  la  maggior  parte  dei 
suoi  abitanti,  senza  aver  riguardo  a 
donne,  e  a  fanciulli.  In  altre  inva- 
sioni barbaresche  soffri  diversi  sac- 
cheggi; laonde,  sebbene  riparata  più 
volte,  non  potè  riprendere  il  pri- 
miero lustro. 

Nel  secolo  decimo,  ovvero,  co- 
me altri  vogliono,  nell'anno  1179, 
vi  fu  eretta  la  sede  vescovile,  sotto- 
posta alla  metropolitica  giurisdizio- 
ne d'Otranto;  ma  nell'anno  1818  il 
Pontefice  Pio  VII,  coH'autorità  del- 
la bolla  De  meliori  dominicae,  la 
soppresse,  e  per  sempre  la  uni  alla 
medesima  chiesa  d' Otranto.  La  cat- 
tedrale è  dedicata  all'  Assunzione 
di  Maria  Vergine,  edifizio  vasto  e 
ben  fabbricato;  il  capitolo  compo- 
nevasi  di  due  dignità,  cioè  l'arci- 
diacono, e  l'arciprete,  con  sei  cano- 
nici, ed  alcuni  chierici  addetti  al 
divino  servigio;  ed  il  vescovo  era 
signore  d'una  piccola  borgata  chia- 
mata Madiana. 

CASTRO  (Castremoniiim).  Città 
vescovile,  distrutta,  nello  stato  pon- 
tificio, e  già  capitale  dello  stato  e 
ducato  di  tal  nome.  Ora  non  è  che 
una  boscaglia,  con  alcuni  ruderi 
dell'antica  città.  Il  luogo    è  di  giù- 


CAS 
risdizione  ed  è  soggetto  alla  dele- 
gazione apostolica  di  Viterbo,  sulla 
riva  destra  del  fiume  Olpeta,  di- 
stante cinque  leghe  dal  mare.  Una 
colonna  indica  il  sito  ove  sorgeva 
la  città  coli'  iscrizione  :  qui  fu  castro; 
ed  una  statua,  eretta  a  Giovanni  di 
Castro  figlio  del  celebre  giuriscon- 
sulto  Paolo,  fu  decretata  alla  di  lui 
memoria  pel  ritrovamento  dell'allu- 
me  nei  monti  di  Tolfa  nell'anno 
1462  sotto  il  pontificato  di  Pio  li, 
il  quale  ne'  suoi  Commentari  ^  lib. 
Vii,  pag.  i85,  racconta  il  modo 
come  accadde  sì  utile  scoperta. 

Il  Pontefice  Adriano  IV,  eletto 
iiell'anno  1 1 54,  comperò  dai  conti 
di  Castro  tale  stato,  con  molte  te- 
nute intorno  al  lago  di  s.  Cristina, 
siccome  abbiamo  dal  Papebrochio, 
nel  Propylaeo  par.  II,  pag.  24  » 
n.  2.  La  città  di  Castro  divenne 
in  progresso  assai  florida,  dappoiché 
sino  dal  quinto  secolo,  secondo  Com- 
manvilie,  godeva  il  seggio  vescovile. 
Altri  sostengono,  che  nel  sesto  seco- 
lo vi  sia  stata  trasferita  la  sede  di 
Volscia^  o  Vulci  Bulcendna,  allor- 
quando fu  distrutta  questa  città  dai 
saraceni,  e  che  1*  ultimo  vescovo  di 
essa,  s.  Bernardo  della  famiglia  Jan- 
ni, fosse  il  primo  vescovo  di  Castro. 
Fra  i  suoi  edificii  primeggiava  la 
cattedrale,  molto  bella,  e  dedica- 
ta a  san  Savino  martire.  Il  ca- 
pitolo si  componeva  dell'arcidiaco- 
no, ch'era  il  solo  dignitario,  di  ot- 
to canonici,  e  di  alcuni  chierici  per 
l'uffiziatura,  disimpegnando  le  veci 
di  parroco  il  medesimo  arcidiacono. 
Questo  antico  vescovato  era  immedia- 
tamente soggetto  alla  santa  Sede.  Ne 
tratta  l' Ughelli  nell'  Ilalia  sagra, 
t.  I,  p.  678.  Intorno  a  Bulcia,  città 
vescovile  nel  Patrimonio,  poscia  di- 
roccata ,  chiamata  ancora  Bulgia , 
abbiamo  :   Chronìca  antiquae^  alque 


CAS  223 

inclitae  civkatis  Bulgiae,  ejusdem 
destructìonis ,  cujus  post  excìdiiim  a 
Romanis  editum^  sedis  episcopalis 
per  b.  Bernardimi  de  Balneoregio 
in  ea  tiinc  temporis  antistilem  Ca- 
strum,  quod  olim  dicehatur  Castrimi 
d.  Felicitatisi  fuit  delata ,  in  qua 
multa  et  audilii  digna,  et  intellectu 
praeclara  continentur.  Extr.  nel  Di- 
scorso deW  aria  di  Castro  fog.  3  9 
del  Ghezzi.  V.  inoltre  il  JNibby , 
Dichiarazione  di  un  vaso  F'ulcien- 
te,  ritrovato  in  Vulci,  o  Volscia, 
ed  offerto  dai  Candelori  marchesi 
di  Videi  a  Papa  Gregorio  XV I^ 
Roma  1834,  non  che  l'articolo 
VuLcr. 

Essendo  stato  eletto  Papa  nel 
i534  il  Cardinal  Alessandro  Far- 
nese decano  del  sagro  Collegio ,  e 
vescovo  di  Ostia  e  Velletri,  il  quale 
prese  il  nome  di  Paolo  HI,  Pier 
Luigi  Farnese  suo  figlio  si  recò  a 
Roma  da  Valentano,  terra  del  Pa- 
trimonio di  s.  Pietro  spettante  alla 
sua  famiglia.  Sollecito  il  Pontefice 
di  rendere  questa  sempre  più  illu- 
stre, sebbene  altronde  nobilissima  e 
doviziosa,  volle  che  Pier  Luigi  ac- 
quistasse Frascati  da  Lucrezia  della 
Rovere  Colonna,  e  quindi  ne  faces- 
se cessione  alla  camera  apostolica , 
la  quale  l'accettò,  dando  a  lui  in 
cambio  la  città  di  Castro.  Paolo  III 
unì  a  questa  città  le  terre,  che  in 
diversi  modi  i  Farnesi  avevano  nel 
Patrimonio  di  s.  Pietro,  e  di  tutte 
queste  formò  ed  eresse  il  ducato 
detto  di  Castro  dalla  sua  capitale, 
dandone  il  dominio  a  Pier  Luigi  e 
suoi  eredi ,  istituendoli  e  nominan- 
doli duchi  di  Castro.  Spedì  per  ciò 
la  bolla  Videlìcet  immeri  ti,  data  in 
Roma  apud  s.  Petrum  an.  iSZj 
prid.  hai.  nov.,  cioè  nell'anno  terzo 
del  suo  pontificato.  Ed  è  perciò,  che 
in    virtù    di    questa    bolla    fu  pure 


224  CAS 

investito  del  nuovo  ducato  Ottavio 
Farnese  secondogenito  di  Pier  Lui- 
gi, ccjlla  condizione  ch'egli  dovesse 
andarne  al  possesso  dopo  la  morte, 
o  rinunzia  del  padre,  e  quindi  a  lui 
succedessero  tutti  i  primogeniti  di 
C'isa  Farnese. 

Noi  lasciamo  di  dire  qui  le  dispo- 
sizioni, che  sul  governo  perpetuo  del- 
la città  di  Nepi  si  fecero  a  favore 
di  Ottavio,  e  de*  suoi  successori, 
giacché  non  risguardano  direttamen- 
te la  città,  o  il  ducato  di  Castro, 
soli  oggetti  del  presente  articolo. 
Aggiungeremo  soltanto,  che  al  du- 
cato di  Castro  unì  il  Papa  altresì 
la  contea  di  Ronciglione.  Pier  Lui- 
gi rimase  duca  di  Castro  finche  non 
fu  investito  del  ducato  di  Parma 
e  Piacenza,  eh'  egli  ed  i  Farnesi  eb- 
bero dalla  camera  apostolica  in  feu- 
do col  peso  di  pagare  alla  camera 
stessa  ogni  anno  un  tributo  o  cen- 
so. I  Farnesi  in  questa  occasione 
diedero  in  vece  alla  camera  il  du- 
cato di  Camerino,  e  la  città  di  Ne- 
pi, della  quale  Ottavio  cessò  di  es- 
sere governatore,  divenendo  duca 
di  Castro  in  luogo  di  suo  padre. 
Fu  Ottavio,  che  dopo  la  morte  del 
genitore  duca  di  Parma  e  Piacenza, 
pubblicò  il  famoso  Statalo  Fama- 
sì  ano,  che  si  legge  sotto  il  seguente 
titolo  :  Sanctione.s  niunicipnles  sta- 
tuiun  Castri  et  Roncìlionis  tdltae 
per  serenissimum  ducem  Octaviiini 
Farnesiuniy  anno  Dominìcae  salutis 
i558. 

Ottavio  ebbe  per  moglie  Marghe- 
rita d' Austria  figlia  di  Carlo  V,  e 
per  fratelli  i  Cardinali  Alessandro, 
e  Ranuccio  Farnesi,  ed  Orazio  quel 
desso  che  il  Pontefice  Paolo  III  in- 
vestì del  ducato  di  Castro  nel  i54B, 
e  che  dopo  di  aver  assistito  alla 
morte  del  Papa  nel  dì  i  novembre 
1549,  sposò  Diana  figlia  di  Eurico 


CAS 
Il  re  di  Francia,  pel  quale  com- 
battendo da  prode  nelle  Fiandre, 
morì  in  seguito  sotto  Edino  nel  15^)4 
senza  aver  lasciata  successione.  Dopo 
la  morte  di  Pier  Luigi,  vedendo 
Ottavio  Piacenza  caduta  in  mano 
degl'  imperiali,  voleva  restar  padro- 
ne di  Parma,  ed  ottenne,  colla  me- 
diazione di  Orazio  suo  fratello  e 
genero  del  re  di  Francia,  che  Par- 
ma fosse  guernita  dai  francesi  con- 
tro la  volontà  di  Giulio  III,  il  quale 
era  succeduto  a  Paolo  III.  Quel 
Pontefice  sottomise  per  ciò  Ottavio 
alle  censure,  ed  unitosi  all'  impera- 
tore Carlo  V  gli  mosse  guerra,  ed 
occupò  lo  stato  di  Castro  a  nome 
della  Santa  Sede.  Posteriormente 
fatta  la  pace  per  le  preghic^re  di 
Margherita  d'Austria  Ottavio,  ed 
Orazio  ottennero  nuovamente  quello 
stato  ricevendone  nuova  investitura 
da  Giulio  III.  Laonde  Ottavio  fu 
riposto  in  possesso  dello  stato  me- 
desimo da  Camillo  Orsini  generale 
di  s.   Chiesa. 

Neil'  occupazione  del  ducato  di 
Castro  fatta  dai  soldati  pontificii,  il 
ducato  subì  molti  cangiamenti ,  e 
quindi  il  Cardinal  Alessandro  fratello 
del  duca  Ottavio,  lasciata  Firenze 
dov'eiasi  rifugiato  in  tempo  dell'oc- 
cupazione medesima,  e  composte  le 
cose,  si  recò  a  visitarlo,  lo  riordinò, 
e  per  commissione  di  Ottavio,  che 
allora  stava  in  Parma,  pose  alla 
cura  del  medesimo  Sforza  Monal- 
desclii  della  Cervara  con  titolo  di 
vice-duca  nel  i553.  Il  duca  Ottavio 
mandò  dopo  da  Parma  varie  colonie 
nello  stato  di  Castro  per  estendervi 
l'agricoltura,  e  vi  fabbricò  alcune 
nuove  borgate.  Vi  fece  pure  traspor- 
tare da  Piacenza,  dove  era  stato 
sepolto,  il  cadavere  di  suo  padre 
Pier  Luigi,  ucciso  in  una  cospiia- 
zione    di    nobili     piaceatioi    ordita 


'       CAS 
contro  di  lui,    e  volle  ch'esso  fosse 
sepolto  nella  chiesa  deli'  isola  Bisen- 
tina  sul  Iago  di  Bolsena. 

E  qui  non  sarà  inopportuno  per 
maggior  chiarezza,  e  per  istruire 
quelli  che  confondono  diversi  ducati 
in  un  solo,  il  notare,  che  la  fami- 
glia Farnese  fino  dal  1498,  dopo 
la  uccisione  di  tre  fratelli  Farnesi 
accaduta  in  Ischia  nel  mese  di  lu- 
glio dello  stesso  anno,  si  era  divisa 
in  due  rami,  cioè  in  quello  di  Ra- 
nuccio figlio  di  uno  dei  tre  uccisi, 
ed  in  quello  di  Bartolomeo  loro 
fjalello,  e  zio  per  conseguenza  di 
Ranuccio,  i  quali  zio  e  nipote,  nel 
caso  barbaro  si  erano  salvati  nascon- 
dendosi in  un  pozzo  di  grano.  Per 
ciò  avendo  Paolo  III  nella  discen- 
denza di  Ranuccio  stabilito  il  ducato 
di  Castro,  investendone,  come  si  è 
detto,  Pier  Luigi  suo  figlio,  e  i  suc- 
cessori di  lui  come  discendenti  di 
Ranuccio,  dal  quale  discendeva  pure 
lo  stesso  Papa,  lasciò  alla  linea  di 
Bartolomeo  le  due  terre  di  Farnese 
e  di  Latera,  già  ad  essa  assegnata 
nella  predetta  divisione  dei  beni 
Farnesiani,  conferendo  anche  a  quel- 
li di  tal  linea  il  titolo  di  duchi,  ed 
il  titolo  di  ducato  alla  unione  delle 
dette  due  terre. 

Il  ducato  di  Castro  non  presenta 
altre  cose  considerevoli  fino  ad  O- 
doardo  Farnese  figlio  di  Ranuccio  I. 
Questi  divenne  duca  ancor  giovane, 
invece  del  suo  fratello  Alessandro, 
che  quantunque  primogenito  fu  giu- 
dicato inabile  al  governo  per  essere 
nato  sordo-muto.  Ebbe  Odoardo  mol- 
te ditferenze  colla  casa  Barberini  nel 
pontificato  di  Urbano  Vili  di  tal 
famiglia ,  ed  ecco  l' epoca  da  cui 
comincia  la  rovina  del  ducato  di 
Castro.  Giacche,  non  molto  dopo 
l'erezione  di  questo  ducato,  fu  esso 
specialmente     assegnato     dai    duchi 

VOI-.    X. 


CAS  ci25 

t^ai^nesi  per  sicurezza  dei  loro  de- 
biti costituiti  in  forma  di  altrettanti 
lotti,  che  importavano  un  frutto  ora 
maggiore  ora  minore,  ma  il  cui 
valore  capitale  era  di  cento  scudi. 
Cotali  lotti  prendevano  il  nome  di 
Luoghi  di  Monti  (Vedi),  e  questi 
monti  si  denominavano  Farnesiani 
a  differenza  di  quelli  creati  da  altre 
famiglie. 

►Sappiamo  cosi  che  Clemente  Vili, 
la  cui  nipote  Margherita  Aldobran- 
dini  fu  maritata  al  duca  Ranuccio  I, 
concesse  ai  Farnesi  di  erigere  altri 
due  monti,  il  primo  coli' autorizza- 
zione del  breve  Praeclara  devotio- 
nisj  ed  il  secondo  mediante  l'altro 
breve  Cum  si  cut  nuper.  In  questo 
secondo  si  dice  che  Mario  Farnese, 
duca  di  Latera,  teneva  già  in  enfi- 
teusi per  annuo  canone  parecchi 
latifondi  dello  stato  di  Castro  ivi 
enumerati.  I  Farnesi  duchi  di  Castro 
e  altresì  di  Parma  e  Piacenza  però 
non  furono  puntuali  nel  pagamento 
de'  frutti  di  tali  loro  debiti,  e  quin- 
di avvenne  che  nel  1641,  il  Pon- 
tefice Urbano  Vili  credè  giusto 
fossero  eseguiti  alcuni  mandati  spe- 
diti giudizialmente  contro  i  Farnesi 
ad  istanza  dei  loro  creditori.  Il  duca 
inesperto,  perchè  molto  giovane,  in 
vece  di  pagare  quanto  doveva,  o  di 
comporsi  col  Papa  se  non  coi  cre- 
ditori, pensò  d'impedire  l'esecuzione 
di  tali  mandati  resistendo  colla  for- 
za delle  armi ,  e  spedì  da  Parma 
Delfino  Angelieri  con  truppa  per 
fortificare  Castro.  Il  Pontefice  mandò 
pertanto  alla  volta  di  Castro  il  mar- 
chese Luigi  Mattei  con  una  truppa 
regolare,  composta  di  sei  mila  fanti 
e  cinquecento  cavalli  oltre  l'artiglie- 
ria, alla  quale  i  castrensi  volentieri 
si  assoggettarono,  mediante  capito- 
lazione conchiusa  nel  dì  i3  ottobre 
dello  stesso  anno,  essendosi  precedea- 
i5 


ia6  C  A  S 

temente  1  soldati  pontificii  impadro- 
niti della  rocca  di  Montalto  di  Castro. 

Ma  non  andò  guari,  che  lo  stato 
di  Castro  fu  reso  ni  duca  Odoardo 
per  impegno  delle  corti  alleate  ed 
amiche  dei  Farnesi.  Le  condizioni 
di  pace  furono  pattuite  per  mezzo 
del  Cardinale  Donghi  plenipotenzia- 
rio di  Urbano  Vili,  e  del  Cardinal 
Bichi  plenipotenziario  del  re  di 
Francia ,  senza  nominare  altri  ple- 
nipotenziari!. Concorse  alla  concordia 
monsignor  Lorenzo  Imperiali,  poi 
fatto  da  Innocenzo  X  Cardinale, 
come  governatore  della  provincia  del 
patrimonio  e  commissario  generale 
dello  stato  di  Castro. 

Sebbene  il  duca  Odoardo  fosse 
ristabilito  nel  ducato  di  Castro,  se- 
guitò a  non  prendersi  alcun  pensie- 
ro di  pagare  quanto  doveva  pei 
monti  Farnesiani ,  e  quindi  cresce- 
vano sempre  più  le  istanze  dei  cre- 
ditori dirette  al  Papa,  affinchè  egli 
obbligasse  i  Farnesi  a  pagare  il 
decorso,  ed  a  restituire  il  capitale. 
Vi  è  chi  ha  incolpata  i  nipoti  di 
Urbano  Vili,  come  disgustati  dei 
Farnesi  per  altri  motivi,  della  seve- 
rità onde  procedette  questo  Pontefice 
contro  di  loro.  Ma,  senza  altro  dire 
in  difesa  del  Papa,  basterà  qui  il 
notare  che  molti  monitorii  erano  stati 
pubblicati  prima  di  ricorrere  alle  ar- 
mi per  indurre  il  duca  Odoardo  ad 
estinguere  i  luoghi  di  monte,  e  pagar- 
ne gl'interessi  decorsi  nei  termini  dei 
contratti  j  e  che  questi  monitorii  non 
solo  non  produssero  alcun  effetto,  ma 
resero  insolente  e  restio  sempre  più 
il  duca  stesso ,  cosicché  dovette  il 
Papa  aggravare  la  mano  comincian- 
do dal  sospendere  le  tratte  dei  gra- 
ni, che  i  Farnesi  pretendevano  di 
avere  per  concessione  di  altri  Papi. 
E  siccome  ciò  non  fu  sufficiente,  cosi 
si  dovette  finalmente  venire  a  passi 


GAS 
più  forti,  col  l'usare  le  minacele  del- 
la foi-za  per  ridurlo  al  dovere.  Il  du- 
ca peraltro  si  ostinò  vieppiù,  e  si 
pose  in  misura  di  resistere;  il  per- 
chè essendosi  reso  ribelle,  venne  a 
porre  il  sovrano  Pontefice  in  neces- 
sità di  scomunicarlo ,  e  di  dichia- 
rarlo decaduto  dal  possesso  del  du- 
cato di  Castro  e  Ronciglione.  Se  il 
Papa  Urbano  Vili  fosse  venuto  a 
quel  passo  in  vista  de'  suoi  nipoti 
ed  a  fine  di  dar  loro  quello  che  al 
duca  avesse  ritolto,  avrebbe  tentato 
di  profittare  di  questo  momento , 
ciò  che  non  fece  in  verun  modo , 
seppure  anzi  non  voglia  dirsi,  che 
tentò  in  vece  tutto  l' opposto.  Di 
fatti,  sebbene  Ranuccio  padre  del 
duca  Odoardo  fosse  morto  non  fa- 
cto investimento j  et  extinctione  mon- 
tis  Farnesii  prout  ipse  dux  tene- 
baturj  pure  fu  Urbano  Vili,  che 
alle  preghiere  di  Odoardo  medesi- 
mo, con  breve  de'  7  luglio  i632, 
prorogò  il  tempo  dell'estinzione  ad 
altri  dodici  anni,  e  gli  accordò  la  fa- 
coltà di  creare  pure  altri  seicento 
luoghi  di  Monte  supra  introilibua 
certi?  et  incertis  di  alcuni  determi- 
nati latifondi  di  sua  possessione  posti 
nel  ducato  di  Castro.  Altresì  nel 
1634  pregato  il  Papa  di  nuovo  dal- 
lo stesso  Odoardo,  agli  1 1  di  gen- 
naio, gli  concesse  di  erigerne  altri 
mille,  e  di  unirli  ed  incorporarli, 
obbligandosi  il  duca  Odoardo  al  pa- 
gamento de'  frutti  di  questi  mille 
luoghi  ed  alla  loro  estinzione  den- 
tro tre  anni,  come  consta  dai  chi- 
rografi di  Urbano  Vili  riportati  nel- 
r  istromento,  erogato  nel  d\  i5  set- 
tembre 1682,  e  4  febbraio  1634. 
Il  medesimo  Papa  inoltre  permise 
lo  stabilimento  di  un  altro  monte 
super  anniiis  redditibus  ducalus  Ca-- 
stri  et  Roncilionisj  e  il  duca  Odoar- 
do accordò  per  tale  erezione  i  frutti 


t 


CAS 
al  qualtro  e  mezzo  per  cento,  ossia 
per  ogni  luogo  di  monte.  Tutti  que- 
sti luoghi  di  monte  insieme  ascen- 
devano alla  somma  di  un  milione 
duecento  novantuno  mila  e  settecen- 
to scudi,  compresi  i  frutti  decorsi 
e  non  soddisfatti.  Odoardo  però  tut- 
to promise ,  ma  nulla  attese ,  nep- 
pure dopo  aver  ricuperato  il  ducato 
di  Castro. 

Ma  oramai  è  tempo,  che  passiamo 
a  parlare  di  Ranuccio  II  figlio  di 
Odoardo ,  ed  ultimo  dei  duchi  di 
Castro.  Conoscendo  questi  di  non 
poter  pagare  il  debito  enorme  la- 
sciatogli da'  suoi  antecessori ,  e  ve- 
dendo intorbidarsi  sempre  più  gli 
affari  di  sua  famiglia,  cominciò  a 
coltivare  il  progetto  di  cedere  gli 
stati  di  Castro  e  Ronciglione  alla 
camera  apostolica,  offerendoli  ad  In- 
nocenzo X,  il  quale  nel  1644  ^i'^  suc- 
ceduto immediatamente  ad  Urbano 
Vili.  Egli  pertanto  si  ridusse  a  que- 
sto consiglio  perchè,  nell'anno  1 648, 
attesi  i  ricorsi  sempre  crescenti  de'cre- 
ditori  Farnesiani ,  il  Papa  ordinò 
che  si  facessero  formali  e  gravi  in- 
timazioni al  duca  Ranuccio  II  ;  e 
questi  non  essendosene  scosso,  alme- 
no in  apparenza,  si  tornarono  a 
pubblicare  contro  di  lui  i  monitorìi 
propri  della  circostanza. 

Mentre  si  moltiplicavano  da  una 
parte  gli  eccitamenti  del  Papa,  e 
dall'altra  parecchi  sovrani  insiste- 
vano presso  di  luì  per  dar  luogo 
ad  un  amichevole  accomodamento, 
che  si  prevedeva  già  di  facile  con- 
clusione,  nel  1649,  ^^^^^^  attraver- 
sato questo  disegno  per  la  morte 
violenta  toccata  per  mala  ventura 
a  monsignor  Cristoforo  Giarda  bar- 
nabita genovese,  nel  dì  18  marzo 
dell'anno  medesimo,  allorché  que- 
sto prelato  si  recava  a  prendere  il 
governo  della  sua  chiesa  di  Castro, 


CAS  ?27 

della  quale  era  stato  creato  vesco- 
vo da  Innocenzo  X.  Si  credè,  che 
un  tal  orrendo  attentato  derivasse 
da  quelli,  i  quali  aveano  spacciato 
non  volersi  dal  duca  nello  stato  di 
Castro  quel  vescovo.  Venne  così  a 
dissiparsi  ogni  lusinga  di  composi- 
zione, e  ai  20  dello  stesso  mese  fu 
per  comando  del  Papa  dato  prin- 
cipio al  processo,  venendone  affida- 
ta la  commissione  al  governatore 
dì  Viterbo.  Terminato  il  processo 
furono  spediti  alla  volta  di  Castro 
più  corpi  di  armati  sotto  la  condot- 
ta del  conte  David  Widman,  e  del 
marchese  Girolamo  Gabrielli,  dichia- 
randosi in  commissario  generale 
monsignor  Marcello  Santacroce  poi 
Cardinale.  Le  pontifìcie  truppe  giun- 
sero sotto  Castro  ai  29  giugno,  e 
la  strinsero  d' assedio  ;  il  perchè  la 
città  si  arrese  mediante  capitolazio- 
ne sottoscritta  li  2  settembre  dai 
due  mentovati  capitani  pontifìcii,  e 
da  Sansone  Asinelli  colonnello  gene- 
rale degli  stati  di  Castro  e  Ronci- 
glione, non  che  governatore  della  cit- 
tà di  Castro. 

Quando  il  duca  Ranuccio  II  eb- 
be l'avviso,  che  Castro  era  assedia- 
to dalle  truppe  del  Papa,  si  diede 
a  far  leva ,  né  tardò  d' inviare  al- 
la volta  dei  domìniì  della  Santa 
Sede  un  esercito  sotto  il  comando 
del  suo  primo  ministro  e  favorito, 
marchese  Gaufrido,  oGodefroi  fran- 
cese. Questo  però  investito  dal  ge- 
nerale Luigi  Mattei,  e  da  altri  co- 
mandanti papali,  che  andarono  ad 
incontrarlo  nel  bolognese,  fu  rotto 
e  disperso.  Per  effetto  appunto  di 
questa  disfatta  Castro  si  arrese  col- 
la capitolazione  accennata,  e  fu  con- 
segnato alle  forze  d'  Innocenzo  X. 
Attesa  la  precedente  uccisione  del 
vescovo,  la  resistenza  opposta  alle 
truppe  pouliflcie,  e  per  torre  altre- 


22^  CAS 

sì  i  motivi  di  nuove  discordie,  il 
Papa  ordinò  che  Castro  fosse  atter- 
rato, lasciando  in  arbitrio  degli  a- 
bitanti  di  andare  dove  loro  agf^ra- 
disse.  La  demolizione  ebbe  elFetto 
interamente,  e  nel  luogo,  dove  una 
volta  sorgeva  la  città,  fu  posta  la 
colonna,  di  cui  facemmo  superior- 
mente menzione,  essendo  incomin- 
ciato r  atterramento  ai  28  settem- 
bre 1649.  Monsignor  Giulio  Spino- 
la, poi  decorato  colla  porpora  nel- 
la qualifica  di  commissario  aposto- 
lico, prese  possesso  in  nome  della 
Santa  Sede  dello  stato  di  Castro, 
e  le  grosse  campane  della  cattedra- 
le, stimabili  pel  bel  concerto  del 
loro  suono,  da  Innocenzo  X  furo- 
no fatte  trasportare  in  Roma,  e  col- 
locare nel  campanile  della  chiesa 
di  s.  Agnese  in  piazza  Navona  da 
lui  riedificata.  Quindi  lo  stesso  Pon- 
tefice, avendo  precedentemente  sop- 
presso il  vescovato  di  Castro,  colla 
costituzione  In  supremo,  emanata 
ai  i3  settembre  dello  stesso  anno, 
ne  trasferì  la  sede  ad  Acquapenden- 
te (Vedi), 

Udita  la  rovina  di  Castro,  il  du- 
ca Ranuccio  II  pensò  a'  casi  suoi, 
e  si  diede  ad  ascoltare  consigli  di 
pace.  Questa  fu  realmente  conchiusa 
coir  interposizione  di  vari  principi , 
a  condizione  che  il  Papa  confermas- 
se al  duca,  a  favore  però  dei  cre- 
ditori, i  feudi  devoluti  alla  camera 
apostolica,  purché  egli  pagasse  alla 
camera  stessa  un  milione  seicento 
mila  e  settecento  cinquanta  scudi 
romani  in  termine  di  otto  anni,  e 
che  intanto  rimanesse  confiscato  lo 
stato  per  sicurezza  a  favore  della 
Santa  Sede.  Placatosi  Innocenzo  X 
col  duca,  massime  pel  castigo  dato 
a  Gaufrido,  che  fu  una  delle  prin- 
cipali cause  di  tanti  mali,  co'  per- 
versi consigli  dati  da  lui  ad  un  pria- 


CAS 
cipe  così  giovane  qnal  era  Ranuc- 
cio, lo  rimise  nella  pontificia  grazia. 
Passarono  poi  gli  otto  anni  accor- 
datigli per  soddisfare  1'  impegno 
contratto  colla  camera ,  senza  che 
il  duca  in  questo  tempo  pagasse 
ne  punto  ne  poco,  e  la  Santa  Sede 
seguitò  a  tener  ferma  la  conqui- 
sta dello  stato  di  Castro.  Quindi, 
essendo  morto  Innocenzo  X,  i  mi- 
nistri del  duca  fecero  mostra  di 
voler  pagare  il  danaro  dovuto  al- 
P erario  pontificio;  ma  quei  della 
camfera  apostolica  si  ricusarono  di 
riceverlo  perchè  non  era  stato  per 
anco  eletto  il  nuovo  Papa.  Seguita 
l'esaltazione  di  Alessandro  VII,  nò 
essendo  stato  pagato  il  debito,  que- 
sto Pontefice,  nell'anno  i66r,  di- 
chiarò formalmente  in  concistoro , 
che  gli  stati  di  Castro  e  Ronci- 
glione  venivano  incamerati ,  cioè 
incorporati  nei  dominii  della  San- 
ta Sede,  soggettandoli  alla  bolla 
di  s.  Pio  V,  de  non  alìenandis , 
che  confermò  ed  amphò  colla  co- 
stituzione Inter  Bull.  Roni.  to- 
mo VI.  parte  V.  pagina  igy.  V. 
l'Egss,  Pontìf.  Doct.,  in  Alexandre 
VII  pag.  885,  e  gU  articoU  Far- 
nese e  Parma  .  In  oltre  si  sa  , 
che  posteriormente  nuove  proroghe 
furono  accordate  per  la  redenzione 
degli  stati  medesimi;  ma  si  sa  pu- 
re, che  né  il  pagamento,  né  il  de- 
posito della  somma  che  per  questo 
bisognava ,  non  ostante  tutto  ciò 
che  si  è  detto  in  contrario,  ebbero 
effetto,  e  quindi  la  Santa  Sede,  mal- 
grado le  proteste  fatte  in  contrario, 
prima  dai  duchi  di  Parma  e  Pia- 
cenza, e  poi  dai  loro  eredi,  segue 
a  ritenerli  ancora,  e  vari  solenni 
trattati  europei  sono  sopraggiunti 
a  riconoscere  la  validità  del  suo 
possesso.  Così  terminò  il  ducato  di 
Castro,  e   ne  fu  ultimo   duca   Ra- 


CAS 
miccio  II,  Farnese,  come    il  primo 
era  stato  Pier  Luigi. 

JVoi  porremo  termine  a  questo 
articolo,  avvertendo  chiunque  amasse 
ulteriori  notizie  sulla  città,  e  sul 
ducato  di  Castro,  che  potrà  averne 
a  dovizia  consultando  le  seguenti 
opere:  Dominicus  Angeli,  De  de- 
predatione  Castrensiuni,  et  siiae  pa- 
triae  historia,  Exst.  in  Thes.  a  ut. 
et  histor.  Ital.  tom.  Vili  par.  Ili; 
Jo.  Blavius,  Theatriun  civitatum  de 
admìr  andar  imi  Italiae,  Amsteloda- 
mi,  1662  ;  Breve  esposizione  delle 
ragioni  della  Sede  apostolica  intor- 
no all' incamerazione  del  ducato  di 
CastrOj  e  dello  stato  di  Ronciglio- 
ne,  lySS;  Dcfensio  juriuni  came- 
rae  apostolicae  in  stata  Castri  sine 
loco  et  anno;  Defensio  juriuni  Cani, 
apostol.  prò  responsione  ad  librum^ 
cuius  tìtulus  inscriptus  est:  Relazio- 
ni delle  ragioni  ec.  1642;  Disser- 
tatio  de  ducatu  Castri  et  Roncilio- 
nis  ,  ejusque  justa  ac  legitima 
possessione  penes  Rev.  Cam.  Ap.^ 
di  monsignor  Giusto  Fontanini;  Car- 
lo Fontana,  Discorso  circa  il  pon- 
te della  Badia  situato  nella  cam- 
pagna fra  la  città  di  Castro j  che 
fu  demolita^  e  la  terra  di  Canino, 
Koma  17  11;  Mariano  Ghezzi,  ^re- 
ve  discorso  sopra  la  salubrità  del- 
l'aria  della  città  di  Castro,  Ron- 
ciglione  i6ro,  e  Discorso  sopra  il 
Fumaiuolo  della  città  di  Castro,  e 
de'  maravigliosi  suoi  effetti,  Ronci- 
glione  16 io;  Gorabi,  Ponderazione^ 
e  risoluzione  del  parere  stampato 
sotto  il  nome  di  Fr.  Francesco  di 
Assisi,  contro  il  serenìssimo  di  Par- 
ma, ed  altri  principi.  Si  narra  in 
quest'  ultimo  opuscolo  della  questio- 
ne insorta  tra  Urbano  Vili,  ed  il 
duca  Odoardo  Farnese  l'anno  i64ij 
sostenendosi  il  duca  dal  Gorabi  ; 
Lettera    d'  un    anonimo    sopra    le 


CAS  229 

Zecche  di  Castro  e  di  Novara. 
Ext.  nella  Collezione  del  Zanetti 
tom.  V:  Nuova  raccolta  delle  mo- 
nete e  Zecche  d' Italia,  ec;  Lettera 
scritta  ad  un  signore  in  risposta 
del  libro  stampato  sopra  le  ragio- 
ni del  serenìssimo  di  Parma  con- 
tro la  presa  della  città,  e  ducato 
di  Castro  eseguita  dalle  armi  pon- 
tificie nel  i64i  '•  lavoro  di  monsi- 
gnor Felice  Contelori;  Pietro  e  Pao- 
lo Qualiotti,  Relazione  del  già  se- 
guito disseccamento  del f  antica  pa- 
lude denominata  il  Paglietto  posta 
nel  territorio  del  Piagno  delVabba- 
dia  stato  di  Castro  Roma  177B; 
Relazione  delle  ragioni  del  duca 
di  Parma  contro  la  presente  occu- 
pazione del  ducato  di  Castro  , 
stampata  li  7  agosto  164^5  cui  si 
diede  per  risposta:  Defensio  ec.  i642j 
succitata,  e  la  seguente  Responsio 
ad  libellum,  qui  inscribitur  :  rela- 
tìo  jurìumj  Bonaventura  Theuli , 
Convento  di  s.  Francescoj  Appara- 
to minoritico  della  provincia  di 
Roma  1648;  Responsio  ad  libellum 
inscriptum  :  Vera  e  sincera  rela- 
zione delle  ragioni  del  duca  di 
Parma,  contro  la  presente  occu- 
pazione del  ducato  di  Castro  j 
Responsio  juris  adrelationem  prae- 
tensorum  jurium  ducis  Odoar- 
di  Farnesiij  Lud.  Zuccovius,  Acta, 
et  controversice  inter  Papam  In- 
nocentium  X  et  Odoardum  Farnc- 
sium  Parmae  ducem  de  ducatu 
Castri,  Exst.  in  calce  Diss.  ejus- 
dem  de  ratione  status ,  1 663  ;  ed 
Acta  inter  Urbanum  Vili  Papam 
et  Odoardum  Farnesium  Parmae 
et  Placentiae  ducem,  hujusque  ra- 
tione s  contra  invasioneni  ducatus 
Castri,  factam  anno  XLI  hujus 
saeculi  XVII. 

CASTRO  (de)  Giovanni,   Cardi- 
nale. Giovanni  da  Castro,  da   alcuni 


a3o                    CAS  CAS 

detto  Giordano,  nacque  di  nobilissima  un  sinodo  a  Siviglia,  ove  mori  nel 
famiglia  in  Valenza.  Fatto  prefetto  di  1600    di    ottanta  anni,    e  sedici    di 
Castel  s.  Angelo,  per  l' integrità  della  Cardinalato,  ed  ebbe  tomba  in  qiiel- 
sua  condotta  fu  da  Sisto    IV    prò-  la    metropolitana.    Di    là    tU    poscia 
mosso,  nel    i479>    "^    vescovato   di  portato  a  Monforte  nella  Galizia,  e 
Girgenti  nella  Sicilia,  e  fatto  abba-  riposa    nella    chiesa   dei    gesuiti    da 
te  commendatario  del   monistcro  di  lui    fondata ,    abbellita    e    dotata    di 
Fossanova,  ed  amministratore  di  Sles-  molte  rendite.  In  morte  lasciò  due* 
wick  in  Danimarca.  Diciassette  anni  centomila  scudi  da  distribuirsi  a  pu- 
dopo    venne  creato  prete  Cardinale  pilli,  vedove,  e  povere  famiglie, 
del  titolo  di    s.    Prisca.    Intervenne  CASTRO  (de)  Alfonso.  Scrittore 
ai  conclavi  di  Pio  III,  e  di    Giulio  ecclesiastico    del    secolo    XVI ,    uno 
II,  e  due  lustri    dopo    essere    stato  de'  più    celebri     teologi     spagnuoli , 
creato  Cardinale,    morì    in    Roma ,  nato    a    Zamorra.    Entrò    giovinetto 
nel    i5o6,    neir  età    di    settantasei  nell'Ordine  de' frati  minori;  insegnò 
anni,  venendo   sepolto   nella    chiesa  teologia    a    Salamanca    per    più    di 
di    s.    Maria    del    Popolo,    dove   al  trent'anni,  e  meritò  pel  suo  sapere 
manco  lato  della  cappella  di  s.  Gi-  d'essei-e  inviato  al  concilio  di  Tren- 
rolamo,  se  ne  vede  il  magnifico  a-  to.    Filippo  II  di   Spagna   l'ebbe  in 
vello.  alta    stima,    e    seco    lo   condusse  in 
CASTRO    (de)  Rodrigo,    Cardi'  Inghilterra    quando    vi    si    recò    ad 
naie.    Rodrigo   de   Castro    dei   conti  isposare    la    regina    Maria.    Nel  suo 
di    Lerma,    spagnuolo,  nacque    nel  ritorno  quel  principe  lo  nominò  al- 
i52o.    Dopo    avere    studiato    nella  l' a ici vescovato   di  Compostella.    Ma 
università    di    Salamanca,    divenne  prima  di   ricevere   le  bolle.  Alfonso 
consultore   della   inquisizione ,  e  per  morì  in  età  di  sessantatre  anni,  avendo 
ossequiare   Filippo    II ,    andò    nelle  la  sua  dimora  in  Brusselles.  Ci  lasciò 
Fiandre  e  in  Inghilterra  col  fratello  alcune  opere,  delle  quali  la  più  im- 
pietro vescovo  di  Salamanca;  quindi  portante    è    un    trattato    contro    le 
a  Roma    con    Ferdinando    Ruiz   de  eresie.    Gli   altri   suoi    scritti    sono: 
Castro,  ambasciatore  di  quel  sovra-  i.°  De  insta  hcereticorum  punitione 
no.    Nel    partir  da  Roma ,   Pio  IV  libri   tresj    2.**    De   potestate    Ic.gis 
gì'  ingiunse    di    assicurarsi    dell'arci-  pcenalis  libri  duoj  3.°  De  sortilegiis 
vescovo    di    Toledo     nella    Spagna,  ac   maleficiisj    eorumque   punitione. 
cui  egli  consegnò  dipoi    al   tribunale  Ha  lasciato  altresì  un  commento  sui 
della  inquisizione;  quindi  fu  vescovo  dodici  profeti  minori;  quarantanove 
di  Zamorra,  poi   di  Cuenca;   poscia  omelie  sui  salmi  IV  e  XXXI,  non 
arcivescovo   di   Siviglia,    e    Cardinal  che    un    trattato    della    validità  del 
prete  dei  ss.  Apostoli,  creato  da  Gre-  matrimonio  di  Elnrico  Vili  con  Ca- 
gorio  XIII  a' 12  dicembre  del  1 583.  terina  d'Aragona. 
Filippo  II  ottenne,  che  il  Pontefice  Alfonso  de  Castro  scriveva  abba- 
gli  mandasse  in  Ispagna   il  cappello  stanza  bene:  aveva  letto  molto,  ma 
Cardinalizio.    La  nuova  dignità  fece  era  più   forte  nella  controversia  che 
splendere    vieppiù    le  virtù    del  no-  nella    storia.     Egli    nel    suo  trattato 
vello    porporato ,    sollecito    del    suo  contro  le  eresie  si  è  molto  più  esteso 
gregge,    generoso    coi    poveri,    e  li-  nel  confutare  le  nuove,    che  a  tes- 
bcrale    con    tutti.    Nel    1 5SG    tenne  scr  la  storia  delle    antiche.    Anziché 


CAS 
seguire  T ordine  cronologico,  le  rag- 
guaglia per  ordine  alfabetico. 

CASTROCELLI  Giovanni,  Car- 
dinale. Giovanni  Castrocelli  è  fama 
discendesse  da  nobile  prosapia  di 
Benevento.  Era  preposto  al  moni- 
stero  di  s.  Benedetto  di  Capua, 
quando  Martino  IV,  nel  1282,10 
promosse  ad  arcivescovo  di  Bene- 
vento, e  s.  Celestino  V  lo  creò  Car- 
dinal prete  di  s.  Vitale,  a  Teano 
nella  Campagna,  e  amministratore 
della  chiesa  di  s.  Agata  dei  goti  a 
beneplacito  apostolico,  nel  settembre 
del  1294.  Dice  il  Gattula,  che  il 
Castrocelli  fu  promosso  dopo  cena, 
cosa  insolita,  della  qual  cosa  mo- 
vendo querele  il  sagro  Collegio,  ri- 
nunziò il  Castrocelli  alla  sua  dignità. 
Ma  dopo  alcuni  giorni  gli  fu  confe- 
rita nuovamente  in  pien  concistoro 
dal  Pontefice,  che  inoltre  lo  stabili 
vicecanceliiere  della  S.  B.  Chiesa. 
Senonchè  in  capo  a  sei  mesi,  mori 
a  Benevento  nel  1295. 

CASTROLUCE  o  de  CHATELUS 
AiMERico,  Cardinale.  Aimerico  Ca- 
stroluce  o  de  Chatelus,  cosi  chiamato 
dal  luogo  ove  nacque  a  Limoges,  era 
consanguineo  al  Pontefice  Clemen- 
te VI.  Si  rese  assai  perito  in  ambe 
le  leggi,  e  nel  i3i4,  fu  canonico 
di  Limoges.  Quindi  venne  eletto  ar- 
cidiacono transvigennense  nella  chiesa 
di  Tours,  presidente  di  Ferrara,  e 
rettore  dell'  Emilia,  nei  quali  impie- 
ghi essendosi  contenuto  a  maraviglia, 
Giovanni  XXII,  nel  1822,  lo  pro- 
mosse all'arcivescovato  di  Raven- 
na, e  nell'anno  i332  alla  chiesa  di 
Chartres.  Poi,  essendo  uditore  delle 
contraddette,  fu  creato  Cardinal 
prete  di  s.  Martino  da  Clemente  VI 
a'  20  dicembre  del  1 34*2 ,  e  desti- 
nato legato  a  Roma,  nella  Toscana, 
nelle  due  isole  di  Corsica  e  Sarde- 
gna   a    stabilirvi  il  buon   ordine,  e 


CAS  23i 

prevenire  quei  mali,  che  avvengono 
spesso  nella  prossima  cambianza  di 
padrone.  Morto  Roberto  re  di  Na- 
poU  e  Sicilia,  il  Papa  deputò  il  Ca- 
stroluce  come  legato,  amministratore 
e  vicario  della  s.  Sede,  a  reggere 
quei  dominii;  ma  Giovanna  I,  figlia 
di  Carlo  Martello  fìgHo  di  Roberto, 
che,  qual  erede  della  corona,  voleva 
governar  sola ,  senza  dipender  dal 
Cardinale^  tanto  fece  col  Papa,  che 
richiamato  il  legato  in  Avignone,  le 
concesse  quanto  bramava,  a  patto 
però  di  osservare  quelle  leggi,  che 
le  sarebbero  state  prescritte.  Ma  dis- 
sipando elhi  i  beni  del  regno ,  il 
legato  con  solenne  decreto  annullò 
tutte  le  donazioni  da  lei  fatte;  poi 
prima  di  partire  citò  al  suo  tribu- 
nale alcuni  eretici ,  detti  Neofiti, 
che  ostinati  nell'errore,  punì  secondo 
le  leggi  ecclesiastiche.  In  Toscana, 
Sardegna  e  Corsica  usò  della  me- 
desima giurisdizione  ad  impedire  se- 
gnatamente, che  Lodovico  il  Bavaro^ 
il  quale  avea  acquistato  il  Tirolo, 
venisse,  come  minacciava,  ad  inva- 
der r  Italia,  ove  la  religione  soffe- 
riva assaissimo.  Due  anni  dopo  il 
Castroluce  andò  a  Roma  per  sedare 
i  trambusti  eccitati  da  certo  Gabrini 
figlio  di  un  taverniere,  o  sia  Cola  di 
Rienzo,  quantunque  questo  fatto  ven- 
ga piuttosto  attribuito  al  Cardinal 
Bertrando  Deucio.  Finalmente,  dopo 
avere  stabilito  nella  chiesa  di  Char- 
tres una  cappella  a  s.  Pietro  con 
dodici  canonici,  ai  quali  assegnò  suf- 
ficienti rendite  pel  mantenimento 
proprio  e  della  cappella  medesima , 
secondo  l'opinione  più  probabile, 
morì  nel  i35o,  dopo  un  Cardinalato 
di  otto,  o  nove  anni. 

CASTRUCCI  Giambattista,  Car- 
dinale. Giambattista  Castrucci,  pa- 
trizio lucchese,  nacque  nel  i54i. 
Era    di    piacevole   indole    e    dolce; 


23-2  CAT 

nelle  migliori  università  d'Italia  fece 
gran  tesoro  di  scienze,  e  di  non 
ancora  cinque  lustri  conseguì  la 
laurea  in  legge,  ed  amministrò  con 
grande  riputazione  la  repubblica. 
Pervenuto  a  Roma,  fu  alla  corte 
del  Cardinal  Peretti,  poi  Sisto  V, 
da  cui  ebbe  un  canonicato  nella 
basilica  vaticana;  quindi  nel  i585 
fu  datario  ed  arcivescovo  di  Chieti, 
la  quale  diocesi,  essendo  sempre  as- 
sente, governò  per  mezzo  di  vicari, 
e  ben  due  volte  rinunziò,  deside- 
rando che  venisse  conferita  a  due 
suoi  concittadini  di  sperimentata 
pietà  e  prudenza .  Dipoi  lo  stesso 
Sisto  V  creollo  Cardinal  prete  di 
s.  Maria  in  Araceli  ai  i8  dicem- 
bre del  i535,  e  28  giorni  dopo 
passò  al  titolo  dei  santi  Giovanni  e 
Paolo,  come  prova  ad  evidenza  il 
p.  Casimiro.  Èra  prefetto  della  se- 
gnatura di  giustizia,  ascritto  alle 
prime  congregazioni,  ed  adoperato 
in  aSavì  molto  interessanti.  Mori  a 
Lucca  nel  i5g5,  di  cinquantaquattro 
anni  e  dieci  di  Cardinalato,  e  fu 
sepolto  nella  chiesa  dei  minori  os- 
servanti con  semplice  epitafio.  Era 
intervenuto  ai  conclavi  di  Urbano 
VII,  di  Gregorio  XIV,  d'Innocenzo 
IX  e  di  Clemente  Vili. 

CASTRUM  MARTIS.  Città  ve- 
scovile  della  Dacia  mediterranea , 
eretta  nel  IV  secolo,  e  sottoposta 
alla  metropoli  di  Sardica,  presa  a 
tradimento  dagli  unni.  Al  concilio 
di  Sardica  intervenne  il  suo  vescovo 
per  nome  Calvus. 

CASULAE  CARIANENSES.  Città 
vescovile  rovinata  nella  Bizacena  in 
Africa.  Silvano  suo  vescovo  inter- 
venne  alla  conferenza  di  Cartagine. 

CATABATTISTI.  Appellazione  da- 
ta comunemente  a  coloro  tutti,  che 
negano  la  necessità  del  battesimo. 
La  parola,  di  greca  etimologia,  vuol 


CAT 

dire  nemici  del  Battesimo.  Non  cre- 
dono costoro  la  esistenza  del  peccato 
originale;  quindi  riguardano  quel 
sagramento  come  cosa  indilferenle, 
o  al  più  come  un  motivo  eccitante 
la  fede.  Così  la  pensavano  anche  i 
sociniani.  Alcuni  altri  poi  negando, 
che  la  giustificazione  dell'anima  di- 
penda da  un  segno  esteriore  che 
tocca  il  solo  corpo,  appellavano  af- 
fatto inutile  il  salutare  lavacro. 

CATABITA.  Sede  episcopale  della 
Mauritiana  Cesariana,  nell'  Africa 
occidentale ,  sotto  la  metropoli  di 
Giulia  Cesarea.  Not.  yifric. 

CATACOMBE.  Luogo  sotterra- 
neo con  molte  tombe,  con  cavi  fatti 
per  sepoltura  dei  cadaveri ,  che  in 
origine  si  chiamarono  arenariiim, 
arenariae  j  ad  arenas^  ad  indicare 
il  luogo  donde  si  trae  sabbia,  come 
rilevasi  dagli  atti  de'  martiri ,  che 
vi  furono  seppelliti.  Si  chiamarono 
pure  cryplae,  ossia  caverne,  e  dal- 
la natura  del  luogo  cryptae  arena- 
rìae,  non  che  arcae  nell'Africa,  se- 
condo gli  atti  di  s.  Cipriano.  Altra 
volta  si  dissero  tunihae,  e  frequen- 
temente coemetcria,  cioè  dorniiloriiy 
per  la  fede  della  risurrezione,  giac- 
ché la  morte  de'  giusti,  come  devo- 
no essere  i  cristiani,  è  un  sonno  di 
pace.  La  parola  catacomba  è  for- 
mata da  cumba,  letto  per  riposare, 
e  dalla  preposizione  greca  catà,  che 
significa  appressa.  Osserva  il  Du- 
cange,-che  il  Papa  s.  Gregorio  I, 
lib.  Ili,  ep.  3o,  scrisse  Catalambae^ 
ma  il  nome  ordinario  è  Catacumbae, 
che  sembra  non  usato  prima  del 
quarto  secolo,  venendo  dato  pel  pri- 
mo al  celebre  cimiterio  di  Calisto, 
e  poscia  a  tutti  gli  antichi  cimiterii, 
che  sono  d' intorno  a  Roma.  F.  Ci- 

MITEBII. 

Sono  queste  grotte,  come  vie  sot- 
teiTanee  alte  circa    due   uomini,    e 


CAT 

larghe  circa  quattro  piedi.  Fanno 
varie  guide,  ed  aprono  diverse  stra- 
de. II  perchè  se  uno,  che  le  voglia 
vedere,  non  viene  accompagnato  dai 
custodi,  o  da  persone  pratiche,  e 
non  sia  provveduto  di  lumi ,  facil- 
mente potrebbe  smarrirsi  senza  rin- 
venire la  porta,  onde  in  varie  cala- 
combe  fu  alzato  un  muro,  perchè 
non  vi  si  entrasse. 

Nelle  pareti,  tanto  a  destra  clie 
a  sinistra,  sono  incavati  i  sepolcri  a 
più  ordini  in  forma  di  cassoni  an- 
che con  tavole  di  marmo,  o  di  terra 
cotta ,  trovandosi  in  alcune  scolpite 
palme,  croci,  cervi,  agnelli,  colom- 
be, un  pesce,  come  simbolo  di  Gesù 
Cristo  (  su  di  che  il  Costadoni  scris- 
se una  dissertazione),  e  talvolta  il 
nome,  di  quel  martire,  che  vi  fu  ri- 
posto con  un'ampolla  del  suo  san- 
gue, ed  ancora  cogli  stromenti  del 
maì'tirio.  Tali  cassoni,  o  scavi  late- 
rali chiamati  loculi  ^  quando  erano 
capaci  di  due,  tre,  o  quattro  corpi, 
erano  appellati  bisomiinij,  trisomum, 
o  quadrisomum.  La  maggior  parte 
degli  autori  conviene,  che  tali  sot- 
terranei, cavati  entro  il  tufo,  e  nei 
massi  di  arena  e  di  pozzolana,  non 
solo  servirono  di  tomba  ai  primitivi 
cristiani ,  massime  ai  confessori  di 
Cristo,  ma  come  luogo  inviolabile, 
divennero  la  culla,  ed  il  rifugio  della 
santa  fede  nel  tempo  delle  persecu- 
zioni ,  e  le  prime  chiese  degli  stessi 
cristiani.  Nelle  cappelle  erettevi  ce- 
lebravano tutte  le  sagre  funzioni, 
battezzavano,  ordinavano  ec,  sicco- 
me abbiamo  da  incontrastabili  ed 
antichissimi  documenti,  al  dire  di 
Panvinio,  de  Rìt.  sepel.  mort.  apud 
Chris t.  et  eorum  coetnet.  cap.  II. 

La  forma  di  queste  catacombe  o 
cimiteri,  si  descrive  anche  da  s.  Gi- 
rolamo, in  Ezech.  cap.  4o,  p.  463, 
Oper.j  tora.  V,  con  queste  paroje: 


CAT  233 

M  Dum    essem    Romae   puer  .... 

»  solebam  cum  caeteris  ejusdem  ae- 

w  tatis  et  propositi  diebus   domini - 

«  cis  sepulcra  Apostolorum,  et  mar- 

«  tyrum  circumire,  cryptas  ingredi, 

»  quae  in   terrarum    profunda    de- 

»  fossae,    ex    utraque    parte  ingie- 

«  dientium  per  parietes  habent  cor- 

»  pora  sepultorum  ,  et  ita  obscura 

»  sunt  omnia,  ut    propemodum    il- 

«  lud  propheticum  compleatur:  De- 

»  scendant    in    infernum    viventes, 

»  et  raro  desuper  lumen  admissum 

»  horrorem  temperet    tenebrarum , 

M  ut  non  tam  fenestram,  quam  fo- 

»>  ramendemissi  luminis  putes:  rur- 

«  sumque  pedetentim  acceditur,  et 

«  cocca  nocte  circumdatis  illud  Vir- 

«  gilianum  proponitur": 

Horror  uhiqiie  animos   simili  ipso, 
silentia  terreni. 

Gli  antichi  cimiteri,  o  catacombe 
de'  cristiani  in  Roma,  ora  sono  otto, 
che  possono  suddividersi  sino  a  ses- 
santa, mentre  l'annalista  Baronio 
all'anno  226,  ne  enumera  quaran- 
tatre. Ne  tratta  il  Venuti  nella 
Descrizione  di  Roma  del  p.  Eschi- 
nardi,  p.  5o  e  seg.  Oltre  i  cimiteri 
e  le  catacombe  dei  romani,  ne  eb- 
bero i  cristiani,  al  riferire  del  Boi- 
detti  ,  degli  altri  in  Terni,  Spoleto, 
Chiusi,  Lucca,  Padova,  Brescia,  A- 
quila,  Napoli,  Nola,  Pozzuolo,  Mi- 
lano, Firenze,  e  persino  nella  Pale- 
stina. Delle  grotte  di  Siracusa,  chia- 
mate catacombe  romane ,  tratta  il 
p.  Lupi,  nel  toni.  II, 'delle  Dissero 
(azioni,  parte  II,  delle  Lettere  eru- 
dite ^  lettera  IX. 

La  più  celebre  delle  catacombe 
presso  Roma,  è  il  cimiterio  di  Ca- 
listo nella  via  Appia,  cosi  chiamato 
perchè  ristabilito  da  s.  Calisto  I , 
eletto  Papa  l'anno  221,  il  quale  fu 


234  CAT 

ariiccliito  di  cento  settantaqiialtro 
mila  corpi  di  martiri,  e  di  quaran- 
tasei Pontefici,  come  attesta  r  Arin- 
ghi, Roma  subterran.  1.  Ili,  e.  ii, 
§  i,e  20:  onde  si  potrà  argomen- 
tare a  proporzione  quanti  ne  avran- 
no contenuti  le  altre  catacombe. 
Altri  però  sostengono,  che  soli  quat- 
tordici Pontefici ,  ovvero  diciassette 
sieno  stati  sepolti  in  detta  catacom- 
ba, ì^.  Sepolcri  de'  Romani  Ponte- 
fici. Il  cimiterio  di  Calisto  viene 
appellato  anche  di  s.  Sebastiano, 
perchè  è  presso  questa  chiesa,  fuori 
la  porta  del  suo  nome,  già  l'anti- 
ca Capena,  leggendosi  nel  calenda- 
rio Bucheriano:  HI  hai.  fehr.  Fa- 
hiani  in  Callisti^  et  Sebastiani  ad 
calacunibasj  e  nella  vita  di  Adria- 
no I  :  ecclesiam  aposloloruni  foris 
portam  Appiam,  cioè  di  s.  Seba- 
stiano, in  loco  qui  appellatur  cala- 
cumba,  ubi  corpus  b.  Sebastiani  m. 
curri  aliis  quiescit.  Ma  ebbe  la  mag- 
giore rinomanza  e  gloria  questo  ci- 
miterio di  Calisto,  o  di  s.  Sebastia- 
no allorquando  vi  fiirono  depositati 
per  quasi  due  secoli  i  corpi  dei  prin- 
cipi degli  apostoH  ss.  Pietro  e  Paolo, 
su  di  che  è  a  vedersi  il  Piazza, 
Della  traslazione  dei  corpi  de*  glo^ 
riosi  apostoli  ss.  Pietro  e  Paolo  al' 
le  catacombe  di  s,  Sebastiano,  nel- 
V Emerologio  t.  I  p.  i34;  Maran- 
goni ,  de  translationibus  corporuni 
ss.  Pontificwn  Ronianorum  ex  pri- 
mis eorumdem  sepulcris  ad  alias 
ecclesias,  in  Chron.  Rom.  Pont.y  e 
Moretti  in  Disputatione  de  trasla- 
tione  corporuni  ss.  Apostolorum  Pe- 
iri  et  Pauli  ad  catacumbas  de  Ca- 
listo P.  et  M. 

Nella  detta  chiesa  di  s.  Sebastia- 
no evvi  la  porta,  da  cui  si  discen- 
de alle  catacombe,  leggendosi  nella 
iscrizione:  »  E  quivi  il  cimiterio 
»  del  celebre  Papa  Calisto  martire: 


CAT 
"  chiunque  lo  visiterà  essendo  ve- 
»»  ramente  contrito,  e  dopo  confes- 
«  satosi,  otterrà  l'intiera  remissione 
M  di  tutti  i  suoi  peccati  per  li  glo- 
»»  riosi  meriti  di  cento  settantaquat- 
M  tro  mila  martiri,  che  sono  ivi 
M  stati  seppelliti,  con  quarantasei 
*♦  Pontefici  illustri,  i  quali  tutti  han- 
»  no  patito  grandi  tribolazioni,  e 
«  per  divenire  gli  eredi  del  regno 
«  del  Signore ,  hanno  sofferto  il 
«  supplizio  della  morte  pel  nome 
«  di  Gesù  Cristo  ec".  Nel  primo 
ingresso  del  sotterraneo  vi  è  una 
cappella  con  un  busto  di  s.  Seba- 
stiano eseguito  in  marmo  dal  Ber- 
nini, conservandosi  nell'urna  sotto 
r  altare  il  corpo  della  matrona  ro- 
mana s.  Lucina.  Sono  queste  cata- 
combe ritenute  per  le  più  vaste  di 
Roma:  il  perchè  vuoisi,  che  per  ben 
sei  miglia  si  estendano  per  lunghi 
ed  intricati  conicoli.  Siccome  tutte 
le  catacombe  rimasero  in  venera- 
zione grande  de' fedeli,  per  cui  mol- 
ti vollero  essere  tumulati  presso  le 
ceneri  de'  ss.  martiri,  cos\  per  la  gran 
copia,  che  in  queste  di  s.  Sebastia- 
no se  ne  depositarono,  sempre  i  cri- 
stiani n'ebbero  una  particolare  di- 
vozione, ed  anche  sino  dal  tempo 
di  Pelagio  I,  prima  cioè  che  Roma 
soffrisse,  nell'  anno  558,  l' invasione 
dei  longobardi,  era  pio  costume  del 
popolo  romano  di  recarsi  a  piedi 
scalzi  a  visitare  queste  catacombe, 
ciò  che  fecero  pure,  oltre  il  citato 
san  Girolamo  ,  in  progresso  altri 
santi,  come  le  ss.  Brigida,  e  Cate- 
rina da  Siena.  Fu  in  esse  appunto 
che  s.  Filippo  Neri,  nel  periodo  di 
dieci  anni  passò  di  frequente  le  in- 
tere notti  a  fare  ivi  penitenze ,  e 
fervorose  orazioni,  nutrendosi  di  so- 
lo pane  e  radiche  di  erba.  Ancora 
il  Cardinal  s.  Carlo  Borromeo  ar- 
civescovo di  Milano,    in    questo  sa- 


CAT 
grò    luogo  spesso    si  recava    a    fare 
orazione,  e  a  passarvi    le    notti   as- 
sorto nelle  divine  meditazioni. 

Gli  antichi  Sommi  Pontefici  im- 
piegarono tutta  la  diligenza  per  man- 
tenere questi  venerabili  santuari  sot- 
terranei, ed  è  perciò,  che  studiosa- 
mente li  adornarono  con  cappelle, 
ed  altari,  e  con  sagre  pitture  e  mo- 
saici, e  procurarono  di  conservare 
tutti  i  loro  diversi  ordini  un  sopra 
l'altro,  affinchè  non  rovinassero,  ri- 
slaurandoli  prontamente  ad  ogni 
uopo. 

Il  citato  p.  Lupi ,  Ep.  s.  Sev. 
p.  2  dice:  Sunt  tres  omnino  cimì- 
culonim  ordineSj  quorum  unus  alte- 
ri subjacet  j  ma  in  alcune  cata- 
combe sono  anche  quattro,  e  in  al- 
cune pure  cinque.  Di  queste  cata- 
combe, chiamate  eziandio  cimiteri, 
si  parlerà  a  quell'articolo.  Furono 
in  varie  epoche  rinnovate,  ed  ab- 
bellite dai  Papi,  per  cui  s.  Giulio  I, 
eletto  l'anno  336,  quando  già  i  cri- 
stiani potevano  pubblicamente  eser- 
citare il  loro  culto,  rinnovò  le  ca- 
tacombe di  s.  Valentino  nella  via 
Flaminia,  ove  poi  furono  aggiunti 
molti  ornamenti  nell'ottavo  e  nono 
secolo,  dai  Papi  Adriano  T,  Leone  III, 
e  Gregorio  IV.  S.  Damaso  I,  cieato 
l'anno  SGy  ,  ristorò  le  catacombe, 
o  cimiteri  di  Lucina,  di  Pretesta- 
to e  di  Calisto.  S.  Bonifacio  I,  del 
4 1 8,  fabbricò  mi  oi'atorio  nel  cimi- 
telo di  s.  Felicita  nella  via  Sala- 
ria, ed  il  suo  successore  immediato 
s.  Celestino  I,  ristorò  ed  ornò  di 
sagre  pitture  quello  di  Pretestalo, 
S.  Giovanni  I,  del  5i^y  restaurò  le 
catacombe  dei  ss.  Felice  ed  Adauto 
nella  \ia  ostiense,  detto  anche  di 
Commodilla,  presso  s.  Paolo,  dei  ss. 
Nereo  ed  Achilleo,  nella  via  Appia, 
e  l'altra  di  s.  Priscilla.  Bonifacio 
V,  eletto  nel     619,    fu     benemerito 


CAT  23  j 

di  quella  di  s.  Nicomede  nella  via 
Nomcntana;  cos'i  fece  Giovanni  VII 
del  7o5  con  quella  de' ss.  Marco 
e  Marcellino  nella  via  Appia,  dipoi 
restaurata  anche  da  Adriano  I.  Ste- 
fano III  rifece  quella  di  s.  Sotero 
nella  via  Appia  ed  Ardeatina.  S. 
Adriano  I  restaurò  quelle  di  s.  Ci- 
riaca con  fabbriche  ed  ornamenti, 
presso  la  quale  da  ultimo  fu  eretto 
il  cimiterio  pùbblico  de' ss.  Pietro 
e  Marcellino  nella  via  Labicana  ;  di 
s.  Felicita,  di  s.  Silvestro,  di  s.  Sa- 
turnino, de' ss.  Crisanto  e  Daria,  di 
s.  Ilaria,  e  finalmente  quella  di  s. 
Ermete,  tutte  situate  nella  via  Va- 
leria nuova  ed  antica.  Altrettanto 
praticarono  Benedetto  III  col  cimi- 
terio di  s.  Marco  nella  via  Appia, 
Gregorio  III,  e  s.  Leone  IH,  che  re- 
staurò il  cimiterio  di  s.  Sisto  nella 
via  Appia,  senza  nominare  altri  Pa- 
pi, i  quali  fui'ono  solleciti  della  ve- 
nerazione, e  della  conservazione  delle 
catacombe. 

I  titoli  e  le  iscrizioni  dei  martiri 
sparse  nelle  catacombe,  vi  si  con- 
servarono almeno  sino  alla  metà 
dell'ottavo  secolo,  in  cui  per  l'asse- 
dio posto  a  Roma  da  Aistulfo,  che 
co' suoi  longobardi  devastò  i  sagri 
cimiteri,  s.  Paolo  I  trasportò  multa 
corpora  sanato  rum  _,  come  leggesi 
neir  epistola  ad  Io.  Albertum  tom. 
XII  Concil.  p.  646,  e  presso  Ana- 
stasio in  Fita  Pauli  I.  Oltre  di 
esso  Stefano  II,  detto  III,  e  Pasqua- 
le I,  dalla  metà  dell'  ottavo  secolo 
fino  alla  metà  del  seguente,  n'estras- 
sero  le  ossa  dei  martiri,  prendendo 
tutti  quelli,  eh'  erano  più  venerati 
per  la  loro  celebrità,  e  quelli  pure, 
cui  si  seppe  con  sicurezza  aver  con- 
seguito la  palma  del  martirio ,  per 
le  iscrizioni  trovate  affisse  a'  loio 
luoghi.  Ma  siccome  allora  non  eb- 
bero altra  cuia,  che  quella  di  por- 


236  CAT 

re  in  salvo  le  pericolanti  reliquie , 
così  non  pensarono,  come  certamen- 
te si  farebbe  adesso,  a  tener  conto 
anche  delle  lapidi,  che  lasciarono 
perire  miseramente.  11  perchè  le  ca- 
tacombe si  rimasero  da  più  secoli 
esauste  de'  corpi  de'  martiri  conosciu- 
ti, avendo  avuto  perciò  Gregorio  IV, 
eletto  nell'anno  827,  tutta  la  ragio- 
ne di  scrivere  ad  uno^  che  gli  avea 
richiesto  qualche  corpo  di  santo  mar- 
tire, che  non  ve  lo  trovava,  inqui- 
rentes^  nequaquani  invenire  potai- 
musj  e  non  già  perchè  non  vi  fos- 
sero cavatori,  come  si  spiegò  da 
Benedetto  XIV,  de  Beali/.,  et  Ca- 
non, lib.  IV,  p.  2,  e.  27,  che  poi 
nella  lettera  al  Cardinal  Malvezzi , 
neW  Appendice  del  tom.  IV  del  suo 
Bollarlo  cambiò  parere,  ammetten- 
do anch'  egli,  che  realmente  non  po- 
tè rinvenirlo,  perchè  non  vi  era, 
ovvero  per  essere  le  gallerie  e  i 
cunicoli  delle  catacombe  quasi  labe- 
rinti,  laonde  difficile  sarebbe  fare 
delle  medesime  una  pianta  topogra- 
fica, giacché  tali  gallerie  e  cunicoli, 
sono  talvolta  interrotti  a  cagione  de- 
gli smottamenti  e  delle  rovine  del- 
le volte,  le  quali  sovente  sono  acca- 
dute, massime  nelle  scavazioni  per 
le  scoperte. 

Fatte  quelle  antiche  estrazioni 
de'  corpi  santi,  non  se  ne  intrapre- 
sero che  dopo  sette  secoli,  venendo 
riassunte  sotto  Clemente  VIII,  Pao- 
lo V  e  Gregorio  XV,  e  continuate 
successivamente.  Talvolta  gli  antichi 
cristiani,  per  gratitudine  verso  i  ca- 
vatori delle  catacombe,  solevano  ef- 
figiarli in  qualche  conetta  de'  cu- 
nicoli o  corridori  delle  catacombe, 
con  una  lucerna  in  mano,  e  con 
due  colombe  ai  lati,  come  osserva- 
si in  un  rame  riportato  dal  p.  Giu- 
seppe Bianchini  nella  sua  storia  tri- 
partita.   Ma  sui    cavatori    posteriori 


CAT 

delle  reliquie  e  corpi  de'  santi  mar- 
tiri dalle  catacombe,  i  Pontefici  fu- 
rono solleciti  di  emanare  appositi 
regolamenti  ;  particolarmente  nel 
1672  Clemente  X,  mediante  la  co- 
stituzione Ex  conimissa,  e  nel  1704 
Clemente  XI  con  bolla,  che  si  legge 
nel  bollarlo  magno  t.  Vili,  p.  24^. 
Ed  è  perciò,  che  le  catacombe  e  i 
cimiteri  sono  sotto  la  speciale  vigi- 
lanza della  sagra  congregazione  del- 
le indulgenze  e  sagre  reliquie,  e  del 
Cardinal  vicario,  il  quale  vi  deputa 
due  visitatori  de' sagri  cimiteri,  uno 
dei  quali  è  custode  delle  reliquie, 
che  si  estraggono  da  essi  e  dalle 
catacombe.  A  tali  ministri  spetta 
ordinare  e  regolare  gli  scavi  pel  ri- 
trovamento dei  corpi  santi,  che  po- 
scia colla  pontifìcia  autorità  si  con- 
cedono in  dono  a  chiese  insigni,  ed 
a  ragguardevoli  personaggi. 

Non  deve  tralasciarsi  di  avverti- 
re, che  Alessandro  VII,  nel  i656, 
concesse  a  monsignor  Landucci  sa- 
grista,  ed  a'  suoi  successori,  T  auto- 
rità di  fare  scavi  nelle  catacombe 
coi  propri  cavatori,  ed  i  corpi  dei 
martiri,  che  vi  avessero  rinvenuti,  si 
tenessero  da  loro  custoditi  per  con- 
cederli a  chi  ne  facesse  ricerca,  e  a 
disposizione  del  Pontefice.  Di  tal 
concessione  parla  il  Boldetti  alle 
pag.  i38  e  257.  Vero  è  però,  che 
non  tutti  i  corpi,  i  quali  rinvengon- 
si  nelle  catacombe  sono  reputati  di 
martiri,  ma  quelli  soltanto,  che  han- 
no contrassegni  sufficienti  a  deno- 
tare la  certezza  del  sofferto  marti- 
rio; ed  a  quelli,  che  si  trovano  con 
segni  del  martirio ,  ma  anonimi  , 
viene  imposto  un  nome  tolto  da 
una  cristiana  virtù,  o  di  qualche 
altro  martire. 

Per  rendere  più  sospette  le  re- 
liquie estratte  dalle  catacombe,  mol- 
ti accattolici    hanno  detto  ,   eh'  esse 


CAT 

non  devono  la  loro  origine  se  non 
che  ai  lavori  indi^spensabili  delle 
cave,  le  quali  facevansi  presso  le 
grandi  città,  e  agli  altri  scavi  di 
terra,  di  pozzolana  e  di  sabbia,  che 
erano  necessari  alle  costruzioni  ;  e 
che  i  tanti  loculi  o  scanni,  i  quali 
si  cuoprivano  con  tegole  e  marmi, 
erano  destinati  alla  sepoltura  dei 
gentili,  che  vi  seppellivano  gli  schia- 
vi per  evitare  la  spesa  di  farli  ab- 
bruciare. Ma  a  tali  accuse  risponde 
il  Bergier  alla  parola  Catacomba  _, 
dappoiché  se  è  probabile  l' opinio- 
ne degli  scavi,  siccome  sostenuta  da 
gravi  autori,  è  poi  ceito  che  i  cri- 
stiani de'  primi  tempi,  in  cui  i 
barbari  si  recarono  al  saccheggio 
di  Roma ,  chiusero  le  catacombe 
per  impedirne  la  profanazione ,  e 
tranquillata  la  Chiesa,  vennero  suc- 
cessivamente riaperte,  laonde  le  con- 
getture de'  protestanti,  massime  di 
Burnet,  di  Spanheim,  di  Basnagio, 
di  Misson  ec. ,  sono  false  per  ogni 
parte,  e  sono  un  prodotto  contro  i 
cattolici,  contro  il  culto  de'  santi,  e 
delle  sante  reliquie,  che  ci  gloiiamo 
venerare. 

Finalmente  sulle  catacombe  scris- 
sero, e  si  possono  consultare  i  seguenti 
autori:  Roma  sagra,  ricercata  in 
tutti  i  giorni  della  settimana  ecclesia- 
stica nelle  opere  pie  che  vi  si  fanno, 
Roma  1678;  Pietro  Zorn  nella  disser- 
tazione De  Catacumhis  seu  Cry- 
ptis  sepulchralibus  ss.  Martyrum, 
Lipsiae  1708;  Carlo  Samuele  Sonfllo 
de  Concionibiis  funehribus  veterum^ 
Lipsiae  1688  ;  Enrico  Leone  Schur- 
zUeisch,  De  lucernis  veteriun  sepul- 
chralibiis,  Vittembergae  i7io;Gioa- 
cliino  Ildebiando,  Frimitivae  ec- 
clesiae  offertorium  prò  defiinctis  , 
Helmstadii  1667;  Armandi  Gotti, 
Femclii  dissertationes  duae  de  cata- 
ciimbis  romanisj  Lipsiae  1 7 1  o  ;  Jo. 


CAT  1^7 

Adolph .     Hartmann  ,     De    origine 
Cryptariini   in  ecclesiis    christiano- 
raniy  Marb.    Cattorum     1733  ;    Ja. 
]Nic.  Erilhracus,  De  Roma  subt.  Aur. 
Pelliccia,  Dìssertatio    I  de    Coeme- 
terio  sive    Catacumba   ncapolitana 
t.   IV.  p.  Ili  p.  68;  Mamachi,   Co- 
stumi de'  primi  cristiani,  t.  HI.    p. 
166;  Artaud,  Voyage  dans  les  ca- 
tacombes  de  Rome,  Paris    18 io;    e 
Mario  Pieri,  Discorso  de'viaggi,  Mi- 
lano  i8i2,  ove    a  p.    28    descrive 
lo  smarrimento    entro    le   catacom- 
be di  s.  Sebastiano,  di  un  viaggia- 
tore, che  perde  il  filo  ed    il  lume, 
con  cui    si  era  incautamente  intro- 
dotto, senza  altra  guida  ;  disgrazia, 
che  accadde  anche  ad  altri.  11  p.  An- 
tonmaria  Lupi,  nel  tomo    I,    delle 
sue  Dissertazioni y  Faenza    1785,  a 
pag.     5i.   e  seg. ,    tratta   degli    an- 
tichi cimiteri  detti  catacombe,   e  di- 
ce, che    furono  fatti    ad    imitazione 
delle    sepolture    de'  gentili  ;    che    è 
falso    che    molto    prima    servissero 
per  seppellirvi  i  gentili,  come    ma- 
lignamente opinò  il  protestante  Mon- 
rò,  e  risponde  alle  opposizioni,  che 
contro  le     catacombe    fanno    gli    c- 
terodossi.  Da  ultimo,  e  nel     1887, 
il  celebre  Raoul  Rochette   pubblicò 
in  Parigi    Tableau  des  catacombes 
de  Rome^    opera    che    nel    medesi- 
mo anno  si  stampò  anche  a  Brus- 
selles. 

CATAFALCO  (Pegma  funebre). 
Edifizio  di  legname  fatto  per  lo  piti 
in  quadro  od  a  piramide,  che  si 
circonda  di  torcie  e  cerei,  dove  si 
pone  la  bara  di  un  morto.  Il  Dizio- 
nario delle  Origini :,  Milano  1829, 
dice,  che  nell'ornamento  del  cata- 
falco entrano  i  simboli  della  morte, 
gli  attributi  caratteristici ,  le  virtù, 
le  cariche,  ed  anco  gli  stemmi  gen- 
tilizi del  defonto  con  tutti  gli  analo- 
ghi accessorii,  come  panni  e  or n amen- 


238 


CAT 


ti  lugubri  ec.  Sovente  i  catafalchi  si 
collocano  su  gradinate,  disponendosi 
sopra  di  queste  gruppi  di  figure 
allegoriche  e  simili,  relative  alle 
qualità  e  al  carattere  del  defonto. 

CATAFRIGI.  Eretici  del  secolo 
-II,  rampollo  de*  raontanisti ,  e  così 
chiamati  perchè  sortii'ono  nella  Fri- 
gia. Essi  componeano  1'  Eucaristia 
con  farina  e  sangue  estratto  con 
piccole  ferite  dal  corpo  di  un  fan- 
ciullo; il  quale  se  a  caso  moriva, 
riguardavano  qual  martire,  se  so- 
pra v  vi  vea,  come  gran  sacerdote.  Essi 
affettavano  temperanza  astenendosi 
dalle  carni  degli  animali,  e  si  spac- 
ciavano assai  continenti;  ma  bestem- 
miavano dall'  altro  lato  contro  la 
validità  delle  nozze.  San  Eleulero, 
Papa  del  179,  fece  un  decreto  con- 
tro di  essi,  ed  insieme  insegnò,  che 
era  cosa  lecita  per  ciaschedun  dei 
A^deli  il  cibarsi  anche  delle  carni  de- 
gli animah.  San  Zefirino,  del  2o3, 
condannò  anch'  egli  que'  fanatici,  as- 
sieme agli  altri  eretici  di  quel  tem- 
po, la  maggior  parte  discepoli  di 
Montano. 

CATALANO  Giuseppe.  Scrittore 
ecclesiastico  del  secolo  XVIII,  assai 
dotto  e  laborioso.  Era  egli  ascritto 
all'  oratorio  di  s.  Girolamo  della 
Carità.  Abbiamo  di  lui  le  seguenti 
opere:  i.°  Pontificale  romaniun  in 
tres  partes  dìslribuluni  Clenientis 
VlIIy  ac  Urbani  Vili  auctorìtate 
rtcognilum^  nunc  primuni  prolego- 
menis  et  comnientariis  illustratum  j 
1°  Sacrai  uni  cceremouiarunij  sive 
rituuni  ecclesiaslicoriun  Sanctce  Ro- 
mance Ecclesice  libri  tres,  ab  Au- 
gustino  Patricio  ordinati  et  a  Mar* 
cello  Corcyrensi  archiepiscopo  pri- 
mum  editi  etc;  3."  De  magistro 
sacri  palata  apostolici  libri  duo  j 
4"  De  secretano  s aeree  congrega- 
tionis  indicis  libri  duoj  5."  Collectio 


CAT 

maxima  concilioruni  omnium  Ili- 
spanile  et  novi  orbis  etc.  11  p.  Ca- 
talano ha  scritto  anche  alcuni  com- 
mentari sid  ceremoniale  de*  vescovi, 
e  sui  quattro  primi  concili  generali. 

CATALOGNA.  Provincia  della 
Spagna,  che  viene  separata  dalla 
Francia  dai  Pirenei.  Soggiacque  do- 
po le  romane  e  le  gotiche  invasioni 
ai  conti  di  Barcellona ,  città  che 
n'  è  la  capitale.  Uno  di  detti  conti, 
col  matrimonio,  che  contrasse  con 
d.  Petronilla  regina  d'  Aragona,  uni 
i  due  stati,  trasmettendone  lo  scet- 
tro alla  sua  posterità,  dalla  quale 
poi  derivarono  Ferdinando  V,  il 
cattolico y  ed  Isabella,  che  riunirono 
la  monarchia,  mediante  la  congiun- 
zione dei  regni  di  Leone  ei  di  Ca- 
stiglia.  Ci  permettiamo,  e  limitiamo 
soltanto  a  questo  cenno,  per  parla- 
re di  un  concilio,  eh' è  conosciuto 
sotto  il  nome  di  Catalogna.  Questo 
pertanto  vuoisi  celebrato  nel  primo 
maggio  dell'anno  1246,  dall'arci- 
vescovo di  Tarragona ,  con  l' inter- 
vento di  sei  vescovi.  Vi  si  confermò 
la  scomunica  contro  coloro,  che  si 
assicuravano  con  violenza  delle  per- 
sone ecclesiastiche,  e  dei  loro  beni. 
Inoltre  vi  si  ordinò,  che  i  saraceni 
schiavi,  i  quali  domandavano  il  bat- 
tesimo, dimorassero  prima  alquanti 
giorni  presso  il  rettore  della  chiesa, 
per  provare  e  fare  esperimenti  sulla 
loro  conversione.  Marca,  Ilispan. 
pag.    5 12. 

CATANDRTNI,  CALDARINI,  o 
CALDERINI  Filippo,  Cardinale.  F. 
Calandrini. 

CATANIA  (Catanien.).  Città 
con  residenza  vescovile  in  SiciHa, 
capoluogo  della  provincia  chiamala 
Valle  minore  di  Catania ,  vantaggio- 
samente situata  sulla  costa  orientale 
dell'  isola  a  piedi  del  monte  Etna  o 
Mongibello,  sulla  estremità  della  va- 


CAT 
sta  pianura  del  suo  nome,  una  del- 
le più  belle  città  della  Sicilia  non 
solo,  ma  d'Italia.  Catania,  che  poi 
dai  romani  fu  chiamata  Calana^,  e 
Catina ,  fu  fondata,  secondo  qual- 
che  autore,  l'anno  726  prima  di 
G.  C,  sette  anni  dopo  Siracusa,  da 
ima  colonia  di  Nasso,  e,  secondo  al- 
tri, da  una  colonia  di  calcidesi  gui- 
dati da  Evarco,  nel  704.  Il  celebre 
legislatore  Caronda  viveva  in  que- 
sta città  verso  1'  anno  65o  della 
menzionata  epoca.  Gerone,  tiranno 
di  Siracusa,  trasportò  altrove  i  suoi 
primi  coloni,  nel  47^>  P^^'  ^^i'  ^"O" 
go  a  cinque  mila  greci  tratti  dal 
Peloponneso,  e  ad  altrettanti  di 
Siracusa  :  ma  quindici  anni  dopo  la 
sua  morte,  i  primarii  suoi  abitanti 
da  Leontini,  ove  eransi  stabiliti,  dis- 
cacciarono gl'invasori,  e  rovesciaro- 
no la  tomba  del  tiranno.  La  città 
lasciò  allora  il  nome  di  Etna,  che 
avea  ricevuto  da  Gerone.  Per  altro 
rimase  quel  nome  al  castello,  chia- 
mato per  Io  innanzi  Inessum,  e  si- 
tuato sul  pendio  del  monte.  Ivi 
ritiraronsi  coloro^  che  ai  veri  Cata- 
nesi  dovettero  cedere  il  posto,  e 
vuoisi  crederne  gli  avanzi  d'esso  in 
un  convento  rurale  detto  s.  Nicolò 
in  Arena,  che  divenne  abbazia  re- 
golare della  congregazione  di  Mon- 
tecassino,  il  cui  abbate  aveva  il  dirit- 
to di  assistere  agli  stati  del  regno 
di  Sicilia. 

Dionisio  s' impadronì  col  ferro  di 
Catania,  vendendo  poi  all'  asta  pub- 
blica gli  abitanti,  che  aveva  fatto 
schiavi,  e  concedendone  ai  Campa- 
ni il  dominio.  Sotto  Augusto  di- 
venne colonia  romana  ;  fu  da  lui 
riparata,  e  si  mantenne  in  fiore  e 
riputazione  nell'  impero  de'  romani. 
In  progresso  di  tempo  servì  Cata- 
nia di  residenza  a  parecchi  sovrani, 
e  principi  della  dinastia  aragonese, 


CAT  289 

e  Luigi,  re  di  Sicilia,  vi  mori  nel 
i355.  Alfonso  d'  Aragona  vi  fon- 
dò la  sua  rinomata  università,  e 
r  imperatore  Carlo  V  cinse  la  città 
di  solide  mura,  il  percliè  colle  sue 
fortificazioni  si  novera  fa  le  piazze 
forti  del  regno.  Dopo  l' ultima  mi- 
litare occupazione  di  Malta,  nel  1 79B, 
i  cavalieri  gerosolimitani  si  recaro- 
no a  Messina,  donde  nel  gennaio 
i8o4,  il  ball  Tommasi  gran  mae- 
stro, ed  i  grandi  dignitari  dell'Or- 
dine gerosolimitano,  si  fissarono  in 
Catania,  e  vi  rimasero  fino  all'  a- 
gosto  1826,  in  cui  passarono  a  Fer- 
rara. In  Catania  era  morto,  ai  i3 
giugno  i8o5,  il  gran  maestro  Tom- 
masi, ed  ivi  gh  successe  il  bali  Gue- 
vara  eletto  luogotenente  ai  i5  giu- 
gno, che  morì  poi  ai  ^5  aprile 
1814.  Quindi  gli  venne  dato  in  suc- 
cessore ai  26  aprile  il  bali  Centel- 
les,  che  morì  pure  in  Catania  ai 
IO  giugno  1821  ,  onde  fu  eletto 
luogotenente  il  commendatore  Bu- 
sca. 

Tre  volte  il  vulcano  distrusse 
Catania,  ed  altrettante  volte  fu  rie- 
dificata .  Se  r  Etna  da  un  Iato 
le  è  sorgente  d'  inesauribili  dovi- 
zie, lo  è  per  l'altro  di  deplorabili 
avvenimenti.  Uno  di  questi  rammen- 
tavano le  statue  erette  sulle  sponde 
del  Simeto,  dei  fratelli  Anfìnomo 
ed  Anapio,  che  in  una  tremenda  ir- 
ruzione, abbandonati  gli  aviti  te- 
sori, s' indossarono  il  peso  dei  ca- 
denti genitori,  e  perirono  vittima 
dell'  amor  filiale.  Fra  le  rovine  del- 
l'antica  città,  sono  degni  di  osser- 
vazione r  anfiteatro,  le  naumachie , 
il  circo,  r  odeone,  i  sepolcri,  i  ba- 
gni ec,  ma  del  suo  famoso  tem- 
pio di  Cerere  non  si  rinvengono  a- 
vanzi. 

Attualmente  Catania  si  divide  nei 
tre  circondari  del  Duomo,  di  s.  Mar- 


o^o  CAT 

co,  e  di  Borgo.  Le  sue  piazze,  e  le 
sue  strade  vaste  e  regolari  sono  sel- 
ciate di  lava  ;  ed  i  suoi  edifici,  in 
generale,  sono  di  un'  architettura 
imponente,  e  primeggiano,  olire  la 
cattedrale,  il  palazzo  del  senato,  o 
magistratura  municipale  ed  il  tea- 
tro. Fu,  nel  1693,  ed  ai  22  gen- 
naio, eh'  essa  venne  quasi  distrutta 
dal  terremoto,  avendone  provato  de- 
gli altri,  massime  negli  anni  1783 
e  1818,  che  assai  danneggiarono 
molte  eleganti  fabbriche.  11  porto 
di  Catania  consiste  piuttosto  in  una 
darsena:  il  perchè,  nel  declinare 
del  secolo  decorso,  fu  incominciato 
un  molo  sotto  la  direzione  del  ce- 
lebre ingegnere  Zara  maltese,  che 
tuttora  si  continua.  Ma  essendo  la 
darsena  naturalmente  di  poco  fon- 
do, non  \i  entrano  che  bastimenti 
mercantili,  e  poco  si  frequenta.  È 
poi  degna  di  special  menzione  l' in- 
clita accademia  Gioenia,  per  le  sue 
utili  e  dotte  produzioni  letterarie, 
riguardanti  la  flora,  e  mineralogia 
sicula,  oltre  ogni  altia  parte  delle 
scienze  naturali.  Fu  il  commenda- 
tore Fr.  Cesare  Borgia  di  Velletri 
del  sovrano  Ordine  gerosolimitano, 
che  fondò  tale  illustre  accademia,  e 
ne  fu  il  presidente  nel  primo  trien- 
nio, divenendo  anzi  poscia  presi- 
dente perpetuo  onorario. 

Abbiamo  dai  sagri  fasti  di  Cata- 
nia, che  la  sua  sede  vescovile  ven- 
ne istituita  nel  quinto  secolo,  e  che 
dai  greci  nel  nono  fu  eretta  in  me- 
tropoli onoraria,  divenendo  nel  de- 
cimosecondo suffraganea  di  Monrea- 
le, a  cui  è  tuttora  soggetta,  allor- 
quando quella  chiesa  divenne  me- 
tropoli. Vuoisi,  che  la  cattedrale  di 
sontuosa  architettura,  edificata  nel 
1093  dal  conte  Ruggero,  sia  stata 
fabbricata  nel  luogo  d' un  antico 
tempio  eretto  da  cerio  Laberio  con- 


CAT 

sole,  o  proconsole,  con  colonne  di 
granito  di  un  grande  diametro,  le 
quali  per  altro  sono  racchiuse  dai 
pilastri,  fin  da  quando  il  vescovo 
Reggio  fece  restaurare  la  chiesa. 

Dedicata  questa  cattedrale  ad  o- 
nore  della  concittadina  e  patrona 
s.  Agata  vergine  e  martire  sotto  lo 
imperatore  Decio,  fu  riedificata  do- 
po il  menzionato  disastro  del  169 3, 
in  cui  morirono  ventimila  persone. 
Dall'anno  1093,  il  suo  capitolo  fu 
regolare,  e  dell'Ordine  di  s.  Bene- 
detto, sino  al  1578,  in  cui  ven- 
ne secolarizzato  da  Gregorio  XIU. 
Oggidì  si  compone  di  cinque  digni- 
tà, cioè  del  priore  eh'  è  la  prima, 
dell'  arcidiacono,  del  cantore,  del  de- 
cano, e  del  tesoriere,  con  dodici  ca- 
nonici con  due  prebende,  dei  cano- 
nici secondari  mansionari,  di  sei  be- 
neficiati, di  quattro  cappellani,  e  di 
altri  sacerdoti  e  chierici  tutti  ad- 
detti al  divino  servizio.  Dal  sacer- 
dote maestro  de' cappellani,  eletto 
dal  vescovo,  si  esercita  la  cura  del- 
le anime  nella  stessa  cattedrale,  ove 
evvi  il  fonte  battesimale,  ed  in  cas- 
sa d'argento,  ornata  di  pietre,  si 
conserva  con  gran  venerazione  il 
corpo  della  protettrice  sant'  Aga- 
ta. Inoltre  nella  città  vi  sono  ot- 
to parrocchie  col  rispettivo  fon- 
te. Tale  è  la  chiesa  di  santa 
Maria  da  san  Pio  V  insignita  del 
titolo  di  collegiata,  vicina  ad  un 
antico  monistero,  che  portava  il  ti- 
tolo della  predetta  santa  Agata.  La 
cattedrale,  fra  i  suoi  ornamenti  , 
ha  anche  due  organi,  ma  quelli 
della  chiesa  di  s.  Nicola,  vasta  e 
magnifica,  sono  riputati  più  eccel- 
lenti. Vi  sono  poi  quattordici  con- 
venti e  monisteri  di  religiosi,  e  cin- 
que monisteri  di  monache,  quattro 
conservatorii,  e  diverse  a  rei  confrater- 
nite, due  ospedali;  uu  monte  di  pietà, 


CAT 

un  cospicuo  seminario,  ed  il  cimiterio 
fuori  della  città. 

CATANZARO  (  Cathacen.).  Città 
con  residenza  vescovile  nel  regno 
delle  due  Sicilie,  capoluogo  della 
provincia  della  Calabria  ulteriore 
seconda,  di  distretto  e  di  cantone, 
situata  su  di  un'amena  ed  elevata 
posizione,  a  pie  della  quale  scorre 
il  Corace.  Essa  è  difesa  da  un  ca- 
stello fortificato,  e  lo  era  anche  la 
città.  Il  terremoto  del  1788  la 
distrusse  alquanto,  ma  poscia  venne 
in  gran  parte  riparata  con  nuove 
fabbiiche.  Dicesi,  che  fosse  fabbricata 
dal  greco  imperatore  JViceforo  Co- 
ra neno,  ovvero  dai  greci  nel  suo  impe- 
rio.Fu  sempre  la  metropoli  di  tutta  la 
Calabria  Ultra,  prima  che  venisse  in 
due  parti  suddivisa,  ed  ha  tutta  vol- 
ta i  superiori  dicasteri  provinciali, 
e  la  gran  corte  civile  per  le  appel- 
lazioni, eh' è  una  delle  quattro  di 
qua  dal  faro,  e  che  comprende  tut- 
te le  Calabrie  nella  sua  giurisdizio- 
ne. Oltre  alcuni  stabilimenti  di  be- 
neficenza, evvi  una  reale  accademia 
delle  scienze,  ed  uno  de'  maggiori 
licei  regi. 

La  sede  vescovile  in  Catanzaro, 
che  chiamasi  pure  Catanzara,  e  in 
latino  Cantalìiim,  Catacìum,  fu  sta- 
bilita dal  Sommo  Pontefice  Calisto 
1 1,  nel  1 1 2 1 ,  trasferendovi  la  sede 
di  Taverna,  la  cui  erezione  rimon- 
tava al  secolo  quinto.  E  suffraganea 
dell'arcivescovo  di  Reggio,  al  qua- 
le è  tuttora  sottoposta.  La  cat- 
tedrale fu  più  volte  restaurata  al 
paro  delle  altre  chiese  a  cagio- 
ne degli  scuotimenti  di  terra,  ed 
è  dedicata  all'  Assunzione  della 
beata  Vergine  Maria;  ma  pei  me- 
desimi scuotimenti ,  passò  da  ul- 
timo il  capitolo  ad  ufiiciare  nella 
chiesa  di  s.  Francesco.  Tal  capito- 
lo si  compone  di  quattro    dignità, 

VOL.    X. 


CAT  241 

cioè  del  diacono,  del  corista,  dell'ar- 
cidiacono e  del  tesoriere,  di  quat- 
tordici canonici  con  due  prebende, 
di  sei  mansionari,  e  di  altri  preti 
e  chierici  addetti  al  culto  divino. 
Nella  detta  chiesa  evvi  la  cura  del- 
le anime  con  fonte  battesimale.  Vi 
si  venerano  diverse  reliquie,  fra  le 
quali  il  corpo  del  patrono  s.  Vita- 
liano martire.  Nella  città  si  contano 
altre  dieci  parrocchie,  tre  conventi 
di  religiosi,  e  due  monisteri  di  mo- 
nache, un  orfanotrofio,  un  ospedale, 
ed  un  seminario.  La  tassa  di  questa 
mensa  è  registrata  nei  libri  della  ca- 
mera apostolica  in  trenta  fiorini. 

CATAQUENZA,  o  CATAQUEN- 
SUSCA,  ed  anche  Cat^quae.  Sede 
vescovile  di  Numidia  nell'Africa  oc- 
cidentale, che  nei  primordi  del  quin- 
to secolo ,  fu  governata  dai  vescovi 
Bonifacio,  e  Paolo.  Aii^.  ep,  126. 
Se  ne  fa  menzione  negli  atti  della 
conferenza  tenuta  in  Cartagine  nel- 
l'anno 4 1 1  • 

CATARA.  Sede  vescovile  della 
diocesi  di  Caldea,  nel  golfo  persiano. 
Nel  740  era  vescovo  di  essa  Fetio- 
ne,  e  quando  era  cattolico  de'  nesto- 
riani  Jesuiab  III  ,  il  vescovo  e  gli 
abitanti  di  Catara  lo  abbandonaro- 
no, per  seguire  il  metropolita  di 
Persia. 

CATARI  e  Cataria.  Eretici  di- 
scepoli di  Montano.  Questa  parola 
significa  puri  y  e  se  l'attribuivano, 
oltre  ad  essi ,  anche  i  manichei ,  i 
novaziani,  gli  albigesi  ed  altri  ereti- 
ci. I  montanisti  presero  tal  nome 
per  significare,  ch'essi  non  erano  del 
numero  di  coloro,  i  quali  riceveva- 
no a  penitenza  quelli,  che  avean  ne- 
gata la  fede  pel  timore  de'  tormen- 
ti ;  così  pure  che  nulla  partecipava- 
no del  loro  delitto.  Sotto  tale  pre- 
testo d'ipocrisia  negavano  intanto 
la  facoltà  della  Chiesa  di  rimettere 
16 


a4^  CAT 

anche  il  peccato  di  apostasia.  Ve- 
stivano di  bianco,  per  indicare,  co- 
nio essi  dicevano,  la  purità  della 
loro  coscienza. 

CATARINO  Ambrogio.  Scrittore 
ecclesiastieo  del  secolo  decimoscsto, 
nato  in  Siena  l'anno  i^Sy.  Insegnò 
dapprima  la  legge  civile  in  parec- 
chie città  d*  Italia  sotto  il  nome  di 
Lancellolto  Politi.  Nell'età  d'anni 
trenta  circa ,  professò  la  regola  di  s. 
Domenico  in  Firenze,  e  vi  assunse 
il  nome  sotto  il  quale  è  conosciuto. 
D'allora  in  poi  con  tal  profitto  si  die- 
de allo  studio  della  teologia,  che  in 
brevissimo  tempo  divenne  uno  dei 
piti  celebri  teologi.  Per  meglio  at- 
tendere a  quella  scienza,  passò  in 
Francia  nel  i532,  e  vi  si  tratten- 
ne quasi  dieci  anni.  Tornato  indi 
in  Italia ,  meritò  di  essere  invia- 
to al  conciho  di  Trento,  ove  ebbe 
campo  di  spiegare  non  solo  il  suo 
vasto  sapere,  ma  ancora  la  sua  in- 
dole bellicosa,  perciocché  gravi  con- 
tese sostenne  per  diverse  opinio- 
ni con  altri  teologi  del  suo  Or- 
dine, come  con  Bartolomeo  Car- 
ranza,  con  Domenico  Soto,  e  con 
Bartolomeo  Spina,  maestro  del  sagro 
palazzo.  Anzi  le  contese  s'ebbero 
con  tal  calore,  che  non  si  ristettero 
in  semplici  dispute  a  bocca,  ma  si 
fecero  anche  pubbliche  con  alcuni 
libri  stampati  dagli  uni  contro  gli 
altri.  Nel  i547.  Paolo  l'I  'o  pro- 
mosse alla  sede  di  Minorica  nel  re- 
gno di  Napoh,  sebbene  molti  di  lui 
nemici  adoprassero  ogni  mezzo  per 
impedire  il  suo  innalzamento.  Cin- 
que anni  dopo,  il  Pontefice  Giulio 
III,  che  avea  avuto  il  Catarino  an- 
cor secolare  a  suo  maestro  in  leg- 
ge, lo  trasferì  alla  chiesa  di  Gonza; 
e  nel  i553  lo  chiamò  a  Roma.  Era 
comune  opinione,  ch'ei  dovesse  ri- 
cevere  l'onor   della   porpora;   ma 


CAT 

nel  viaggio  sorpreso  in  Napoli  da 
mortai  malattia,  finii  di  vivere  agli 
8  novembre  dell*  anno  stesso. 

11  Cardinal  Pallavicino,  Stor.  Con- 
dì, di  Trento,  1.  XIII,  e.  8,  in  po- 
che parole  ha  espresso  il  vero  ca- 
rattere del  Catarino  ,  dicendolo  : 
M  uomo  di  somma  riputazione  nei 
»  suoi  anni ,  di  minore  nelle  sue 
«  opere,  forse  non  favorito  in  esse 
«  dalla  universale  opinione  altrui  : 
M  ma  nelle  contese  cogli  eretici  e 
"  nelle  funzioni  del  conciho,  non 
»  fu  inferiore  d'applauso  a  veruno 
»»  de'  coetanei  e  de'colleghi  ".  E  ve- 
ramente sarebbe  degno  di  maggior 
lode  il  nostro  teologo,  se  alla  viva- 
cità dello  ingegno  ed  alla  estension 
del  sapere  avesse  congiunta  un'  e- 
guale  moderazione  nel  proporre  le 
sue  opinioni,  e  nello  impugnare  le 
altrui.  In  tal  maniera  non  avrebbe 
sostenute  sentenze  tali ,  che  poscia 
a  ragione  gli  furono  rimproverate, 
e  per  cui  qualche  sua  opera  è  stata 
registrata  neh*  Indice.  Nondimeno 
egli  fu  uno  de'  primi  a  prender  le 
armi  contro  Lutero.  La  nomencla- 
tura delle  sue  numerosissime  ope- 
re potrassi  leggere  presso  i  padri 
Quetif  ed  Echard  (Script.  Ord.  praed. 
t.  II,  pag.  i44)  5  i  quaU  tessero  an- 
che il  catalogo  delle  varie  edizioni, 
che  ne  furono  fatte.  Abbiasi  peral- 
tro un'  idea  generale  di  quanto  scris- 
se. I  suoi  Commenti  intorno  ai  pri- 
mi capitoli  della  Genesi,  s.  Paolo  e 
le  epistole  canoniche,  ridondano  di 
questioni  di  controversia,  nelle  quali 
combatte  con  franchezza  il  Cardinal 
Gaetano.  Il  Trattato  della  grazia 
contiene  certe  proposizioni  affatto 
nuove,  e  anche  non  troppo  con- 
formi. Compose  parecchi  scritti  in 
favore  della  immacolata  Concezio- 
ne. Le  sue  questioni  quibusnani  ver- 
bis    Chrislus    confccit  Eucharistiae 


CAT 

sacramentumj  sono  poste  ncH' Indi- 
ce, sotto  il  nome  Politus  Amhvos. 
Calharinus.  Negli  altri  scritti  vuol 
distaccarsi  dai  sentimenti  dell'An- 
gelico, OTc  per  altro  si  tratta  di 
cose  non  definite.  Scriveva  egli  e- 
legantemente  ,  e  le  sue  opere 
non  mancano  di  chiarezza  e  di  me- 
todo. 

CATASTO  (  Census  ).  Registro  e 
stima  de'  beni  stabili,  ed  ancora  quel- 
la gravezza  ,  che  s*  impone  secondo 
r  estimo  de'  medesimi,  nonché  il  li- 
bro ove  essi  vengono  registrati ,  e 
descritti  coi  nomi  dei  possessori.  Col 
nome  di  catasto  e  anche  di  censo 
s'intende  pure  l'enumerazione  delia 
popolazione.  L'  esatta  ripartizione 
dell'  imposta ,  come  la  descrizione 
della  popolazione ,  che  i  moderni 
chiamano  statistica  (la  quale  ora 
sta  formando  in  Roma  il  prov- 
vido governo  )  è  uno  dei  più 
grandi  benefizi,  che  un  popolo  ri- 
cever possa  da  chi  lo  regge;  il  per- 
chè si  legge,  che  Ottaviano  Augusto 
stabili  il  catasto ,  o  il  censo ,  rem 
saluherrimam  tolo  futuram  impe- 
rio. Tutta  volta  cercandosi  dai  cri- 
tici per  qual  motivo  Augusto  ordi- 
nasse questo  censo,  si  vuole  che  ciò 
facesse  non  solo  per  conoscere  il  nu- 
mero de'  suoi  sudditi ,  ma  per  sa- 
pere le  sostanze  e  gì'  impieghi  di 
ciascuno,  per  poi  imporre  un  pro- 
porzionato tributo  ,  come  opina- 
no Ambrosio,  Reda,  Eulimio,  et 
Maldonato  in  e.  2.  Liicae.  Alcuni 
però  si  oppongono,  sostenendo  che 
siccome  gU  ebrei  avevano  i  loro  re, 
ed  obbedivano  ad  Erode,  così  a  lui 
solo  e  non  ai  romani  solevano  pa- 
gare i  tributi.  Onde  Richard,  e 
Bineo  de  Natali  Jesu  Christi,  lib. 
I,  e.  3,  credono  piuttosto,  che  fosse 
ordinata  questa  descrizione  soltan- 
to per  sapere  il  numero  delle  per- 


CAT  243 

sono  soggette  all'  impero  romano 
ed  ai  re  alleati,  e  per  potere  in 
caso  di  guerra  fare  in  ciascun  re- 
gno quella  leva  di  gente,  che  oc- 
corresse al  bisogno.  Ma  qualunque 
sìa  stata  la  vera  ragione  di  que- 
st'  ordine  di  Augusto ,  avverte  il 
Lamy,  cap.  g,  num.  3,  che  ciò  fu 
un  tratto  meraviglioso  della  Sapien- 
za divina,  la  quale  volle,  che  da 
questo  censo  risultasse  una  irrefra- 
gabile testimonianza ,  che  Gesù  Cri- 
sto discendeva  dal  regio  sangue  di 
Davidde.  V.  Joh.  Guil.  Jani  de 
Censii  romanorum  primo  recentiores 
quaedam  controversiacy  Vittember- 
gae  1715,  et  in  tomo  V  Thesaur, 
Theol.  Phil.  p.  4^4  J  6  Francesco 
Cancellieri ,  Notizie  sul  natale  di 
G.  C,  ove  a  pag.  79  riporta  un 
elenco  degli  scrittori ,  che  trattaro- 
no del  censo  di  Augusto .  Pel  Ca- 
tasto poi  dello  stalo  pontificio  y  si 
può  consultare  l'articolo  Congrega- 
zione Cabdinalizia  del  Censo. 

CATECHISMO  (  Catechismus  ). 
Istruzione,  la  quale  insegna  ciò  che 
un  crisfiano  deve  sapere,  credere  e 
operare  per  ottenere  la  salute  eter- 
na ,  riguardante  l' ammaestramento 
della  fede  e  dei  costumi.  Chiamasi 
pure  Catechismo  quel  libro,  che  ne 
contiene  l' insegnamento.  L'  origine 
di  tal  parola  deriva  dalla  greca  ca- 
techesij  catechesisj  cliristìanae  doctri- 
nae  institutioj  cioè  spiegazione  delia 
dottrina  cristiana  {  P^edi  ),  che  è  la 
breve  e  metodica  istruzione  dei  mi- 
steri della  fede  per  quelli,  che  vo- 
gliono farsi  cristiani ,  e  ricevere  il 
salutare  lavacro,  della  cui  ammini- 
strazione era  incaricato  il  catechi- 
sta (  Fedi  ). 

Essendo  stati  i  vescovi  stabiliti 
da  Gesù  Cristo  maestri  de'  fedeli , 
essi  devono  presentare  ai  propri 
diocesani  un  catechismo,  ed  il  cate- 


!»44  CAT 

chismo  romano  (  Vedi)  è  il  mi- 
gliore di  tutti.  L'uniformità  della 
dottrina  insegnata  in  tutti  i  libri 
elementari,  è  una  prova  irrefiaga- 
bile  dell'unità  della  fede,  che  re- 
gna in  tutta  la  Chiesa  universale. 
Di  tutti  i  libri  il  più  difficile  è 
un  buon  catechismo ,  come  quello, 
che  adattato  ad  ogni  maniera  di  per- 
sone, si  tiene  per  un  compendio  di 
teologia. 

Che  se  alcuni  inserirono  nei  ca- 
techismi delle  opinioni,  che  non  ap- 
partengono alla  fede  cattolica,  que- 
sta temerità  fu  comunemente  disap- 
provata ed  altamente  biasimata.  P^, 
d.  Francesco  Gusta,  Sui  catechismi 
m odern i ,  Saggio  critico  -  teologico  , 
in  cui  fa  la  disamina  dei  catechismi 
di  tutte  le  nazioni  ;  e  il  breve  Cum 
inter  presso  il  Guerra,  t.  I,  p.  i6o, 
dato  da  Clemente  XIII  ai  i4  giu- 
gno 1761,  col  quale  condannò  !'£■- 
sposizione  della  dottrina  cristiana, 
stampata  a  Napoli  in  cinque  tomi 
nel  1758- 1759  e  1760,  e  tradotta 
nella  lingua  francese,  nella  quale 
era  stata  condannata  dalla  congre- 
gazione dell'  Indice  ai  1 1  novembre 
1757.  Per  maggiormente  poi  tener 
lontani  i  fedeli  dal  pericolo,  in  cui 
possono  inciampare  in  questa  deli- 
cata materia,  lo  stesso  Pontefice  con 
una  lettera  enciclica  dello  stesso  gior- 
no. In  Dominico  j  presso  il  citato 
Guerra,  t.  Ili,  p.  i5,  diretta  a'  ve- 
scovi della  Chiesa  cattolica,  li  esor- 
tava e  comandava  loro  di  servirsi 
pel  regolamento  del  loro  gregge  del 
Catechismo  romano,  con  tanto  stu- 
dio e  profitto  de'  cattolici  fatto  com- 
pilare dai  Sommi  Pontefici  suoi  pre- 
decessori, principalmente  da  s.  Pio 
V  dopo  il  concilio  di  Trento,  il 
quale  avendo  condannate  le  eresie, 
che  a  quei  tempi  erano  insorte,  for- 
mò un  catechismo,  in  cui  s' insegna- 


CAT 

no  le  cose  da  credere,  e  da  fug- 
girsi nelle  materie  della  nostra  fe- 
de. Di  questo  catechismo  adun- 
que Io  stesso  Clemente  XIII  ,  per 
opporsi  alla  condannata  EsposiziO' 
ne,  fece  pubblicare  in  quell'anno 
una  nuova  edizione  in  latino,  e  in 
italiano  per  opera  della  stamperia 
camerale. 

I  concilii  raccomandano  ai  par- 
rochi  di  spiegare  in  tutte  le  feste 
il  catechismo  nelle  loro  parrocchie. 
Varii  Pontefici,  e  da  ultimo  Cle- 
mente XI,  Benedetto  XIII,  e  Bene- 
detto XIV ,  s.  Carlo  Borromeo  e 
molti  insigni  Cardinali,  ed  altri  uo- 
mini grandi ,  esercitarono  1'  uffizio 
di  catechizzare  persino  i  fanciulli,  e 
la  gente  di  campagna.  In  Roma , 
nell'intera  quarta  settimana  di  qua- 
resima, in  molte  chiese  stabilite  dal 
Cardinal  vicario  si  fanno  le  istru- 
zioni catechistiche  in  preparazione 
al  ricevimento  della  ss.  comunione, 
a  cui  per  precetto  della  Chiesa  de- 
ve accostarsi  ogni  cattolico  nel  tem- 
po pasquale.  V.  de  la  Combe,  alla 
parola    Catechismo. 

CATECHISMO  Romano.  Chia- 
masi ancora  Catechismo  del  conci- 
lio di  TrentOy  perchè  i  venerabili 
padri  di  quell'  augusto  consesso,  do- 
po aver  raccolta  molta  materia  su 
questo  oggetto  importantissimo,  in- 
caricarono due  vescovi  ed  un  teo- 
logo del  celebre  Ordine  de'  predica- 
tori affinchè  il  riducessero  in  com- 
pendio. Ma  non  potendo  i  padri 
condurre  a  fine  sì  grave  affare,  ne 
lasciarono  la  cura  alla  suprema  au- 
torità del  sommo  Pontefice,  come 
abbiamo  da  tanti  autori,  massime 
dal  p.  Reginaldo,  de  Catechis.  Rom. 
auctoritate.  Ed  è  perciò,  che  s.  Pio 
V,  Ghislierìj  eletto  nel  i566,  subito 
si  occupò  del  catechismo  di  detto 
concilio    tridentino,   e    lo   diede   a 


I 


CAT 

compilare  a  tre  riputati  e  dotti  sog- 
getti di  quel  tempo.    Le   due  parti 
del  Simbolo^  e  de   Sagramenti  toc- 
carono a    monsignor    Muzio    Calini 
bresciano,  arcivescovo    di  Zara,  poi 
vescovo  di  Terni,  il  quale  fu  anche 
adoperato  nell'  Indice    dei  libri  da 
proibirsi,  e  nella   riforma  del  bre- 
viario,   e    del    messale    romano.   A 
Pier  Galesìni ,  dottissimo  milanese , 
toccò  la  terza  parte,  che  tratta  del 
Decalogo j  e  a  Giulio  Foggiani,  fa- 
migerato letterato  di  Suna  nella  dio- 
cesi di  Novara,  toccò  l'ultima  parte 
sulla  Orazione  domenicale.  Finito  in 
questa  forma  da  tre  diverse  mani  il 
catechismo,  fu  dato  allo  stesso  Fog- 
giani, affinchè  lo  ripulisse  nello  sti- 
le interamente,  e  quasi  lo  rifacesse 
da  capo ,  nel  tempo ,  che  una  con- 
gregazione deputata    dal    medesimo 
s.  Fio  V,    e    di  cui  era  presidente 
il  celebratissimo  Cardinal  Guglielmo 
Sirleto,    Io  rivedeva  nel  dottrinale. 
Con  tutta  questa    diligenza    fu  foi^ 
mato ,  e  compito  il  catechismo  ro- 
mano, nel  quale  si  comprende,    co- 
me dicemmo  all'articolo  Catechismo, 
ogni  dottrina  necessaria   alla   istru- 
zione de'  fedeli,  comune  nella  Chie- 
sa,   e    che  da  ogni  errore    li  tiene 
lontani.   V.  Pompeo  Sarnelli  Lette- 
re ecclesiastiche,  tomo  IX,  p.    35, 
ove  riporta    i  nomi    di    quelli,    che 
composero  il  catechismo  romano,  ov- 
vero    quello    già     prima    incomin- 
ciato, come  si  disse  superiormente  , 
dal  sagro  concilio  di    Trento,    cioè 
fr.  Egidio  Foscario  domenicano,  ve- 
scovo di  Modena,  Lionardo  Marino 
arcivescovo  di  Lanciano,  e  fr.  Fran- 
cesco Forerio  portoghese,  che  fu  il 
primo  segretario  della  congregazione 
dell'  Indice. 

Tanto  s.  Pio  V,  che  l'immediato 
successore  Gregorio  XIII,  approva- 
rono e  pubblicarono    il    catechismo 


CAT 


245 


romano.  11  primo  diresse  perciò  un 
breve  al  famoso  tipografo  Manuzio, 
e  il  secondo  spedi  altro  breve  a 
Millanges  di  Bordeaux,  e  ciò  prin- 
cipalmente ad  uso  di  tutti  i  parro- 
chi  cattolici.  Ma  per  le  altre  condi- 
zioni, merito,  utilità  e  polemica  del 
catechismo  romano,  si  consulti  l'ab- 
bate Bergier  a  tale  articolo. 

CATECHISTA.    Colui,  che   fa   il 
catechismo,    che    catechizza,    ovvero 
che  ne  ha   composto  dei   libri.    Nei 
primi  secoli  della  Chiesa  si  chiama- 
rono   catecumeni    i   nuovi  discepoli 
nella  fede  cristiana,  non  ancor  bat- 
tezzati, di  cui    la    Chiesa  prendeva 
particolar    cura    per    istruirli    nella 
fede.    Oltre  i  sermoni    dei   vescovi, 
ai  quali  era  loro  permesso  assistere, 
troviamo  negli  antichi  scrittori,  che 
in  certe  chiese,  parlandosi  dei  cate- 
cumeni   dei    due    primi    ordini ,    si 
destinavano    abili    soggetti    per  ìjm- 
maestrarli ,    i    quali    si    chiamavano 
catechisti ,     termine    usato    sì    dagli 
autori  profani,  che  ecclesiastici,  anche 
per  indicare  coloixD,  i  quali  insegna- 
vano i  primi  elementi  delle  scienze. 
Nell'epistola    attribuita   a  s.  Cle- 
mente,   e    diretta  a  Jacopo,  i  cate- 
chisti   sono  distinti  dai  vescovi,  dai 
sacerdoti,  e  dai  diaconi.  Nella  chiesa 
di    Alessandria     eravi    una    celebre 
scuola  di  catechisti  per  istruire  quel- 
li ,  che  si  disponevano  a  ricevere  il 
battesimo,  venendone  incaricati  uo- 
mini grandi.  Eusebio  cesariense  chia- 
ma questa    scuola   non  già  di  cate- 
cumeni, ma  di  fedeh,  hb.  V,  Hist, 
Eccl  e.  IO.  Tutta  volta,  che  vi  fos- 
sero istruiti    i   catecumeni,    ricavasi 
da  Origene,  Coni.  Cels.  lib.  3,  pag. 
i4i.    Fra  i  catechisti    della   scuola 
alessandrina,  sono  a  nominarsi  Pan- 
teuo,     che    sapeva    egualmente    le 
scienze  umane,  e  le  divine  Scritture, 
il  quale  poi  andò  a  predicare  l'evan- 


a46  CAT 

gelo  nelle  pih  rimote  provincie  del- 
l'Asia, ed  inoltre  s.  Clemente  ales- 
sandrino, e  il  medesimo  Origene. 
Questi  fu  incaricato  d*  istruire  i 
catecumeni,  contando  l'età  di  diciot- 
to anni,  mentre  era  ancora  laico. 
Divenne  quella  scuola  si  famosa  al 
suo  tempo,  che  vi  accorrevano  le 
genti  dai  più  lontani  paesi.  S.  Gre- 
gorio taumaturgo  vi  apprese  i  primi 
rudimenti  di  nostra  fede,  e  vi  fece 
tali  progressi,  che  lo  resero  poi 
l'ammirazione  di  tutti.  Nella  chiesa 
di  Cartagine  s.  Cipriano  pose  nel- 
r  impiego  di  catechista  un  rettorico 
per  nome  Ottato,  come  lo  attesta 
con  queste  parole:  Noi  abbiamo 
stabilito  Oliato  uno  de  lettori ,  ac- 
ciocché sia  maestro  degli  uditori. 
Nella  medesima  chiesa  duecento  an- 
ni dopo  aveva  lo  stesso  incarico  il 
diacono  Deogratias,  ed  a  sua  istanza 
s.  Agostino  compose  il  bel  trattato: 
De  catechizandis  rudibus^  nel  quale 
gli  dà  eccellenti  istruzioni  per  inse- 
gnargli come  dovea  compiere  il  suo 
ministero;  e  san  Gregorio  Nisseno 
scrisse  un  Discorso  sopra  lo  stesso 
argomento,  per  mostrare  a'catechisti 
come  dovessero  insegnare  agli  altri. 
Fra  le  dignità  della  chiesa  di  Co- 
stantinopoH,  il  catalogo  degli  uffi- 
ziali  annovera  i  catechisti,  il  cui 
impiego  era  istruire  il  popolo,  e 
tutti  quelli,  che  lasciavano  V  eresia 
per  rientrare  nella  Chiesa  cattolica. 
Si  può  credere  col  Macri,  Notizia 
de^  vocaboli  ecclesiastici ,  che  questo 
ufìiziale  fosse  incaricato  anche  di 
istruire  gl'infedeli,  i  quali  chiedeva- 
no il  battesimo,  e  Teofane  fa  men- 
zione di  questo  uffizio.  Da  tuttociò 
si  rileva,  che  1'  impiego  ora  si  affi- 
dava a  un  lettore,  a  un  diacono,  e 
anche  ad  un  secolare,  e  che  nella 
scelta  de'catechisli  non  tanto  aveasi 
riguardo  al  posto  delle  persone,  che 


CAT 

ai  talenti,  ed  ai  doni  particolari  di 
cui  erano  forniti. 

In  alcune  chiese  V  impiego  di  ca- 
techista non  veniva  assegnato  a  per- 
sona   particolare;    ma    era    lasciato 
allo  zelo  e  alla  prudenza  di  ciascun 
fedele  l' istruire  i  catecumeni.  S.  A- 
gostino,  che  fu  fatto  catecumeno  in 
Milano,  non  fa  cenno  di  alcun  par- 
ticolare destinato    a  istruirlo,    come 
neppure  in  Roma  vi  ha  vestigio  di 
simili  catechisti.    S.  Cirillo  gerosoli- 
mitano parla  a  tutti  i  fedeli,  quan- 
do dice  :  Se  vien  generato  qualcuno 
a    Gesù    Cristo,   colle    vostre   istru- 
zioni   rendetelo    attento .    Altrove  e- 
gli    i*  invita  a  combattere  generosa- 
mente contro  i  nemici  della  Chiesa, 
^  a  predicare    l' evangelo,    e    vuole 
soprattutto,  che  quelli  i  quali  sono 
dotati  d' ingegno  in  guadagnar  ani- 
me, vi  si  adoperino  incessantemente. 
Ma  in  que' luoghi,  ove  non  vi  erano 
ne  catechisti  destinati,  ne  scuola  di 
catecumeni,  venivano  particolarmen- 
te   a   tal  uopo    incaricati    i    padrini 
e  le  madrine,  i  quali  doveano  abili- 
tare alla  religione  coloro,  di  cui    poi 
nel   battesimo    dovevano    farsi    mal- 
levadori.    Il   Du   Cange   alla  parola 
CatechizarCj  dice,  che  conserva  vasi 
ancora    un'  ombra   di   questo  antico 
costume  ne'  posteriori  secoli ,  sino  a 
quando  cominciarono    a    presentarsi 
al  battesimo  i  soli  fanciulli,  catechiz- 
zandoli   in    questo    modo  i  padrini, 
imponendo  loro  il  nome,  e  offeren- 
doli al  battesimo,    dopo  averli  latti 
in  tal  guisa    catecumeni.    Lo  stesso 
Du  Gange  cita  un  legista,  che  pone 
in  questione,  se  quegli  che  ha  in  tal 
modo  catechizzato  un  fanciullo,  con- 
tragga   con    lui    affinità,    e    Matteo 
Paris,    all'anno   1289,    parlando  di 
Odoardo    figlio    di    Enrico  III ,    re 
d'Inghilterra,    dice  che  fu  catechiz- 
zalo da  un  vescovo  chiamato  Guai- 


CAT 

lieri,  battezzato  dal  legato  del  Papa, 
e  confermato  dall'arcivescovo  di  Can- 
torbery,  il  quale  unitamente  a  quel- 
lo di  Londra  lo  levò  al  sagro 
fonte. 

In    tali    istruzioni   non    si    disco- 
priva   ai   catecumeni    il    fondo    dei 
dommi  della  religione,   perchè  non 
andassero  nelle  mani  dei  gentili,  che 
ne  avrebbero  abusato  e  li  avrebbono 
posti  in  ridicolo  per  non  intenderli, 
e  per  altre    ragioni    della   disciplina 
dell' Jrcano  (  Fedì  ).    Laonde  si  fa- 
ceva conoscere    a' catecumeni  la  va- 
nità dell'  idolatria  ,  l' assurdità  della 
loro  mitologia,  e  della  filosofia  pro- 
fana:  s'  insegnavano  loro  i  precetti 
morali    del    vangelo,    e   le  dottrine 
generali  delle  nostra  religione,  meno 
alcuni  casi,  in  cui  e  giudei  e  pagani 
furono  dai  catechisti  istruiti  in  tutto. 
Vero  è  però,    che   tal   riserva    non 
fu  in  ogni  luogo  uniforme,  ne  sem- 
pre in   vigore,    dappoiché    abbiamo 
un  discorso  di   s.  Gregorio  Nazian- 
zeno,    Serrn.    4o>    da  lui  fatto  per 
invitare  i  catecumeni  a  far  iscrivere 
i    loro    nomi    con    quei    degli   altri, 
che  dovevano  ricevere  il  battesimo, 
in  fine  del  quale  spiega  loro  il  mi- 
stero  della    ss.  Trinità,    ed   il  sim- 
bolo,   cambiandone  per  altro  i  ter- 
mini ^    di  che    secondo    la    generale 
disciplina    non    soleva    parlarsi    dai 
catechisti.   /^.  Catecumeno. 

Finalmente,  oltre  quanto  si  è 
detto  all'articolo  Catechismo,  a  chi 
incombe  il  farlo,  e  chi  siasi  eserci- 
tato in  questo  utile  e  sagro  mini- 
stero, qui  aggiungeremo,  che  il  ve- 
nerabile d.  Bartolomeo  de'  Martiri, 
e  Gersoue  cancelliere  di  Parigi  si  re- 
cavano ad  onore  di  catechizzare  i, 
lanciiilli ,  ritenendola  per  l' occupi^- 
zione  la  più  gloriosa  e  necessaria. 
In  oriente  suole  il  parroco,  o,  altro 
sacerdote,    fare   il   catechismo   nelle 


CAT  •247 

chiese,  ciocche  non  mai  fanno  i  dia- 
coni e  i  chierici  inferiori. 

CATECUMENO  (Catechiimenus). 
I  Catecumeni  sono  quelli,  che  desi- 
derano il  battesimo,  e    che    si  pre- 
parano a  riceverlo  facendosi    istrui- 
re ne'  misteri  della  religione  cristia- 
na. Lo  stato  di  tali  persone  si  chia- 
ma Catecumenato f  che  deriva  dalla 
parola    greca    catechiunenos ,    usata 
parecchie  volte  nei  Hbri  del  vange- 
lo. E   proveniente    dal    verbo  cate- 
cJieOj  composto    dalle   voci    cata^  e 
cheOj  che    propriamente    significano 
suonare,    o  intuonare    all'orecchio. 
Letteralmente  la  parola  catechume- 
nosj  indica  quelli  a'quali  si  fa  sen- 
tire   qualche    cosa  ;    ma    dall'  eccle- 
siastica   consuetudine    si    prende   fi- 
guratamente    per    indicare     coloro 
che  s' istruiscono,  ed  ai  quali  si  fan-- 
no  sentire  le  cristiane  istruzioni.  Ta- 
li  parole  di  generico  significato  es- 
sendo nella  Chiesa  usate  per  1*  am- 
maestramento  de'  divini    misteri,   e 
dovendosi  questi  tenere  celati,  perchè 
non  fossero  esposti  al  disprezzo  dei 
gentili,   come   richiedeva    lo    spirito 
dell'  antica    disciplina    dell'  arcano, 
i^Vedi),  perciò  le  parole  catechesi ^  e 
calechumeno.9j  possono  essere  relative 
alla  segreta  istruzione  de'  fedeli.  Tre 
classi  di  cristiani  distingue  Eusebio, 
Peni.  Evang,  l.   7.  e.    3,  ossia    dei 
presidenti y  dei  fedeli,    e  de'  catecu- 
meni, dappoiché  i  catecumeni  dice- 
vansi    ancora    cristiani,  anzi    talora 
anche  fedeli.  Tuttavolta  il  nome  dei 
fedeli    trovavasi    più    comunemente 
ristretto  a  coloro,   i   quali   avevano 
già    col    sacro    lavacro    della    rige- 
nerazione  1'  anima  purgata   ed  ab- 
bellita. F.   Zaccaria   Storia  lettera- 
ria tom.  IV.  p.  4^^*  ^  ^^§- 

I  catecumeni  si  distinguevano  in 
tre  classi.  I  primi  erano  quelli,  clie 
desiderando  convertirsi  alla  fede  di 


248  CAT 

Cristo,  ascoltavano  la  divina  parola, 
senza  però  chiedere  il  battesimo,  e  si 
chiamavano  ascoltatori ^o  uditori (au- 
ditores)',  i  secondi  erano  quelli,  che,  do- 
po aver  ascoltata  la  divina  parola,chie- 
devano  di  essere  ricevuti  nel  nume- 
ro de'  concorrenti  al  battesimo,  e  fa- 
cevano scrivere  il  loro  nome  nel  ruo- 
lo de*  catecumeni,  ed  anche  de' cri- 
stiani, perchè  cominciavano  ad  esse- 
re in  qualche  modo  iniziati  nel  cri- 
stianesimo, ed  il  Thiers  dice,  che 
si  appellavano  ancora  prostrati,  o ge- 
nuflettenti (  substrati,  genuflectentes) , 
perchè  dopo  avere  ascoltato  la  pre- 
dica nella  chiesa ,  si  ponevano  in- 
ginocchioni,  ed  in  qualche  modo 
partecipavano  delle  orazioni  eccle- 
siastiche; il  terzo  ordine  de' catecu- 
meni era  quello  degli  eletti,  o  com- 
petenti [electi,  competentes),  ed  erano 
coloro,  che,  dopo  aver  compiuto  il 
tempo  del  catecumenato,  erano  de- 
stinati a  ricevere  il  battesimo  alla 
prima  occasione,  cioè  alla  prossima 
pasqua  o  pentecoste.  Vi  sono  diver- 
si autori,  che  dividono  altrimenti  i 
catecumeni,  ma  le  diverse  divisioni, 
che  ne  fecero,  tornano  presso  a  po- 
co le  medesime,  e  consistono  in  una 
semplice  denominazione. 

Tutto  il  vantaggio  de'  primi  con- 
sisteva neir  assisteie  in  chiesa  a  quel- 
la parte  della  messa,  che  perciò 
chiamavasi  messa  de'  catecumeni,  e 
ad  ascoltare  la  lezione  delle  sante 
Sciitture,  e  l* esortazione  o  sermone 
de' vescovi  dopo  il  vangelo.  Que- 
sto vantaggio  era  comune  coi  peni- 
tenti della  seconda  stazione,  detti 
auditori,  coi  giudei,  coi  pagani,  e 
cogli  stessi  eretici.  Terminato  il  ser- 
mone, tutti  gli  altri  si  ritiravano  per 
l'intimazione  del  diacono,  il  quale  a- 
vendo  imposto  silenzio  soggiungeva, 
catechumenì  orate  j  parole  che  indi- 
cizzava a'  catecumeni  della  seconda 


CAT 

classe  sui  quali  si  facevano  delle 
preghiere,  come  anche  sugli  ener- 
gumeni, e  sui  penitenti  della  terza 
stazione,  terminate  le  quali,  questi 
pure  si  facevano  uscire  per  ordine, 
prima  i  catecumeni,  dicendosi  dal 
diacono  :  Ite,  catechumem\  missa  est, 
poi  gli  energumeni,  indi  i  peniten- 
ti. Chiude  vasi  allora  la  porta,  e  si 
celebrava  la  messa  de'  fedeli,  rima- 
nendo i  catecumeni  nel  portico  del- 
la chiesa.  Tale  parte  della  messa , 
dal  principio  sino  all'offertorio,  chia- 
mavasi la  messa  de'  catecumeni.  Non 
era  loro  permesso  di  vedei'e  la 
ss.  Eucaristia,  ma  acciocché  potes- 
sero avere  una  special  comunione 
coi  fedeli,  veniva  dato  ad  essi  del 
pane  benedetto,  che  perciò  si  chia- 
mava il  pane  de^  catecumeni,  anche 
per  far  loro  comprendere,  che  un 
giorno  potevano  essere  ammessi  al- 
l'altra comunione. 

Vi  ebbero  i  catecumeni  appena 
nata  la  Chiesa,  e  se  nei  primi  gior- 
ni della  sua  fondazione  gli  aposto- 
li battezzavano  migliaia  d'  uomini 
senza  farli  passare  per  la  prova  del 
catecumenato,  fu  perchè  allora  Dio 
operava  prodigiosamente  per  istabili- 
re  una  società  dedicata  al  suo  cul- 
to, e  sostituirla  alla  sinagoga,  che 
r  avea  abbandonato.  In  progresso 
venne  istituito  il  catecumenato,  del 
quale  non  si  può  precisamente  fis- 
sare il  principio.  Tertulliano  che 
fiorì  cento  anni  dopo  gli  apostoli, 
ne  parla  come  di  cosa  ordinaria,  e 
tanto  bene  stabilita,  che  gli  eretici 
stessi  aveano  i  loro  catecumeni.  Il 
perchè  li  rimprovera,  che  nelle  lo- 
ro assemblee  fossero  questi  mesco- 
lati indifferentemente  coi  loro  fede- 
li, e  non  osservassero  le  distinzioni 
competenti.  Ma  s.  Agostino  attri- 
buisce l'origine  del  catecumenato 
ai  tempi  apostolici,  e  s.  Ireneo  lib. 


4,  ad\'er.  Haer.  e.  9,4,  ci  rappre- 
senta san  Paolo  come  destinato  a 
catechizzare  i  gentili,  e  perciò  più 
affaticato  degli  altri  apostoli,  che 
catechizzavano  i  giudei.  Ciò  riguar- 
da la  dottrina,  mentre  per  le  cerimo- 
nie lo  stesso  santo,  lib.  i.  e.  21,  ne 
racconta  alcune  premesse  al  loro 
battesimo  dai  gnostici,  ed  altri  eretici 
di  quell'epoca. 

In  quanto  al  numero  de'  catecu- 
meni, non  si  può  dubitare,  che  fu 
assai  grande  nei  primi  secoli,  men- 
tre pel  copioso  stuolo  dei  marti- 
ri ,  Dio  non  mancò  riparare  la 
perdita  de'  principali  membri  della 
Chiesa ,  la  quale  vegliò  per  altro 
con  diligenza  per  impedire,  che  fra 
i  bramosi  del  battesimo,  non  s'in- 
troducessero dei  falsi  fratelli,  acciò 
non  pervertissero  i  veri.  Ed  è  per- 
ciò, ch'essa  li  sperimentava  nel  cate- 
cumenato, e  voleva  assicurarsi  del- 
la loro  conversione  per  accordar  ad 
essi  il  sacro  lavacro,  secondo  il  pre- 
cetto dell'apostolo  s.  Giovanni  :  Pro- 
hate  spiritus  si  ex  Deo  sunt.  Dipoi, 
professato  il  cristianesimo  dagl'  im- 
peratori, molti  si  affrettarono  di  ab- 
bracciarlo, il  che  obbligò  i  vescovi 
a  raddoppiare  la  vigilanza  per  assi- 
curarsi se  lo  facevano  per  umani 
riguardi.  Quindi  fu  adottata  una  più 
lunga  prova  pei  catecumeni,  avanti 
di  ammetterli  alla  grazia  battesima- 
le, il  perchè  era  grandissimo  il  nu- 
mero di  questi  candidati  del  cristia- 
nesimo, giacche  molti  differivano  per 
parecchi  anni  di  ricevere  il  battesi- 
mo, ed  altri  anche  sino  alla  morte. 
Ciò  non  solo  praticavasi  da  quelli, 
che  uscivano  dal  paganesimo,  ma 
eziandio  dalle  famiglie  cristiane.  Di 
fatti  s.  Ambrogio,  e  suo  fratello 
Satiro,  s.  Gregorio  Nazianzeno ,  gli 
imperatori  Teodorico  e  Valentinia- 
^o  //  Giovane^  s.  Agostino,  ed  al- 


CAT  249 

tri  restarono  fino  all'età  adulta  nel 
catecumenato.  ]\è  deve  tacersi,  che 
molti  maliziosamente  rimanevano 
nel  catecumenato  sino  alla  vecchiaia 
per  condurre  una  vita  più  libera, 
essendo  quella  de' battezzati  compo- 
sta ed  austera,  e  vedendo  i  penitenti 
esercitarsi  in  lunghi  esercizii  espiato- 
rii ,  conoscevano  quanto  costavano 
le  colpe  mortali  commesse  dopo  il 
battesimo.  Da  tutto  ciò  rilevasi, 
come  fosse  grande  il  numero  dei 
catecumeni,  nella  veneranda  antichi- 
tà del  cristianesimo ,  massime  nei 
primi  cinque  secoli  della  Chiesa. 

Della  cura  poi,  che  la  Chiesa  pren- 
deva dei  catecumeni  per  la  loro 
istruzione  ,  si  può  vedere  1'  articolo 
Catechista,  come  quello  dal  quale 
ricevevano  l'ammaestramento  nella 
fede  e  nei  costumi ,  disponendoli  a 
ricevere  il  salutare  lavacro  del  bat- 
tesimo. Il  Macri  chiama  Calechume- 
num  il  luogo  destinato  in  chiesa  pei 
catecumeni,  e  catecumenie  si  disse- 
ro le  gallerie  in  alto  delle  chiese 
ove  le  donne  assistevano  a'  divi- 
ni ufficii,  secondo  Ducange,  ovvero 
perchè  vi  stavano  i  catecumeni ,  o 
perchè  quello  era  il  luogo  nel  qua- 
le s' istruivano  i  catecumeni,  sicco- 
me opina  il  Baronio  :  Fuìtque  UH 
mater  spiritualis  s ancia  Domina 
romana  diaconissarum ,  quae  accì- 
piens  eam  ascendit  in  catechumenuni. 
In  vita  s.  Pelag.  cap.  8.  Questo 
medesimo  vocabolo  significa  la  casa 
per  la  riunione ,  ed  istruzione  dei 
catecumeni,  e  si  disse  anche  Cate- 
chumeneum. 

La  maniera,  e  le  cerimonie  colle 
quali  si  ammettevano  al  catecumena- 
to quelli,  che  domandavano  di  esser- 
vi ammessi,  erano  tali  quali  come  an- 
diamo ad  accennare.  Si  esaminavano 
primieramente  la  vita,  e  la  condotta 
de'  medesimi,  e  trovata  regolare  la 


a5o  CAT 

disposizione  ,  venivano  ascritti  al 
numero  de'  catecumeni  propriamen- 
te detti,  clic  anche,  come  dicemmo 
superiormente,  chiamavansi  col  nome 
di  cristiani  per  anticipazione,  riser- 
luindosi  il  nome  di  fedeli  a  quelli,  che 
erano  battezzati.  Ciò  apparisce  dal  ti- 
tolo di  uno  dei  più  antichi  rituali,  che 
dice  :  Ordo  ad  faciendiun  christia- 
num.  I  riti,  che  si  usavano  nei  primi 
secoli  pel  ricevimento  de' catecumeni, 
erano  molto  semplici  ;  coli'  andare 
poi  del  tempo,  quando  il  numero 
di  quelli,  che  abbracciavano  il  cri- 
stianesimo ,  divenne  minore ,  vi  si 
aggiunsero  molte  cerimonie  non  pri- 
ma usate  se  non  alla  fine  del  cate- 
cumenato per  servire  di  prossima 
preparazione  al  battesimo.  Si  può 
anche  credere,  che  quando  si  co- 
minciò a  battezzare  soli  fanciulli,  e 
si  stabih  di  non  aspettare  per  tale 
funzione  i  giorni  solenni  destinati  , 
si  confondessero  almeno  in  molti 
luoghi  gli  esorcismi ,  e  le  alti^  pie 
cerimonie,  che  prima  si  adoperava- 
no negli  scrutinii,  con  quella  che  si 
usava  pel  ricevimento  dei  catecu- 
meni. Durava  il  tempo  del  catecu- 
menato anticamente  tre  mesi,  Clem, 
fpist.  3  ;  ma  poi  fu  abbreviato  in 
soli  quaranta  giorni  :  qui  baplìzari' 
di  sunt  super  quadraginta  dìes  pu- 
Ilice  iis  tradamus  sanctam^  et  ado- 
laudani  Trinitatem ,  Hier.  ep.  ad 
Fammach. 

Per  la  perseveranza  nel  catecume- 
nato per  molti  anni,  come  fece  il 
grande  Costantino,  oltre  altri  esem- 
pi superiormente  addotti,  essendone 
venuto  abuso ,  vi  riparò  la  Chiesa, 
e  molto  si  adoprarono  i  ss.  Ambro- 
gio, Basilio,  Gregorio  Nazianzeno, 
ed  altri,  come  riferisce  il  menziona- 
to Baronio  all'anno  377.  Durò  nella 
Chiesa  il  costume  del  catecumenato, 
finche  nelle  città  cattoliche  vi  furo- 


CAT 

no  gentili  da  convertire,  perciò  nel- 
r  occidente  vuoisi  ,  che  terminasse 
nel  secolo  Vili.  Grande  cautela  era 
necessaria  acciocché  in  quell'  età  non 
tornassero  al  gentilesimo  quelli,  che 
aveano  ricevuto  il  battesimo.  Ed 
è  per  questo  che  gl'increduli  anti- 
chi e  moderni  possono  da  qui  de- 
durre la  prudente  e  cauta  condotta 
della  Chiesa  in  tutti  i  tempi,  e  per- 
ciò la  vera  scienza  de*  cristiani  spac- 
ciati da  alcuni  per  ignoranti. 

Ma  di  questo  argomento  meglio 
si  tratta  all'articolo  Battesimo  {Vcdì)^ 
e  particolarmente  ai  §  V,  VI,  IX, 
del  medesimo,  mentre  al  §  VII  si 
parla  dello  scrutinio  anticamente 
praticato  prima  del  battesimo  sul- 
l'animo de' catecumeni,  al  §  Vili 
delle  cerimonie  innanzi  il  battesimo 
secondo  l'antica  disciplina,  e  al  §  XII 
delle  cerimonie  dopo  il  battesimo 
giusta  l'antica  disciplina,  ed  al§  XI lì 
degli  esercizi  dei  neofiti  dopo  il  bat- 
tesimo, y.  inoltre  il  p.  Chardon, 
Storia  de  Sacramenti,  Brescia  1 758, 
tomo  I,  libro  I,  capitolo  IV,  V,  VI, 
VII,  Vili  ec. 

Dei  convertiti  alla  fede  cattolica, 
o  neofiti  posteriori  al  catecumenato, 
e  delle  pie  case  de'  catecumeni  di 
E.oma  tanto  per  le  donne,  che  pe- 
gli  uomini,  nelle  quali  s'istruiscono 
avanti  di  ricevere  il  santo  battesimo, 
V.  r  articolo  Neofiti.  Il  Cancellieri 
nella  sua  Settimana  Santa,  parlando 
delle  dimostrazioni  di  gioja,  che  nel 
sabbato  santo  fa  la  Chiesa  per  la 
resurrezione  del  suo  Sposo,  e  per  la 
nuova  figliuolanza  de'  neofiti ,  che 
vede  attorno  a'  suoi  altari  ne'  tem- 
pli ,  in  cui  secondo  l'  antichissimo 
rito  si  amministra  il  santo  battesi- 
mo, tesse  un  eruditissimo  elenco 
degli  scrittori ,  che  si  occuparono 
di  questo  sacramento,  e  dei  catecu- 
meni.   Riguardo  poi  ai  catecumeni, 


CAT 

i  quali  morivano  senza  aver  rice- 
vuto il  battesimo  nell'antica  Chiesa, 
tra  i  padri  principali  vi  erano  due 
sentimenti,  e  pratiche  conlrarie.  S. 
Gio.  Grisostomo,  s.  Agostino,  e  il 
concilio  di  Braga  nel  canone  35, 
per  la  ragione  di  non  essere  stati 
battezzati ,  proibiscono  di  dover  ri- 
cevere oblazioni,  e  la  celebrazione 
dei  sacrifizi  per  essi.  Per  l'opposto 
s.  Ambrogio  protesta,  che  possono 
farsi  preghiere  particolari  e  pubbli- 
che, ed  anche  celebrare  messe  in 
suffragio  de'catecumeni  defunti.  Tut- 
tavolta  il  Berlendi,  Delle  oblazioni 
aW  altare j  pag.  54  e  seg.,  trattando 
questo  aigomento,  procura  di  con- 
cordare tali  sentimenti. 

CATENE  DI  S.  PIETRO.  Reliquia 
insigne,  che  si  conserva  in  Roma 
nella  basilica  di  s.  Pietro  in  Vin- 
culis  sull'Esquilino,  appartenente  ai 
canonici  regolari  lateranensi. 

Volendo  prima  dire  qualche  cosa, 
come  sempre  siano  state  venerate 
le  catene  dei  ss.  martiri,  ci  permet- 
teremo di  premettere  un  cenno  re- 
lativo. Troppo  nota  è  la  cura,  che 
si  prendevano  gli  antichi  cristiani 
non  solo  nel  raccogliere,  e  nel  gelo- 
samente custodire  gli  strumenti  del 
martirio  degli  apostoli  e  degli  atleti 
di  Gesù  Cristo,  ma  altresì  nel  pro- 
curare r  acquisto  delle  catene ,  con 
cui  erano  stati  avvinti  nelle  carceri, 
e  poi  guidati  all'estremo  supplizio. 
Varie  di  esse  trovate  nelle  catacom- 
be e  nei  cimiteri,  in  uno  ai  corpi 
dei  santi  martiri,  ne  fauno  chiara 
testimonianza,  come  si  legge  nel 
Boldetti,  Osservazioni  sopra  i  cimi- 
teri dei  jìtartirìj,  lib.  I,  cap.  60, 
pag.  3 14.  Racconta  poi  s.  Gio.  Gri- 
sostomo, che  s.  Babila,  vescovo  e 
martire  antiocheno,  fu  sepolto  colle 
catene,  colle  quali  era  stato  impri- 
gionato, e  che  si  onoravano  in  una 


CAT  1^1 

alle  sue  spoglie  con  pubblico  culto. 
Anco  s.  Eusebio  Emisseno  in  una 
sua  omelia  ad  onore  dei  santi  mar- 
tiri Epipodio  ed  Alessandro,  afferma 
che  molte  chiese,  le  quali  non  ave- 
vano potuto  ottenere  qualche  loro 
reliquia,  aveano  invece  richiesta  pre- 
murosamente porzione  delle  loro 
catene.  Cos\  in  Napoli ,  al  riferire 
di  Baronio,  nelle  note  al  martirolo- 
gio a' 3o  settembre,  conservansi  le 
catene  di  s.  Gregorio  arcivescovo  e 
primate  dell'Armenia,  che  pati  sotto 
Diocleziano.  In  Roma  nella  basilica 
lateranense  esiste  la  catena  con  cui 
s.  Gio.  Evangelista  fu  trasportato 
in  Efeso,  e  il  Cardinal  Egidio  dei 
santi  Cosma  e  Damiano,  nell'anno 
1220,  fra  le  altre  reliquie,  donò  a 
Federico  Chiaramonte  magnani  par- 
lem  de  catena  \>ìnculi  s.  Laurentii. 
Il  citato  s.  Gio.  Grisostomo  celebra  le 
catene,  colle  quali  fu  avvinto  1'  apo- 
stolo delle  genti  s.  Paolo,  e  Gio.  Erne- 
sto Emmanuele  Walchio  scrisse.  De 
vinculis  apostoli  Pauli  ex  antiquita- 
tuni  profanarum  monumentis  illustra- 
tisi Jenae  1746.  Sappiamo  inoltre  che 
il  tribuno  comandò,  che  s.  Paolo  fos- 
se legato  catenìs  duabus ,  In  Actis 
Apost.  XXIy  ed  egli  stesso  narra, 
che  vinctus  ab  Hierosolymis  fu  con- 
dotto in  Roma,  ove  chiamati  innanzi 
a  sé  gli  ebrei,  disse  loro:  propter 
spem  Israel  catena  hac  circunida- 
tus  suniy  di  cui  spesse  volte  fa  men- 
zione nelle  sue  epistole  agli  Efesini, 
e  al  discepolo  Timoteo.  Non  può 
dubitarsi,  che  queste  catene  religio- 
samente si  custodissero  nella  sua 
basilica  ostiense,  poiché  il  Papa  san 
Gregorio  I  ne  scrisse  all'imperatrice 
Costanza  in  epist.  XX Xj,  lib.  IV, 
pag.  258,  tom.  VII.  Papebrochio, 
commentando  tal  passo,  dice  essere 
probabile  che  la  catena,  con  cui  fu 
avvinto  nel  viaggio  che  lece  s.  Paolo 


r>')2  CAT 

dall'oriente  in  Roma,  e  Taltra  colla 
quale  ivi  venne  rinchiuso,  com'egli 
crede,  nel  carcere  JManiertino,  siano 
le  catene  medesime  con  cui  era  stato 
legato  nello  stesso  sito,  nel  collo,  e 
nelle  mani.  É  certo  poi  che  si  rileva 
il  pio  costume  di  mandare  in  dono 
a' personaggi  più  distinti  la  limatura 
di  queste  catene,  anche  dalla  lettera 
scritta  dal  prefato  Pontefice  ad  Eu- 
logio patriarca  Alessandrino:  Trans- 
mi  si  nius  crucem  parv ulani  in  qua 
de  catenis  ss.  Petri  et  Pauli  apo- 
sloloruni  inserta  est  benediclio,  quce 
oculis  vestris  assidue  superpona- 
tur  _,  quia  multa  per  eandeni  be- 
nedìclìoneni  miracula  fieri  consue- 
verwìt.  Una  piccola  parte  di  queste 
catene  sembra  che  anticamente  esi- 
stesse nella  chiesa  di  s.  Pietro  in 
Vinculis,  facendone  menzione  Nicolò 
Signorile  in  Cod.  Bibl.  Vat.  3556, 
fol.  6r,  il  quale  nel  catalogo  delle 
reliquie  di  Roma,  che  compilò  nei  pri- 
mordi del  secolo  XV  sotto  Martino 
V,  dopo  aver  parlato  di  quelle  di  s. 
Pietro  di  cui  siam  per  trattare,  così 
si  esprime  :  inodicam  catenani,  qua 
fuit  ligatus  s.  Paulus.  Di  altre  sacre 
catene,  e  delle  notizie  analoghe,  fa  pa- 
rola Cancellieri  nelle  Dissertazioni 
epistolari  bibliografiche,  Roma  1 809. 
Se  adunque  gli  antichi  cristiani 
con  tanto  studio  raccolsero  e  vene- 
i*arono  le  catene  de'martiri,  non  in- 
feriore dev'essere  stato  l' impegno  di 
custodire  le  catene  del  principe  degli 
apostoli,  e  primo  Pontefice  s.  Pietro, 
e  siccome  naturalmente  dovevano 
preferire  tali  ferri  all'oro  e  alle  gem- 
me, si  saranno  studiati  di  conservarli 
siccome  un  prezioso  tesoro.  Abbiamo 
dal  Novaes,  nella  vita  di  s.  Pietro,  che 
questi  per  ordine  di  Erode  Agrippa 
fu  posto  in  Gerusalemme  in  carce- 
re, dalla  quale  fu  liberato  da  un 
angelo,  che  sciogliendone  le  catene, 


CAT 

come  si  legge  in  Act.  XII,  4,  7,  'o 
condusse  fuori  della  prigione  ;  e  che 
recatosi  in  Roma  fu  da  Nerone  fatto 
rinchiudere  nel  carcere  Mamertino, 
ove  nove  mesi  stette  legato  con  una 
catena,  dipoi  trovata  da  s.  Balbi- 
na  r  anno  1 26  nel  pontificato  di 
s.  Alessandro  I,  e  data  da  essa  a  s. 
Teodora  nobilissima  romana,  e  so- 
rella di  s.  Ermete  prefetto  di  Ro- 
ma, fu  consegnata  al  detto  Papa,  il 
quale  la  ripose  nella  chiesa  da  s.  Teo- 
dora stessa  eretta,  o  rinnovata;  ed  è 
perciò  che  tal  chiesa  prese  il  nome  di 
s.  Pietro  in  Finculis,  e  dal  medesimo 
Alessandro  I  fu  consacrata  nel  dì 
primo  d'agosto.  Però,  come  diremo 
all'  articolo  Chiesa  di  s.  Pietro  in 
ViNCULis,  sembra  certo  e  indubitato, 
che  piuttosto  essa  fosse  edificata  sol- 
tanto verso  la  metà  del  quinto  secolo 
in  un  modo  maestoso,  ma  pel  mede- 
simo oggetto.  Gli  atti  di  s.  Alessan- 
dro I,  donde  ciò  si  ricava,  sono  ripu- 
tati apocrifi  da  uomini  eruditissimi, 
da  altri  però  come  l'Enschenio,  in 
Camme nt.  praevio  ad  acta  s.  A- 
lexandri  pag.  267  ,  lo  Schelstrate 
Antiq.  illustr.  t.  I,  diss.  II,  e.  3,  n. 
12,  p,  i65,  il  Baronie,  ad  annum 
i32,  n.  I,  sono  giudicati  alnjeno 
per  la  maggior  parte  legittimi  e  de- 
gni di  fede.  Né  vogliamo  qui  tacere, 
che  il  Sangallo,  Gesta  de"  Pont.  t. 
Ili,  p.  i85,  n.  i,  racconta  dello 
stesso  s.  Alessandro  I,  che  avendo 
convertito  il  detto  Ermete  colla  fa- 
miglia, fu  carcerato,  ma  nella  pri- 
gione convertì  ancora  il  tribuno  Qui- 
rino ,  e  dopo  di  avere  renduto  a 
Balbina  stessa  di  lui  figliuola  la  sa- 
nità corporale  colla  guarigione  del- 
le scrofole,  col  solo  tocco  delle  sue 
catene,  la  sanò  anche  nell'anima  per 
mezzo  del  battesimo  :  evvi  poi  chi 
dice,  che  tal  miracolo  si  ottenne 
colle  catene    di   s.    Pietro.    Leggesi 


CAT 

inoltre  nel  Piazza,  Gerarchia  pag. 
537,  che  le  catene  di  s.  Alessandro 
I  col  di  lui  corpo,  dal  Pontefice 
Alessandro  II  furono  donate  a  Luc- 
ca, ove  vennero  riposte  nella  chie- 
sa a  lui  dedicata,  sebbene  non  man- 
chino altre  chiese,  le  quali  sosten- 
gono possedere  il  corpo  di  s.  Ales- 
sandro I. 

Abbiamo  poi  dal  Bernini,  Storia 
di  tutte  V  eresie,  p.  1 3 1  ,  e  198, 
che  Giovenale  vescovo  di  Gerusa- 
lemme nel  4^9  donò  ad  Eudossia 
imperatrice  moglie  di  Teodosio  // 
giovane  o  il  juniore,  le  due  catene, 
colle  quali  s.  Pietro  nella  medesima 
città  fu  legato  per  ordine  di  Ero- 
de ,  onde  una  la  ripose  nella  chiesa 
dedicata  a  questo  apostolo  in  Co- 
stantinopoli ,  come  si  legge  nel  Me- 
nologìo  graec.  die  16  januarii,  e 
l'altra  la  mandò  a  Roma  ad  Eu- 
dossia sua  figlia ,  moglie  dell'  impe- 
ratore Valentiniano  111,  la  quale 
subito  suir  Esquilino  volle  innalzare 
a  s.  Pietro  un  tempio ,  ovvero,  se- 
condo la  verità  della  storia,  riedifi- 
cò il  preesistente  nel  colle  Esqui- 
lino ,  e  perciò  fu  detto  il  titolo  di 
Eudossia.  Essendo  poi  Pontefice  s. 
Sisto  III,  meritò  di  vedere  il  mira- 
colo, di  cui  fa  testimonianza  il  Ba- 
ronio,  cioè  che  tal  catena  nel  porsi 
insieme  a  quella  sunnominata  j  che 
strinse  in  Roma  lo  stesso  santo  per 
comando  di  Nerone,  si  congiunse 
con  èssa,  e  formò  una  sola  catena, 
dicendoci  il  Brev.  rom.  die  I  aug.  : 
ut  non  duae,  sed  una  catena  ah  eo- 
dem  artifice  confecta  esse  videretur. 
Quindi  per  la  dedicazione  di  tal 
basilica ,  e  in  memoria  di  questo 
prodigio  accaduto  nel  primo  di  ago- 
sto, ne  istituì  s.  Sisto  III  la  festa, 
della  quale  poi  riparleremo.  V.  Pa- 
pebrochio  Acta  ss.  junii  t.  IV,  §19) 
p.    449>    §    J^;  P-   4^2.  Altri  poi 


CAT  253 

raccontano  tal  fatto  accaduto  sotto 
s.  Leone  I,  che  ai  9  maggio  44<^ 
successe  a  s.  Sisto  IÌI,  il  quale  vo- 
lendo confrontare  la  catena  di  Ge- 
rusalemme con  quella  di  Roma,  am- 
bedue miracolosamente  si  riunirono. 

Certo  è,  che  nel  sesto  secolo  le 
due  catene  riunite  trovavansi  nella 
basilica  di  s.  Pietro  in  Vinculis, 
come  dichiara  un'antica  iscrizione 
ivi  esistente  riportata  da  molti,  non 
che  dal  Martinelli,  Roma  ex  Ellm. 
sacra,  p.  284.  Una  di  esse  è  com- 
posta di  ventidue  anelli ,  1'  ultimo 
de'  quali  è  ritorto  ed  è  adunco,  in- 
castrato in  una  specie  di  collare , 
formato  di  un  doppio  ferro  a  guisa 
di  un  semicircolo ,  il  quale  certa- 
mente fu  la  boja,  che  dovette  ser- 
vire per  serrare  il  collo  a  s.  Pietro, 
e  dee  credersi  sia  stata  la  catena 
del  carcere  Mamertino,  dal  quale  fu 
condotto  al  glorioso  martirio.  L'al- 
tra catena  è  formata  di  undici  anelli  : 
sette  sono  del  tutto  simili  a  quelli 
della  precedente,  e  del  medesimo 
lavoro,  a  segno  che  sembrano  parte 
della  romana  :  gli  altri  quattro  sono 
più  piccoli,  e  alquanto  diversi  dagli 
altri ,  laonde  questi  possono  credersi 
una  porzione  della  catena,  con  cui 
r  apostolo  fu  stretto  in  Gerusalem- 
me ,  dappoiché  da  queste  catene 
riunite  i  romani  Pontefici  tolsero 
varii  anelli,  e,  come  dicesi  all'  arti- 
colo Anelli  delle  catene  di  s.  Pie- 
tro (  Vedi  ) ,  li  regalarono  a  prin- 
cipi ,  ed  a  chiese  insigni. 

Colla  limatura  poi  di  dette  ca- 
tene i  Pontefici  vollero  rendere  pre- 
gevole e  sacro  qualche  donativo , 
che  inviarono  agi'  imperatori,  ai  re 
ed  ecclesiastici  ragguardevoli,  inclu- 
dendo poca  limatura  dentro  chiavi 
d'oro,  che  ponevano,  prima  di  spe- 
dirle, sopra  la  tomba  dello  stesso 
s,  Pietro,  indi  le  mandavano  in  at- 


'i^  CAT 

testato  di  divozione  e  di  affolto  ai 
menzionati  soggetti.  Queste  chiavi, 
come  si  esprime  s.  Gregorio  Tur., 
de  glor.  martyr.  lih.  I,  e.  7.8,  super 
argros  poxitae  nudtix  solent  mira- 
culfx  cornscnre.  Leggiamo  pertanto 
nel  citalo  Bernini,  che  s.  Gregorio  I 
lìe  mandò  una  ad  Anastasio  patriar- 
ca di  Antiochia,  al  re  di  Spagna, 
o  de'visigoti  Recaredo,  al  re  di  Fran- 
cia Childeberto,  ed  a  Teotisto  ca- 
valiere cattolico  e  balio  del  figlio 
dell'  impei-atore  Maurizio.  S.  Gre- 
gorio 111  mandò  simili  chiavi  d'oro 
colla  limatura  delle  catene  a  Carlo 
Martello  ;  s.  Leone  III  a  Carlo  Ma- 
gno; e  s.  Gregorio  VII  ad  Acone 
re  di  Danimarca.  Soggiunge  Io  stes- 
so Bernini ,  che  un  re  dei  longo- 
bardi, quando  entrò  in  una  città  di 
là  dal  Pò,  trovò  una  di  queste  chiavi, 
la  quale  vedendo  egli  esser  d'  oro , 
»  et  ex  illa  aliquid  aliud  volens  sibi 
M  facere,  eduxit  coltellum,  ut  cara 
»  incideret,  qui  mox  coltellum  cura 
»y  quo  eam  per  partes  mittere  vo- 
>»  lebat,  sibi  in  guttura  defixit,  ea- 
«  demque  bora  defunctus  cecidit. 
>»  Antaris  lungubardorum  rex  prò 
«  eodem  miraculo  aliam  auream 
M  clavem  fecit ,  atque  cum  ea  pa- 
«  riter  transmisit  (  al  Pontefice  Pe- 
«  lagio  II  )  indicans  quale  per  eam 
M   miraculum  contigisset  ". 

Ma  Francesco  Cancellieri  nelle 
sue  erudfte  Notizie  del  carcere  Tul- 
liano ^  detto  poi  Mamertino,  ove  fa 
rinchiuso  s.  Pietro,  e  delle  catene 
con  cui  vi  fu  avvinto  prima  del  suo 
martirio,  non  solo  dice  che  la  li- 
matura di  esse  fu  racchiusa  entro 
chiavi,  ma  anche  entro  crocette,  e 
che  le  une  e  le  altre  furono  d'oro 
e  di  argento,  non  che  entro  qual- 
che prezioso  reliquiario ,  dicendoci 
inoltre,  che  le  chiavi  nella  forma 
erano  simili  a  quelle  della  confessio- 


CAT 

no  o  tomba  di  s.  Pietro.  Il  citato  Pa- 
pcbrochione  riporta  la  forma  con  di- 
versi disegni.  Tali  chiavette  si  portava- 
no appose  al  collo  per  essere  scam- 
pati da  disgrazie ,  e  da  ogni  male 
per  r  intercessione  di  s.  Pietro,  e 
si  solevano  accostare  agli  occhi  per 
divozione.  Egli  pertanto  racconta , 
che  i  legati  imperiali  spediti  nel- 
l'anno  5 19  da  Giustiniano  I  al 
sommo  Pontefice  Ormisda ,  gli  ri- 
chiesero qualche  porzione  di  queste 
catene  pel  singoiar  culto,  in  cui  era- 
no tenute  sino  dai  tempi  i  più  ri- 
moti. Oltre  i  citati  esempi,  s.  Gre- 
gorio I  ne  mandò  pure  ad  altri  so- 
vrani e  personaggi  sì  ecclesiastici 
che  secolari,  consoli  e  patrizi,  usan- 
do queste  formule  :  >»  Clavem  a  sa- 
M  cratissimo  d.  Petri  corpore  vobis 
M  transmisimus,  in  qua  ferrum  de 
«  catenis  ejus  clausura  est,  et  quod 
»  illius  collum  ligavìt  ad  martyrium, 
w  vestrum  ab  omnibus  peccatis  sol- 
M  vat".  E  per  riguardo  alle  croci: 
«  Transmisimus  crucem  parvulam, 
»  in  qua  de  catenis  b.  Petri  apo- 
M  stoli  apposita  est  benedictio,  quac 
«  oculis  vestris  assidue  superpona- 
«  tur,  quia  multa  per  eamdem  be- 
M  nedictionem  miracula  fieri  con- 
M  sueverunt". 

Gli  altri  Pontefici,  che  spedirono 
questo  dono,  rammentati  da  Cancel- 
lieri, sono  s.  Vitaliano  che  ne  man- 
dò alla  consorte  di  Oswio  re  dei 
iiortumbri,  scrivendogli:  «  Conju- 
M  gi,  nostrae  spirituali  filiae,  direxi- 
«  mus  crucem,  clavem  auream  ha- 
«  bentem  de  sacra tissimis  vinculis 
«  bb.  apostolorum  Petri  et  Pauli  ". 
Costantino,  creato  Papa  nell'  anno 
708 ,  inviò  ad  Eraldo  arcivescovo 
viennense,  de  Vinculis  apostolorum. 
S.  Gregorio  VII  fece  lo  stesso  do- 
nativo anche  ad  Alfonso  re  di  Ca- 
stiglia,    a   cui  scrisse:  »  Ex  more 


CAT 
»»  sanctorum ,  misimus  vobis  clavi- 
M  culam  auream  in  qua  de  catenis 
M  h.  Petri  benedictio  continetur  ",  e 
per  rinnovare  questi  antichi  esempi, 
nei  secolo  decorso,  Benedetto  XIV 
volle  arricchire  collo  stesso  prezioso 
dono  la  sua  chiesa  bolognese,  che 
continuava  a  governare  da  Papa. 
E  poi  da  avvertirsi,  come  meglio 
diremo  all'  articolo  Chiavi  (  Fedì) , 
che  nelle  chiavi  della  confessione  di 
s.  Pietro  spedite  a  Carlo  Magno  re 
de*  francesi  nell'anno  796  da  s. 
Leone  III,  il  Baronio  a  detto  anno, 
n.  1 1 ,  il  Bellarmino,,  de  traslat.  im- 
perii lib.  I,  e.  i3  p.  345^5  il  Pape- 
brochio,  in  t.  V,  junii,  p.  4^3,  e  il 
Catalano,  in  t.  XI,  pontificali^  rom. 
p.  3g6,  hanno  sostenuto  esservi  in- 
clusa la  limatura  di  ferro  delle  stes- 
se catene ,  ad  onta  di  quanto  scris- 
sero Nicola  Alemanni ,  De  Latera^ 
nen.  Parietinis,  e.  i4,  p,  i4>  ^  A^" 
drea  Vittorclli,  in  addition.  ad  Ciac- 
coniuni  in  vita  Leonis  III^  t.  I,  p. 
368.  Molti  altri  esempi  di  detto 
pio  costume  si  leggono  presso  il  Se- 
verano  nelle  sue  Memorie  sacre  del- 
le sette  chiese  di  Roma. 

Fra  i  prodigi  operati  da  Dio  per 
intercessione  di  s.  Pietro,    ai  vene- 
ratori delle  sue  catene,   non  si  de- 
ve   passare    sotto    silenzio ,  che  nel 
pontificato  di  Giovanni  XIII  nell'an- 
no 967,  e  mentre  l'imperatore  Ot- 
tone I  dimorava  in  Roma ,  un  de- 
monio entrò  in  uno  dei  signori  del 
\         suo  seguito,  per  lo  che  si  ebbe  ri- 
;         corso  alla  catena   di    s.    Pietro ,    la 
;         quale  gli  fu  messa  intorno  al  collo, 
I         e  subito  ne  restò   perfettamente  li- 
;         berato.    Dne    anni    dopo    lo    stesso 
j         Pontefice  tolse  un  anello  delle  stesse 
catene,  e  lo  inviò  in  dono  al  vesco- 
vo di  Metz,  giacché  solevano  i  Papi 
donarne  quando  era  seguito  qualche 
miracolo.  F.  il  Zaccaria,  Storia  let- 


CAT  255 

tcraria  d'Jtalia,  t.  III,  p.  893,  che 
combatte  il  Basnage  impugnatore 
dell'  identicità  delle  catene  di  s.  Pie- 
tro. Su  questo  argomento ,  più  di 
ogni  altro,  è  da  consultarsi  la  dot- 
tissima Dissertatio  de  catenis  sancii 
Petri j  Romae  1828,  del  celebre  p. 
abbate  Michelangelo  Monsacrati  ca- 
nonico regolare.  Ne  minor  prova 
della  venerazione  prestata  a  queste 
catene  sono  i  miracoli,  de'  quali  fan- 
no buona  testimonianza  s.  Gregorio 
Magno  in  più  luoghi  delle  sue 
lettere,  specialmente  l.  I,  ep.  3o, 
3i  ;  s.  Gregorio  Turonese,  1.  I,  de 
gloria  martyrum,  e.  28  ;  e  l'  antico 
autore  del  Sermone  de  vìnculis  s. 
Petri,  neìV  Omeliario  d'Alenino. 

La  festa  istituita  in    onore    delle 
caténe  di  s.  Pietro  è    anche  un'  al- 
tra prova  della  loro  esistenza  in  Ro- 
ma ;  la  qual  festa  in  tutti    i  calen- 
dari, i  martirologi,  e  i  sagramentari 
publjUcati  dal  Pamelio,  dal   Rocca, 
da  Ugone  Menardo,  dal  Tom  masi , 
da  monsignor  Giorgi   si  trova  nota- 
ta; anzi  in    più    luoghi    gnardavasi 
tal  festa  come  di  precetto.  Neil'  an- 
tico calendario    germanico  del    Be- 
chio   essa    è    segnala   coi    medesimi 
caratteri    rossi ,    come    sono    notate 
quelle  di  s.  Lorenzo,  di  s.  Bartolo- 
meo, e  di  s.  Paolino  di  Treveri.  Il 
detto  Monsacrati  ne  parla  a  p.    28 
con  molta  erudizione,    riportandone 
copiosi  esempi  estratti  dai  concili  di 
chiese  particolari,    e    da    altri  libri. 
Nel  martirologio  Centulense  si    leg- 
ge, il   di    primo    d'agosto:    Romae 
ad  rincula  s.  Petri  festivus  et  sole- 
mnis  concursus  j  e  Jacopo  Gaetano, 
il  quale  fiorì  sotto  Bonifacio  Vili,  nel 
suo  Ordinario  s.  rornanae  ecclesiae, 
afferma  :  in  festo  s.    Petri   non  fie- 
hat  concisto rium.  Dal  che  pare  che 
questa  festa  anche  in    Roma    fosse 
riguardata  a  quei  tempi   come   so- 


256  CAT 

lenne.  I  greci  con  pieno  uJTlzio,  e 
con  doppio  canone  solennizzavano 
pure  questa  festa,  ma  a*i6  genna- 
io .  Tra  essi  già  era  in  vigore  nel 
nono  secolo,  essendone  una  prova 
manifèsta  il  trovarsi  registrata  nel 
martirologio  di  IJasilio  imperatore 
scritto  circa  1*  anno  886,  e  celebra- 
to da  Giuseppe  denominato  l'inno- 
grafo, il  quale  morì  nell'SBS.  Quan- 
do poi  cominciasse  tra  i  latini,  nel- 
la grandissima  varietà  de'  sentimen- 
ti degli  scrittori,  riportati  dal  Mon- 
Kicrati  a  pag.  3o  e  seg.,  sembra  a 
lui  più  verosimile  il  principio  coU'e- 
poca  dell'  erezione,  o  riedificazione 
della  stessa  basilica  Eudossiana  di  s. 
Pietro  in  Vinculis.  Antichissimo  poi 
è  il  rito,  che  si  usa  in  Roma,  di  ba- 
ciare con  riverenza  le  catene  di  s. 
Pietro,  siccome  attestano  i  martiro- 
logi, i  sagramentari ,  non  che  gra- 
vi autori  ;  divozione,  che  continua 
oggidì,  e  recandosi  nel  giorno  della 
festa  in  detta  chiesa  il  Sommo  Pon- 
tefice, non  solo  bacia  con  venerazio- 
ne i  sacri  ferri ,  ma  se  li  pone  al 
collo. 

Queste  s.  catene  si  conservano  pre- 
sentemente in  una  cassetta  d'argen- 
to cesellato,  prezioso  lavoro  fatto 
eseguire  dai  canonici  regolari  di  s. 
Pietro  in  Vincoli;  la  quale  cassetta 
è  rinchiusa  nella  sagrestia  entro  una 
profonda  cavità  difesa  nella  sua  aper- 
tura da  un  cancello  di  ferro,  che  vie- 
ne coperto  da  due  sportelli  lavorati 
in  bronzo  dagli  elegantissimi  artefici 
fiatelli  Pollajuolo,  in  quella  basilica 
sepolti,  i  quali  sembra  abbiano  riu- 
nito in  tale  lavoro  le  bellezze  tutte 
della  loro  arie  immortale.  Le  sud- 
dette catene  di  s.  Pietro  non  pos- 
sono estrarsi  che  aprendo  tre  luo- 
ghi distinti  chiusi  con  tre  distinte 
chiavi,  una  delle  quali  è  presso  il 
Sommo  Pontefice,  custodita  però  da 


CAT 

monsignor  maggiordomo;  la  secon- 
da è  presso  il  Cardinal  titolare  di 
quella  basilica  celebratissima,  la  ter- 
za finalmente  è  presso  l' abbate  di 
vS.  Pietro  in  Vincoli.  Due  volte  al- 
l' anno  si  espongono  alla  venerazio- 
ne de'  fedeli,  nel  quinto  giorno  cioè 
fra  r  ottava  de'  ss.  Pietro  e  Paolo 
quando  i  prelati  chierici  di  came- 
ra vi  fanno  la  cappella  prelatizia 
(Vedi),  secondo  la  costituzione  di 
Benedetto  XIV,  e  nella  summenlo- 
vata  festa  delle  catene  stesse  per  tutta 
r  ottava. 

Il  Cancellieri  neir  opera  citata,  al 
capo  XV,  Quando  fu  istituita  la 
festa  dei  Vincoli  di  s.  Pietro,  de- 
scrive i  diversi  pareri  e  le  supposi- 
zioni degli  autori,  che  ne  danno  il 
vanto  a  s.  Alessandro  I,  a  s.  Siri- 
ciò,  a  s.  Innocenzo  I,  ed  a  s.  Sisto 
III  ;  ma  di  ninno  si  ha  certa  testi- 
monianza, perchè  s.  Leone  I,  suc- 
cessore di  s.  Sisto  III,  in  un  ser- 
mone recitalo  nella  chiesa  di  s.  Pie- 
tro suir  Esquilino,  fece  riflettere  al 
popolo  ivi  adunato  la  doppia  ragio- 
ne che  aveva  di  rallegrarsi,  una  cioè 
della  festa  de'  Maccabei,  che  ricor- 
reva in  quel  giorno,  e  che  è  la  so- 
la festa  de'martiri  dell'antico  testa- 
mento, la  quale  fra  noi  si  celebri, e  l'al- 
tra della  dedicazione  della  chiesa , 
senza  neppur  nominare  i  santi  vin- 
coli.  Finalmente  si  attribuì  l'in- 
troduzione della  festa  anche  a  s. 
Pelagio  L  Si  può  però  ritenere,  che 
coir  introduzione  della  solennità  dei 
vincoli  di  s.  Pietro  si  sieno  volute 
abolire  le  feste,  che  in  Roma  face- 
vansi  in  onore  di  Augusto ,  oltre 
quella  della  dea  Speranza,  per  la 
dedicazione  fattale  in  quel  giorno 
del  suo  tempio  nel  foro  olitorio,  e 
la  celebrazione  de'  combattimenti  e- 
questri  per  l'altra  dedicazione  del 
tempio  di  Marte,  riferita  da  Dione, 


CAT 
lìh.  IX  histor.  p.  667.  Da  questa 
poi  derivò  l' uso,  che  dura  anche 
ni  presente,  di  stare  in  allegria  e 
d' invitare  a  mensa  gli  amici,  locchè 
chiamasi  volgarmente  ferrare  ago- 
sto, come  osserva  l'Ugonio  nelle  Sta- 
zioni di  Roma,  p.  53,  ed  anche  il 
fer  ad  Aiigustunij  come  io  credo,  da 
cui  è  venuto  il  cos'i  detto  Ferra  gesto  j 
e  non  dai  ferri  delle  catene  di  s.  Pie- 
tro, di  cui  si  celebra  la  festa,  come 
pensò  il  Bernini,  loco  citato^  confutato 
dal  p.  Carmeli,  Storia  di  vari  costu- 
mi sacri  e  profani  degli  antichi  a 
noi  pervenuti j  Venezia  1778,  capo 
X,  dell'  uso  che  si  chiama  ferrare 
agosto,  tom.  IL  p.    176. 

CATERINA  (s.).  Ordine  equestre 
del  monte  Sinai y  o  di    Gerusalem- 
me.   Nell'anno     io63,    ovvero    nel 
1067,  alcune  pie,  e   nobili    persone 
vollero  istituire,  ad  esempio  de'  ca- 
valieri del  s.  Sepolcro,  un  Ordine  e- 
questre  sotto  la  regola  di  s.  Basilio, 
in    difesa    della  Chiesa  cattolica,    e 
per  custodire  il  corpo    di    s.    Cate- 
rina   vergine    e    maitire    rinvenuto 
nel  monte  Sinai,  ponendosi  sotto  il 
patrocinio  della  santa,  e  del  suo  no- 
me fregiando  l'Ordine.  Difendevano 
ed  alloggiavano  i  pellegrini,  che    si 
recavano  ne'  luoghi  santi  di  Palesti- 
na, e  il  sepolcro  della  loro  patrona. 
Aumentatosi    il    numero    di    questi 
cavalieri,  elessero  un    gran  maestro, 
€  formarono  in  seguito  anche  delle 
commende.  Professavano  la    castità 
coniugale,  e  per  due  anni  ciascuno 
era  obbligato  alla  custodia    del  sa- 
gro deposito.  L' abito   consisteva   in 
una  tonaca  bianca,    e    per    insegna 
portavano  sopra  esso    gì'  istromenti 
del  martirio  di  s.  Caterina,  che  con- 
sisteva in  una   mezza  ruota  armata 
di  punte  taglienti,  e  traversala    da 
una  spada  tinta  di  sangue.    Ma    e- 
steso  il  dominio  degli  ottomani  sul- 

VOL.    X. 


CAT  1^7 

l'impero  d'oriente,  l'Ordine  venne 
estinto,  sebbene  nel  libro  degli  Ordini 
Equestri,  stampato  a  Parigi  nel  1 67  i  , 
si  affermi  ancora  a  quell'  epoca  in 
parte  sussistere,  perchè  i  monaci 
basiliani,  custodi  del  corpo  di  s.  Ca- 
terina, conferivano  le  insegne  e  il 
cavalierato  ad  alcun  pellegrino,  che 
prometteva  osservare  la  castità  con- 
iugale, ed  obbedienza  a  s.  Basilio. 
V.  Giustiniani,  Historie  cronologiche 
degli  Ordini  equestri,  pag.  1 2  i ,  e 
Bonanni,  Catalogo  degli  Ordini  e- 
questri  e  regolari  pag.   1  r . 

CATERINA  (s.)  Vigri  detta  di 
Bologna  ^  Badessa  della  Clarisse 
di  Bologna  _,  nacque  in  questa  cit- 
tà nell'anno  i4i3.  Fino  da  fan- 
ciulla diede  ella  non  dubbi  segni 
di  santità,  e  quantunque,  a  cagio- 
ne dell'altezza  del  suo  casato,  in 
età  di  dodici  anni,  fosse  già  dama 
di  onore  della  principessa  Marghe- 
rita d' Este,  poiché  dopo  due  anni 
ne  fu  liberata  ,  non  amando  che 
di  servire  Dio  solo,  si  ritirò  in 
Ferrara,  presso  alcune  pie  femmi- 
ne del  terzo  Ordine  di  s.  France- 
sco. Eretta  in  progresso  di  tempo 
questa  congregazione  a  monistero 
sotto  la  regola  di  santa  Chiara,  vi 
fece  anch'  ella  i  solenni  voti,  ed  ivi 
rimase  in  fino  a  che  fu  fondato  il 
convento  delle  Clarisse  di  Bologna , 
delle  quali  fu  la  prima  priora.  Tut- 
te quelle  virtù,  che  devono  adorna- 
re una  più  perfetta  religiosa  ,  era- 
no da  lei  possedute  in  grado  emi- 
nente così,  che  il  Signore  la  volle 
premiata  anche  in  questa  vita  del 
dono  dei  miracoli  e  della  profezia. 
Senza  pronunciare  accertato  giudi- 
zio sulla  verità  di  quelle  visioni  e 
rivelazioni,  che  a  lei  si  vogliono  at- 
tribuite ,  poiché  è  facile  in  que- 
sto genere  di  cose,  come  ne  avvisa 
Benedetto  XIY  (  de  Canon.  SS.  ) , 
^7, 


a^  CAT 

il  cadere  in  fantasticherie  ,  solo 
dii'emo  ch'ella  fu  veramenle  un'a- 
nima assai  diletta  al  Signore,  se 
anche  al  presente  con  un  conti- 
nuo miracolo  Egli  si  degna  con- 
servarne fresche  e  palpabili  le  sa- 
cre spoglie,  che  si  custodiscono  col- 
la maggior  pompa  e  devozione  nel- 
la chiesa  delle  Clarisse  in  Bologna. 
Morì  il  nono  giorno  di  marzo  nel 
i463 ,  contando  il  cinquantesimo 
anno  di  età.  Clemente  Vili,  nell'an- 
no 159?.,  pose  il  suo  nome  nel  mar- 
tirologio romano.  Clemente  XI  nel 
1712  compi  il  processo  della  sua 
canonizzazione,  che  solennemente  ce- 
lebrò,nella  basilica  vaticana;  mala 
bolla  non  fu  spedita  che  sotto  Be- 
nedetto JlIII,  nel   1724. 

CATERINA  (s.)  di  Svezia.  Fu 
figliuola  di  santa  Brigida  e  di  Ul- 
fone,  principe  di  Nericia  in  Isvezia. 
Nella  età  di  sette  anni  entrò  nel 
monistero  di  Risberg,  per  riceverne 
cristiana  educazione,  e  legatasi  ap- 
presso in  matrimonio  con  Egardo, 
giovane  di  molta  pietà,  di  mutuo  pa- 
rere si  obbligarono  a  vivere  conti- 
nenti, aiutandosi  l'un  l'altro  nell'eser- 
cizio delle  virtù,  e  nelle  pratiche  di 
carità.  Morto  il  padre  di  lei,  si  unì 
alla  madre  sua  nel  viaggio  di  Pa- 
lestina, e  rimasta  priva  anche  di 
questa,  per  morte  avvenutane  in  Ro- 
ma, ritornò  in  Isvezia,  dove  si  fece 
religiosa  nel  monistero  tìi  Watzen, 
di  cui  morì  badessa  ai  24  di  mar- 
zo i38i.  Il  martirologio  romano 
fa  memoria  di  lei  il  giorno  vigesi- 
rao  primo  dello  stesso  mese. 

CATERINA  (s.)  da  Siena,  nacque 
in  questa  città  l'anno  i347,  ^^ 
Giacomo  Benincasa,  discendente  del- 
la famiglia  Borghese.  Le  belle  do- 
ti dello  spirito  e  del  corpo,  che  fi- 
no da  fanciulla  la  adornavano,  le 
meritarono  il   nome   di    Eufrosina. 


CAT 

L' orazione   e  la  solitudine  costituì-- 
vano  il  meglio  delle  sue  delizie,  ed 
aflinchè    il   suo  cuore  non  fosse  di- 
viso fra  la  creatura   ed  il  creatore, 
tenera  ancora  degli  anni,    fece  voto 
di  rimanersi  vergine  in  tutta  la  vita. 
Questa    sua     deliberazione    costò    a 
lei  non  lievi,  né  brevi  contrasti  per 
parte  specialmente  dei  suoi  genitori, 
che    adoperarono    ogni    maniera    di 
persuasione  per  indurla  ad  unirsi  in 
matrimonio.  Ella,    anziché  mancare 
al  suo  votoj    sostenne    in  pace  ogni 
più  duro  travaglio,  ed  afline  di  stri- 
gnersi  maggiormente  a  Dio,  addop- 
piò le  usate    sue    pratiche   di  devo- 
zione,    e    fu    tutta    nelle    opere    di 
carità  e  mortificazione.  Di  soli  quin- 
dici anni  era    già    così   avanti  nella 
via  della  perfezione,  da  non  saper- 
si   che   più    bramare ,    e    nel    1 365 
vestì  r  abito  del  terzo  Ordine  di  «. 
Domenico.  Il  Signore  la  volle  afflit- 
ta da  gravi  malattie  corporali,   che 
tollerò    con    eroica  pazienza.    Egli , 
che  volea  sempre  più  renderla  a  se 
diletta,  permise  ancora  che  il  demo- 
nio in  varie  guise,  e  con   vari   ten- 
tativi d'impurità  la  tentasse,  e  che 
cadesse  nelle  più  affliggenti  desolazio-: 
ni  di  spirito;  ma  Caterina,  a  mezzo 
della    preghiera,    dell'  umiltà,    della 
rassegnazione,  e  di  una  ferma  con- 
fidenza  in  Dio,    ne   riportò  sempre 
felicissimi  effetti.   Fu  singolare  la  sua 
carità  verso   i    poveri,    e    l'ardente 
suo  zelo  per  lo  vantaggio  dei  pros- 
simi ,     segnatamente     riguardo     allo 
spirito,    sicché  non    può  dirsi  abba- 
stanza    quanto     ella    abbia    giovato 
alla  conversione  dei  peccatori,  se  ebbe 
a  dire  il  Pontefice  Pio  II,  che  non 
era  possibile  avvicinarsi   a   lei  senza 
tornarne  migliori.  Troppo  lunga  cosa 
sarebbe  il  narrare  delle    sue    estasi, 
de'  suoi  doni  particolari ,   e  dei  mi- 
racoli da    lei  operati,    e   basterà  ai 


CAT 

noslro    intcìulimcnto    averne     fatto 
solainenlc  cenno.  Fu  fornita  di  lar- 
ghi lumi  soprannaturali ,  e  tanto  ne 
sapeva  innanzi  nelle  cose  sacre,  da 
tirarsi    1'  invidia  di  alcuni  dottissimi 
uomini  di  quell'  età.  Ebbe  relazioni 
di  lettere    e    di  persona  con  Ponte- 
fici,   con  sovrani,    con  Cardinali,  e 
sempre  pel  maggior  bene  della  Chie- 
sa  di  Dio,  incontrò  viaggi ,  sostenne 
legazioni,      consigliò    illustri    perso- 
naggi a  vieppiù  accrescere  la  gloria 
del  Signore,    a    mantenere    la  pace 
dei    popoli,    a     togliere    gli    insorti 
scismi.  La  sua  vita  in  somma  fu  un 
intreccio  continuo  di  contemplazione 
e  di    azione,    ed    oltre    all'  esempio 
delle    sue    virtù    singolari,  ci    lasciò 
delle  opere,    le    quali    non  possono 
non  riuscire  preziose  a  tutti  quelli, 
che  sanno  amare  la  vera  pietà.  So- 
no queste  :    Sei  trattati    in   dialogo , 
un  discorso  sulla  Annunciazione  della 
santa    Vergine,    e    trecentosessanta- 
quattro  lettere,  le  quali  ultime  sono 
anche  scritte    con   tale   proprietà  di 
lingua,  che  gli  accademici  della  Cru- 
sca le  allegano  come  testo  di  lingua 
nel  loro  vocabolario.  Morì  in  Roma 
a'  29  aprile  dell'anno  i38o,  nell'età 
di    soli    trentatre    anni ,    dopo  aver 
esortato    efficacemente    Gregorio  XI 
a    restituire    a    Roma    la    residenza 
pontificia,  siccome  fece,  ed  ebbe  se- 
poltura nella  chiesa  di  s.  Maria  so- 
pra Minerva    (Vedi),    nella  quale  è 
custodito  tuttora  il  suo  corpo  sotto 
un  aliare.  11  cranio  di  lei  è  posseduto 
dalle    domenicane   di    Siena,    ed  in 
quella  sua  patria  si  conservano  con 
la   più    religiosa    cura    la    sua  casa, 
gli    strumenti    della    sua    penitenza, 
ed  altre  cose  ancora,  che  le  appar- 
tenevano.   Fu    dichiarata    santa    da 
Pio  II,  nel  i46r,  e  Urbano  Vili  ne 
trasferì  la  festa   al  giorno  trenta  di 
amile. 


CAT  2% 

CATERINA  (s.)  V.  e  M.  Di  que- 
sta santa  si  può  con  certezza  sa- 
pere soltanto,  che  nacque  di  stir- 
pe reale,  che  fu  dotata  di  rari  ta- 
lenti, e  ricca  di  tanta  dottrina  da 
confondere  un'  intera  assemblea  di 
filosofi  pagani,  coi  quali  Massimino 
l'avea  posta  a  disputa,  e  che  coro- 
nò la  sua  vita  colla  gloria  del  mar- 
tirio in  Alessandria.  Intorno  alla 
traslazione  del  corpo  della  santa 
martire,  monsignor  Falconi,  arcive- 
scovo di  s.  Severino  (  Comment.  ad 
Capponianas  Tabulas  Ruth.  Ro- 
mae  lySS,  pag.  36),  cosi  scrive: 
è  detto  che  il  corpo  della  santa 
fu  portato  dagli  Angeli  sul  monte 
Sinai ,  locchè  significa  che  i  mo- 
naci del  Sinai  lo  portarono  nel 
loro  monistero  per  arricchirlo  di 
sì  prezioso  tesoro ....  Si  sa ,  che 
l'abito  monastico  fu  detto  sovente 
abito  angelico^  e  che  anticamente 
i  monaci  erano  chiamati  angeli*. 
A  cagione  dell'  alto  suo  sapere, 
fu  scelta  a  patrona  e  modello  delle 
filosofiche  scuole.  La  festa  di  lei  ri- 
corre a'  25  di  novembre. 

CATERINA  DE  Ricci  (s.),  nacque 
a  Firenze  l'anno  i522,  da  Pietro 
de  Ricci,  e  da  Caterina  Bonza,  am- 
bidue  d'  illustre  famiglia.  Chiama- 
vasi  prima  Alessandrina,  ma  votan- 
dosi a  Dio,  assunse  il  nome  della 
madre,  che  aveva  perduta  sino  dalla 
più  tenera  età.  Poiché,  fanciulla 
ancora,  avea  dimostrate  le  più  felici 
disposizioni  dell'  animo,  il  padre  di 
lei  divisò  affidarla  alle  cure  delle 
religiose  di  Monticelli  in  sua  patria, 
e  la  solitudine,  che  ad  altri  di  quel- 
la età  avrebbe  messo  in  cuore  la 
più  cupa  tristezza,  non  fu  per  essa 
che  oggetto  di  spirituale  delizia.  Ri- 
chiamata a'  dodici  anni  nel  mondo, 
non  fu  però  che  abbandonasse  gli 
usati  esercizi  di  religione,    ma  per- 


,ea  CAT 

elle  temeva  le  soverchie  agiatezze 
del  vivere  la  togliessero  a  poco  a 
poco  dall'  intrapreso  cammino  di 
santità ,  volle ,  acconsentendovi  il 
padre,  ritirarsi  ben  tosto  fra  le  do- 
menicane di  Prato,  nella  Toscana, 
e  presevi  il  velo,  non  compiuto  per 
anco  il  terzo  lustro  dell'età  sua. 
Quivi  per  due  anni  interi  fu  segno 
a  molte  e  svariate  infermità ,  che 
sostenne  con  sovraumana  pazienza; 
e  ritornata,  come  per  miracolo,  a 
salute,  non  tralasciò  ogni  più  rigida 
penitenza ,  a  purificare  il  suo  cuore 
da  ogni  terrestre  affezione,  per  unirsi 
più  strettamente  ai  suo  Dio.  Umile, 
obbediente,  devota,  era  divenuta  in 
breve  luminoso  esempio  alle  sue 
sorelle  religiose,  ed  oggetto  di  ve- 
nerazione a  principi,  a  vescovi,  a 
Cardinali,  che  in  gran  numero  trae- 
vano per  visitarla.  Fu  maestra  delle 
novizie,  indi  sottopriora,  e  da  ultimo 
priora  perpetua  in  età  d'anni  venti- 
cinque. Resse  con  impareggiabile 
saggezza  il  suo  monistero,  incontrò 
corrispondenza  per  lettere  con  san 
Filippo  Neri,  e  siccome  ardevano 
entrambi  del  desiderio  di  vedersi, 
il  Signore  accmdò  loro  questa  con- 
tentezza di  spirito  per  una  visione, 
in  cui  ebbero  a  conoscersi  di  perso- 
na ed  a  ragionar  molto  a  lungo. 
La  favori  pure  il  Signore  della  gra- 
zia non  ordinaria  dei  rapimenti  spi- 
rituali, e  nel  fervore  dell'orazione 
toccò  il  sublime  diletto  delle  verità 
celestiali.  Finalmente,  consumata  per 
le  asprezze  continue  e  frequenti  ma- 
lattie del  suo  corpo,  contando  il 
sessagesimo  settimo  anno  di  vita, 
volò  al  cielo,  il  giorno  i  di  febbraio 
dell'  anno  1589.  Clemente  XII  la 
beatificò  nel  1732,  e  Benedetto  XIV 
la  dichiarò  santa  con  solenne  cano- 
nizzazione nell' anno  1746,  e  ne  sta- 
bilì la  sua  festa  a'  i3  di  febbraio. 


CAT 
CATERINA  DI  Gewova  (s.)  Tras- 
se  i  natali  in  Genova  dalla  celebre 
famiglia    Fieschi,    de' conti     sovrani 
di  Lavagna,  verso  l'anno  i44^-  'A"t- 
ti    ammiravano    nella    sua    infanzia 
la  perfezione  della  consumala  virtù, 
e  l'eroismo  più  nobile  nella  severa 
mortificazion  di  sé  medesima.    Ella 
stessa  ci  fa  sapeit,  che  nell'  età  di 
dodici  anni  volea  consecrarsi  a  Dio 
nello  stato  religioso  ;  ma  l' obbedien- 
za piuttosto  la  condusse   ad    impal- 
mare tre  anni  dopo  un  gentiluomo 
genovese  per  nome  Giuliano  Ador- 
no. Dir  non  si  può  abbastanza  quan- 
to ella    sofferisse  di    tribolazioni    in 
quegli  anni  che  visse  col  marito,  e 
insieme  non  si  può  a  sufficienza  en- 
comiare la  di  lei    pienissima    rasse- 
gnazione.    Ravvedutosi    Adorno  dei 
faUi  suoi,  ed  entrato  nell'  Ordine  di 
s.  Francesco,  Caterina  si  diede  con 
tutte  le  sue  forze  al  divino  servizio, 
e    volendo    unire   alla    contemplati- 
va eziandio  la  vita    attiva,    si    pose 
nel  grande  spedale  di  Genova,    ove 
per  molti    anni  servì    gli    ammalati 
con  somma  carità    e  tenerezza.  Pe- 
rò la  sua  carità  non  potea  starsene 
rinchiusa  ne'  soli    angusti    limiti    di 
quel    luogo,    e    ben  presto  si  dira- 
mò a  tutti  gl'infermi  della  città,  ai 
quali,  se  non  potea  colla  persona,  sem- 
pre soccorsi  procacciava  col  danaro 
e  con    altre    prestazioni.    Il    suo  a- 
more  pegl'  infermi    segnalato    si  fe- 
ce nella    pestilenza,  che  in    Genova 
recò  gi,\asti  terribili  negli  anni  i497 
e     i5oi.    Le   sue    discipline    punto 
non  avevano  da  invidiare  a    quelle 
de'  più  austeri  anacoreti  ;  digiunò  in 
una  maniera  miracolosa,  e  fu  assidua 
all'  orazione  e  alla  meditazione    per 
modo    d'impiegarvi    le  intere    not- 
ti.   L'amore  poi    verso    G.    C.    nel 
divin     Sagramenlo   era    in    lei    co- 
sì grande,  che  specialmente  nell'at- 


C.VT 

to  della  ss.  Comunione  «e  ne  ve- 
ctevaiio  segni  più  manifesti,  e  spes- 
so ancora  levala  veniva  in  giocon- 
dissima estasi.  Dopo  kmga  malattia 
e  assai  penosa,  passò  di  questa  vita 
a'  1 5  settembre  i5io,  in  età  d'an- 
ni sessantatre.  Diciotto  anni  dopo  la 
sua  morte  venne  dissotterrato  il  cor- 
po di  lei.  e  fu  trovato  incorrotto,  e 
fin  da  allora  venne  riguardata  come 
beata.  Clemente  XII  poi  la  cano- 
nizzò solennemente  nel  lySy,  e  Be- 
nedetto XIV  fece  porre  il  nome  di 
lei  nel   martirologio  a'  22  luglio. 

CATERINA  Mattei  (b.)  Nacque 
a  Raconiggi  nel  Piemonte  l' anno 
i4S6.  Cominciò  nella  sua  infanzia 
a  gustare  le  dolcezze  divine,  colle 
quali  Iddio  l'andava  disponendo  al- 
le più  alte  virtù.  La  sua  vita  è  ri- 
piena di  fasti,  che  danno  a  conosce- 
re con  quale  liberalità  il  Signore 
versasse  le  sue  grazie  sopra  quest'a- 
nima pura,  e  con  quale  fedeltà  el- 
la vi  corrispondesse.  Il  digiuno  e  le 
austerità  erano  le  sue  pratiche  or- 
dinarie. Così  bene  riuscì  nella  i- 
mitazione  della  vita  di  s.  Cateri- 
na da  Siena ,  cui  si  era  proposta 
a  modello,  che  fu  detto  non  esser- 
vi tra  lei  e  questa  santa  che  la  so- 
la differenza  della  professione  reli- 
giosa. Morì  presso  Carmagnuola,  nel 
i547,  e  fu  illustre  assai  pei  mi- 
racoli operati  nella  sua  tomlDa.  An- 
zi a  maggior  incremento  del  culto 
di  lei.  Pio  VII,  nel  18 19,  permise 
di  farne  V  officio.  La  sua  festa  fu 
posta  ai  5  di    settembre. 

CATERINA  ToMAS  (b.),  cano- 
nichessa  regolare  dell'  Ordine  di  s. 
Agostino.  Nacque  nel  i533  da  no- 
bili genitori  nel  territorio  di  Maio- 
rica,  una  delle  antiche  isole  Ealea- 
ri.  Era  dotala  di  rara  bellezza,  ma 
le  eccellenti  qualità  dello  spirito  su- 
peravano di  gran  lunga   quelle    del 


CAT  261 

corpo ,    e    già    fanciulla    ancora  da- 
va indizi    della     santità    più    matu- 
ra.   Perduti    i   genitori  in   età  assai 
tenera,  si  ricoverò  presso  un  suo  zio 
materno,  uomo  di  assai    aspre    ma- 
niere, il  quale  volle  occuparla  nei  la- 
vori della  campagna,  e  nella  custo- 
dia della  greggia.   Carica  di  eccessi- 
vo   lavoro ,    non    poteva    attendere 
agli  esercizi  di  pietà  in   quel  modo 
eh'  ella  bramava,  però  sapea  benis- 
simo innalzarsi  a  Dio  nel  mezzo  del- 
le sue  occupazioni,  e  così  del  conti- 
nuo pascolava  il  suo    spirito.    Iddio 
permise,    eh'  ella   fosse   per    qualche 
tempo  oppressa  dagli  scrupoli;    ma 
poi  la  grazia  del  Signore,  e  gli  ot- 
timi consigli  d' un  buon   sacerdote  , 
che  scelto  avevasi  per  confessore,  la 
liberarono  pienamente.    Neil'  età    di 
sedici  anni    si    determinò    a    conse- 
grarsi  a  Dio  in  qualche    monistero. 
Per  tale  sublimissimo  fine  con  eroi- 
ca rassegnazione  e  fortezza  sostenne 
e  vinse  gli   aspri     trattamenti    e  le 
contraddizioni,  che  le  opponevano    i 
suoi  per    allontanarla    dall'  abbrac- 
ciato    desiderio.     Finalmente     entrò 
nell'  Ordine  delle  canonichesse    rego- 
lari   di    s.    Agostino,    dove    fin    dal 
principio    del    suo    noviziato  si    fece 
conoscere  religiosa  perfetta.    Ma    la 
stima,  che  le  si  mostrava,  era    per 
lei  un   vero    supplizio;    cosicché    si 
diede  a  molte    maniere  di   astuzie , 
per    intieramente    distruggere    quel- 
la buona  opinione.    Dopo    ventiset- 
te   mesi    di    noviziato    fu    ammessa 
alla  professione,  la  quale  poi  diede 
fine  ad  una  accanita  guerra,  che    le 
movea  il  demonio  per  distornela  da 
quel    santo  divisamento.    Fatta   mo- 
naca ,    nulla    lasciò    desiderare     alla 
perfezione  delle  sue  virtù.    Era  co- 
sì   amante    della    povertà    che    non 
avea  di  suo  se  non  il  solo    brevia- 
rio; cosi  delicata  nella  purezza  che 


263  CAT 

ogni  piccola  cosa  in  contrario  la  col- 
piva di  tale  orrore  che  persino  giu- 
gnea  a  cader  tramortita;  cos'i  esat- 
ta nella  obbedienza,  che  ammalata 
eziandio  recavasi  al  disimpegno  di 
alcuni  suoi  ufficii,  e  lo  faceva  con 
tutta  alacrità.  Eletta  a  superiora 
def  monistero,  vi  si  oppose  con  tal 
foraa,  che  il  vescovo  ordinò  si  pas- 
sasse alla  promozione  di  un'  altra . 
Rassegnatissima  in  una  lunga  e  pe- 
nosa malattia,  dopo  aver  predetto  il 
giorno  della  sua  morte,  morì  a'5  a- 
prile  dell'anno  iSj^.  Le  sue  virtù 
e  i  suoi  miracoli  le  meritarono  gli 
onori  della  beatificazione,  cui  Pio  VI 
le  decretò  nel    179^. 

CATTANEO  o  CATANEI  Ade- 
lardo  ,  Cardinale .  Adelardo  Cat- 
taneo o  Catinai  ,  secondo  alcu- 
ni ,  nacque  a  Lendinara ,  allora 
sul  Veronese.  Era  canonico  di  quel- 
la chiesa,  quando  Lucio  III,  nel 
dicembre  del  11 83,  Io  creò  Cardi- 
nal prete  di  s.  Marcello  ;  e  Clemen- 
te III  poi  gli  conferì  la  legazione 
d' Oriente  per  la  guerra  di  Terra- 
santa,  ove  espugnata  Accona  dai  cio- 
cesignati,  riconciliò  le  chiese  pollute, 
rimise  gli  altari  rovesciati  dagli  ere- 
tici, e  li  consacrò  cogli  arcivescovi  di 
Toui'S  e  di  Pisa  ,  e  col  vescovo  A- 
riano.  In  appresso  egli  venne  eletto, 
nel  1 1 89,  dal  clero  e  dal  popolo 
di  Verona  a  proprio  vescovo,  la 
qual'  elezione  fu  confermata  da  Cle- 
mente III.  Se  nonché,  dopo  essere 
intervenuto  ai  sagri  comizi  di  Ur- 
bano III,  Gregorio  Vili,  Clemente, 
Celestino,  ed  Innocenzo  III,  morii 
nel  12 12.  Fu  sepolto  nella  chiesa 
di  s.  Zenone  di  Verona  in  mar- 
moreo avello  adornato  da  bella 
iscrizione. 

CATTARO  (Caltaren.).  Città  con 
residenza  vescovile  nel  regno  di  Dal- 
mazia, capoluogo  di  circondario,  già 


CAT 

capitale  d*  un*  antichi  contea  dell'Al- 
bania austriaca,  situata  in  fondo  al 
golfo   conosciuto    sotto   il    nome    di 
Bocche  di  Caltaro.  E  contornata  di 
rupi  elevate,  e  difesa  da  una  citta- 
della chiamata  s.  Giovanni,  che  si  in- 
nalza quattrocento  piedi  sopra  il  livello 
del  mare,congiungendosi  alla  città  per 
mezzo  di  diverse  opere,  che  la  fian- 
cheggiano, le  quali  formano  un  an- 
fiteatro. Il  suo  porto  viene  reputa- 
to il  migliore  di  tutti  quelli  dell'A- 
driatico. Ritengono  alcuni  che    Cat- 
taro,  Catharnnij  sia  1'  antico  Ascri- 
vium    dei    latini.    Fabbricata    verso 
il  sesto  secolo^  assai  soffri  in   epo- 
che diverse  pei  terremoti,    massime 
in  quello  del  i563,  chela  distrusse 
quasi  interamente,  non  che  in   quel- 
lo del    1667,    il  quale  seppellì  nel- 
le rovine  la  metà  degli  abitanti,  re- 
cando gravi  danni  alle  sue  fortifica- 
zioni. 

Per  lungo  tempo  Cattaro  fu  ca- 
poluogo dell^  repubblica  del  suo 
nome,  indi  nel  i366,  fu  tolta  da 
Ludovico  I  re  d'  Ungheria  a  Tuart- 
ko  re  di  Servia,  e  di  Rascia,  da 
cui  era  in  avanti  posseduta.  Nel 
i377j  fu  presa,  saccheggiata,  e  pres- 
soché distrutta  dai  veneziani  nella 
guerra  contro  i  genovesi,  coi  qua- 
H  era  collegato  il  re  Ludovico  I.  In 
appresso  venne  ricuperata,  e  rista- 
bilita da  Tuartko.  Di  poi  se  ne  im- 
padronì Ladislao  re  di  Napoli,  al- 
lorquando alcuni  magnati  ungheresi 
lo  avevano  riconosciuto  per  proprio 
sovrano,  ma  fu  costretto  a  restituirla 
all'imperatore  Sigismondo,  da  cuiCat- 
taro,  nel  i4-i3,  distaccossi  per  darsi 
spontaneamente  alla  repubblica  di 
Venezia,  che  la  conservò  sino  al  1 797, 
nel  qual  anno  pel  trattato  di  Cam- 
po Formio  fu  ceduta  all'  Austria. 
Nel  i8o5,  per  la  pace  di  Presbur- 
gOj  divenne  dominio  de'  francesi,  in- 


di  i  russi  se  ne  resero  padroni ,  e 
la  occuparono  sino  al  trattato  di 
Tilsit,  ili  cui  fu  restituita  alla  Fran- 
cia, ed  incorporata  alle  provincie  il- 
liriche ;  finalmente,  nel  i8i5,  in 
conseguenza  del  congresso  di  Vien- 
na, -venne  l'idonata  all'  Austria. 

La  sede  vescovile  di  Cattaro  van- 
ta r  origine  nel  sesto  secolo  sotto  la 
metropoli  di  Spalatro;  ma  dopo  la 
rovina  prodottale  dagli  schiavoni, 
come  fu  restaurata,  passò  sotto  la 
giurisdizione  di  Antivari,  finche  il 
Pontefice  Alessandro  III,  verso  l'an- 
no 1180,  la  dichiarò  dipendente 
dalla  metropolitana  di  Bari,  come 
lo  è  ancora.  La  sua  cattedrale,  an- 
tico ed  elegante  edifizio,  è  dedicata 
a  Dio  sotto  r  invocazione  di  s.  Tri- 
fone martire.  Il  capitolo  si  compo- 
ne di  due  dignitari ,  V  arcidiacono 
e  r  arciprete,  con  otto  canonici,  uno 
de'  quali  gode  la  prebenda  di  peni- 
tenziere, oltre  alcuni  sacerdoti  e  chie- 
rici addetti  al  culto  divino.  Nella 
cattedrale  si  conserva  il  capo  di  s, 
Trifone,  che  è  il  principale  protet- 
tore tanto  della  città,  che  della  dio- 
cesi, evvi  la  cura  parrocchiale,  che 
si  esercita  da  un  canonico,  ed  il 
cimiterio.  L' episcopio  è  in  buono 
stato.  In  Cattaro  si  trova  ezian-^ 
dio  una  chiesa  collegiata,  sotto 
il  titolo  della  Beata  Vergine  Maria, 
oltre  due  conventi  di  religiosi,  una 
confraternita  della  buona  morte , 
ed  un  ospedale.  La  tassa  della  sua 
mensa  è  registrata  nei  libri  della 
camera  apostolica  in  cinquanta  fio- 
rini. 

CATTEDRA  vescovile.  Sedia  di 
legno,  o  di  pietica  talvolta  con  brac- 
ciuoli,  sulla  quale  sedeva  anticamen- 
te il  vescovo  nell'officiatura  in  mez- 
zo al  suo  clero ,  che  il  circondava 
nel  recinto  dell'  altare,  cioè  nel  se- 
micircolo  dell'  abside ,    o    del    coro 


CAT  263 

antico  delle  chiese,  in  cui  vi  era  da 
ambo  le  parti  un  continuato  sedile 
pei  preti,  inferiore  in  altezza  a  quel- 
lo del  vescovo.  Tali  sedie  vescovili 
si  vedono  in  diverse  antiche  chiese 
particolarmente  episcopali.  Dalla  cat- 
tedra vescovile  la  chiesa  del  vescovo, 
dopo  il  decimo  secolo,  si  appellò  Cat- 
tedrale (Fedì),  ed  in  alcuni  luoghi  fu 
adoperata  dai  vescovi  nel  solo  gior- 
no, che  prendevano  possesso  della 
loro  chiesa.  Laonde  tal  vocabolo,  che 
deriva  dal  greco,  significa  tanto  sede 
vescovile,  che  chiesa  vescovile.  Il 
Sommo  Pontefice  Urbano  I ,  del 
226,  decretò  che  la  cattedra  del 
vescovo  stesse  nella  chiesa  matrice 
in  luogo  eminente,  per  dimostrare 
la  di  lui  potestà  di  giudicare,  di 
assolvere,  e  di  condannare,  e  per- 
chè da  quel  luogo  il  vescovo  scor- 
ga il  popolo  e  il  sorvegh,  e  quello 
veneri  la  maestà  del  prelato.  Cosi 
il  Bernini,  Istoria  delle  eresie^  pag. 

49.     F.    SEDIE. 

Nel  concilio  calcedonense  la  cat- 
tedra antiochena  di  s.  Pietro,  pi'es- 
so  gli  scrittori  latini  dicesi  comune- 
mente Sede  vescovile,  mentre  nei 
primi  tempi  del  cristianesimo  le 
sedi  vescovili  di  maggiore  auto- 
rità e  giurisdizione  ,  si  leggono 
chiamate  Troni  (Fedi),  E  trop- 
po noto,  che  le  antiche  cattedre  dei 
vescovi,  e  di  chiese  illustri ,  furono 
conservate  dai  fedeli  con  venerazio-^ 
ne  religiosa ,  e  fra  le  molte  fare- 
mo menzione  della  cattedra  di  san 
Giacomo  in  Gerusalemme,  e  di  san 
Marco  in  Alessandria.  S.  Aurelio^ 
vescovo  di  Cartagine,  nel  899,  con- 
verti in  chiesa  il  tempio  della  dea 
Celeste,  e  siccome  questa  sedeva  so- 
pra un  leone,  appunto  un  leone  pose 
sotto  la  cattedra  vescovile.  Perciò  a 
quell'epoca  ebbe  origine  la  consuetudi- 
ne di  collocarsi  nelle  chiese  cattedrali 


-a64  C  A  T 

i  troni  de*  vescovi  sopra  il  dorso  di 
leoni  scolpiti,  per  signiiìcare  la  su- 
perbia del  secolo  essere  stata  sog- 
giogata dalla  virtù  della  croce. 

11  vescovo  ha  diritto  di  avere  una 
cattedra,  un  trono,  ovvero  una  se- 
dia eminente  nella  sua  cattedrale , 
sebbene  il  capitolo  fosse  esente  dalla 
di  lui  giurisdizione.  In  progresso  di 
tempo  invece  del  mezzo  dell'abside, 
la  cattedm  venne  eretta  dalla  parte 
destra  dell'altare.  Inoltre  la  catte- 
dra del  vescovo  ha  luogo  non  solo 
in  una  chiesa  esente  dalla  sua  giu- 
risdizione, ma  eziandio  in  una  chie- 
sa ove  abbia  la  cattedra  un  abbate 
mitrato.  Anche  allora  deve  essere 
altresì  posta  a  destra  dell'altare ,  e 
dee  avere  un  gradino  più  elevato 
di  quella  del  prelato,  che  va  collo- 
cata alla  sinistra.  Sì  deve  cuoprire 
la  cattedra  coi  colori  corrispondenti 
al  rito,  con  istoiTa  di  seta,  ma  non 
tessuta  d'oro  o  di  argento,  ed  i  gra- 
dini   devono    ricuoprirsi   di   tappeti. 

Abbiamo  che  Sisto  IV,  nel  i4<^i5 
nei  giorno  sacro  alla  Cattedra  di 
s.  Pietro  (f^edi),  fece  ricoprire  la 
cattedra  di  s.  Pietro  d' un  panno 
d'oro,  come  riferisce  il  Volterrano, 
alludendo  forse  a  ciò,  che  osserva  il 
Cardinal  Baronio  nelle  ultime  anno- 
tazioni al  Martirologio y  num.  io, 
ove  dice  che  costumarono  i  nostri 
maggiori  coprire  le  sedie  episcopali 
con  veli  preziosi ,  quasi  diviniun 
quoddani  tribunal,  e  cita  l'epistola 
20 5  di  s.  Agostino  a  Massimo:  In 
futuro  Dei  judìcio  non  apsides  gra^ 
datce  y  nec  cathedrae  velatce ,  nec 
sanctinionìalium  greges  adliibebun» 
tur  ad  dcfensionem.  Si  ha  il  me- 
desimo nell'epistola  sinodica  de'  ve- 
scovi dell'Egitto,  riferita  nell'apolo- 
gia di  s,  Atanasio.  Di  questo  rito  an- 
tico di  velare  con  panni  li  ni  le  sedie, 
o  cattedie  episcopali,  studiosamente 


CAT 

custodite  nelle  rispettive  chiese,  né 
fa  altresì  testimonianza  Eusebio,  cap. 
IO,    5o,  82  del    lib.    VII;  e  l'epi- 
stola 1    di    Paciano   a    Sempronia- 
no ,     ove  parlando    dello  scismatico 
Novaziano  ,  si  dice  :  An  Novatianus, 
quein  absentem    epistola   episcoputn 
Jinxity  quein  consecranle  nullo,  lin- 
teata  sedes  accepit,  etc.  Di    tal  uso 
di  velare  le  cattedre  de' vescovi  si  fa 
menzione  pure  negli   atti  di    s.  Ci'- 
priano ,    scritti    da  Ponzio    diacono. 
Dei  drappi  di  lama  d'oro,  e  d'ar- 
gento tessuti  con  seta  coi  colori  bian- 
co, rosso,  e  paonazzo,  coi    quaU  si 
ricuopre    la  cattedra  o  sedia  ponti- 
ficale ,  chiamata    propriamente  col- 
trina,    si    tratta     all'  articolo  Gap- 
pelle   Pontificie  ,    nella    descrizione 
del  trono  papale. 

Si  chiamò  cattedra  anticamente 
un  pulpito,  o  luogo  eminente,  da 
dove  il  sacerdote  parlava  al  popolo. 
Oggidì  si  applica  ancora  a  quel  luo- 
go, donde  i  professori  nelle  univer- 
sità danno  le  loro  lezioni ,  per  cui 
dicesi  la  cattedra  della  tal  scienza, 
facoltà,  o  studio.  Il  Du  Mortier,  in 
Etyniol.  graeca  latin,  verbo  cathedra 
la  definisce  :  lus  et  auctoritas  le- 
geni  docendi ,  popnlwn  regendi  _,  et 
judicandi,  onde  dalla  Glossa,  in  Cle^ 
rnent.  e.  3  ,  de  sepuUuris  si  citano 
i  seguenti  versi; 

Rex  solium,  doctor  cathedram,  JU" 

dexquQ  tribunal 
Possidet,  ac  sedeni  praesul  j  prae- 

torque  curale. 

Ma  dall'Ecclesiastico,  7,  4»  con 
più  nobili  titoli  fu  chiamala  la  cat- 
tedra ,  cioè  Sede  di  onore ,  che  il 
testo  greco  dice  Sede  di  gloria, 
e  Ddisìà  psahn.  106,  82,  Cathc' 
dra  seniorurn  ^  e  il  profeta  Eze- 
chiele, 28,  2,   Cathedra  Dei.  Nella 


CAT 

sacra  Sciittiira  però  il  vocabolo  cat- 
tedra deve  intendersi  per  dignità,  o 
per  luogo,  da  cui  autorevolmente  è 
insegnata  la  dottrina.  E  siccome  que- 
gli, il  quale  a  molti  contemporanea- 
mente insegna,  è  duopo  che  per  es- 
sere chiaramente  inteso  segga  in  al- 
to, altezza  eh'  è  pur  un  simbolo  di 
dignità,  quindi  nell'uno  e  nell'altro 
significato  è  tal  parola  usata  nelle 
Scritture.  Così  è  nominata  la  catte- 
dra di  Mosè,  la  cattedra  de'  senio- 
ri, la  cattedra  della  pestilenza,  ossia 
della  pestilente  dottrina,  come  fu 
quella  stabilita  nel  iSyg  in  Avi- 
gnone dal  falso  Pontefice  Clemen- 
te VII. 

Finalmente  nota  il  Zaccaria,  Sto- 
ria letteraria  d' Italia ,  Modena 
1754,  tomo  VI,  pag.  509,  che  del- 
le Cattedre  vescovili  trattarono  eru- 
ditamente il  padre  Costadoni  nelle 
sue  Osservazioni  sopra  la  chiesa 
di  Torcello,  e  il  Passeri  nella  XII 
Dissertazione y  de  throno  sacro,  nel 
tomo  III  delle  gemme  astrifere^  rac- 
colte dal  Gori,  di  cui  parla  lo  stes- 
so Zaccaria,  nella  cìiixXdL  Storia,  al 
tomo  II,  p.  32  1.  Senza  mentovare 
altri  autori ,  va  consultato  il  Maz- 
zocchi ,  nel  suo  libro  della  Chiesa 
cattedrale  napolitana.  Racconta  poi 
il  Cancellieri  ne'  suoi  Possessi,  pag. 
i47,  che  nella  basilica  lateranense, 
nel  mezzo  della  tribuna,  cioè  in  fon- 
do della  chiesa,  eravi  una  cattedra 
di  marmo,  sovrapposta  a  sei  scalini, 
nell'ultimo  de'  quali  erano  intagliate 
le  figure  di  un  aspide,  di  un  basi- 
lisco, di  un  leone,  e  di  un  drago- 
ne, analoghe  al  vaticinio  del  profeta 
reale  Davide  nel  salmo  novantesi- 
mo :  Super  aspidcm ,  et  basiliscwn 
ambulabis ,  et  conculcabis  leoneni 
et  draconem ,  figure  statevi  incise 
sino  dal  tempo  di  Federico  I  Bar- 
barossa,  avendo  perciò  potuto  accre- 


CAT  265 

di  tare  quanto  descrive  il  Villani  su 
tali  parole,  ch'egli  vuole  pronunzia- 
te da  Alessandro  III,  quando  a  Ve- 
nezia ricevette  gli  omaggi  del  vinto 
Federico. 

Sopra  tale  sedia  adoperata  dai 
Pontefici ,  si  leggevano  i  seguenti 
versi  leonini  : 

Haec  est  Papalis   sedes  et  Pontìjl- 

calis , 
Praesidet  et  Christi    de  jure  Fica- 

rius  isti. 
Et  ipiia  jure  datar,  sedes  romana 

vocatur, 
Nec  debet    vere ,    nisi    solus  Papa 

sedere. 
Et  quia    sublimis ,    alii   subduntur 

in  imis. 

Ma  dipoi  questa  sedia  o  cattedra 
fu  tolta,  e  vi  fu  sostituito  l'altare 
de'  canonici,  erigendosi  soltanto  il 
trono  quando  il  Papa  vi  celebra , 
o  assiste  le  sacre  funzioni.  F.  Cre- 
scimbeni,  Stato  della  chiesa  latera-- 
nense,  p.    i43. 

CATTEDRA  e  FESTA  di  s.  Pietro 
IN  Roma.  S.  Pietro  principe  degli  apo- 
stoli, e  primo  sommo  Pontefice,  dopo 
aver  governato  per  sette  anni  la  chie- 
sa d'Antiochia,  partì  per  Roma  capi- 
tale dell'impero  romano,  e  nell'an- 
no 4^  dell'era  cristiana,  a' 18  gen- 
naio, vi  stabilì  la  sua  sede.  Appena 
egli  incominciò  ivi  a  predicare  il 
vangelo,  ebbe  a  riceverne  subito  il 
lume  il  senatore  Pudente,  il  quale 
in  ricambio  della  sua  conversione, 
condusse  il  santo  apostolo  nella  pro- 
pria casa  sul  monte  Viminale,  oggi 
chiesa  di  s.  Pudenziana,  ed  ove  s. 
Pietro  gittò  le  fondamenta  della 
Chiesa  Romana,  come  fra  gli  altri 
si  legge  nei  Bollandisti,  a'  2  maggio. 
Secondo  l'usanza  della  nazione  giu- 
daica, e  di  tutte  le  primitive  chiese, 


2GG  CAT 

egli  occupò  una  cattedra,  o  sedia 
datagli  dal  suo  ospite  Pudente,  so- 
pra la  quale,  a  guisa  di  trono, 
esercitò  tutti  i  ministeri  pontificali, 
amministrando  sacramenti ,  consa- 
crando vescovi,  ordinando  sacerdoti, 
assistendo  ai  divini  uffizi,  istruendo 
^'  g''^oS^>  ed  annunziando  il  van- 
gelo nel  tempo,  che  risiedette  in 
Roma  sino  all'epoca  del  suo  glorioso 
martirio,  in  quel  luogo  ove  fu  eret- 
to il  tempio  vaticano,  ed  ove  ora 
appunto  si  venera  tal  cattedra.  Dal- 
l' esercitare  s.  Pietro  1'  apostolico 
ministero  su  tal  sedia,  ne  provenne 
che  sedeSj  cathedra,  thronus  si  de- 
nominasse l'episcopale  giurisdizione, 
Ja  quale  fti  quindi  simboleggiala 
nei  monumenti  cristiani  da  un  tro- 
no, e  da  una  cattedra,  della  qual 
cosa  ripoita  diversi  esempi  1* Arrighi, 
Roma  Sotterranea  tom.  II,  pag.  55, 
666,  ed  il  Mamachi,  Orig.  et  antiq, 
Chris t.  tonir  V,  pag.  596, 

Cattedra  di  s.  Pietro  significa  an- 
che il  Pontificato  di  s,  Pietro.  S.  Ci- 
priano chiama  Roma  la  Cattedra 
di  s.  Pietro  ,  e  Teodoreto ,  lib.  II , 
cap.  27,  la  dice  il  suo  trono.  Par- 
lando poi  il  Macri  dell'  incensazione, 
che  riceve  il  Papa  daj  Cardinal  pri- 
mo prete  in  porpora  sciolta,  e  ge- 
nuflesso con  ambedue  le  ginocchia, 
dice  che  ciò  si  fa  al  Pontefice  se- 
dente in  trono  colla  mitra  e  piviale 
pontificale,  in  riverenza  alla  catte- 
dra apostolica  di  s.  Pietro,  che  è 
la  prima  sede  episcopale. 

Questa  sedia  fu  conservata  con 
renerazione  dai  primitivi  cristiani, 
nel  cimiterio  vaticano  presso  il  corpo 
del  beato  apostolo,  ed  in  essa  sedet- 
tero i  sommi  Pontefici  nella  loro 
elezione,  e  nel  celebrare  le  sagre 
funzioni.  Ma  prima  di  parlare  di 
sirtatte  elezioni  e  funzioni,  diremo 
della  forma   e   materia    della  catte- 


CAT 
dra,  secondo  la  descrizione,  che  ne 
la  il  dotto  d.  Nicola  Wiseman,  ora 
vescovo  di  Mellipotamo,  e  coadiutore 
del  vicario  apostolico  del  distretto 
centrale  o  medio  d'  Inghilterra  ; 
Saggio  critico  sul  Ragguaglio  di 
Lady  Morgan  rispetto  alla  Catte- 
dra di  s.  Pietro  in  Roma,  tradu- 
zione dall'  inglese  del  chiar.  A,  De 
Luca,  Roma   i832. 

»  L,a  Cattedra  di  s.  Pietro  è  per 
l'appunto  tale,  quale  ben  sup- 
porsi  potrebbe  essere  stata  da  un 
ricco  senatore  donata  al  reggitore 
della  Chiesa ,  riverita  e  protetta 
da  lui.  Essa  è  quasi  interamente 
incrostata  di  avorio  per  forma, 
che  ben  dirittamente  debbesi  giu- 
dicare per  una  sedia  curule,  Può 
in  due  principali  parti  dividersi; 
nella  parte  quadrangolare,  ossia 
cubica,  che  forma  il  corpo,  e 
nella  spalliera,  diritta  ed  elevata, 
che  forma  la  parte  deretana.  La 
prima  parte  è  larga  quattro  pal- 
lili romani  da  fronte,  e  dai  lati 
due  e  mezzo,  e  alta  tre  e  mezzo. 
L  formata  da  quattro  stanghe 
(hMtte  unite  insieme  con  ispran- 
ghe  traversali  di  sopra  e  di  sotto. 
1  lati  sono  riempiti  da  una  spe- 
cie di  arcali ,  che  posano  su  due 
pilastri  di  legno  sostenenti  insie- 
ine  colle  stanghe  degli  angoli  tre 
piccoli  cerchi,  La  fronte  ricca  a 
maraviglia  è  divisa  in  dieciotto 
scompartimenti  disposti  in  tre  file, 
Ciascuno  contiene  un  basso  rilievo 
di  avorio  di  squisitissima  finezza 
attorniato  con  altri  abbellimenti 
d'  oro  purissimo.  Questi  bassi  ri- 
lievi rappresentano  le  imprese  di 
Ercole  domatore  de' mostri  ",  (  fi- 
gli è  già  un  fatto  dimostrato  che  t 
primitivi  cristiani,  persuasi  ch'era- 
no l'idolo  èsser  un  nulla,  non  si 
facevano   scrupolo    di    convertire  in 


CAT 

pii    usi ,    e    di    adoperare    nel  culto 
ecclesiastico   oggetti  adorni  dei  sim- 
boli   dell'  idolatria  ).    »>   La  spalliera 
«   della  sedia  è  formata  da  una  se- 
w   rie    di    pilastri ,    che    sostengono 
«   archi  come  nei  lati;  le  colonnette 
>»  sono  tre,    e   gli  archetti  quattro. 
»   Sopra  di  essi  poggia   una  cornice, 
"   colla  quale  si  alza  un  frontespizio 
"   triangolare,  che  dà    al    tutto  una 
"   elegante   ed    architettonica    appa- 
>y  renza.     Oltre    ai    teste    memorati 
»i  bassi   rilievi,    il    rimanente    della 
>i   frontiera  e  modanature  di  dietro, 
"   ed    il    timpano  sono    tutti    incro- 
"   stati  di   avorio    bellamente    lavo- 
»»   rato.    Ben  quindi  aperto  si  pare, 
>i  che  questa    sedia    sia    fattura  ro- 
«   mana,  e  proprio  una  sedia  curule 
«   degna  d'essere  occupata  dal  capo 
»   della  Chiesa,  e  adornala  di  avo- 
«   rio ,  e  d'  oro  per  forma ,  che  es- 
M  sere  ben  appropriata   potesse  all^ 
"   casa  di    un    opulento    senatore  di 
w   Roma,  conciossiachè  la  finita  squi- 
»   sitezza   della    scultura    ci    vieti  di 
«   crederla    posteriore    ^1    secolo    di 
«   Augusto,    in    cui    le    arti    giunte 
»>   erano  alla  cima  della  perfezione". 
Seguendo  poj  il  Wiseman   l'opi- 
nione di  Lipsio  sulla  venuta  in  Ro- 
ma   sotto  r  imperio  di  Claudio,  del- 
la   quale    riparleremo    in    appresso, 
aggiunge    quanto     segue:     «   Ci    ha 
«    un'altra    circostanza,    che    vuoisi 
«   qui  particolarmente  ricordare  nel 
>y   descrivere,    che    facciamo    questa 
»   cattedra ,     e    che     ha     un'  esatta 
»   corrispondenza    all'  epoca  del  pri- 
>ì   mo  viaggio  di  s.  Pietro  a  Roma. 
^'   Questo  viaggio  intervenne  nel  re- 
»   gno    di    Claudio,     ed    in    questo 
»   periodo  di  tempo,  come  ben  hal- 
:'   Io  dichiarato  egregiamente  Giusto 
'"'   Lipsio,    elect.    C.   I,    cap.    19,  le 
•'   Sclke  geslatorice  cominciarono  ad 
'*  essere    adoperate    in    Roma  dagli 


CAT  26y 

>»  uomini  di  nobil  grado;  concios- 
>>  siacosacUè  dopo  questa  epoca  Sve- 
>»  tonio ,  Seneca ,  Tacito  ,  Giovena- 
"  le  e  Marziale  facciano  memo- 
«  ria  dell'  usanza  di  farsi  traspor- 
»>  tare  in  sedia.  A  questo  effetto 
»  ponevansi  anelli  ai  due  lati,  per 
'j  mezzo  de' quali  si  trasmettevano 
>»  due  sbarre,  e  così  la  sedia  dagli 
«  schiavi  sulle  spalle  loro  portavasi. 
»  A  ciascuno  dei  lati  della  cattedra 
'i  di  s.  Pietro  vi  ha  due  anelli  in- 
"  dubitabilmente  destinati  a  questo 
"  intendimento.  Cosìi  mentre  la  fat- 
»  tuia  di  questa  venerabile  reliquia 
i>  ci  forza  ad  assegnare  la  sua  ori- 
«  gine  ai  primi  periodi  del  romano 
>»  impero,  questo  particolare  la  de- 
»  termina  ad  un  periodo  non  ante- 
»  riore  al  regno  di  Claudio,  sotto 
»*  cui  s.  Pietro  arrivò  in  R.oma.  Da 
»  ciò  appare  chiaro ,  che  questa 
"  cattedra  sia  di  tal  fatta  quale  un 
»  antiquario  presupporrebbe  dover 
»>  essere  a  voler  passare  per  giusto 
"  il  suo  titolo  all'onore  di  essere 
>>  stata  il  trono  episcopale  del  pri- 
>y   mo  Pontefice  romano  ". 

Accennammo  ali'  articolo  Catte- 
dra VESCOVILE  [Vedi)  la  riverenza 
che  nei  primi  secoli  del  cristiane- 
simo si  aveva  dai  fedeli  in  conser- 
varle siccome  occupate  dai  primari 
loro  vescovi,  e  dove  s' intronizzaro- 
no poi  i  loro  successori.  La  Chie- 
sa Romana  non  mostrò  meno  ve- 
nerazione verso  il  trono  del  suo 
primo  vescovo,  conservandolo  ezian- 
dio per  r  intronizzazione  dei  suc- 
cessori di  lui  ,  ed  il  Wiseman  ne 
adduce  prove  le  piti  irrefjagablli 
alla  pag.  io  e  seg.,  che  l'identità 
rintracciano  di  questa  cattedra  da 
un  secolo  all'altro,  e  da  un  passo 
di  Ennodio  di  Pavia  vuoisi  rileva- 
re certa  visita ,  che  fino  dalla  pri- 
mitiva   Chiesa  i   battezzati   di  fresco 


a68  CAT 

facevano  alla  confessione  di  s.  Pie- 
tro, come  costumano  oggidì  di 
fiire  i  battezzati  adulti ,  dicendo  : 
Ecce  nwic  ad  gestatori  ani  sellai  n 
aposlolìcae  coiifessionis  uda  tnìtlunt 
liinina  candìdatos.  Un  motlcllo  di 
questa  cattedra  si  conserva  dalla 
rev.  fabbrica    di    «.   Pietro,    e   due 


CAT 

disegni  della  medesima  fatti  da  Ste- 
fano Piale,  uno  in  prospetto,  e  l'al- 
tro collo  spaccato ,  e  coli*  esterno, 
tuttora  si  veggono  nella  nobilissima 
stanca  capitolare  della  basilica  vati- 
cana. Sotto  quello  del  prospetto, 
evvi  la  seguente  iscrizione; 


CATUEDRAM    .    LIGNEAM     .    EBORE    .    ORNATAM 

PONTIFICI  A  M     .     PETRI     .      SEDEM     .     A     .     MAJORIBVS 

INTER  .   ANTIQVAS  .  ET  .   VENERAB  .  RELIQVIAS 

ASSERVATAM 

FRANCISCVS    .    DE    .    ALBITII    .    CANONICVS 

ALTARISTA      .     FABRICyE      .     OECONOMVS      .      ET     .      A 

SECRETIS    .    DELINEANDAM    .    CVRAVIT 


Su  quello  poi  dello  spaccato  è 
scritto:  Exeinplar  cathedrae  s.  Pe- 
tri,  quae  mine  est. 

In  questa  sedia  adunque  soleva- 
no i  Sommi  Pontefici  sedere  allor- 
ché erano  intronizzati,  giacche  i  ri- 
ti della  consagrazione  del  Papa  no- 
vello, come  osserva  il  Mabillon,  con- 
sistevano nella  consagrazione  del  nuo- 
vo Pontefice  a  s.  Pietro,  nell'im- 
posizione del  medesimo  sulla  sedia 
di  s  Pietro  ec.  Abbiamo  persino, 
che  gli  antipapi  nell' intrudersi  nel 
pontificato,  sacrilegamente  si  assise- 
ro  in  detta  sedia ,  per  far  credere 
vera  la  loro  falsa  legittimità;  rito 
ed  uso  che  durò  sino  a  Clemente 
V,  il  quale  eletto  nell'anno  i3o5, 
mentre  dimorava  in  Francia,  chia- 
mati colà  i  Cardinali,  si  fece  corona- 
re in  Lione;  laonde  dacché,  nell'an- 
no 1877,  Gregorio  XI  restituì  la 
residenza  pontificia  in  Roma,  dopo 
il  soggiorno  fatto  in  Avignone,  non 
osarono  i  Pontefici  piìi  sedervi,  la- 
sciandola soltanto  alla  venerazione 
del  popolo,  perlochè  essa  venne  ve- 
nerata in  diversi  luoghi  della  basilica 
vaticana,  nella  quale  si  presentava 
al  popolo  dalla  cancellata  del  coro, 
nel  giorno  in*"  cui  se    ne    celebrava 


la  memoria  a'  18  gennaio.  Tulta- 
volta  parlando  il  Cancellieri,  Descri- 
zione della  basilica  V^aùcana^  §XV, 
Della  cattedra  di  s.  Pietro ,  aggiun- 
ge che  nel  giorno  anniversario  del- 
la Cattedra  Antiochena,  e  in  quel- 
lo della  Cattedra  Romana,  dal  sito 
ove  si  custodiva  nel  resto  dell'an- 
no, veniva  trasportata  in  processio- 
ne sopra  le  spalle  de'  canonici  nella 
cappella  del  coro,  dove  si  esponeva 
al  pubbHco  culto;  e  che  nei  tempi 
a  noi  più  vicini  si  trasferiva  con 
tutta  la  pompa  vicino  all'altare  mag- 
giore, ove  si  esponeva  alla  venera- 
zione de' fedeli,  i  quali  facevano  a 
gara  per  arrivare  a  baciarla  con 
riverenza,  e  toccarla  con  alcuni  na- 
stri di  seta,  cingoli  e  cordoni ,  che 
divotamente  custodivano  con  gran- 
de diligenza,  e  credendoli ,  come 
narra  il  Grimaldi  In  Catal.  Reli- 
quiar.  p.  60,  molto  utili  ed  effica- 
ci per  la  felicità  dei  parti.  11  Tor- 
rigio  a  p.  563  racconta  ciò,  che 
pratica  vasi  nell'esposizione  della  cat- 
tedra. Il  canonico  Benedetto  poi  nel 
tom.  II  Miis.  iial.  in  Ord.  XI ,  p. 
i33  dice  che  il  Papa,  quando  si 
celebrava  la  messa  si  metteva  a  se- 
dere nella  detta  cattedi'a  nello  stesso 


CAT 

modo  con  cui  nella  prima  domenica, 
dopo  di  aver  preso  possesso  al  la- 
tciano,  entrava  nella  basilica  vati- 
cana per  sedere  nella  medesima. 

Queste  cerimonie  non  si  sono 
più  usate,  dopo  che  Alessandro  VII 
si  risolvette  di  far  rinchiudere  que- 
sta cattedra  venerabile  dentro  un 
magnifico  seggio  di  metallo  dorato, 
sostenuto  da  quattro  statue  colos- 
sali della  stessa  materia,  cioè  dai 
santi  Gio.  Grisostomo,  ed  Atanasio, 
dottori  della  Chiesa  greca,  e  dai  san- 
ti Ambrogio  ed  Agostino,  dottori 
della  Chiesa  latina.  Ciascuna  statua 
è  alta  ventisette  palmi,  ed  in  quan- 
to al  peso,  la  prima  è  di  27791 
libbre,  la  seconda  di  23652,  la 
terza  di  3402 3  ,  e  la  quarta  di 
30791.  Nella  fabbrica  di  quel  seggio 
si  lavorò  per  quattro  anni,  vale  a 
dire  dal  1 663  in  poi,  colla  spesa 
di  diciassettemila  scudi,  oltre  otto- 
mila, dati  air  architetto  pel  disegno. 
/^.  il  p.  Bonanni,  che  ampiamente 
ne  tratta  nella  sua  Templi  Vatica- 
ni H istoria,  cap.  2  3.  p.  i3r,  Ro- 
ma 1696,  e  p.  108  dell'edizione 
del  1700.  Sì  ha  poi  dal  cav.  Fon- 
tana p.  4^36,  che  la  somma  del  da- 
naro occorso  in  sì  sontuosa  macchi- 
na collocata  in  fondo  della  basili- 
ca sopra  l'altare  maggiore,  ascen- 
deva a  scudi  centosettemila  cin- 
quecento cinquantauno,  ed  il  peso 
tlel  metallo  impiegatovi  era  di  lib- 
bie  duecento dieciuovemila  sessantu- 
no. 

Opera  sì  impareggiabile  fu  affi- 
data e  meravigliosamente  eseguita 
dal  celebre  cav.  Gio.  Lorenzo  Ber- 
nini, il  quale  venendo  in  cognizio- 
ne del  sentimento  esternato  da  An- 
nibale Caracci,  ebbe  la  pazienza  di 
rifare  i  modelli  delle  statue  essen- 
do riusciti  alquanto  piccoli.  Quindi 
avendo  collocali  i  nuovi  modelli  al 


CAT  269 

proprio  sito,  si  recò  a  pregare  il 
famoso  pittore  Andrea  Sacchi,  per 
udirne  il  giudizio  di  lui  ;  ma  appe- 
na enirato  questi  in  chiesa,  si  fer- 
mò sulla  porta,  ed  invitato  da  Ber- 
nini a  far  alcun  passo,  egli  non  voh- 
le  muoversi,  dicendogli  che  ivi  ap- 
punto dovea  guardarsi  il  suo  lavo- 
ro ;  e  dopo  averlo  considerato,  sog- 
giunse che  le  statue  dovevano  esse- 
re un  palmo  più  alte,  e  subito  par- 
tì. Bernini  trovò  giusta  la  critica, 
ma  troppo  tardi  ;  egli  però  si  pre- 
valse opportunamente  della  finestra 
che  sta  dietro  la  cattedra,  collocan- 
dovi lo  Spirito  Santo  raggiante , 
che  sembra  ivi  disceso  per  far  mag- 
giormente risplendere  questa  gran 
mole, 

Suir  identità  della  cattedra  di  s. 
Pietro,  possono  consultarsi  i  seguen- 
ti autori,  Francesco  Maria  Febei, 
Dt^  identilate  Catlicdrae  in  qua  s. 
Petrus  prinium  sedit,  et  de  anti- 
quilate,  et  praestantia  solemnitatis 
Cathedrae  romanae  ,  Dissertatio  _, 
Romae  1666;  Benedetto  Virgilio, 
Sopra  la  nuova  cattedra  scoperta 
a  Ili  8  gennaio  1666  in  s.  Pietro  j 
Fr.  Torrigio,  Della  cattedra  ove 
sedeva  s.  Pietro  in  Roma  nei  sacri 
trofei^  p.  117,6  nelle  sue  Grotte 
Vaticane^  pag.  562,  e  seg.  ;  Maria 
Costanzi,  De  Cathedra  lignea  s. 
Petri  in  appen.  ad  Cortesiuni  p. 
3i2;  Cancellieri,  De  Cathedra  s. 
Petri  in  cella  reliqniarium^  et  in 
altera  s.  Annae ,  veteris  sacrarli 
vaticani  aliquando  custodita ,  in 
tomo  III,  De  Secretariis^  p.  1 244* 
Diversi  protestanti  avendo  negato 
la  venuta  di  s.  Pietro  a  Roma,  fu 
convinta  egregiamente  la  loro  mi- 
scredenza da  molti,  fra'  quali  da 
Panvinio,  De  advcntu  Petri  ad  iir- 
heni  Romani,  nella  Bibliot.  del  Roc- 
caberti,  toni,    17. 


270 


CAI 


Della  festa   Mia    Catirdra    di   s. 
Pietro  in  Roma. 

Era  riserbato  al  principe  degli 
apostoli  il  dover  piantare  Ja  lède 
in  una  cittìi,  la  quale,  secondo  i  di- 
vini disegni,  non  per  aitilo  aveva 
esteso  cotanto  la  sua  possanza,  che 
per  agevolare  la  promulgazione  del 
vangelo;  città  che,  dopo  essere  sta- 
ta il  centro  di  tutte  le  superstizio- 
ni del  paganesimo,  era  destinata  ad 
essere  il  centro  deir  unita  cattolica. 
Recatosi  adunque  s.  Pietro  dall'o- 
riente in  Roma,  vi  predicò  il  van- 
gelo, e  vi  stabih  la  sua  sede  epi- 
scopale. Infinite  sono  le  prove,  dal- 
le quali  si  ricava  che  s.  Pietro  fon- 
dò la  Chiesa  romana,  e  che  in  tal 
sede  i  Papi  sono  i  successori  di  s. 
Pietro.  In  quanto  all'epoca  dell'ar- 
rivo in  Roma  del  principe  degli  a- 
postoli,  molti  ritennero  col  calenda- 
rio romano,  che  s.  Pietro  sia  an- 
dato a  Roma  la  prima  volta  nel 
secondo  anno  del  regna  di  Claudio, 
il  quale  fu  esaltato  all'impero  nell'an- 
no quarantesimo  primo  dell'  era  cri- 
sliana.  Ammettendosi  tal  data,  con- 
vien  supporre  che  1'  apostolo  tornas- 
se in  oriente  poco  tempo  dopo,  giac- 
che è  certo  che  Agrippa  lo  fece 
imprigionare  in  Gerusalemme  nel- 
r  anno  43  di  Cristo.  Lattanzio  non 
parla  di  questo  primo  viaggio  di  s. 
Pietro  in  Roma,  dice  soltanto  che 
vi  si  recò  sotto  l' impero  di  Nero- 
ne, ed  il  Novaes  aggiunge,  che  ar- 
rivò in  Roma  nell'anno  44?  o  nel 
seguente.  A'  18  di  gennaio  si  ce- 
lebra la  festa  alla  cattedra  romana, 
per  queir  avanzo  dell'  antica  usanza 
di  celebrarsi  ogni  anno  sì  T  anni- 
versario della  coronazione  dei  Som- 
mi Pontefici,  sì  quello  della  con- 
sacrazione, od  ordinazione  d'ogni  ve- 


CAT 

scovo.  Era  poi  ben  giusto,  che  i 
cristiani  facessero  lutti  gli  anni  ri- 
membranza della  fondazione  della 
Chiesa  romana,  eh*  è  la  madre  co- 
mune di  tutti  i  fedeli,  mentre  Tan- 
niversario  de'  vescovi  celebrasi  dalla 
sola  loro  diocesi. 

La  festa  pertanto  della  Cattedra 
di  s.  Pietro  è  notata  in  un  esem- 
plare del  martirologio  attribuito  a 
s.  Girolamo;  e  si  legge  nel  sermo- 
ne 18,  De  Sanctìsj  il  quale  si  at- 
tribuisce a  s.  Agostino,  che  la  Cat- 
tedra di  san  Pietro  si  festeggiava 
per  onorare  il  giorno  in  cui  questo 
apostolo  stabilì  la  sua  sede.  Che 
essa  sia  anteriore  al  558,  lo  cono- 
sciamo dal  concilio  di  Tours  aduna- 
to in  quell'anno,  giacché  procurò  di 
riparare  gli  abusi  introdotti.  Certo 
è,  che  il  Sommo  Pontefice  Paolo 
IV  restaurò  la  festa  della  Cattedra 
di  s.  Pietro  in  Roma,  già  da  mol- 
to tempo  trascurata  da  parecchie 
chiese,  come  rileva  il  Baronio  ad 
Mariyr.  Rem.  die  28  januavii,  e 
comandò  colla  costituzione  XIII,  che 
si  legge  nel  Bull.  Rem.  del  Cheru- 
bini, t.  I.  p.  822,  pubblicata  nel 
i558,  che  si  celebrasse  a'  18  gennaio, 
dichiarando  inoltre  il  detto  Pontefi- 
ce ch'egli  rinnovava  questa  festività 
per  confutare  gli  eretici,  i  quali  ne- 
gavano avere  abitato  in  Roma  per 
qualche  tempo  il  principe  degli  a- 
postoli.  Imperocché  sebbene  la  ve- 
nuta di  lui  in  Roma  fosse  costan- 
temente confessata  da  tutti  gli  scrit- 
tori per  quindici  secoli,  il  primo 
eh'  ebbe  V  ardire  di  negarla  fu  Gu- 
glielmo maestro  di  Gio.  Viclef- 
fo,  perchè  nel  contraddire  tal  ve- 
nuta in  Roma  di  s.  Pietro,  toglieva 
al  Sommo  Pontefice  il  primato,  che 
dal  medesimo  s.  Apostolo  derivò  ai 
suoi  successori.  F.  Sandini,  Dispu- 
talio  III:,  ad  Vit.  Ponti/.  De  Cath. 


CAT 

D.  Pelri.  Roin.  Gregorio  XIII  dì- 
poi,  nel  1576,  avea  ordinato  che  non 
si  lavorasse  in  tal  giorno,  piò  co- 
stume il  quale  durò  poco  tempo, 
come  osserva  il  Febei,  De  idenlit. 
Cath.  p.  i58.  Quindi  dal  pontifi- 
cato di  Paolo  IV  in  poi,  ebbe  ori- 
gine la  cappella  della  Cattedra  di 
s.  Pietro  [Vedi),  prima  nel  palazzo 
apostolico,  e  poi  nella  basilica  vati- 
cana. Osserva  il  Piazza  nel  suo  E- 
merologio  di^  Roma,  t.    i  p.  54,  che 

J  anticamente  era  tal  festa  sì  solenne, 
che  per  celebrarla  col  Papa  concor- 
revano in  Roma  molli  vescovi,  dap- 
poiché non  solo  rinnovavasi  la  me- 
moria dell'  arrivo  di  s.  Pietro  in 
Roma,  ma  della  suprema  potestà 
concessa  a  lui  da  Cristo.  Scrive  poi 

!  Eusebio,  che  in  questo  giorno  Co- 
stantino imperatore  fece  pubblicare 
in  Milano  quel  celebre  editto  con 
cui  restituì  la  pace  ai  cristiani,  e 
li  abilitò  a  tutti  gli  onori  e  privile- 
gi sì  civili  che  militari  dell'impero. 
Finalmente,  questa  festa  dai  cristia- 
ni, massime  dell*  Africa,  si  chiamò 
Festiim  Epularuììiy  perchè  in  essa 
solevano  fare  sui  sepolcri  dei  mor- 
ti nelle  chiese  solenni  conviti;  e  in 
alcuni  antichi  calendarii  viene  detta 
Natalìs  Cathedrae  s.  Petri.  V.  Fog- 
gini,  De  romano  s.  Petri  itinere  et 
episcopatii,  exercitalìoncs  hi  storico- 
criticae  j  e  Francesco  Cancellieri , 
De  Secretariis,  t.  III.  p.  i263,  De 
fcsio   Cathedrae  Ro manne. 

CATTEDRA  e  FESTA  di  s.  Pie- 
tro IN  Antiochia.  E  comune  sen- 
tenza degli  antichi  scrittori,  che  la 
prima  cattedra  occupata  da  s.  Pie- 
tro per  anni  sette,  sia  stata  l'antio- 
chena, come  può  vedersi  all'articolo 
Antiochia,  voi.  II,  pag.  169,  e  pres- 
so Sandini,  Disputai,  historic.  ITj 
e  ciò  perchè  Antiochia ,  prima  di 
tutte    le  altre   città,  fu  denominata 


CAT  9,71 

Cristiana  dai  molti  fedeli ,  che  vi 
abitavano.  Il  Pontefice  Innocenzo  I 
in  una  lettera  scritta  nel  principio 
del  secolo  V  ad  Alessandro  vescovo 
d'Antiochia,  presso  le  Lettere  de  Pa- 
pi^  raccolte  dal  p.  Constant,  pag» 
84^5  chiama  gli  antiocheni  condi- 
scepoh  della  sede  Apostolica:  Apo* 
stolicae  sedis  condiscipulos  primos. 
Non  v'hanno  sicure  notizie  sulla 
sedia,  o  cattedra  adoperata  da  s. 
Pietro  in  Antiochia;  solo  leggiamo 
nel  Torrigio,  Sagre  grolle^  p.  ^67, 
che  s.  Pietro  in  Antiochia  mutò  in 
chiesa  la  casa  di  Teofilo,  e  che  vi 
collocò  la  sua  santa  sede  e  cattedra, 
la  quale,  secondo  qualche  autore, 
citato  dal  Torrigio,  fu  trasportata 
in  Roma.  Abbiamo  poi  da  Carlo 
Bartolomeo  Piazza,  Èmerologio  di 
Roma,  i.  T,  p.  1 5o,  che  parte  del- 
la cattedra  Antiochena  si  conserva 
nella  basilica  di  s.  Lorenzo  in  Da- 
maso,  e  ciò  asserisce  col  Panciro- 
li.  Nella  chiesa  di  san  Pietro  a 
Venezia,  che  sino  al  1807  fu  la 
chiesa  patriarcale,  da  molto  tempo 
si  conserva  una  sedia  di  pietra  vol- 
garmente denominata  dal  popolo  la 
cattedra  di  s.  Pietro.  Essa  non  è 
sopra  alcun  altare  riposta  ,  ma  sta 
di  contro  al  muro  tra  il  secondo, 
e  il  terzo  altare  ;  monumento,  che 
Flaminio  Cornaro,  nel  1749?  pub- 
blicò nella  sua  opera:  Ecclesiae  \>e- 
netae  antiqua  monumenta^  tom.  II, 
p.  194?  dicendola  donata  dall'im- 
peratore Michele  al  doge  Pietro 
Gradenigo  nel  i3io.  Ma  di  questa 
pretesa  cattedra ,  come  la  appella 
Simone  Assemani,  le  stesse  guide  di 
Venezia  convengono  essere  tutt' al- 
tro, che  la  cattedra  antiochena  del 
principe  degli  apostoli.  Il  Quadri, 
Quattro  giorni  a  Fene,zia,we\  1827, 
p.  83,  ne  dà  il  seguente  ragguaglio  : 
a  Un'antichissima  Cattedra  di  mar- 


275 


CAT 


»»  mo  (lai  volgo  creduta  essere  stata 
«  usata  da  s.  Picti-o  in  Antiochia. 
»#  Varie  sono  slate  le  opinioni  dei 
M  dotti  per  rispetto  ad  essa,  dai 
*»  quali  non  ù  stata  ancora  coiii- 
>•  piiitamente  chiarita  la  materia 
«  da  ogni  dubbio.  In  essa  trovasi 
»»  scolpita  un'  iscrizione  in  caratteri 
»»  cufici  arabi,  la  quale  contiene, 
>*  secondo  il  giudizio  di  alcuni  eru- 
'*  diti,  due  versetti  del  Rorano. 
M  Altri  la  tengono  per  un  trono 
>»  di  alcun  principe  africano  ".  Ed 
e  perciò,  che  non  è  onorata  da  al- 
cuna festa,  ne  è  tenuta  in  conto  di 
reliquia,  f"^.  Olao  Gerardo  Tychsen 
Inlerpretatìo  iiiscriptìonis  cuficce  in 
marmorea  templi  patrìarchalìs  s. 
Pclri  cathedra,  qua  s.  apostolus 
Petrus  Antìochice  sedisse  tradìliir, 
Rostock  1789.  Da  questa  sedia  vuo- 
le il  Wisernan ,  nel  suo  Saggio 
critico  sul  ragguaglio  di  Lady  Mor- 
gan, rispetto  alla  Cattedra  di  san 
Pietro,  che  derivi  la  novella  adot- 
tata con  molta  credulità,  e  raccon- 
tata con  asseveranza  dalla  medesima 
Lady. 

Festa  della  Cattedra  di  s.  Pietro 
ili    Antiochia. 

La  festa  delia  Cattedra  di  s.  Pie- 
tro in  generale  è  antichissima,  come 
si  rileva  nel  precedente  articolo  : 
essa  è  inoltre  indicata  sotto  li  18 
gennaio  nel  calendario  composto  nel 
Pontificato  di  s.  Liberio  eletto  l'an- 
no 352,  e  la  Chiesa  romana  ne 
celebrava  la  festa,  come  si  legge  in 
un  sermone  di  s.  Leone  I,  creato 
r  anno  44o-  Negli  antichi  martiro- 
logi, come  il  mss.  di  s.  Girolamo, 
l'antico  romano,  quello  di  Usuardo 
e  di  Adone,  si  legge  celebrata  nel- 
la Chiesa  cattolica  FUI  Kalend. 
marta   la   memoria    della   Cattedra 


CAT 

Antiochena  di  s.  Pietro.  Il  Piazza 
nel  luogo  citato,  parlando  della  festa 
della  cattedra  di  s.  Pietro  hi  An- 
tiochia, la  quale  si  celebra  ai  2'?- 
febbraio,  dice  che  solennemente  si 
celebra  nella  basilica  vaticana  con 
indulgenza  plenaria,  avendo  accre- 
sciuto il  culto  a  questa  festività, 
ch'era  doppio  sino  dal  XIII  secolo, 
il  Pontefice  Clemente  Vili  del  i^ìc^t., 
il  quale  lo  fece  doppio  maggiore, 
e  aggiunse  all'  ufficio  divino ,  che  si 
attribuisce  a  s.  Gelasio  I,  o  a  san 
Gregorio  I,  la  bellissima  omelia  di 
s.  Leone  I.  F.  Bianchini ,  Disse r- 
tatio  de  Romana  Cathedra,  nelle 
note  ad  Anastasio  bibliotecario,  toni. 
IV,  pag.  i5o,  ed  il  Cancellieri,  De 
Secretariis  tom.  Ili,  pag.  1246,  De 
Pesto  Cathedrae  Antiochena.  Sì  può 
inferire  pertanto,  che  in  questo  gior- 
no si  celebra  la  memoria  di  s.  Pie- 
tro apostolo,  quando  pose  la  cattedra 
episcopale  in  Antiochia,  e  che  ve- 
nisse istituita  per  abolire  l' erroneo 
abuso,  che  i  gentili  in  un  giorno 
del  mese  di  febbraio  solevano  por- 
tare vivande  e  coramestiijili  sopra 
i  sepolcri  de'  loro  antenati,  cojla 
falsa  credenza,  che  le  anime  di  essi 
si  confortassero  coi  detti  cibi  ;  cattiva 
e  perniciosa  costumanza,  della  quale 
gli  autori  sono  discordi  nel  fissare 
il  giorno  della  celebrazione.  Ma  di 
questo  argomento,  come  di  quella 
del  precedente  articolo,  soprattutto 
meritano  esser  lette  le  due  eruditis- 
sime disserta/ioni  di  Benedetto  XIV, 
Sulle  feste  della  Cattedra  di  s.  Pie- 
tro in  Roma  ed  Antiochia,  le  quali 
essendo  inedite,  vennero  diligente- 
mente pubblicate  in  Roma  nel  1828, 
da  monsignor  Daulo  Augusto  Fo- 
scolo, arcivescovo  di  (]orfù,  ora  pa- 
triarca di  Gerusalemme. 

CATTEDRALE    (  Ecclesia    ca- 
tJiedralis),  Chiesa  vescovile  di  una 


CAT 

diocesi ,  così  chiamata  dalla  parola 
Cattedra,  o  sedia  episcopale.  Come  di- 
cemmo all'articolo  Cattedra  [Fedi), 
i  sacerdoti  che  formavano  col  pro- 
prio vescovo  l'antico  presbiterio ^ 
presbyteriurn,  sedevano  lateralmente 
ai  suoi  fianchi  in  alcune  sedie,  men- 
tre il  vescovo  prendeva  luogo  in 
quella  più  elevata.  Tuttora  celebransi 
le  fèste  del  principe  degli  apostoli 
in  Roma  ed  in  Antiochia,  che  ram- 
mentano le  due  città,  in  cui  questo 
primo  sommo  Pontefice  presiedette 
ad  un'adunanza  di  sacerdoti.  Da  ciò 
si  rileva  non  doversi  confondere  le 
antiche  cattedrali  colle  presenti  , 
mentre  una  volta  la  parola  chiesa 
non  significava  altro  che  radunanza, 
non  avendo  avuto  templi  i  cristiani 
avanti  Costantino  imperatore,  come 
si  legge  nel  Hìerolexicon  del  Ma- 
cri,  tom.  I,  pag.  2i4  alla  voce  Ca- 
thedralìs.  Di  fatti  nei  primi  secoli 
della  Chiesa  si  contavano  si  frequen- 
ti le  cattedrali,  che  non  solo  si  era- 
no erette  in  ogni  città,  ma  ezian- 
dio nelle  terre,  per  cui  i  padri  dei 
concilii  Laodiceno  e  Sardicense  fu- 
rono costretti  a  rimediare  a  tale 
abuso  ;  e  lo  stesso  Carlo  Magno , 
nell'anno  789,  ne'  suoi  Capitolari, 
Reg.  Frane,  tom.  I,  pag.  220,  n.  19 
edit.  Baluzii,  rinnovò  il  decreto  dei 
canoni  laodicensi. 

La  cattedrale,  come  chiesa  prin- 
cipale, fu  chiamata  anche  Duo- 
mo (  Vedi  ) ,  casa  o  luogo  di  ora- 
zione j  ed  il  Bergier  alla  parola  Cat- 
tedrale, che  appella  eziandio  chiesa 
vescovile  di  una  diocesi,  aggiunge, 
che  il  vescovo  vi  ha  la  cattedra  del- 
fautorevole  e  pubblico  insegnamen- 
to ,  il  quale  deve  essere  cattolico , 
vale  a  dire  interamente  conforme 
alle  dottrine  della  Chiesa  cattolica 
insegnate  dai  concilii  generali,  e  dai 
Pontefici    romani.    Conformemente 

VOL.    X. 


CAT  273 

poi  al  consesso  del  vescovo,  e  dei 
seniori,  onde  ne  derivò  il  nome  di 
cattedrale,  anco  oggidì  le  chiese  cat- 
tedrali sono  tenute  e  venerate  qual 
norma  delle  altre  chiese,  per  lo  che 
ad  esse  appartengono  le  processioni 
generali  colf  intervento  di  tutto  il 
clero,  il  quale  deve  seguire  il  pro- 
prio calendario.  Vi  si  debbono  con- 
sacrare e  custodire  gli  olii  santi  ; 
deve  esservi  un  capitolo  con  digni- 
tà ;  vi  si  pubblicano  coloro,  che  vo- 
gliono prendere  gli  ordini  sacri,  vi 
si  celebrano  le  esequie  del  vescovo 
defunto,  oltre  altre  funzioni  ;  e  nel 
tempo  pasquale,  i  pellegrini  e  fore- 
stieri vi  possono  adempiere  il  pre- 
cetto. 

Tocca  poi  al  vescovo  di  fornire 
la  cattedrale  di  sacri  paramenti  ed 
arredi ,  specialmente  per  l' uso  dei 
pontificali ,  come  decretò  Urbano 
Vili  a'  16  settembre  1624,  e  con- 
fermò a'  27  aprile  1626.  A  tale 
oggetto  nelle  provviste  dei  vesco- 
vati s'  impone  ai  novelli  vescovi 
l'obbligo  di  risarcire  e  rifabbricare 
la  chiesa  cattedrale,  e  il  palazzo  ve- 
scovile, per  solito  contiguo  alla  me- 
desima cattedrale,  come  ancora  di 
fornire  la  sagrestia  di  essa  delle  ne- 
cessarie suppellettili  sacre.  L'  erezio- 
ne poi  delle  chiese  cattedrali  viene 
fatta  dal  sommo  Pontefice  per  mez- 
zo della  sacra  congregazione  conci- 
storiale ,  al  paro  delle  unioni  con 
altre  cattedrali  e  delle  dismembra- 
zioni  loro.  Essendo  talora  due  chie- 
se unite  con  una  cattedrale,  per  cia- 
scuna vi  risiede  alternativamente  il 
vescovo.  Sopprimendosi  però  la  chie- 
sa vescovile  ,  perde  la  cattedralità , 
si  riduce  a  collegiata,  e  rimane  sen- 
za vicario  generale.  V.  Vescovati  e 
Diocesi. 

CATTEDRATICO    (   Cathedraii- 
cum  ).    Diritto,  censo,  tributo,  o  ri- 
18 


2  74  CAT 

cognizione,  che  pagavano  ogni  anno 
i  chierici  al  pro]>rio  tcscovo  per 
sostentamento  della  cattedra,  cioò 
della  dignità  episcopale.  Questa  pen- 
sione si  chiamava  anco  Synodlcon, 
sinodatico,  ed  era  in  uso  in  molte 
diocesi.  Vero  è  però,  come  leggiamo 
nel  Macri ,  Notizia  da'  vocaboli  ec- 
clesiastici, che  Synodaticum  significò 
pure  tanto  il  sussidio  che  sommini- 
stravano i  vescovi  al  loro  metropo- 
litano per  le  spese  necessarie  a  ce- 
lebrare il  sinodo  provinciale,  quanto 
il  sussidio,  che  somministrava  il  clero 
al  rispettivo  vescovo  pel  sinodo  dio- 
cesano. In  quanto  poi  all'origine  del 
Cattedratico,  essa  è  nella  Chiesa  an- 
tichissima, parlandosene  nel  concilio 
di  Braga  dell'anno  572,  comedi  un 
uso  inveterato.  Esso  era  in  ragione 
della  consuetudine  delle  diverse  chie- 
se ,  ma  da  un  capitolare  dell'  im- 
peratoie  Carlo  //  Calvo  dell*  anno 
844  rilevasi,  che  apparteneva  al  ve- 
scovo di  ricevere  questo  diritto  in 
derrate ,  o  in  danaro  effettivo.  I 
monaci  però  erano  esenti  dal  Catte- 
dratico. 

CATTOLICISMO  (  Catholicismus). 
Questo  vocabolo  tratto  dal  greco, 
che  significa  universalità,  indica  pro- 
priamente la  dottrina,  e  lutto  il 
sistema  della  religione  cattolica,  i 
suoi  articoli  di  fede,  i  suoi' dogmi, 
le  sue  massime  ec,  nonché  la  sua 
estensione  a  tutti  i  luoghi,  a  tutti 
i  tempi,  a  tutte  le  persone,  secondo 
quella  insegnata  da  Cristo,  e  dagli 
apostoli  della  Chiesa.  Secondo  i  teo- 
logi, il  Cattolicismo  riposa  sopra  i 
seguenti  quattro  punti,  che  ne  sono 
le  chiavi  principali.  I.  L'universalità 
de'  luoghi ,  ne'quali  è  sparsa  la  Chie- 
sa, e  la  sua  credenza.  II.  L'univer- 
salità dei  tempi,  nei  quali  essa  ha 
sussistilo,  e  ne'  quali  sussisterà.  III. 
L'universaUlà  della  dottrina,  ch'essa 


CAT 

ha    insegnata    senza    mescolanza,   e 
senza  alterazione.  IV.  L'universalità 
delle    persone   d'ogni    sesso,    d'ogni 
età  e  di  qualunque  condizione,  che 
sono  entrate  nel  suo  seno.    Dicesi  poi 
Cattolica  la  vera  Chiesa,  e  di  fjuesto 
nome  si  fregiano  i  paesi,  e  le  assem- 
blee dei  fedeli.  La  cattolicità  è  uno  dei 
caratteri  essenziali  alla  vera  Chiesa, 
e  questo    carattere    trovandosi  nella 
sola  Chiesa  Romana ,   essa  adunque 
è  la  vera  Chiesa.  San  Padano    poi 
vescovo  di  Barcellona,  parlando  nelle 
sue  lettere  a  Simproniano  delle  ere- 
sie   insorte    nella  Chiesa    da    Simon 
Mago  fino  ai   novaziani,  dice  che  il 
nome  di  cattolica,  di  cui  è  fregiata  la 
Chiesa,  viene  da  Dio,  e  per  questo 
nome  ella  è  sempre  stata  distinta  dal- 
le sette  degli  eretici.   Io  sono,  dic'egli, 
cristiano   per  nome,  e  cattolico  per 
soprannomej    V  uno  mi  distingue,    e 
l'altro  in  indica.  Finalmente  il  Ga- 
rampi    osserva    nelle   sue    Memorie, 
pag.   3?,  con  alcuni  esempii,  che  si 
disse    cattolica ,    e    cattolicissima    in 
senso   di    persona    pia,    religiosa,    e 
spirituale,  ossia  di  special  bontà. 

CATTOLICO  (Catholicus).  Que- 
sta voce  significa  universale,  generale, 
e  deriva  da  Cattolicismo  (  Vedi  ). 
Con  essa  si  viene  a  significare  quel 
cristiano,  che  segue  i  dogmi  della 
Chiesa  cattolica,  e  non  le  opinioni 
particolari  degli  eretici.  Tertulliano 
chiama  Cristo,  Calholicuni  Patris 
sacerdotum,  lib.  IV  advcrs.  Marc. 
cap.  g.  Che  il  nome  di  Cattolico 
fosse  adottato  a  distinzione  degli 
eretici,  anche  lo  abbiamo,  come  pre- 
cedentemente dicemmo,  da  s.  Pacia- 
no,  il  quale  scrivendo  contro  i  no- 
vaziani ,  ad  Synib.  Novat. ,  disse  : 
Christianus  mihi  nomen  est,  Catho- 
licus vero  cognomen.  Osserva  il  Ber- 
nini, Istoria  delle  eresie,  pag.  20, 
che  i  seguaci  di  Gesù  Cristo  si  chia- 


CAT 

marono  primieramente  fratelli^  o 
frati j  poi  santi ^  credenti ^  fedeli 
(  Fedi) 3  Jessaeìj  o  Gesuani,  da 
Gesù  Cristo,  Nazareni  dagli  ebrei, 
e  Papisti  dai  moderni  eretici.  Alcuni 
lianno  infelicemente  tentato  di  to- 
gliere dalla  prima  antichità  il  nome 
Cattolico,  pretendendo  che  1'  impe- 
ratore Teodosio  ne  sia  stato  1'  in- 
ventore, ovvero  che  tal  voce  non 
sia  stata  posta  nel  simbolo  che  nel 
terzo  secolo.  Ma  basta  leggere  la  let- 
tera del  martire  s.  Ignazio  scritta  a 
quelli  di  Smirne,  il  libro  di  Origene 
contro  Celso,  s.  Cirillo,  e  s.  Agostino 
per  confermarsi  sull'  antichità  di 
questo  vocabolo,  adoperato  per  di- 
stinguere i  veri  dai  falsi  cristiani 
(Fedi),  cioè  dalle  sette  degli  eretici, 
nati  nel  cristianesimo.  Così  sono 
state  nei  primitivi  tempi  appellate 
cattoliche  le  lettere  di  alcuni  apo- 
stoli, perchè  scritte  ai  cristiani  di 
tutto  il  mondo.  Oggidì  si  nominano 
in  generale  cattolici  i  cristiani  riu- 
niti in  società,  che  riconoscono  per 
capo  spirituale  il  sommo  Pontefice, 
e  che  professano  il  cattolicismo. 

Inoltre  chiamaronsi  cattolici  certi 
ufficiali,  o  magistrati,  che  avevano 
cura  di  esigere  le  imposte,  e  di  fìir 
pagare  i  tributi  nelle  provincie  del- 
l' impero,  facendone  menzione  Eu- 
sebio, Teodoreto,  Sozomeno  ed  altri 
scrittori  della  storia  bizantina.  Ag- 
giungiamo col  Macri,  che  chiama- 
vasi  ancora  Catholicus  il  procura- 
tore fiscale  dell'imperio,  perchè  ap- 
punto era  universale  in  tutto  il 
dominio  imperiale.  Laonde  per  la 
medesima  ragione,  da  altri  era  no- 
minato Catholìciarius.  Il  Papa  In- 
nocenzo III  in  una  sua  lettera,  Reg. 
Epist.  An.  XV.  ep.  78,  che  presso 
il  Baluzio  è  al  n.  82,  ci  descrive 
un  ordine  di  penitenti,  il  cui  istituto 
chiamasi   Catholici  paupercs. 


CAT  275 

CATTOLICO.  Titolo  ecclesiastico. 
L'onore  del  nome  cattolico  mosse  a 
prenderlo  i  patriarchi  o  primati  di 
oriente ,  il  perchè  cattolico  era  un 
titolo,  che  corrispondeva  a  quello  di 
ecumenico  ,  cui  avevano  adottato  i 
patriarchi  di  Costantinopoli ,  forse 
al  tempo  dell'imperatore  Giustinia- 
no I,  assunto  al  trono  l'anno  527. 
Ma  l'Assemanni  scrittore  de  catho^ 
licis,  seu  patriarchis  chaldceorum^ 
et  nestorianoruTUj  praef.  §  IV,  pag. 
57  e  &e^.,  dichiara  quella  denomi- 
nazione usata  nel  quinto  secolo  al- 
meno, e  probabilmente  sul  princi- 
pio del  quarto.  Dice  egli  pertanto, 
che  l'arcivescovo  di  Seleucia,  essen- 
dosi pel  suo  nestorianismo  sottratto 
dall'ubbidienza  del  patriarca  antio- 
cheno, appellò  sé  medesimo  Catto- 
lieo  patriarca  3  mentre  prima  di 
tale  divisione,  cioè  sul  principio  del 
secolo  quarto,  i  metropolitani  di  Se- 
leucia e  di  Persia  si  appellavano 
Cattolici,  senza  che  fossero  patriar- 
chi. V.  Renaudot,  Dissert.  sur  le 
patriarchi  d^Alexandrie,  n.  4?  iio» 
che  l'articolo  Caldea. 

Ecco  quanto  dice  Chardon,  iSVo- 
ria  de^  Sagramenti,  tora.  Ili,  cap.  6, 
Dé'principali  vescovi,  che  ressero  le 
chiese  orientali,  e  del  Cattolico  dei 
Nestoriani^ec,  suWb.  giurisdizione  del 
patriarcato  antiocheno,  e  de'  predi- 
catori evangelici,  che  inviò  al  di  là 
dei  confini  dell'imperio  romano: 
>i  Questi  santi  uomini  fecero  gran 
«  progressi  principalmente  nella  Per- 
»  sia,  ove  piantarono  più  chiese,  le 
>i  quali  erano  governate  da  un  ve- 
-M  scovo,  che  aveva  autorità  sopra 
«  tutti  gli  altri  della  Persia  e  del- 
«  l'Armenia,  ed  egU  era  ordinato 
>i  dal  patriarca  d'Antiochia  cui  era 
»  soggetto.  Ei  si  chiamava  Cattoli- 
»  co,  forse  per  la  vastità  della  sua 
>»  giurisdizione,  alla  quale  soggiace- 


"ìjS  e  A  T 

vano  i  metropolitani ,  e  vescovi 
semplici  di  que'  vasti  paesi.  Que- 
sti cattolici  si  possono  considerare 
come  un  grado  particolare  della 
gerarchia  ecclesiastica.  Il  Cattolico 
di  Persia  risiedeva  in  Seleucia,  e 
a  Ctesifonte.  Accadde,  che  i  nesto- 

>  riani  scacciati  dalle  terre  dell' im- 
y  pero  con  editti  dei  principi,  e  ri- 

>  tiratisi  nella  parte  della  Mesopo- 

>  tamia  occupata  allora  dai  persia- 
»  ni,  coi  loro  vescovi  ed  ecclesiasti- 

>  ci ,  vi  sparsero   la  loro  eresia ,  e 
»   moltiplicatisi  ebbero    un    vescovo 

cui  da  principio  chiamarono  Cat- 
tolico ,  e  poi  patriarca  ,  il  quale 
inviando  da  per  tutto  missionari, 
guadagnò  alla  sua  setta  moltissi- 
ma gente,  sì  pel  favore  dei  re  di 
Persia^  che  odiavano  i  romani  e 
la  loro  religione,  come  per  quel- 
lo de'  principi  maomettani,  i  quali 
furono  da  lui  coltivati.  Conqui- 
stata dai  maomettani  la  Persia , 
confermarono  ai  cattolici  o  patriar- 
chi dei  nestoriani  tutta  la  loro 
autorità,  la  quale  era  vastissima. 
Indi  questi  cattolici  trasferirono 
la  loro  sede  a  Bagdad,  e  si  usur- 
parono la  giurisdizione  sopra  gli 
ortodossi,  e  sopra  i  giacobiti  me- 
desimi, venendo  sostenuti  dai  ca- 
liffi, che  terminavano  le  contese 
coH'antico  possesso.  La  perdettero 
poi,  e  fu  permesso  ai  melchiti  o 
ortodossi ,  ed  ai  giacobiti  l'avere 
i  loro  proprii  cattolici;  ma  per 
più  di  due  secoli  i  nestoriani  si 
valsero  della  usurpata  giurisdizio- 
ne per  diffondere  la  loro  eresia, 
riuscendovi  mirabilmente  sia  per 
le  missioni  spedite  all'estremità 
dell'Asia,  come  per  la  infelicità  de- 
gli altri  cristiani ,  che  trovandosi 
ridotti  senza  chiese,  e  sacerdoti, 
erano  senza  accorgersi  costretti  ad 
impegnarsi    nella    comunione   coi 


CAT 

»i  nestoriani  ".    /^.  il  citato  Renan- 

dot,  (le  la  Perpet.  de  la  Foi,  t.  IV, 


lib.   I, 


cap.   7. 


Finalmente  leggiamo  in  varii  au- 
tori ,  che  fra  i  prelati  d' oriente ,  i 
quali  portarono  il  nome  di  Cattoli- 
co, il  patriarca  di  Armenia  si  ap- 
pellava pure  il  Cattolico  di  Armenia. 

Anzi  aggiungeremo,  che  Cattoli- 
co appresso  gli  Armeni  significa  il 
capo  ecclesiastico  di  tutta  quanta 
una  nazione,  quindi  essi  non  solo  il 
loro  capo  generale  nominano  cat- 
tolico, ma  pure  queUi  di  tutte  le 
altre  nazioni,  come  si  rileva  dai  lo- 
ro antichi  scrittori:  ed  è  perciò  che 
per  distinguere  il  Romano  Pontefi- 
ce qual  capo  generale  non  solo  del- 
la sua  nazione,  ma  ancora  di  tutte 
le  altre,  lo  nominano  Cattolico  dei 
Cattolici,  come  si  può  vedere  presso 
Fausto  Bizantino  storico  antico  del 
quarto  secolo. 

CATTOLICO.  Titolo  di  onore 
principesco.  Questo  fu  conferito  dai 
Sommi  Pontefici  ai  re  di  Spagna, 
chiamandoli  per  eccellenza  cattolici, 
a  cagione  della  loro  benemerenza  e 
zelo  per  la  religione  di  Gesù  Cristo, 
nonché  per  la  loro  devozione  alla 
Santa  Sede,  ed  al  romano  Pontefice. 
Né  manca  chi  dice  avere  i  Papi 
qualche  volta  dato  il  nome  di  Cat- 
tolico ai  re  di  Francia,  ed  a  quelli 
di  Gerusalemme. 

Questo  titolo  pertanto  di  re  cat- 
tolico, e  di  maestà  cattolica  è  pre- 
sentemente ed  esclusivamente  appli- 
cato ai  re  di  Spagna,  e  i  Bollandisti 
pretendono  che  lo  portassero  comu- 
nemente tutti  i  re  visigoti  di  Spa- 
gna. Il  Parisi  nelle  sue  Istruzioni 
per  le  segreterie^  t.  Ili,  p.  16,  ag- 
giunge che  i  re  de'  longobardi  Luit- 
prando  ed  Ariulfo,  fra  i  loro  titoli 
ponevano  anche  quello  di  Cattolico, 
ma  che  poi  divenne  giustamente  un 


CAT 

particolare  attributo  stabile  dei  mo- 
narchi delle  Spagne,  dopo  che  Fer- 
dinando V,  detto  il  Cattolico j  espul- 
se dal  suo  regno  i  maomettani,  prov- 
vedendo alla  perpetua  conservazione 
della  religione  cattolica  in  tutti  i 
suoi  vasti  dominii. 

Prima  sì  glorioso    titolo    fu  per- 
sonale nei  re  di   Spagna,  quindi  re- 
stò ereditario  nei  successori  loro.  11 
primo  a  portarlo  vuoisi  essere  stato 
il  re  Recaredo  I,  in  premio  di  aver 
convertito  i  suoi  goti  dall'arianesimo 
alla  fede  cattolica.    Gli  venne  con- 
ferito dal  concilio  toletano  III ,  che 
si  celebrò  l'anno  589  nel  pontifica- 
to di  Pelagio  II,  ovvero  da  questo 
Papa  ,  o  dall'  immediato    successore 
s.  Gregorio  l.  Il  Pontefice  Onorio  I 
nell'anno  687,  chiamò  cattoHco  Svin- 
tilla  re  di  Spagna.   11  Macri  al  vo- 
cabolo CathoUcus,  parlando  di  que- 
sto titolo    come    proprio    del  re  di 
Spagna,  dice  che  ebbe  origine  nel- 
l'anno 638  quando  il  concilio  tole- 
tano VI  ordinò ,    che    a   nessun  re 
fosse  dato  il  possesso  del  trono  rea- 
le, se  prima  non  giurava  di  non  per- 
mettere   nel  suo  regno  persona ,  la 
quale  non  fosse  cattolica,  laonde  poi 
il  re    venne    denominato    cattolico; 
oppure  perchè    Alfonso  I,    siccome 
discendente  di  Recaredo ,    cognomi- 
nato il  re  cattolico,  si  dichiarò  nel 
concilio  di  ereditare  questo  speciale 
titolo.  Certo  è,  che  il  Pontefice  san 
Zaccaria,  creato  l'anno  741,  confe- 
rì il  titolo  di  re  cattolico    al  detto 
Alfonso  I ,   ed  Innocenzo  III    al  re 
Pietro  II    d'Aragona    allorquando, 
nel    1204,  ^o  coronò    nella  basilica 
vaticana,  attestandolo  anche  il  Can- 
cellieri, nelle  Disseriazioni  epistola- 
ri, ec,  pag.  igr.  Finalmente  Papa 
Innocenzo  Vili,  in  premio  dell'estin- 
zione del  maomettanismo  dalla  Spa- 
gna ,  per    opera   de'  piissimi  Ferdi- 


CAT  277 

nando  V  ed  Isabella ,  conferì  ad  essi 
il  titolo  di  Cattolico  nel  1492  dopo 
la  conquista  di  Granata,  titolo  con- 
fermato loro    nel   1496    dal  succes- 
sore Alessandro  VI.  Per  questa  con- 
ferma, il  titolo  di  re  Cattolico  restò 
perpetuo  ed  ereditario    nel  re  Fer- 
dinando, non  meno  che  nei  re  suoi 
successori.  T^.  Raffaele  di  Volterra, 
GeographiaCj  lib.  II,  cap.  12,  e  Gio- 
vanni Mariana ,  De  reb.  Hispaniae  , 
\\h.  XXVI,  cap.  12,  pag.  209.  Sono- 
vi  poi  alcuni  autori,  che  pretendono 
aver    avuto    Ferdinando    V    questo 
titolo  soltanto  da  Innocenzo  Vili,  e 
altri  da  Giulio  II,  intorno  alla  qual 
cosa  può  consultarsi  l'annalista  Spon- 
dano,  all'anno    1492,  n.   2.  Inoltre 
Dan.  Guil.  Mollerò  scrisse  de  Titillo 
Catholicij  Altdor.  iGgS;  e  Galerat. 
Jac.  Mainoldo  de  titidis  Philippi  Ali- 
strii  regis    Catholici    liber     Bonon., 
per  Boniarum    i573.    Ci    fanno  sa- 
pere poi  il  Rainaldi  all'anno  149^? 
n.  25,  e  il  Comineo,  lib.  V,  de  Bel- 
lo neapolitano  j  che  Alessandro  VI 
avea  stabilito    atlribuere  Hispaniae 
regibus  nomen,  ut  Christianissimi  di- 
cerentur,  et   in   suis  ipsuni  litterisj 
atque  sermone  sic  eos  vocasse  j  sed 
quum  ex   Cardinalibus  quidam  rc- 
sisterentj  ncque  Galliam  vellent  ap- 
pellatione    illa   privari ,    Catholicos 
nominare  jussisse. 

Allorquando  Pio  IV,  nel  i562, 
ordinò  il  compimento  del  concilio 
di  Trento,  insorsero  gravi  questioni 
di  precedenza  fra  gli  ambasciatori 
di  Spagna  e  di  Francia,  sostenendo 
il  primo  che  Svintilla  re  di  Spagna 
fu  da  Onorio  I  chiamato  Cattolico, 
nell'anno  687,  prima  che  Carlo  Mar- 
tello avesse  da  Gregorio  III  nel  740 
il  titolo  di  Cristianissimo,  ma  por- 
tatasi la  questione  in  Roma,  Pio  IV 
la    decise    in  favore    della    Francia. 

F.    ClUSTUNISSIMO. 


ayS  CAU 

CATULA.  Sede  episcopale  della 
Mauritiana  Cesariana  neirÀfrica  oc- 
cidentale, e  perciò  sottoposta  a  Julia 
Cesarea»  Gennad.  lib.  de  Script. 
Eccl. 

CAUCASO  Monte.  E  situato  nel- 
r  Asia  minore  fra  il  Ponto  Bussino, 
e  il  mar  Caspio,  con  alcuni  villaggi 
abitati  dai  cristiani  giorgiani,  ed  una 
piccola  città  vescovile  che,  secondo 
Commanville,  fu  eretta  nel  nono  se- 
colo, e  che  le  notizie  greche  descri- 
vono qual  sede  arcivescovile  onora- 
ria, nel  patriarcato  di  Costantinopo- 
li, fra  gli  arcivescovati  della  Scizia, 
e  del  Chersoneso  Taurico.  Certo  Ba- 
silio era  vescovo  di  questa  sede,  ed 
intervenne  al  concilio  di  Costanti- 
nopoli, che  si  celebrò  per  Giovanni 
Becco,  sotto  il  vecchio  Andronico 
Paleologo. 

CAUCOBARDISTI.  Eretici  del  se- 
colo sesto,  seguaci  di  Severo  Antio- 
cheno e  degli  acefali,  derivati  da- 
gli eutichiani.  Ebbero  il  nome  da 
un  luogo,  dove  tennero  le  prime 
loro  assemblee.  Negavano  essi  ob- 
bedienza al  concilio  di  Calcedonia, 
e  predicavano  in  Gesù  Cristo  una 
«ola  natura,  F.  Baronio  ad  ann. 
335. 

CAUDATARIO  (Caudatarius). 
Ecclesiastico,  il  quale  sostiene  l' e- 
stremità  delle  vesti,  detta  coda,  al 
Papa,  ed  ai  Cardinali,  nonché  ai 
vescovi,  e  ad  altri  prelati,  che  han- 
no r  uso  de'  pontificali.  Dicesi  pure 
in  latino  Syrmads^  da  Sy-rma,  ve- 
ste lunga,  geridusj  ossia  portatore 
dei  lembi  di  essa,  ministeri  come 
incaricato  di  tale  uffizio,  e  linibi- 
feriis,  da  lembo,  che  è  la  parte  e- 
strema  del  vestimento.  V.  Claudio 
Francois  Menestrier,  Sur  V  usage  de 
se  faire  porter  la  queve  dans  Ics 
cerimonies  de  V  Eglise^  et  du  Mon- 
de,   Paris    1704^  et   dans  le    lume 


CAU 

i5  du  Journal  Ecclesiastiques  des 
Jos.  Ant.  Dinovart,  Mois  d'Avril,  p. 
266.  Quest'uffizio  ebbe  origine  col- 
l'uso  delle  vesti  colla  coda  adottate 
dal  Papa,  e  conòedute  ai  Cardinali, 
e  prelati  menzionati.  Siccome  in 
questo  articolo  intendiamo  parlare 
principalmente  dei  caudatarii  dei 
Cardinali  di  Santa  Romana  Chiesa, 
così  alquanto  ci  diffonderemo  sulle 
loro  notizie,  e  su  ciò,  che  di  più 
rimarchevole  li  riguarda.  Primiera- 
mente osserva  il  Bonanni,  Della 
Gerarchia  ecclesiastica,  capo  CXI, 
DeW  uso  di  sostenersi  dal  cauda- 
tario la  veste  Cardinalizia,  che  la 
veste,  la  quale  per  mezzo  della  co- 
da discende  sino  a  terra,  è  una  del- 
le insegne  principesche  e  di  digni- 
tà; giacche,  siccome  alle  persone  di 
condizione  popolare  fu  dagli  antichi 
prescritta  la  veste  corta ,  aftinché 
non  fosse  loro  d'impedimento  nell'e- 
sercizio delle  opere  servili,  così  alle 
persone  costituite  in  dignità  si  per- 
metteva la  veste  pomposa  e  lunga, 
per  distinzione,  acciocché  ovunque 
riscuotessero  rispetto.  Quando  inco- 
minciasse questa  sorte  di  veste  ad 
usarsi  dai  Cardinali,  non  si  riferi- 
sce da  autore  alcuno  negli  atti  pon- 
tificii, e  solo  abbiamo  da  France- 
sco Torri  gio,  benefiziato  della  ba- 
silica vaticana  nella  sua  Istoria  del" 
le  Grotte  Faticane,  a  carte  4o^> 
della  terza  edizione,  aver  egli  tro- 
vato registrato  in  un  manoscritto, 
che  il  Pontefice  Nicolò  111,  eletto 
l'anno  1277,  introdusse  l'uso  del- 
le vesti  caudate  ai  Cardinali,  prela- 
ti, come  ancora  le  cappe  e  i  cap- 
pucci. L' uso  pertanto  delia  cappa 
colla  coda  o  strascico,  e  della  sot- 
tana egualmente  con  coda,  impedi- 
va le  azioni  nelle  sacre  funzioni. 
Laonde  si  volle  rimediare  all'im- 
barazzo, che  producevano  tali  Icui'- 


CAU 

bi,  col  raccogliersi  l' estremità  della 
cappa  sotto  il  braccio  sinistro,  e 
quando  dovevasi  sciogliere  e  span- 
dere, venne  deputato  uno  della  fa- 
miglia perchè  ne  sostenesse  la  coda. 
Ma  dovendosi  ciò  massimamente 
praticare  nelle  cappelle  e  funzioni 
pontifìcie,  non  sembrò  conveniente 
alla  venerazione  dovuta  al  luogo, 
che  tale  uffizio  fosse  disimpegnato 
dai  cubicularii  laici  de'  Cardinali,  e 
venne  quindi  introdotto,  che  si  sos- 
tenesse il  lembo  della  vesta,  e  si 
spandesse  lo  strascico  della  cappa 
da  un  cappellano  sacerdote,  o  chie- 
rico della  famiglia  del  Cardinale, 
donde  ebbe  origine  T  uffizio  di  cau- 
datario.  V.  Cappa  dei  Cardinali. 

Questo  medesimo  costume  di  far 
sostenere  la  coda  della  veste  Car- 
dinalizia, come  si  legge  in  un  mss. 
della  biblioteca  vaticana,  citato  da 
un  cerimoniale,  si  praticò  anche 
da  altre  persone  di  minor  grado  e 
condizione,  particolarmente  quando 
la  curia  romana  era  stabilita  in  A- 
vignone;  dappoiché  gli  arcivescovi , 
ed  i  vescovi  di  nobile  nascita,  ciò 
usavano  non  solo  per  detta  cit- 
tà, ma  talvolta  anche  ascendendo 
l'appartamento  pontifìcio  nel  palazzo 
apostolico.  Leggesi  infatti,  che  certo 
Pietro  arcivescovo  di  Narbona,  regnan- 
do Urbano  V,  imprudentemente  andò 
sino  alla  camera  del  Papa  ossia  dei 
paramenti,  accompagnato  dal  cau- 
datario, e  che  fu  ripreso  dal  medesi- 
mo Pontefice,  venendo  ammonito 
a  non  comparire  più  in  tal  forma, 
dovuta  solamente  al  grado  Cardi- 
nalizio. Per  la  qual  cosa  que' pre- 
lati, i  quali  avevano  adottato  un  tal 
uso,  r  abbandonarono  prontamente, 
continuandolo  solo  i  patriarchi  si- 
no a  Martino  V.  Anticamente  quan- 
do un  Cardinale  in  abito  s'incon- 
trava con  un  altro  Cardinale,   seb- 


CAU  279 

bene  vestito  di  zimarra,  il  cauda- 
tario del  primo  per  atto  di  rispet- 
to lasciava  subito  di  sostenere  la  co- 
da, donde  forse  ebbe  origine  il  ce- 
rimoniale praticato  nelle  visite  di 
formalità,  che  ora  si  usano  dai  so- 
li Cardinali  novelli  col  Cardinal 
decano,  e  questo  con  quelli  tanto 
neir  accesso ,  quanto  nel  recesso  , 
cioè  che  il  caudatario  del  visita- 
to prende  la  coda  della  veste 
del  visitante ,  e  viceversa  il  cau- 
datario di  quest'  ultimo  sostiene  il 
lembo  della  veste  del  primo.  Non 
si  suole  però  sostenere  la  veste 
Cardinalizia  dal  caudatario  avan- 
ti il  ss.  Sagramento,  né  innanzi 
il  Sommo  Pontefice,  in  segno  di 
riverenza,  come  avverte  il  citato  Bo- 
nanni  a  pag.  44 1-  aggiunge  il  Pi- 
scara,  nella  sessione  V,  cap.  i3  del 
suo  Cerimoniale,  che  il  caudatario 
in  abito  talare  sostiene  la  coda  ogni 
volta  che  il  vescovo  si  reca  alla 
chiesa,  ma  al  Cardinale  sempre, 
vale  a  dire  quando  usa  la  sottana 
colla  coda  ;  e  che  quando  il  vesco- 
vo adopera  la  cappa,  nell' inginoc- 
chiarsi il  caudatario  gliela  spande , 
raccogliendola  nell' alzarsi.  Celebran- 
do poi  pontificalmente  la  messa,  il 
caudatario  de'  vescovi,  in  sottana  ne- 
ra, con  cotta  e  velo  detto  Bimba  y 
o  Fìppa,  sorregge  la  di  lui  mitra, 
ciò  che  praticasi  degli  altri  cauda- 
tari anche  nelle  cappelle  papah,  e 
nelle  cardinalizie  nella  celebrazione 
della  messa. 

Dicemmo,  che  1'  uffizio  di  cau- 
datario dai  laici  cubicularii  pas- 
sò ad  esercitarsi  dal  cappellano  del 
Cardinale.  In  progresso  di  tempo 
tali  qualifiche  furono  separate,  ma 
dipoi  poco  a  poco  si  riunirono,  co- 
me vediamo  oggidì,  che  i  cappella- 
ni dei  Cardinali  sono  per  lo  piìi 
anco  caudatarii,  locchè  deve  dirsi  an- 


28o  CÀTJ 

che  di  quello  del  Papa,  il  quale  ap- 
partiene alla  classe  dei  cappellani  se- 
greti (^er//).  Anticamente eravi  inoltre 
qualche  diversità  fra  i  caudatari  del- 
l'ordine de'diaconi  e  de*preti,  da  quel- 
li dell'  ordine  de'  vescovi  suburbica- 
ri,  perchè  i  primi  portavano  la  to- 
ga, e  il  velo  pendente  dalle  spalle 
sino  alle  ginocchia,  con  cui  prende- 
vano le  mitre  di  essi,  allorquando 
in  qualche  funzione  dovevano  depor- 
le;  e  gli  altri  aggiungevano  la  cot- 
ta. Presentemente  quando  i  Cardi- 
nali usano  la  mitra,  tutti  i  cauda- 
tari sopra  la  toga,  o  cappa  paonaz- 
za, assumono  la  cotta,  e  su  di  essa 
un  velo  bianco,  o  a  guisa  di  stola, 
largo  un  palmo,  lungo  sino  alle  gi- 
nocchia, terminando  con  una  fran- 
gia d'oro,  riunendosi  sul  collo  me- 
diante due  fettuccie,  e  formando  co- 
me un  cappuccio.  Ne  riporta  il  me- 
desimo Bonanni  la  figura  a  pag. 
44o-  Pio  IV,  eletto  nel  iS^g,  con- 
cesse ai  caudatari  dei  Cardinali 
per  le  funzioni,  e  per  le  cappelle 
papali  la  sopravveste,  o  toga,  detta 
volgarmente  soprana,  di  saja  pao- 
nazza, con  maniche  larghe  e  corte, 
con  fodere  di  seta  di  egual  colore, 
con  cappa  o  cappuccio  nella  forma 
diverso  dai  comuni.  Da  un  Iato 
della  cappa  evvi  una  saccoccia  per 
riporvi  il  breviario  ad  uso  del  Car- 
dinale nelle  cappelle.  Tale  forma 
di  abito  si  vede  dipinta  nei  caudata- 
ri, nell'abside  dell'antichissima  chie- 
sa titolare  de'ss.  Nereo  ed  Achilleo. 
Tutta  volta  nel  pontificato  di  s.  Pio  V, 
racconta  il  Bonanni,  che  i  cauda- 
tari de'  Cardinali  assistettero  all'uf- 
fizio delle  tenebre,  con  toga  e  man- 
Otello  nero.  Dipoi  la  sacra  congre- 
gazione de' riti,  col  decreto  Colle- 
gium  càudatarioruniy  de  i  agosto 
del  1608,  approvato  dal  Pontefice 
Paolo  V,  aggiunse  la  sottana  di  se- 


CAU 

ta  del  medesimo  colore  paonazzo 
con  bottoni  neri,  e  poi  ebbero  an- 
co la  fascia  con  fiocchi  egualmente 
di  seta  paonazza.  Sembra  però  dal- 
le parole  del  decreto,  che  la  sottana 
violacea  fosse  da  essi  già  usata  ante- 
riormente. Solo  n'  era  andata  in 
trascuranza  la  consuetudine,  e  fu 
loro  accordata  qual  prerogativa  di 
distinzione,  et  ut  ah  aliia  siniplici- 
bus  clericisj  vel  prcsbyteris  digno- 
scerenlur. 

Ad  ogni  caudatario  di  un  novel- 
lo Cardinale  viene  consegnato  un 
libretto  con  questo  titolo  :  Brevis 
instraclio  pio  dd.  caudaLariis  cir- 
ca vesteSj  qaibus  de  more  utuntur 
in  functionibus  Eminentissinioriini , 
et  Reverendissiniorum  DD.  S.  R.  E. 
Cardinalium  ec.  Da  esso  pertanto 
rilevasi,  che  i  caudatari  in  tutte  le 
cappelle  papali,  e  in  quelle  di  s. 
Tommaso  d'  Aquino,  e  dell'  ottava 
de'  ss.  Apostoli  Pietro  e  Paolo,  nei 
concistori  pubblici,  e  nell'  esequie 
de'  Sommi  Pontefici,  nella  cappella 
palatina,  debbono  vestire  coli' abito 
violaceo,  cioè  sottana  e  fascia,  e  so- 
prana con  cappuccio.  Inoltre  si  ri- 
cava, che  in  tutte  le  cappelle  Car- 
dinalizie (Vedi),  meno  le  due  pre- 
cedenti, vestiranno  con  sottana,  e 
fascia  paonazza,  e  mantello  talare, 
ossia  ferraiuolone  di  seta  nera,  e 
nel  medesimo  modo  incederanno 
nelle  esequie  anniversarie  dei  Pon- 
tefici nella  basilica  vaticana,  in  tut- 
te le  pubbliche  processioni,  in  qua- 
lunque tempo  e  chiesa,  tanto  per 
implorare  il  divino  aiuto  per  alcu- 
ne calamità,  che  per  quelle  dell'ot- 
tava del  Corpus  Domini,  sebbene 
v'ipterveuisse  il  Papa.  Così  nei  con- 
cistori semi-pubblici  pel  Te  Deuni, 
che  si  canta  1'  ultimo  giorno  del- 
l' anno  nella  chiesa  del  Gesù,  nelle 
conclusioni  che  si   fauno    nell'aula 


CAU 
del  palazzo  della  cancelleria  dagli 
uditori  di  rota,  ed  avvocati  conci- 
storiali novelli,  i  caudatari  vestono 
nel  medesimo  modo;  fuori  di  tali 
occasioni  vestono  come  i  semplici 
sacerdoti,  cioè  tutto  di  nero,  meno 
il  collare  di  seta  paonazza,  il  quale 
sempre  adoperano  anco  colT  abito 
corto  detto  di  abbate,  con  sottana 
e  Terraiuolo  di  seta.  Neil'  inverno 
però  la  sottana  è  di  panno,  sì  nei 
concistori  segreti,  sì  nelle  prediche, 
e  sì  nelle  congregazioni  Cardinali- 
zie, ec. 

In  quanto  agli  obblighi    ed    ap- 
partenenze del   caudatario,  spetta  a 
lui  il  preparare  i   sagri    paramenti 
ed  arredi  della   cappella    domestica 
del  Cardinale,  per    la    celebrazione 
della  messa,  incombendo  pure  a  lui 
di  dirla    nella    cappella    medesima. 
Quando  il  Cardinale  celebra  la  mes- 
sa o  in  cappella    pontifìcia,    od   al- 
trove, prepara    altresì    la  cassa  de- 
gli arredi    e    paramenti    occorrenti, 
il  che  eseguisce  per  altre  sagre  fun- 
zioni. Nelle  cappelle  Pontifìcie  e  Car- 
dinalizie,   il    caudatario    siede    nello 
scalino  presso  il  proprio  Cardinale, 
e  si  alza  quando  si  alzi  il  Cardina- 
le, rimanendo  a    sedere    quando    il 
Cardinale  è  incensato,  per  non  im- 
pedire r  incensazione,  ma  si  alzano 
poi  tutti  i  caudatari,  dopo  che  ab- 
bia ricevuto  l' incenso  1'  ultimo  Car- 
dinale diacono.   Il    caudatario    nelle 
capj)elle  sostiene  la  berretta  e  il  ber- 
rettino   rosso    quando    il  Cardinale 
non  ne  fa  uso,  gli  sorregge  le  cande- 
le accese  e  le  palme,  ed  all'occorren- 
za nelle    stesse    cappelle    rammenta 
al  proprio  Cardinale  ciò    che    deve 
fare.   Ma  di  quanto  riguarda  i  cau- 
datari, nelle  cappelle,  delle  candele, 
e    torcie    che    loro    spettano,    delle 
candele,  ceneri,  palme  e  Jgnus  Dei, 
che  ricevono  al   trono    dalle    mani 


CAU  281 

del  Papa,  si  tratta  agrarlìcoli  Cap- 
pelle l*oNTiFiciE,  e  Cappelle  Car- 
dinalizie. 

Allorché  il  Cardinale  va  a  quelle 
cappelle,  o  ad  altre  funzioni  con 
una  carrozza,  il  caudatario  prende 
il  terzo  posto.  Se  poi  vi  si  reca  con 
due,  egli  prende  il  primo  della  se- 
conda. Appartiene  alla  famiglia  no- 
bile, e  fa  perciò  parte  dell'antica- 
mera, e  secondo  i  parziali  regola- 
menti, e  sistemi  delle  corti  Cardi- 
nalizie, introduce  anch'  egli  chi  do- 
manda r  udienza  al  Cardinale.  Fi- 
no agli  ultimi  tempi  incombeva  al 
caudatario  benedire  la  mensa,  in 
occasione  di  qualche  convito,  che 
imbandiva  il  Cardinal  padrone. 

Riguardo  alla  chiesa  e  collegio 
dei  caudatari ,  ecco  quanto  si  legge 
nel  Piazza,  Opere  pie  di  Roma , 
pag.  664,  parlando  di  s.  Maria 
della  Purità,  de^  caudatari  in  bor- 
go, chiesa  che  sta  presso  il  palazzo 
Giraud,  ora  del  principe  Torlonia, 
prima  di  arrivare  al  palazzo  Acco- 
ramboni.  Nel  lagrimevole  saccheg- 
gio di  Pioma  del  i527,  l'esercito 
di  Borbone  fra  le  altre  iniquità, 
distrusse  in  tal  luogo  una  casa,  e  a 
ridosso  delle  sue  superstite  mura, 
poscia  si  gettarono  le  immondezze. 
Sopra  di  dette  mura  era  dipinta  una 
immagine  della  b.  Vergine  col s.  Bam- 
bino, che  con  meraviglia  di  tutti 
rimase  illesa  allorquando  nella  fa- 
mosa inondazione  del  Tevere,  ac- 
caduta neir  ottobre  i53o,  venne 
dall'  acqua  ricoperta  senza  che  la 
pittura  sofferisse  alterazione  veruna. 
Ciò  promosse  la  venerazione  de' fe- 
deli, e  il  conseguimento  di  parec- 
chie grazie  per  le  orazioni,  che  vi 
si  recitarono,  e  pei  lumi,  che  innan- 
zi le  si  accendevano.  Il  perchè  me- 
diante pie  limosine  si  fabbricò  nel 
medesimo  luogo  la  chiesa    dedican- 


iHi  C A  U 

dola  alla  purità  di  Maria  Vergine, 
donde  prese  il  nome  di  s.  Maria 
della  Purità,  la  quale  pei  prodigi, 
cui  continuò  a  fare ,  il  capitolo 
Vaticano,  verso  la  metà  del  secolo 
XVII,  coronò  con  corona  di  oro 
tanto  la  b.  Vergine,  quanto  il  di- 
vino suo  figlio.  Quindi  essendo  la 
chiesa  affatto  rovinata,  nel  pontifi- 
cato di  Leone  XII,  il  collegio  dei 
caudatari  la  restaurò  interamente. 
Se  ne  celebra  la  festa  ai  2  luglio, 
giorno  sacro  alia  Visitazione  della 
ss.  Vergine,  con  indulgenza  conces- 
sa da  Innocenzo  XI,  nel   1682. 

In  detta  chiesa,  e  nel  pontifica- 
to di  Paolo  III,  ebbe  origine  il 
sodalizio,  ed  il  collegio  dei  cauda- 
tari de*  Cardinali,  cioè  nell*  anno 
i538.  Zelanti  nel  promuovere  il 
maggior  culto  divino,  e  la  divozione 
alla  Madonna,  meritarono,  che  lo 
stesso  Pontefice  Paolo  III,  con  let- 
tere apostoliche  de' 22  novembre 
1546,  erigesse  il  loro  sodalizio  in 
collegio,  non  potendovi  far  parte, 
che  i  soli  caudatari  dei  Cardinali, 
che  sono  in  uffizio,  o  che  lo  ab- 
biano esercitato.  Monsignor  cauda- 
tario del  Papa  suole  essere  eletto 
in  priore  di  questo  collegio,  che 
gode  la  protezione  d'un  Cardinale. 

A  questo  collegio  concessero  mol- 
te indulgenze  Paolo  III,  Gregorio 
XV  nel  1623,  Innocenzo  XI,  e  Be- 
detto  XIV,  il  quale  con  decreto  dei 
17  maggio  1756  confermò  pure 
quelle  accordate  dai  suoi  predeces- 
sori, nel  qual  anno  col  breve  Ad 
Pastoralis  dignitatis ,  a'  5  giugno, 
ne  confermò  gli  statuti  e  le  costi- 
tuzioni. Fra  i  privilegi  poi  concessi 
ai  caudatari  dei  Cardinali,  merita- 
no menzione  l'indulto  personale  del- 
l' altare  privilegiato  per  due  giorni 
della  settimana,  e  il  poter  lucrare 
i  frutti  dei    loro    benefizi     residen- 


CAU 

ziali  di  canonicati,  beneficiati,  o  al- 
tro, nel  tempo  che  servono  i  Car- 
dinali nelle  cappelle,  o  funzioni,  che 
s' intimano  dai  cursori  apostolici  in 
liabitu,  et  forma  cursoriini.  E  seb- 
bene Innocenzo  XII  rivocasse  diversi 
indulti,  lasciò  intatti  quelli  dei  cau- 
datari colle  parole  seguenti  :  >»  fir- 
»  mo  tamen,  quoad  eorundem  Car- 
«  dinalium  caudatarios,  remanente 
«  decreto  moderatorio  sacrae  con- 
«  gregationis  E.morum  Cardinalium 
w  sacri  concilii  Tridentini  interpre- 
»>  tum  die  19  augusti  1690,  edito", 
come  si  ìe^^Q  nel  Bollano  a  pag. 
262. 

In  questo  rispettabile  ceto  eccle- 
siastico fiorirono  uomini  per  virtù 
e  dottrina  commendabili,  molti  furo- 
no onorati  di  cospicui  ufficii  e  di 
dignità  ecclesiastiche,  e  siccome  il 
novello  Pontefice  suole  dichiarare 
primo  cappellano  segreto  e  cauda- 
tario quello,  che  in  tal  qualifica 
l'avea  servito  nel  Cardinalato,  cosi 
diversi  furono  esaltati  a  cariche  ri- 
levanti, ed  a  gradi  insigni.  Per  dir- 
ne di  alcuni,  d.  Carlo  Traversali 
caudatario  del  Cardinal  Farnese, 
divenuto  questi  Papa  col  nome  di 
Paolo  III,  fu  da  lui  fatto  vescovo 
di  Segni.  D.  Antonio  de  Meliori- 
bus  caudatario  del  Cardinal  Perelli, 
quando  questi  divenne  Sisto  V,  pri- 
ma fu  promosso  a  commendatore 
delio  spedale  di  s.  Spirito  in  Sassia, 
e  poi  fu  preconizzato  a  vescovo  di 
s.  Marco  in  Calabria.  D.  Giovanni 
Canuto ,  caudatario  del  Cardinal 
Borghesi,  assunto  questi  al  pontifi- 
cato col  nome  di  Paolo  V,  fu  fatto 
da  lui  vescovo  di  Oppido.  E  d.  Giu- 
seppe Candido  caudatario  del  Car- 
dinal Barberini,  poi  Papa  Urbano 
Vili,  fu  da  lui  fatto  vescovo  di  Li- 
pari. F.  Decreta j  et  conslitutioiies 
collega    caudatariorurn    S.   R.    E. 


CAU 

Cardìnallumy^omae  1628;  Camillo 
Fa  micci ,  Della  confraternita  dì  s. 
Maria  della  Purità  de'  caudatariiy 
lib.  IV,  e.  33  delle  Opere  pie,  p. 
893  ;  Istorica  relazione  del  mira- 
bile scuoprimento  seguito  nel  i53o 
della  miracolosa  immagine  di  Ma- 
ria ss.  della  Purità  in  Borgo,  cu- 
stodita dal  yen.  collegio  de'  re  ver. 
cappellani  caudatari  de'  R.mi  Car- 
dinali, Roma  1781;  Constitutiones 
ven.  coli.  Caudatario  rum  S.  R.  E. 
Cardinaliunij  Romae  1829.  Fran- 
cesco Capparroni,  nella  Raccolta 
della  gerarchia  ecclesiastica,  con' 
siderata  nelle  vesti  sacre,  e  civili 
usate  da  quelli,  che  la  compongo- 
no, Roma  1827,  riporta  tre  figu- 
re colorate,  rappresentanti  il  cau- 
datario colla  croccia,  o  sottana  pao- 
nazza ,  il  caudatario  col  medesimo 
vestiario  colla  colta  e  velo  bianco 
ad  essa  sovrapposto,  e  il  caudatario 
colla  sottana  e  fascia  di  seta  pao- 
nazza col  fei'raiuolone  nero. 

CAUDIUM,  o  ARPAJA  .  Sede 
vescovile,  ed  ora  villaggio  nel  re- 
gno delle  due  Sicilie,  nella  provin- 
cia di  Terra  di  Lavoro,  nel  confi- 
ne del  principato  ulteriore  fra  Ca- 
pua  e  Benevento.  Questo  villaggio 
fu  fabbricato  sulle  rovine  dellaiiti- 
ca  città  di  Caudium  nel  paese  dei 
sanniti  irpini.  Nell'anno  433  di  Ro- 
ma, r  imprudenza  dei  consoli  J.  Vi- 
truvio,  e  Sp.  Postumio  trasse  l'eser- 
cito romano  fra  due  montagne:  laon- 
de circondati  dai  sanniti  per  ogni 
lato,  non  solo  furono  costretti  ad 
arrendersi,  ma  vennero  obbligati  al- 
l' umiliante  condizione  di  passare 
sotto  al  giogo,  cioè  a  dire  fia  due 
laucie  attraversate  da  una  terza  a 
guisa  di  forca,  difilandovi  tutti  i 
soldati  disarmati,  colla  testa  nuda, 
e  le  mani  legale  di  dietro  in  seguo 
d'ignominia.  Da  questo  famoso  av- 


CAV  283 

venimento  la  valle  prese  il  nome  di 
Forche  caudine,  ed  oggi  chiamasi 
stretto  di  Arpaja.  Nel  181 1  in  Na- 
poli si  pubblicò  l'opera  Le  forche 
Caudine  illustrate  con  due  ap- 
pendici. Due  minori  villaggi  poi 
situati  verso  i  due  opposti  ingres- 
si della  pianura  col  loro  nome 
comune  di  Forchia  ricordano  il 
romano  disastro ,  che  non  andò  in- 
vendicato. In  progresso  di  tempo 
Caudium  divenne  sede  episcopale , 
e  ne  fa  menzione  l'Ughelli  Italia 
sacra  tomo  X,  col.  52,  finche  per 
la  sua  distruzione  cessò  affatto  di 
essere,  erigendosi  dipoi  l'attuale  vil- 


la 


;g»o- 


CAUNO,  Cannus,  o  Cunnus.  Cit- 
tà episcopale  della  provincia  di  Li- 
cia, diocesi  d'Asia,  sotto  la  metro- 
poli di  Mira,  che  sino  dal  quinto 
secolo  fu  eretta  in  vescovato,  come 
leggiamo  in  Commanville. 

CAVA,  e  SARNO  unite  (  Caven. 
et  Sarnen,  ).  Vescovati  nel  regno  del- 
le due  Sicilie.  Cava,  o  la  Cava  pic- 
cola città  del  Principato  citeriore, 
posta  alle  falde  del  monte  Metellia- 
no,  in  mezzo  alla  deliziosa  valle  del 
monte  Fenestra,  capoluogo  di  can- 
tone, fu  fabbricata  sulle  rovine  del- 
l' antica  città  detta  M aerina ,  o 
Marcina,  che  gli  etruschi  avevano 
edificato  vicino  al  mare,  in  luogo 
ove  ancora  oggidì  si  vede  un  ca- 
stello ,  da  quelU  del  paese  chiamato 
P'ietri.  Si  racconta ,  che  il  re  dei 
vandali  Genserico,  allorquando  fu 
chiamato  dall'  Africa  da  Eudossia 
imperatrice  per  vendicar  la  morte 
del  proprio  marito,  ucciso  dal  ti- 
ranno Massimo,  dopo  aver  rovinato 
e  distrutto  la  maggior  parte  delle 
città  del  regno  di  Napoli,  si  avvici- 
nò a  Macrinaj  ma  gli  abitanti  pre- 
si da  grande  spavento  ,  fuggirono 
precipitosamente  dalla  città,  e  si  ri- 


9.84  CAV 

fugiarono  in  profondi  sollerranei 
e  grotte  dalla  parte  orientale  del 
monte  Metelliano,  chiamate  le  Caife 
3/flcllia/ìe.  Quindi  nel  980  presso  tal 
luogo,  s.  Alferio  salernitano  monaco 
cluniacense,  fondò  un  monistero  di 
benedettini  sotto  il  titolo  della  ss. 
Trinità  ad  Caveam  Metelliananij 
che,  seguendo  la  regola  di  Cluny, 
divenne  un'  abbazia  delle  più  ricche 
d' Italia,  ed  il  ceppo  di  una  illustre 
congregazione  di  ventinove  badie , 
e  di  novantuno  priorati  conventuali, 
chiamata  la  Congregazione  di  Ca- 
va. Conta  fra  i  suoi  alunni  Vitto- 
re 111,  Papa  del  1086,  ed  Urbano 
II,  eletto  nel  1088,  i  nomi  de'  quali 
in  varii  martirologi  sono  registrati 
per  santi.  L' abbate  Pietro,  cui  Ur- 
bano II  nel  1 09 1  impose  colle  pro- 
prie mani  la  mitra,  e  che,  secondo 
alcuni,  fu  il  primo  a  goderne  la  pre- 
rogativa (mentre  altri  dicono  che 
da  Alessandro  II  fu  conceduta  al- 
l'ablxìle  della  Cava  )  fece  un  recin- 
to di  muro  intorno  ad  una  terra 
vicina  aUa  sua  abbazia,  ed  avendovi 
invitato  tutti  i  fuggiaschi  dispersi 
qua  e  là  nelle  grotte  del  monte  Me- 
telliano, a  ritirarvisi ,  viene  ricono- 
sciuto siccome  il  fondatore  della  cit- 
tà di  Cava,  il  che  vuoisi  avvenuto 
verso  l'anno   io8o. 

S.  Gregorio  VII,  ed  Urbano  II 
principalmente  arricchirono  di  pri- 
vilegi e  prerogative  la  congrega- 
zione Cavense  ,  onde  ampia  ne  di- 
venne la  giurisdizione.  Abbiamo 
inoltre,  che  lo  stesso  Urbano  II  nel 
1092  non  solo  consacrò  la  basilica 
della  ss.  Trinità  della  Cava,  ma 
tolse  il  monistero  dalla  giurisdizio- 
ne del  vescovo  di  Salerno.  Quindi 
essendo  morto  nel  pontificato  di 
Pasquale  II  l'antipapu  Clemente  III, 
uno  di  quelli  che  gli  successe  nello 
scisma  fu  l'antipapa  Teodorico  ro- 


CAV 

mano,  il  quale,  passati  cento  e  cin- 
que giorni,  si  fece  anacoreta  nel  mo- 
nistero Cavense,  ovvero  vi  fu  co- 
stretto dai  soldati  di  Pasquale  lì , 
come  riporta  V  Oldoino.  Quando  il 
Pontefice  Calisto  II,  nel  1121,  fece 
arrestare  l'antipapa  Gregorio  Vili, 
Maurizio  Bardino,  lo  mandò  a  cu- 
stodire nel  monistero  della  ss.  Tri- 
nità della  Cava ,  e  dipoi  lo  fece 
trasportare  nella  fortezza  di  s.  Ger- 
mano. Così  quando  nel  1 1 80  dalle 
truppe  pontificie  fu  preso  l'antipa- 
pa Innocenzo  III,  Landone  Sitino, 
il  legittimo  Pontefice  Alessandro  HI 
lo  fece  condurre  nel  medesimo  mo- 
nistero a  far  penitenza  insieme  ai 
suoi  complici ,  e  si  dice  ,  che  vi 
morisse  impenitente,  terminando  con 
lui  lo  scisma  di  ventun  anno  contro 
Alessandro  III. 

Nel  1394,  Bonifacio  IX  eresse  la 
chiesa  della  ss.  Trinità  in  cattedrale, 
locchè  durò  fino  al  Pontefice  Ales- 
sandro VI.  Ma  il  Cardinal  Oliviero 
Caraffa,  che  n'era  vescovo,  avendo 
provato  di  chiamarvi  de'  monaci  di 
Mcmte  Cassino  in  luogo  di  quelli 
che  v'  erano,  diede  origine  ad  un'  in- 
finità di  contestazioni  fra  lui  ed  i 
monaci,  i  quali  indussero  nel  i5i4 
Leone  X  a  sopprimere  la  delta  cat- 
tedrale, ed  a  trasferire  questo  titolo 
e  la  sede  vescovile  nella  vicina  città 
di  Cava,  distante  dal  monistero  un 
terzo  di  lega,  stabilendo  nella  chiesa 
dedicata  alla  Visitazione  della  bea- 
tissima Vergine  un  primicero,  con 
alcuni  canonici,  ed  aggiudicando  lo- 
ro delle  rendite  sui  beni  dell'abba- 
zia, coH'opportuna  giurisdizione  sulla 
città  e  diocesi,  che  sottopose  imme- 
diatamente alla  santa  Sede. 

L' abbazia,  ed  il  magnifico  moni- 
stero  delia  ss.  Trinità  tuttora  fiori- 
scono, ed  è  assai  celebre  la  sua  insi- 
gne biblioteca,  e  fino  dal   i585  fu 


CAV 

riunita,  in  un  a  tutte  le  sue  dipen- 
denze, alla  congregazione  di  s.  Giu- 
stina, o  di  Monte  Cassino.  V.  Cas- 
siNEsi.  JVel  i833  fu  stampato  in  Na- 
poli il  Cenno  {storico  intorno  al  sa- 
cro real  moni  stero,  e  reale  stabili- 
mento della  santissima  Trinità  di 
Cava. 

Alla  sede  vescovile  poi  di  Cava, 
nel  1818,  Papa  Pio  VII  coli' auto- 
rità della  bolla  De  meliori  domìni' 
cacj  unì  le  sedi  di  Sarno  e  Nocera 
de'  Pagani ,  ma  il  regnante  Ponte- 
fice Gregorio  XVI  dismembrò  nuo- 
vamente da  Cava,  Nocera  de'  Paga- 
ni, e  nel  concistoro  de'  2  3  giugno 
1834  restituì  a  ciascuna  città  il 
proprio  vescovo,  rimanendo  soltanto 
Sarno  (Vedi)  unito  a  Cava  colla 
dipendenza  dalla  Sede  apostolica. 
Fra  i  molti  ed  eleganti  edificii  del- 
la città,  primeggia  la  maestosa  cat- 
tedrale. Si  compone  il  capitolo  di 
alcune  dignità,  prima  delle  quali  è 
l'arcidiacono,  di  dodici  canonici,  con 
due  prebende,  di  sei  ebdomada- 
rii,  non  che  di  altri  preti  e  chie- 
rici per  r  uffiziatura.  Il  vescovo  a- 
bita  un  ottimo  episcopio,  e  nella 
città  vi  sono  otto  parrocchie,  due 
conventi  di  religiosi,  tre  monisteri 
di  monache,  conservatorii,  ospedale 
cimiterio,  monte  di  pietà,  seminario 
e  diversi  sodalizi  e  stabihmenti  di 
beneficenza.  La  mensa  vescovile  è 
tassata  in  camera  apostolica  in  fio- 
rini quattrocento. 

CAVAILLON  (Cahellio).  Città 
vescovile  di  Provenza  in  Francia, 
nel  dipartimento  di  Valchiusa,  capo- 
luogo di  cantone,  sulla  riva  destra 
della  Durenza  presso  il  suo  con- 
fluente col  Coullon  a  piedi  di  una 
montagna.  Questa  città,  già  dominio 
della  Santa  Sede  appartenente  al  con- 
tado Venosino  o  Venaissino,  è  anti- 
chissima, fu  abitata  dai  bavari,  e  fu 


CAV  'jBi: 

chiamala  anche  Cavaglione ,  Cahal- 
lion,  Cabellicitm  ec.  Divenuta  colonia 
romana,  ottenne  privilegi,  ed  ebbe 
un  corpo  di  antri  culai  res,  o  battellieri 
pel  passaggio  della  Durenza,  allora, 
come  presentemente,  diflicile  e  pe- 
ricoloso. Per  l'antica  sua  fondazione, 
oltre  Plinio  e  Strabene,  è  celebrata 
pure  dal  Petrarca  nel  lib.  Il,  tract. 
X,  cap.  2,  De  vita  solitaria.  Era 
allora  per  la  maggior  parte  fabbii- 
cata  sulla  mentovata  montagna  che 
la  sovrasta ,  •  per  cui  in  prova  del 
lungo  soggiorno,  che  i  romani  vi 
fecero,  e  della  sua  importanza  sotto 
il  loro  dominio,  venne  da  loro  anno- 
verata fra  le  città  latine  con  diritto 
di  cittadinanza .  Ne'  suoi  dintorni 
si  discopersero  molte  antichità  quali 
avanzi  della  sua  grandezza,  delle 
sue  mura,  nonché  medaglie,  vasi, 
statue,  iscrizioni  ec.  I  superstiti  ru- 
deri di  un  arco  di  trionfo,  che  vuoisi 
appartenere  al  tempo  d'Augusto,  si 
veggono  nella  corte  dell'episcopio, 
ed  una  bella  statua  della  Terra  xVn- 
drogina  ivi  rinvenuta,  figurava  la 
propria  fecondità,  essendo  il  sua 
territorio  uno  de' più  ameni  e  fer- 
tili del  Venosino. 

Passata  Cavaillon  in  potere  dei 
franchi,  nell'anno  562  dell'era  cri- 
stiana, serviva  di  residenza  a  Sigi- 
berto  re  de'  francesi.  Divenne  in 
progresso  di  tempo  città  baronale, 
ed  il  suo  vescovo  ne  fu  consignore, 
in  un  al  sovrano  Pontefice,  finché 
venne  riunita  alla  Francia.  La  sovra- 
nità della  Santa  Sede  su  Cavaillon  ri- 
monta al  secolo  XIII.  Imperocché  nel 
I  179  condannati  nel  concilio  lattìra- 
nense,  cui  intervenne  il  vescovo  Pon- 
zio, gli  eretici  albigesi  già  discoperti 
nell'anno  precedente,  e  discacciati  da 
Tolosa,  nel  rifuggiarsi  in  Alby,  ricevet- 
tero il  nome  di  Albigesi  da  quella 
città,  godendo  la  prolezione  di  Rai- 


286  CAV 

mondo  VI  conte  sovrano  di  quella 
provincia.  Ma  il  vescovo  Bertrando, 
che  governava  la  chiesa  di  Cavaillon 
nel  1 2  1 2  scrisse  al  Pontefice  Inno- 
cenzo III  contro  i  conti  Tolosani 
sostenitori  fanatici  di  quegli  eretici; 
il  perchè,  represso  colle  armi  dei 
crociati,  e  deposto  e  scomunicato 
il  detto  Raimondo  VI,  porzione 
delle  sue  terre  fu  data  a  Raimondo 
VII  suo  figlio,  parte  al  vincitore 
conte  di  Montfort,  ed  il  Venosino 
o  Venaissino  (che  avendo  Carpen- 
trasso  per  capitale  comprendeva  Vai- 
9on  e  Cavaillon  )  si  devolse  in  per- 
petuo dominio  della  Chiesa  Romana, 
il  che  avvenne  nel  pontificato  di 
Gregorio  IX. 

Dopo  la  morte  del   b.  Benedetto 
XI    in    Perugia,    quivi    i    Cardinali 
elessero    in    successore   di   lui ,    a'  5 
giugno   i3o5,    Bertrando    de     Got 
arcivescovo    di    Bordeaux,    benché 
assente  dal  conclave,  e  senza  la  di- 
gnità   Cardinalizia.     Ricevuto  il    de- 
creto di  sua  elezione,  chiamò  i  Car- 
dinah    in    Francia,    e   col  nome  di 
Clemente  V  si  fece  coronare  in  Lio- 
ne; indi  per  compiacere  Filippo  IV, 
il  Bello,  re  di  Francia,  e  in  riguar- 
do alle  fazioni  de' Guelfi    e   Ghibel- 
lini, che  lacemvano  l'Italia,  preferì 
ai  lidi  fortunati  del  Tevere,  le  spiag- 
gie    del    Rodano,    e    stabifi    la   sede 
pontificia  in  Avignone  vicino  a  Ca- 
vaillon,   la  quale    ne    provò  in  più 
guise  gli  efFelti  onorevoli  e  vantag- 
giosi.   E  visitando   Clemente  V,  nel 
1 3  I  o,  la  provincia  Venosina ,  la  di- 
chiarò contea,  e  nelle   monete,  che 
fece   battere    s'  intitolò  Clemente  V 
conte  del  Venaissino.    Assunto  però 
al  pontificato  Gregorio  XI,  dichiarò 
la  sola  Roma,    e  la  basihca  latera- 
nense    sede    principale    del    Sommo 
Pontefice,  e  a  questa  egli  volle  ripor- 
tare la  sua  residenza  papale.  Laonde 


CAV 

partito  da  Avignone,  a  persuasione 
principalmente  di  s.  Caterina  da  Sie- 
na, a' IO  settembre  iSyG,  lasciatovi 
per  suo  vicario  il  Cardinal  Giovanni 
di  Blondiaco,  giunse  in  Roma  a'  1 7 
gennaio  1877,  cioè  dopo  settantun 
anno,  sette  mesi,  e  undici  giorni 
che  ne  mancavano  i  Papi.  Se  gran- 
de avvenimento  fu  tal  partenza  per 
Cavaillon,  non  meno  importanti  ne 
furono  le  conseguenze,  giacché  mo- 
rendo poco  di  poi  Gregorio  XI,  ed 
eletto  agli  8  aprile  1 878,  Urbano  VI, 
non  andò  guari  che  i  Cardinali  fran- 
cesi malcontenti  di  lui,  perchè  ne 
correggeva  i  costumi ,  né  li  secon- 
dava neir  idea  di  riportare  la  corte 
in  Provenza,  il  cui  delizioso  soggior- 
no vivamente  domandavano,  non 
tardarono  a  ribellarsi,  ed  a' 20  set- 
tembre 1878  in  Fondi  scismatica- 
mente fecero  antipapa  Clemente  VII. 
Passando  questi  in  Avignone,  a'  20 
giugno  1879,  vi  consolidò  lo  scisma, 
fu  riconosciuto  da  più  provi  nei  e  e 
nazioni,  ed  ebbe  in  successore  il 
falso  Pontefice  Benedetto  XIII;  per 
le  quali  vicende  Cavaillon  segui  la 
sorte  di  Avignone  (  Vedi).  E  come 
che  a  queir  articolo  se  ne  riportino 
le  notizie,  pure  verremo  accennando 
qui  le  principali. 

Lacerando  la  Chiesa  il  funestissi- 
mo scisma,  e  vivendo  le  popolazio- 
ni ,  principalmente  quelle  suddite 
della  Santa  Sede,  nella  massima  agi- 
tazione, tanto  i  Cardinali  di  Gre- 
gorio XII,  che  gU  anticardinah  di 
Benedetto  XIII,  adunatisi  nel  1409 
in  Pisa,  vi  celebrarono  un  concilio, 
che  s.  Antonino  ed  altri  chiamano 
conciliabolo.  In  esso  furono  deposti 
ambedue,  ed  a' 26  giugno  elessero 
invece  Alessandro  V,  il  quale  fu 
riconosciuto  dalla  maggior  parte  dei 
monarchi  e  delle  nazioni,  onde  Gre- 
gorio XII  si  ritirò  a  Rimini,  e  Be- 


CAV 
nedetto  XIII  a  Paniscola  nella  Spa- 
gna. Fu  allora,  che  il  nuovo  Ponte- 
fice Alessandro  V,  prendendo  partico- 
lar  cura  di  Avignone  e  del  contado 
Venosi  no,  fìi  sollecito  d'  istituirvi  la 
legazione  apostolica ,  sotto  di  cui 
Cavaillon  fu  posta,  inviandovi  per 
primo  legato  il  Cardinal  di  Tureyo. 
Mentre  Cavaillon,  e  le  altre  cit- 
tà di  Provenza  spettanti  al  dominio 
paterno  e  pacifico  del  romano  Pon- 
tefice, godevano  i  fi'utti  del  suo  uma- 
nissimo governo,  le  guerre  degli 
ugonotti  calvinisti  posero  quelle  città 
a  soqquadro  in  un  alla  Francia,  e 
nel  i562  i  nemici  entrarono  in  Ca- 
vaillon, portandovi  gravissimi  danni 
e  commettendovi  molte  iniquità.  Per- 
tanto a  comprimere  il  fiirore  arma- 
to di  tali  eretici,  il  Pontefice  Pio  IV 
milanese,  mandò  in  Avignone  il  suo 
parente  Seibelloni  qual  generale  del- 
le truppe  di  s.  Chiesa  a  tal  effetto 
radunate,  con  potenti  soccorsi.  Quin- 
di ai  6  agosto  i562  arrivarono  in 
Cavaillon  Luca  Antonio  di  Terni 
colonnello  di  cinque  compagnie  di 
soldati  italiani,  composte  di  novecen- 


to uomini  ben  armati  e  vestiti. 


spe- 


dite dal  Papa  per  difesa  del  paese. 
Agli  8  vi  si  recò  il  Serbelloni  redu- 
ce da  Carpentrasso  ove  avea  pre- 
miati que'  valorosi ,  che  resistettero 
alle  forze  degli  eretici  quando  vigo- 
rosamente assalirono  la  città,  e  passò 
a  rassegna  le  cinque  compagnie.  In- 
di ai  IO  parfi  .il  colonnello  da  Ca- 
vaillon con  due  compagnie  alla  vol- 
ta di  Sisteron  in  rinforzo  alle  trup- 
pe comandate  dal  conte  di  Somma- 
riva,  mentre  le  altre  si  condussero 
colla  scorta  del  signor  di  Crillon  al 
ponte  di  Sorga  per  riposarvi ,  ed 
a'  17  partirono  due  per  Carpentras- 
so, ed  una  per  Avignone,  dai  quah 
luoghi  furono  spediti  altri  soldati  al 
campo  cattolico  di  Sisteron. 


CAV  287 

Saputosi  dai  nemici,  che  il  castel- 
lo del  ponte  di  Sorga,  e  particolar- 
mente il  contado  erano  sforniti  delle 
forze  maggiori  per  le  compagnie  an- 
date a  Sisteron,  dopo  avere  gli  eretici 
preso  di  là  dal  Rodano  i  luoghi  di  s. 
Lorenzo  e  Roccamaura,  s'inoltrarono 
al  ponte  di  Sorga  a'  26  agosto,  ed 
a'  29  si  riunirono  con  tremila  fanti, 
e  quattrocento  cavalli ,  onde  dopo 
lunga  e  coraggiosa  resistenza,  i  ven- 
ticinque italiani,  che  difendevano  il 
castello,  dovettero  cedere  all'apertura 
della  breccia,  e  benché  avessero  gua- 
dagnato l'alto  'jielle  torri,  il  fuoco 
che  vi  appiccarono  gli  avversarii  li 
costrinse  a  ritirarsi  colla  sola  perdi- 
ta di  due  individui  estinti  dalle  fiam- 
me ,  che  alimentate  dal  vento  in- 
cendiarono tutto  il  castello,  distrug- 
gendo così  un  edifìzio  fabbricato  con 
magnificenza  da  Urbano  V,  per  sog- 
giorno e  villeggiatura  dei  Papi. 

Avendo  poi  terminato  gli  ugonotti 
di  bruciare  il  castello  del  ponte  di 
Sorga ,  sotto  la  condotta  del  loro 
capo  barone  d'  Adretz ,  marciarono 
su  Vedene,  s.  Savornino,  e  Castel 
novo,  detto  Gadagne,  ove  posero  a 
fuoco  la  chiesa ,  ed  il  priorato  che 
dipendeva  da  s.  Rufo  di  Valenza  : 
scorsero  poi  il  Toro,  e  vi  arsero 
parimenti  la  chiesa,  facendo  altret- 
tanto a  Comons  ove  appiccarono 
fuoco  al  castello  dei  Perussi  signori 
del  luogo,  e  la  sera  del  primo  set- 
tembre i562,  arrivarono  a  Cavail- 
lon. La  fanteria  alloggiò  in  campa- 
gna, e  la  cavalleria  entrò  in  città. 
Vi  fu  al  solito  incendiata  la  chie- 
sa, vi  si  commisero  altre  barbarie , 
e  si  disotterrarono  molti  cadave- 
ri ,  in  un  a  quello  di  Arnaldo 
Agard  di  Cavaillon,  gettandoli  tut- 
ti nel  pozzo  della  cattedrale.  In- 
di passarono  a  danneggiare  i  limi- 
trofi lerritorii,  come  Laoyses,  Rubion, 


288  CAV 

Maiibecli ,  Taillaues  e  altri  luogìii 
del  contacio.  Più  grande  però  Tu  la 
perdita  de'  cattolici  d'Arles,  i  quali 
volendo  impedire  agli  eretici  di  scor- 
rere la  Dnrenza,  furono  da  essi  fu- 
gati, passandone  a  (il  di  spada  circa 
duecento.  Il  perchè  gli  abitanti  di 
Lilla  e  di  Carpentrasso  raddoppiaro- 
no i  ine/zi  di  difesa,  ed  a'  4  settem- 
I)re  partirono  da  Cavaillon  i  capi 
de'  nemici  con  quattromila  cinque- 
cento pedoni ,  novecento  cavalli ,  e 
sette  pezzi  di  artiglieria,  sotto  il  co- 
mando dei  barone  di  Adietz,  mar- 
ciando al  soccorso  di  Sisteron  ,  as- 
sediato dal  Sommariva  comandante 
cattolico.  Indarno  tentò  il  barone  di 
.sorprendere  la  città  d'Apt,  e  per 
timore  che  il  campo  di  Provenza 
non  gli  piombasse  sopra ,  a'  6  set- 
tembre in  fretta  retrocedette  nel- 
V  interno  del  contado  passando  per 
Mormoiron  e  Parnes.  Intanto  i  cat- 
tohci  stringendo  V  assedio  di  Siste- 
ron ,  a*  5  settembre,  vi  entrarono 
gloriosamente  ;  e  poco  dopo  giunse- 
ro a  Cavaillon  duecento  cavalleggie- 
ri,  che  il  medesimo  Pio  IV  mandò 
per  difesa  de'  suoi  dominii  Proven- 
zali sotto  la  condotta  di  due  nobili 
capitani  Baldassare  Rangone  mar- 
chese di  Longiano,  e  Prospero  Raspo- 
lli di  Ravenna ,  che  ai  20  ottol3re 
entrarono  in  Avignone.  A  quell'ar- 
ticolo si  riporta  il  principio,  prose- 
guimento e  termine  di  questa  guer- 
ra sostenuta  dai  sovrani  Pontefici 
nell'Avignonese  e  nel  Venosino  con- 
tro i  formidabili  ugonotti. 

Cavaillon  naturalmente  segui  il 
destino  dell'Avignonese ,  e  del  Ve- 
nosino nelle  diverse  vicende  della 
provincia,  la  quale  fu  occupata  dalle 
armi  di  Luigi  XIV  re  di  Francia 
nel  1 661 ,  regnando  sul  trono  del 
^  aticano  Alessandro  VII,  perla  fa- 
mosa vertenza  deiraiiibasciatore  Crec- 


CAV 

quy,  e  solo  nel  1 664  fu  sgombrata, 
dopo  la  pace  di  Pisa. 

J\el  pontificato  d' Innocenzo  XI, 
l'Avignonese  e  il  Venosino  nel  1G88 
furono  nuovamente  invasi  per  ordi- 
ne dello  stesso  Luigi  XIV,  che  vo- 
lea  sostenere  con  tal  rappresaglia 
le  franchigie  e  le  regalie.  Laonde  fu 
colpito  in  Roma  dalle  censure  ec- 
clesiastiche r  ambasciatore  Enrico 
Carlo  marchese  di  Lavardino.  Ma 
nel  1690  sotto  Papa  Alessandro  Vili 
l'Avignonese  ed  il  Venosino  venne- 
ro dai  francesi  evacuati,  terminan- 
dosi definitivamente  le  controversie 
da  Innocenzo  XII.  Quindi  volendo 
Luigi  XV  sostenere  il  suo  parente 
Ferdinando  duca  di  Parma,  a  cui 
Clemente  XIII  avea  intimato  un 
monitorio,  da  un  corpo  di  truppe 
francesi,  nel  1768,  fece  prendere 
possesso  dei  dominii  pontificii  di 
Provenza,  compresa  Cavaillon.  Né 
furono  restituiti  dal  medesimo  re 
che  nel    1774  a  Clemente  XIV. 

Finalmente  propagatasi  in  questo 
paese  la  terribile  rivoluzione  di  Fran- 
cia, alcuni  ribelli ,  nel  i  790  ,  inal- 
berato lo  stendardo  rivoluzionario , 
si  diedero  all'assemblea  nazionale  di 
Parigi ,  che  subito  s' impossessò  di 
tutti  i  dominii  ecclesiastici  di  Pro- 
venza ,  ed  inutili  furono  i  prodotti 
legali  documenti  della  sovranità  del- 
la Santa  Sede  su  di  essi. 

Dipoi,  occupando  i  francesi  anche 
lo  stato  della  Chiesa  in  Italia  ,  il 
Pontefice  Pio  VI  fu  costretto  nella 
pace  di  Tolentino  del  1797,  a  ce- 
dere alla  Francia  Avignone,  e  il 
Venosino,  per  cui  Cavaillon  cessò  di 
essere  soggetta  al  soave  governo  dei 
Papi ,  e  sebbene  tali  possedimenti 
fossero  stati  riconosciuti  a  favore 
della  Francia  dal  congresso  di  Vien- 
na, non  mancò  di  avanzare  le  ana- 
loghe proteste   il   Papa  Pio  VII  in 


CAV 

difesa  dei  diritti  della  Sede  aposto- 
lica. Attualmente  Cavai llon  conta 
circa  seimila  abitanti,  ed  è  soggetta 
ad  Avignone.  Ha  un  bel  palazzo 
pubblico,  ed  ai  5  giugno  lySi  soffrì 
ima  violenta  scossa  di   terremoto. 

Le  notizie  ecclesiastiche  di  Cavail- 
lon,  e  della  sua  sede  vescovile,  ora 
più  non  esistente,  sono  le  seguenti. 
In  dignità  la  sede  di  Cavaillon  ve- 
niva riputata  dopo  Yaisou,  e  prima 
di  Vindausica  e  di  Carpentrasso  ve- 
scovati del  Venosino,  cioè  per  l'an- 
tichità della  sede ,  sebbene  s' ignori 
la  vei*a  epoca  in  cui  Cavaillon  sia 
stata  eretta  in  seggio  episcopale.  Ge- 
niale è  il  primo  vescovo  nominato 
nell'anno  822  dai  cataloghi  di  que- 
sta cattedrale,  che  Commanville  dice 
eretta  nel  3 1 4,  come  suffraganea  di 
Arles;  ma  Sisto  IV  in  considerazio- 
ne del  Cardinal  Giuliano  della  Ro- 
vere suo  nipote,  e  poi  nel  i5o3 
Papa  Giuho  II,  allorché  era  vesco- 
vo di  Avignone,  sollevò  questa  chie- 
sa al  grado  metropolitico,  e  toglien- 
do Vaison,  Cavaillon  e  Carpentras- 
so dalia  soggezione  di  Arles,  sotto- 
pose queste  chiese  ad  Avignone.  In- 
di, nel  1801  ,  Cavaillon  fu  privala 
del  seggio  vescovile  da  Pio  VII  pel 
concordato  concluso  colla  Francia. 
Oltre  il  capitolo,  che  allora  compo- 
nevasi  di  dodici  canonici,  aveva  per 
dignità  il  prevosto  e  l'arcidiacono. 
Nella  diocesi  enumeravansi  due  ab- 
bazie ,  una  dedicata  a  s.  Giovanni 
nella  città  ,  l'altra  fuori  chiamavasi 
Sinanqua  ;  ed  eranvi  anche  cappuc- 
cini, cistcrciensi,  e  carmelitani  d'am- 
bo i  sessi.  La  cattedrale ,  come  di- 
remo, era  dedicata  a  s.  Verano  suo 
vescovo  e  principal  patrono.  Ma 
mentre  era  vescovo  di  Cavaillon 
Rostagno  Berlingerio  (che  interven- 
ne al  concilio  di  Valenza  nel  1248) 
Papa  Innocenzo  IV  ,    Fu  sciti  j    che 

VOI.    X. 


CAV  289 

per  salvarsi  dalle  persecuzioni  del- 
l'imperatore Federico  II,  s'era  ri- 
fuggito in  Francia,  nel  condursi  da 
Lione  in  Roma,  si  recò  a  Cavail- 
lon, ed  onorò  quella  cattedrale  col 
dedicarla  egli  stesso  in  onore  della 
beatissima  Vergine. 

Dopo  il  suddetto  primo  vescovo 
Geniale  (di  cui  i  Sammartani  fanno 
menzione  nella  Gallia  Chrisùana), 
mancano  le  notizie  fino  a  Giuliano, 
che  fu  vescovo  di  Cavaillon  nel  45^0, 
e  che  fu  uno  dei  vescovi  di  Fran- 
cia, i  quali  sottoscrissero  la  lettera  al 
Pontefice  s.  Leone  I.  Perciano  ne  fu 
il  successore  nel  4^9-  Lungi  però 
dal  riportare  il  catalogo  dei  vescovi 
di  Cavaillon,  accenneremo  i  princi- 
pali, meritevoU  di  special  memoria 
sia  per  le  loro  qualità,  che  in  ri- 
guardo a  circostanze  relative  a  que- 
sta chiesa.  S.  Verano  d'  Aquita- 
nia ,  già  solitario  di  uno  speco  in 
un  monte  presso  Valchiusa,  dopo 
aver  fatto  un  pellegrinaggio  a  Ro- 
ma, e  dopo  aver  riempito  ogni  luogo 
colla  fama  di  sua  santità,  e  col  dono 
de'  miracoli,  ebbe  lettere  dal  re  Si- 
geberto,  e  nella  morte  di  Agricola 
vescovo  di  Cavaillon,  fu  tolto  dal- 
la sua  solitudine,  e  per  unanime  con- 
senso del  clero  e  del  popolo,  non  che 
del  re  allora  residente  in  Cavaillon, 
nel  572,  venne  promosso  a  questa  se- 
de; indi  avendo  pure  goduto  il  favore 
dei  re  Gontrano  e  Clotario ,  mori 
agli  1 1  novembre ,  e  volle  essere 
sepolto  nella  piccola  chiesa,  che  ad 
onore  della  ss.  Vergine  aveva  eretta 
nella  solitudine,  in  memoria  di  aver 
per  virtù  divina  hberato  il  luogo  da 
un  orrendo  dragone,  che  divorava 
armenti  e  uomini,  come  abbiamo 
dal  Petrarca.  Tuttavolta  scrive  Pie- 
tro di  Natalibus,  che  s.  Verano  mo- 
rì senza  veruna  disposizione  per  ri- 
guardo alla  sepoltura,  e  questionan- 
»9 


a90  CAV 

dosi  dai  cittadini  sul  luogo  della  tu- 
mulazione, miracolosamente  il  di  lui 
manto,  nel    trapassare  la  Durenza , 
lasciò  asciutto  un  tratto  del  letto  di 
quel  fiume  perchè  vi  passasse  il  con- 
voglio funebre,    fermandosi    di   poi 
il  manto  presso  la  detta  chiesa  ove 
fu  sepolto.  Quel  sacio  coipo  poscia 
fu  trasferito  a  Cavaillon    nella  cat- 
tedrale, nel  1 3 1 1 ,  solennemente  dal 
vescovo  Ponzio  Algerio  de  Laneiis: 
indi  una  parte    venne    collocata  in 
Gorgeau  diocesi  d'Orleans,    riscuo- 
tendo ovunque  profonda  venerazione. 
Presso  la  detta  chiesa,  e    solitu- 
dine di  s.  Verano,  fu  eretto  il  mo- 
nistero  di  s.  Maria,  e  mentre  ancora 
vi  riposava  il  corpo  del  detto  s.  V^e- 
rano.  Clemente,  fatto  vescovo  di  Ca- 
vaillon nel    I  o4o,  col  consenso    del 
suo  capitolo,  donò  ad  Isacco,,  abba- 
te di  S.  Vittore  di    Marsiglia,   quel 
monistero.  Nell'anno    1080  fu  elet- 
to vescovo  Desiderio  nel  sinodo  se- 
condo d'Avignone,  e  venne    consa- 
crato in  Roma  dal  Papa  s.  Grego- 
rio VII.  Secondo  la  cronaca  Flavi- 
niacense,  Giraudo,   o    Gerardo,  per 
testimonianza  dei  citati    Sammarta- 
ni,  fìguia  nella  transazione  che   se- 
guì Ira  il  vescovo  d'  Avignone,  e  il 
priore  di  Buonpasso  nel   1267,    pel 
pedaggio  o  dazio  del  tragitto    della 
Durenza,  e  per  altri  diritti.   Quella 
transazione  fu  approvata    dall'  arci- 
vescovo d' Arles,  e  dal    capitolo    di 
Avignone,    Bertrando    II     Imberti, 
che  nel    1284  sedeva  su  questa  se- 
de col  consenso  del  prevosto,  del  sa- 
grista,  del  precentore,  e  degli    altri 
canonici,  permutò  la  casa  di  Buon- 
passo nella  sua  diocesi,  coi  cavalie- 
ri    ospitalarii    gerosolimitani,    colla 
chiesa  di  Terni s. 

Fihppo  di  Cabassole,  di  nobile  fa- 
miglia di  Cavaillon,  da  arcidiacono 
e  prevosto   della    cattedrale,    venne 


CAV 
da  Giovanni  XXJI,  nel  i334,  fatto 
vescovo  della  sua  patria,  indi  da 
Clemente  VI  fu  inviato  legato  al 
regno  di  Napoli  per  amministrarlo 
nella  minorità  di  Giovanna  I,  me- 
ritandosi il  titolo  di  Padre  della 
Patria.  Eresse  nella  cattedrale  di 
Cavaillon  la  cappella  di  s.  Martino, 
ed  a' 26  aprile  i355,  vi  collocò  le 
reliquie  di  s.  Verano,  e  di  altri 
santi  tutelari  della  città.  Fatto  po- 
scia patriarca,  e  vicario  apostolico 
di  Avignone  per  Urbano  V,  e  go- 
vernatore di  quello  stato,  e  del  con- 
tado Venosi  no  ,  allorquando  quel 
Papa  si  portò  in  Roma,  lo  creò  in 
premio  Cardinale  nel  i368.  Dal 
Petrarca  fu  chiamato  V  ottimo  fra 
i  mortaiij  per  le  sue  preclari  vir- 
tù. Dcesi  notare  che  questo  Cardi- 
nale e  il  Cardinal  Sifredo  Mau- 
ry  di  Fauzeos  creato  ,  nell'  anno 
1794?  ^^  P'O  ^h  furono  gli  uni- 
ci Cardinali  del  Venosino,  benché 
in  esso  dimorassero  per  circa  ses- 
santasei anni  sette  Papi  della  nazio- 
ne francese. 

L'  antipapa  Clemente  VII,  nel 
1387,  ovvero  nel  1390,  nominò 
vescovo  di  Cavaillon  Ugone  de  Ma- 
gialla,  e  il  suo  successore  Benedet- 
to XIII  ne  fece  poi  vescovo  certo 
Pietro,  surrogandogli  alla  sua  mor- 
te, mentre  il  falso  Pontefice  dimo- 
rava a  Villafranca,  a'  26  luglio 
i4o6,  Guglielmo  già  abbate  di 
Stella,  ed  a  questo,  nel  14^95  ^^^^^ 
succedere  Nicola  Giovannacci  di  Ba- 
ri. Ma  estinto  lo  scisma  da  Marti- 
no V,  prepose  a  governare  questa 
chiesa  il  suo  cameriere  Guglielmo 
111.  Dipoi  Paolo  II,  nel  1466,  fece 
vescovo  Thossano  Caveriis  da  Vil- 
lanova,  già  professore  carmelitano , 
dottore,  consigliere,  e  confessore  di 
Giovanni  duca  di  Bourbon  e  d'Au- 
vergne.  EgU  ordinò  in  miglior  for- 


CAV 
ma  r  uffizio  di  s.  Verano,  accrebbe 
le  rendite  della  mensa,  ristaurò  ed 
abbellì  V  episcopio,  e  \i  eresse  una 
cappella  in  onore  di  s.  Andrea  a- 
postolo,  ed  un'  altra  ne  fabl:>ricò  in 
onore  della  ss.  Vergine  nella  dioce- 
si, sotto  il  titolo  di  Nostra  Dama 
della  Pietà.  Le  sue  qualità  gli  pro- 
cacciarono il  nome  di  buon  vescovo^ 
e  la  carica  di  vice  legato  di  Avi- 
Mi     gnone. 

Giulio  II  fece  vescovo  di  Cavail- 
lon  Gio.  Battista  Pallavicino,  che 
intervenne  al  concilio  latei'anense 
V,  e  che  per  Io  splendore  delle  sue 

t  -virtù,  da  Leone  X  fu  promosso  al 
Cardinalato,  laonde  si  fece  chiama- 
re il  Cardinal  di  Cavaglione.  Al- 
tro oinamento  di  questa  illustre 
chiesa  fu  il  celebre  Cardinal  Giro- 
lamo Ghinucci,  promossovi  nel  i537 
da  Paolo  III.  Morto  nel  i54i,  dal 
medesimo  Pontefice  gli  fu  fatto  suc- 
cessore il  fratello  Pietro  Ghinucci. 
Nel  vescovato  di  lui,  e  nell'  anno 
i544>  il  ^^^-  sacerdote  Cesare  de 
Bus ,  nobile  cittadino  di  Cavail- 
lon,  incominciò  ad  ammaestrare  per 
le  pubbliche  strade  i  ^nciuUi  nel- 
la dottrina  cristiana.  A  questo  fine 
scelse  sei  giovani  per  conformarsi  ai 
decreti  del  Sommo  Pontefice,  e  del 
concilio  di  Trento,  ed  ottenne  po- 
scia facoltà  da  Clemente  Vili  nel 
1598,  per  istabilir  l'istituto  dei  chie- 
rici regolari  della  dottrina  cristiana, 
e  per  comporre  le  regole  analoghe. 
Così  i  chierici  regolari  ebbero  per 
lui  di  poter  professare  voti  solenni , 
ed  aver  la  cura  di  insegnare  alla 
gente  rozza  i  misteri  della  fede 
cattolica. 

Domenico  Grimaldi,  vescovo  di 
Cavaillon,  nel  i585,  fu  promosso 
all'  arcivescovato  d'  Avignone,  di- 
gnità a  cui  pure  passò  Gio.  Fran- 
cesco   Bordini   romano    per    volere 


CAV  291 

di  Clemente  Vili,  che  inoltre  il 
fece  vice  legato  d'  Avignone.  Pao- 
lo V,  nel  1610,  creò  vescovo  di 
Cavaillon  Ottavio  Mancini  nobile 
romano,  già  rettore  del  contado  Ve- 
nosino.  Egli  ordinò,  e  diede  alla  lu- 
ce l'uffizio  del  predecessore  s.  Ve- 
rano; ma  il  p.  Sebastiano  Fantoni 
Castrucci  nella  sua  Storia  d"  Avi' 
gnone,  e  del  contado  Vcnosìno,  cre- 
de che  solo  pubblicasse  quello  co- 
mandato dal  vescovo  Thossano  sum- 
mentovato.  Francesco  di  Burdesia 
romano,  nel  1626,  da  Urbano  Vili 
fu  fatto  vescovo,  e  poi  amministra- 
tore della  vice  legazione  d'  Avigno- 
ne. Riccardo  di  Sado  nobile  Avigno- 
nese,della  famiglia  della  celebre  Laura 
di  Sado,  resa  immortale  dalla  pen- 
na di  Francesco  Petrarca,  ne  fu 
fatto  vescovo  da  Alessandro  VII,  il 
quale  nel  1666  gli  diede  in  succes- 
sore il  di  lui  nipote  Gio.  Battista 
di  Sado,  che  morì  nel  1707.  Sub- 
entrò in  quella  seòe  nell'anno  17  io 
Giuseppe  de  Guyon,  il  quale  morì 
arcivescovo  d'  Avignone,  come  fu 
pure  promosso  a  quella  dignità  l'im- 
mediato suo  successore  Francesco 
Maria  de'  Manzi  di  Longiano,  dio- 
cesi di  Ri  mini,  che  fu  vice  legato 
d'  Avignone.  Succeduto  a  lui  in  que- 
sto vescovato  Pietro  Giuseppe  Artaud, 
la  serie  de'  vescovi  di  Cavaillon  ebbe 
termine  con  monsig.Giuseppe  Crispino 
des  Al  cades  de  la  Baumes  Avignonese, 
preconizzato  nel  concistoro  de'  1 6 
febbraio  1761  da  Clemente  XIII. 
Non  ebbe  egli  più  successori,  dap- 
poiché, siccome  superiormente  di- 
cemmo, col  concordato  del  1801  , 
fu  soppressa  la  sede  di  Cavaillon,  o 
Cavagliene. 

CAVALCATA  {Equilalio).  Così 
chiamavasi  il  modo  col  quale  fino 
al  decorso  secolo  il  Sommo  Ponte- 
fice, i  Cardinali,  i  prelati,  ed  altri 


ag^  CAV 

primari  personaggi  della  corte,  e 
curia  Romana,  cavalcando  con  for- 
malità, e  pompa  ecclesiastica  col 
cerimoniale  analogo  alla  solennità, 
si  recavano  a  celebrare  le  sacre  fun- 
zioni con  abiti  diversi  secondo  le 
epoche  e  circostanze.  Con  sontuosa 
cavalcata  altresì  il  Papa  prendeva 
possesso  della  basilica  latcranense,  e 
con  magnifica  cavalcata  incedeva 
r  imperatore  insieme  al  Pontefice, 
dopo  la  sua  coronazione.  Con  deco- 
rosa cavalcata  i  Cardinali  facevano 
altresì  il  loro  ingresso  in  Roma,  al 
ritorno  di  qualche  legazione,  o  nel 
recarsi  a  prendere  il  cappello  Cardi- 
nalizio ;  e  dovevano  fare  cavalcata 
anco  i  Cardinali  presenti  in  Ro- 
ma nella  mattina  del  concistoro  pub- 
blico, per  ricevere  il  medesimo  cap- 
pello. Egualmente  con  isplendida  ca- 
valcata di  Cardinali,  prelati,  e  fa- 
miglia pontificia  venivano  incontrati 
i  sovrani,  che  si  recavano  a  Roma, 
e  quando  ivi  alcuno  di  essi  moriva, 
la  pompa  funel)re  era  accompa- 
gnata dalla  cavalcata;  onorificenza 
e  distinzione,  cui  godevano  eziandio 
i  primari  dignitari  del  sacro  colle- 
gio Cardinalizio.  E  con  nobile  caval- 
cata facevano  l' ingresso  in  Roma , 
tanto  gli  ambasciatori  presso  la  santa 
Sede,  quanto  quello  del  re  delle  due 
Sicilie,  allorché  si  recava  a  presen- 
tare al  sovrano  Pontefice  il  tributo 
della  Chinea.  Presentemente  non 
hanno  luogo  che  due  cavalcale, 
cioè  nel  possesso  del  senatore  di 
Roma ,  se  lo  prende  pubblico  in 
Campidoglio,  e  ogni  anno  nei  prin- 
cipii  di  ottobre  dagli  ultimi  due 
uditori  di  Rota,  per  la  riapertura 
del  tribunale:  tuttavia  ora  è  piut- 
tosto adombrata  l'antica  cavalcala, 
che  eseguita.  Ma  di  queste  due,  e 
delle  diverse  specie  delle  menzionate 
cavalcate,    andiamo    a    descriverne 


CAV 

collo  stesso  ordine  le  cose  principali. 
V.  il  Freret,  Rechcrches  sur  V  mi' 
cienneté  de  V  ari  de  V  equilalion  di^ 
la  Grece.  Meni,  dcs  beli.  Leti.  Fili 
286;  Fabricy,  Recherches  sur  l'epo- 
que de  V  equìtatioiiy  et  de  V  usage 
des  chars  equestrcs  chez  les  ancieiis, 
Marseille   1674. 

§  I.  Origine  delle  Pontificie  caval- 
cate j  notizie  diverse  sulle  pili 
antiche j  e  di  quelle  del  Papa  col- 
V  Imperatore. 

La  origine  delle  Cavalcate  nelle 
funzioni,  o  di  pubblica  pompa,  o 
di  universale  allegrezza,  è  cotanto 
antica,  che  nella  medesima  sacra 
Scrittura  se  ne  rinviene  la  memoria, 
e  la  costumanza.  Di  fatto  leggiamo  in 
Isaia,  cap.  6^^  v.  20,  che  Dio  dis- 
se a  quel  profeta:  Adducent  oni- 
nes  fratres  vestros  de  cunctis  gen- 
tihus  donum  Domino,  in  equis  , 
et  in  quadrigis  ,  et  in  lecticis  _,  et 
in  niulisj  et  in  carrucis  ad  nion- 
tem  sanctum  menni  Jerusalemj  ed 
altrove  in  Geremia,  46,  9,  è  scritto: 
Ascendile  equos,  et  exultale  in  cur- 
ri bus  etc.  Troppo  sono  celebri  nelle 
storie  i  trionfi  degl'  imperatori  ro- 
mani, le  cui  cavalcate,  che  conduce- 
vanli  al  Campidoglio,  vediamo  tut- 
tora effigiate  ne'superstiti  monumenti 
degli  archi  trionfali,  e  nelle  quali 
gareggiarono  la  grandezza,  la  no- 
biltà, e  il  giubilo  del  popolo  do- 
minatore in  sì  auguste  funzioni. 
Dagli  ebrei,  e  dagli  antichi  romani 
passò  questa  pompa  nel  pontificato 
romano,  ed  il  primo  fra  i  Papi, 
che  qual  supremo  capo  della  Chiesa, 
a  decoro  della  dignità  sacerdotale , 
ed  in  aumento  di  maestà  della  Sede 
apostolica,  rinnovasse  nella  metropoli 
del  cristianesimo  la  passata  grandez- 


CAV 

za,   fu   il  magnanimo  Pontefice  san 
Damaso  I,  eletto  nell'anno  867,  per 
rendere    maggiormente    venerata    la 
dignità  sublime  di  vicario  di  Cristo, 
accompagnandola  colla  maestosa  ap- 
parenza della  persona,  e  con  propor- 
zionato corteggio.il  perchè  riferisce  il 
dottore  s.  Girolamo  segretario  di  quel 
Pontefice,    ep.   38 ,  che    il    console 
Pretestato  soleva  dire   a  s.  Damaso 
I:   Fatemi  vescovo  di  Roma,   ed  io 
mi  farò  subito  cristiano.  Quindi  ve- 
diamo   s.  Leone  I,  nell'anno    4^2, 
recarsi    incontro    al  feroce  Attila,  e 
colla  mirabile  sua  presenza  ottenere 
il  ritiramento  del    suo   esercito  dal- 
l' Italia,    che  metteva    in  rovina;    e 
dipoi    neir  anno    525    recarsi    san 
Giovanni  I    in   Costantinopoli  ,   in- 
contrato da  tutto  il  popolo  con  cerei, 
dodici  miglia  fuori  della  città,  e  poi 
dall'  imperatore  Giustino,  che  preso 
dalla  veneranda  sua  maestà,  si  pro- 
strò sino  a  teira,    e  gli  rese  quegli 
omaggi,    che    avrebbe  prestato    allo 
stesso    s.  Pietro,    onorandolo    delle 
vesti    augustali.     Quindi    i  maggiori 
monarchi,  allorché  i  Sommi  Pontefici 
cavalcavano,  si  fecero  un  pregio,  in 
omaggio    al    Vicario    di    Cristo,    di 
servirli    alla    staffa ,    e    condur    loro 
il  cavallo  per  la  brigha,  come  pre- 
scrive il  Cerimoniale  Romano  tit.  II, 
§    19,  tit-  III    §  26,  sostenendo  al- 
cuni,  avere  avuto  incominciamento 
un  tal  atto  religioso    dalla  pietà  di 
Costantino  //  Grande    verso   il  Pon- 
tefice s.  Silvestro  I. 

Abbiamo  nell'  ordine  Romano  I , 
che  rimonta  ai  tempi  di  s.  Gelasio  I, 
eletto  nel  49^?  o  almeno  di  s.  Grego- 
rio I,  creato  nel  590,  che  nelle  caval- 
cate pontificie  il  primicero,  primario 
utlìziale  della  Chiesa  romana,  andava 
immediatamente  innanzi  al  Papa, 
e  che  dietro  al  Papa  cavalcavano 
il  vicedomino,    il    vestarario,    il  no- 


CAV  293 

menclatore,    ed    il    sacellario,    tutti 
uffiziali  del  primo  rango  nella  sacra 
corte    di    quei    tempi.     Allorquando 
poi    il  Papa    aveva    celebrato  solen- 
nemente   la   messa  in  qualche  basi- 
lica, cavalcando  ritornava  al  patriar- 
chio lateranense,  coU'ordine  seguen- 
te. Precedevano  dodici  mihti  draco- 
nari  con  altrettanti  stendardi,  dopo 
veniva    addestrato    un    cavallo    pel 
Pontefice    riccamente    ornato;    indi 
succedeva  la  croce  pontificia,  seguita 
dai  vescovi,  e  dai  notari,  che  ince- 
devano   cantando .    Venivano    dipoi 
i  Cardinali,  i  suddiaconi,  l'arcidia- 
cono, i  diaconi   col  primicero,  ed  il 
Papa.  Dopo  cavalcava  il  prefetto  di 
Roma    magnificamente   vestito,    cir- 
condato dai  giudici  coperti  di  pivia- 
le. Con  esso  procedevano  intorno  la 
cavalcata  certi    uffiziali  chiamati  di- 
rungari,  coi  due  prefetti  navali;  in- 
di   i    maggiorenti,    o    custodi    della 
processione  ,    per    vegliare    che    da 
ninno  fosse   interrotta.    Discendendo 
il  Papa  da  cavallo,  veniva    assistito 
dal  primicero,  levandogli  la  corona 
dal  capo  il  secondicero. 

Nell'ordine  romano  di  Cencio  Sa- 
velli si  racconta,  che  nell'elezione 
del  nuovo  Pontefice,  era  egli  con- 
dotto, dopo  varie  cerimonie,  dal 
priore  della  basilica  lateranense,  da 
uno  de'  Cardinali,  e  da  uno  de'  ca- 
nonici, ai  gradini  della  porta,  che 
metteva  al  palazzo,  venendo  dalla 
chiesa.  Ivi  i  giudici  Io  precedevano 
sino  alla  basilica  di  s.  Silvestro  I. 
Ecco  poi  l'ordine  della  cavalcata. 
Primieramente  veniva  il  cavallo  del 
Papa  nobilmente  ornato  e  vuoto; 
dopo  succedeva  il  suddiacono  colla 
croce,  quindi  dodici  bandoneri  con 
istendardi  rossi,  e  due  altri  con  che- 
rubini, e  lancie.  Seguivano  i  due 
prefetti  navali  vestiti  di  piviale,  poi 
gli  scrinari,  quindi  gli  avvocati.  Im- 


194  CAV 

metliatamente  incedevano  i  giudici, 
i  cantori,  i  diaconi,  e  suddiaconi, 
che  dovevano  leggere  V  epistola,  e 
Te  vangelo  in  greco.  Dopo  venivano 
gli  abbati  forensi,  cioè  gli  abbati  dei 
monisteri  subuibani  a  Roma,  indi 
i  vescovi  e  gli  arcivescovi,  e  soltan- 
to appresso  ad  essi  stavano  gli  ab- 
bati de*  raonisteri  di  Roma,  seguiti 
da'  patriarchi ,  e  dai  vescovi  Cardi- 
nali. Indi  procedevano  i  preti  Car- 
dinali, i  diaconi  Cardinali,  il  som- 
mo Pontefice  coi  suddiaconi,  che 
portavano  la  tovaglia,  e  col  servente, 
che  sosteneva  1'  ombrella.  In  questa 
disposizione  di  cavalcata  non  si  fa  però 
menzione  de'  notari,  i  quali,  secondo 
r  uso  d' allora,  dovevano  precedere 
i  vescovi. 

Giunto  con  quest'ordine  il  novello 
Pontefice  al  palazzo,  discendeva  da 
cavallo,  e  deposto  il  regno,  prendeva 
la  mitra,  mentre  il  prete  Cardinale, 
coi  tabellioni,  e  coi  giudici  faceva 
le  solite  lodi.  Similmente  nel  d'i  in 
cui  il  nuovo  Papa  s'  incoronava,  i 
giudici,  gli  scrinar! ,  e  gh  avvocati 
erano  vestiti  di  piviale.  Forse  sotto 
il  nome  di  scrinari  debbonsi  inten- 
dere i  notari.  Aggiunge  il  citato 
Cencio,  che  nelle  cavalcate  i  Cardi- 
nali, ed  i  prelati  usavano  il  cavallo 
ricoperto  di  panno  bianco,  ma  che 
i  suddiaconi,  i  cappellani,  i  giudici, 
gli  scrinari,  ed  altri  cavalcavano  or- 
natamente tutti  vestiti,  ma  non  usa- 
vano i  cavalli  coperti. 

Nel  giorno  poi  di  s.  Stefano,  al- 
lorché il  Papa  cavalcando  si  recava 
a  s.  Stefano  nel  monte  Celio,  l'ar- 
cidiacono andava  tra  il  Pontefice,  e 
i  Cardinali  diaconi,  e  il  priore  della 
basihca  tra  i  Cardinali  diaconi,  e 
tra  i  suddiaconi  vicino  al  piimicero. 

Sostiene  il  Mabillon,  che  la  prima 
coronazione  sia  stata  quella  di  s. 
Leone  111  seguita  nell'anno  795  ai 


CAV 

gradini  della  basilica  vaticana,  dopo 
la  sua  consaciazione,  narrata  in  un 
codice  di  s.  Gallo,  che  si  crede  scrit- 
to contemporaneamente  allo  stesso 
Pontefice,  e  riportato  ancora  nel- 
r  ordine  IX,  De  Gradibiis  Rom. 
Eccl.  p.  93,  colle  seguenti  parole: 
»  Egrediens  inde  quum  ad  inferio- 
-  res  gradus  s.  Petri  descendit,  ibi 
M  sit  equus,  vel  sella  praecessoris 
«  Pontificis,  et  ad  sedendum  pa- 
»»  ratus.  JEt  accedunt  patroni  re- 
>»  gionum,  uno  incipiente,  ceteris 
«  respondentibus;  in  hunc  modum 
M  canunt  ei  laudem,  Dominus  Leo 
»»  Papa,  quem  s.  Petrus  elegit  in  sua 
w  sede  multis  annis  sedere.  Hoc  us- 
«  que  ter  dicto,  accedit  prior  sta- 
M  buli,  et  imponit  ei  in  capite  re- 
«  gnum,  quo  ad  simihtudinem  cassi- 
>*  dis  ex  albo  fit  indumento.  Et  tunc 
«  demum  ascendit  super  equum,  et 
»»  vallatur  a  judicibus,  constipantur- 
M  que  plateae  immensis  cuneis  popu- 
«  lorum,  expectantium  eum,  et  can- 
M  tanti um  laudem.  "  Essendosi  poi 
questo  Pontefice  ritirato  in  Francia 
per  una  sedizione,  ritornò  poscia  in 
Roma,  e  vi  entrò  come  in  trionfo 
con  nobilissima  cavalcata .  Giunto 
a  ponte  Milvio  a'  29  novembre  del- 
l' 800,  gli  uscirono  incontro  festo- 
samente, e  colle  più  vive  acclama- 
zioni tutto  il  clero,  il  popolo,  le 
milizie,  gli  ottimati,  il  senato,  le  ver- 
gini, le  diaconesse  e  le  scuole  dei 
pellegrini,  cioè  dei  frisoni,  dei  sas- 
soni, dei  longobardi  ec,  colle  rispet- 
tive insegne,  cantando  laudi  ed  in- 
ni sacri.  Con  questo  splendido  cor- 
teggio Leone  III  si  portò  alla  ba- 
silica di  s.  Pietro,  celebrò  solenne- 
mente la  messa,  e  poscia  con  egual 
accompagnamento  e  pompa  si  recò 
in  cavalcata  alla  basilica  lateranen- 
se,  e  contiguo  patriarchio.  Tutto 
descrive  l' Anastasio   nel    suo    Liber 


CAV 

Pontìflcalis  in  Vit.  Leon.  III.  nel- 
r  edizione  del  Bianchini  tom.  I.  pag. 
28  [,  e  nell'edizione  del  Vignoli 
tom.  I.  pag.  25o,  donde  il  Cancel- 
lieri vide  in  certo  modo  adombra- 
to il  trionfo ,  e  la  cavalcata  usata 
dai  Pontefici  successori  di  Leone 
III,  nel  loro  solenne  possesso  alla 
basilica  lateranense.  Il  perchè  nella 
sua  eruditissima  Storia  de^  solenni 
possessi  dei  Sommi  Ponte/lei^  Ro- 
ma 1802,  incomincia  da  Leone  III, 
fino  a  Pio  VII  la  descrizione  di  tal 
funzione^  con  tutte  le  cavalcate  col- 
le quali  furono  presi,  funzioni  ese- 
guite splendidamente,  con  apparato 
il  pili  augusto,  decoroso  ed  impo- 
nente, di  che  per  noi  si  diede  una 
idea  all'  articolo  Cappelle  Pontificie 
§  VI  capo  li  nuni.  3.  Però  non  si 
deve  qui  tacere,  che  avendo  traspor- 
tato Clemente  V  la  residenza  ponti- 
fìcia in  Avignone,  Innocenzo  VI,  ivi 
eletto  nel  i352,  non  volle  fare  la 
solenne  cavalcata  per  la  città  dopo 
la  coronazione,  all'  uso  de'  suoi  pre- 
decessori, per  evitarne  la  pompa, 
imitandolo  nel  1862  l'immediato 
successore  Urbano  V,  che  ricusò  di 
comparire  in  cavalcata  in  Avignone, 
benché  tutto  già  fosse  preparato, 
tanto  per  l' avversione  che  aveva  al 
fasto,  quanto  perchè  riguardava  la 
dignità  pontificia  come  esihata  al  di 
là  dei  monti,  mentre  era  in  Avi- 
gnone. 

Inseguito  stabiliti  più  regolarmen- 
te i  cerimoniali  (non  essendovi  fuso 
delle  carrozze  (Fedi),  le  quaU  s'in- 
trodussero in  Italia  solo  dopo  la  me- 
tà del  secolo  XV,  e  nei  primi  del  se- 
colo XVI,  ed  appena  anzi  verso  il  de- 
clinar di  quel  secolo  cominciarono 
in  Roma  a  rendersi  cornimi),  le  ca-^ 
valcate  aveano  luogo  in  tutti  i  siti 
ove  il  Pontefice  si  recava  col  sacro 
Collegio,  prelatura,  corte  e  famiglia 


CAV  295 

pontifìcia.  Tre  poi  erano  le  cavalca- 
te, nelle  quali  soleva  il  Romatio  Pon- 
tefice comparire  in  pubblico,  prece- 
duto sempre  dalla  croce.  La  prima 
cavalcata  si  eseguiva  colla  forma  con- 
sueta ed  ordinaria,  accompagnato  dai 
soli  intimi  famighari  ;  la  seconda  ca- 
valcata coi  Cardinali  vestiti  di  sot- 
tana, rocchetto,  mantelletta,  e  moz- 
zetta  del  colore  corrente,  cioè  rosso 
o  violaceo.  Di  colore  paonazzo  in  al- 
cune funzioni,  e  per  alcune  cappelle, 
come  quelle    pel    primo    giorno    di 
quaresima  a  s.  Sabina,  e  nella  dome- 
nica IV  di    quaresima,  era  pure  la 
valdrappa  dei  prelati,  primarii  fami- 
gliari, principe  assistente  al  soglio  ec. 
Di  ciò  si   tratta    agli  articoli  rispet- 
tivi. La  terza  cavalcata,  la   maggio- 
re   e    la    più    solenne,    era    quella 
del  possesso,    e    con    qualche    pic- 
cola variazione  quella    per    le    cap- 
pelle    della  ss.     Annunziala,     e   per 
quelle  di  s.  Filippo,    della    Natività 
di  Maria  Vergine,    e   di    s.    Carlo  ; 
ma  della  prima  ne    trattammo    nel 
luogo  citato  di  sopra,  e   delle   altre 
al  medesimo  articolo  Cappelle  Po]f- 
TiFiciE  §  VI  numero    i.  In  esse    il 
Papa  soleva  cavalcare  un  cavallo  bian- 
co coperto  di  valdrappa  di    velluto 
rosso  trinato  d'oro,  vestito   di    sot- 
tana bianca,  fascia,  falda,  rocchetto, 
mozzetta  di  raso,  o  di  velluto    ros- 
so, secondo  i  tempi,  stola  preziosa, 
e  cappello  in  testa,  se  pure  non  an- 
dava in  lettiga,  o    sedia.    Se  inter- 
veniva alcun  sovrano,  esercitava  esso 
r  uffìzio  di  staffiere,  e    palafreniere, 
uffizio  che  in  sua  vece  veniva  eser- 
citato dal  principe  assistente  al    so- 
glio,, o  dal  senatore  di  Roma,  o  dai 
conservatori,  o  dal  priore  dei  capo- 
rioni, ed    anticamente    dal   prefetto 
di  Roma. 

Quest'ultima  cavalcata,  e  precisa- 
mente quella    del  possesso,  e  quelle 


296  CAV 

per  le  feste  di  Natale,  Pasqua  ec., 
come  sì  disse  superiormente,  si  chia- 
mavano anche  pontificali,  se  il  Papa 
cavalcava  con  piviale  e  mitra,  ovvero 
col  triregno.  I  Cardinali  incedevano 
colle  mitre  e  paramenti  saci'i,  secondo 
il  rispettivo  ordine,  cos\  i  patriarchi, 
vescovi  ed  abbati  ec,  riportandone  i 
riti,  e  le  diverse  cerimonie  gli  ordini 
romani.  Esse  però  furono  tralascia- 
te dopo  che  la  sede  pontificia  fu 
trasferita  in  Avignone,  perchè  riu- 
scivano di  grave  dispendio  ed  in- 
comodo sì  al  Papa,  che  a  tutta  la 
corte.  Rimase  però  1'  uso  di  fare  la 
cavalcati  pontificale  coi  paramenti 
sagri,  per  la  sola  funzione  del  pos- 
sesso, la  quale  trovasi  anche  descritta 
nel  Cerimoniale  romano,  lib.  i.  tit. 
2,  e  da  Giovanni  Battista  Gattico  , 
Acta  selecta  Caeremon.  S.  R.  E.  par. 
I  pag.  379;  ma  questa  pure  si  tra- 
lasciò, essendo  stato  1'  ultimo  Leone 
X  a  prenderlo  con  tal  formalità. 
Tuttavolta,  e  presso  a  poco,  tutto  il 
resto  della  cavalcata  proseguì  a  farsi, 
cavalcando  il  Papa  colla  mozzetta  e 
stola,  e  i  Cardinali  con  vesti  e  cappe 
rosse  e  cappelli  pontificali,  i  prelati 
coi  raantelioni  paonazzi,  e  cappelli 
semipontificali,  e  gli  altri  cogli  abiti 
proprii,  cavalcaiido  mule  e  cavalli  co- 
perti di  panno  paonazzo  o  nerq  se- 
condo i  gradi,  ed  alcuni  con  guarni- 
zioni dorate  ai  finimenti.  F.  gli  arti- 
coli Cappa,  Cappello  e  Mantellone.  In- 
oltre abbiamo  dal  Burcardo,  nella 
Storia  dei  conclavi  p.  127,  che  Giu- 
lio II  (  il  quale  nella  sua  esaltazione 
gli  donò  la  propria  mula  coi  fini- 
menti), a'  1 7  gennaio  1 5o4,  festa 
di  sant'  Antonio,  si  portò  in  caval- 
cata alla  di  lui  chiesa,  coU'amitto, 
e  cingolo  bianco,  cappuccio  di  vel- 
luto rosso,  e  stola  di  egual  colore. 
Per  r  amitto  non  devesi  intendere 
quello    usato    oggidì,   ma  un'  antica 


CAV 

veste  usata  dai  sacerdoti,  e  dai  Papi, 
della  quale  tratta  il  Bonanni  nella 
sua  Gerarchia  a  pag.  176.  Sulle  ca- 
valcate sono  poi  a  consultarsi  il  dello 
Bonanni  che,  nella  sua  Gerarchia  ec- 
clesiastica e.  CXXIX,  tratta  Delle  ca- 
valcate moderne  nelle  quali  il  Ponte- 
fice comparisce  in  pubblico,  e  nel 
capo  CXXX,  Delle  cavalcate  meno 
solenni,  e  degli  abiti  in  esse  usali ^ 
riportandone  i  rami  alla  pag.  5 io, 
e  seg.  11  Sestini,  nel  suo  Maestro 
di  Camera,  parla  delle  diverse  ca- 
valcate; e  il  Lunadoro  nel  tomo  I, 
p.  i65  della  Corte  di  Roma  al  ca- 
po XX,  descrive  la  grandiosa  ca- 
valcata del  solenne  pojssesso. 

Il  Sommo  Pontefice  talora  ha  ca- 
valcato anco  coi  sovrani,  e  cogli  im- 
peratori, come  si  vedià  a' loro  luo- 
ghi :  anzi  dopo  averli  solennemente 
coronati  in  s.  Pietro,  l' imperatore,  e 
il  Papa  montavano  a  cavallo.  L' im- 
peratore col  manto  e  la  corona  in 
capo  gli  reggeva  la  staffa,  e  gli  ad- 
destrava per  alcuni  passi  il  cavallo; 
e  poi  montando  anch'  egli  a  caval- 
lo si  poneva  alla  sinistra  del  Pon- 
tefice accompagnandolo  fino  a  Ca- 
stel s.  Angelo.  Giunta  quivi  la  ca- 
valcata, il  Papa  faceva  ritorno  al 
Vaticano,  e  l' imperatore  prenden- 
do da  lui  congedo ,  con  cavalcata 
andava  al  Laterano  ove  rimaneva 
a  desinare.  L'  ultimo  imperatore 
romano  ad  essere  coronato  dal 
Pontefice  fu  Carlo  V,  che  ricevette 
le  insegne  imperiali  da  Clemente 
VII  in  Bologna:  il  perchè  crediamo 
opportuno  riportare  la  solennissima 
cavalcata,  ch'ebbe  luogo  in  quella 
città  col  Papa  e  l'imperatore,  e  col 
seguito  delle  due  corti,  desumendo- 
la dalla  illustrazione  della  medesima 
cavalcata  dipinta  nella  sala  Ridolfi 
in  Verona,  da  Domenico  Riccio  det- 
to Brusasorci,  mandato  appositamen- 


CAV 

te  in  Bologna  per  vedere  lai  funzio- 
ne, e  quindi  dipingerla  diligentemen- 
te; venne  questa  da  ultimo  riprodot- 
ta con  otto  bellissiuie  tavole  incise. 

Avendo  pertanto  convenuto  Cle- 
mente VII  con  Carlo  V,  che  si  sareb- 
bono  abboccati  in  Bologna,  e  quivi 
sarebbesi  celebrata  la  coronazione  a' 2  2 
febbraio  i53o  nella  cappella  del  pa- 
lazzo apostolico,  r  imperatore  rice- 
vette dalle  mani  del  Papa  la  coro- 
na ferrea,  come  re  del  regno  lom- 
bardo, o  italico,  e  poi  nella  fe- 
sta di  s.  Mattia  a' 24  tli  detto  me- 
se, si  celebrò  solennemente  nella  va- 
sta basilica  di  s.  Petronio  la  gran 
funzione  della  coronazione,  dopo  la 
quale  Clemente  VII  e  Carlo  V  col 
seguito  delle  loro  due  corti,  con  i- 
slraordinaria  magnificenza  fecero  la 
grandiosa  cavalcata  in  forma  di 
trionfo,  con  quell'  ordine  appunto 
rappresentata  dal  mentovato  dipin- 
tore. Vi  uniremo  tuttavolta  qual- 
che schiarimento,  che  prendemmo 
dalla  Lettera  inedita  del  bolognese 
Ugo  Bonconipagnij  poscia  Grego- 
rio XIII,  nella  quale  si  descrii^e  la 
incoronazione  di  Carlo  V  impera- 
tore in  Bologna,  ed  ivi  nel  corren- 
te anno  pubblicata  con  note  erudi- 
tissime del  eh.  Gaetano  Giordani,  il 
quale  a  p.  22  tesse  il  catalogo  delle 
descrizioni  di  questa  coronazione  e 
cavalcata,  e  conferma  la  promessa 
di  stampare  il  libro  da  lui  compo- 
sto, intitolato  :  Della  venuta  e  di- 
mora del  Sommo  Pontefice  Clemen- 
te VII  in  Bologna  per  la  Corona- 
zione di  Carlo  V  imperatore  cele- 
brata Vanno  i53o.  Cronaca  co/i 
documenti,  note  ed  incisioni. 

Aprivano  la  cavalcata  i  gonfalo- 
nieri o  tribuni  della  città  di  Bolo- 
gna a  cavallo  con  abito  di  cerimo- 
nia, preceduti  da  alfieri,  che  a  piedi 
sostenevano  le  insegne    di   quel  po- 


CAV  297 

polo.  Succedevano  il  podestà  di  Bo- 
logna vestito  di  toga  di  broccato 
d'  oro  su  cavallo  nobilmente  barda- 
to, contornato  dalla  guardia  degli 
alabardieri,  indi  seguivano  sei  sten- 
dardi grandi,  cioè  il  gran  vessillo 
della  città  di  Bologna,  sostenuto  dal 
gonfaloniere  di  giustizia  su  cavallo 
nobilmente  bardato,  con  armatura, 
e  sopravveste  di  broccato ,  e  capo 
senza  cimiero,  con  otto  staffieri  ve- 
stiti di  drappo.  Quindi  procedeva- 
no i  seguenti  :  Giulio  Cesarini  ro- 
mano col  vessillo  del  popolo  roma- 
no, vestito  di  tela  d'  oro  su  cavallo 
coperto  di  raso  paonazzo  con  dodici 
staffieri  ;  Guido  Rangoni  con  soprav- 
veste di  seta  bianca,  col  vessillo  del- 
la santa  romana  Chiesa  ;  d.  Giovan- 
ni Manrich,  con  armatura  e  soprav- 
veste di  tela  d' oro ,  col  vessillo  di 
Cesare,  coli' aquila  imperiale;  Ales- 
sandro de  Medici  col  vessillo  genti- 
lizio di  Papa  Clemente  VII,  con  li- 
vrea d'oro  comune  anche  al  ca- 
vallo ed  agli  staffieri;  Lorenzo  Ci- 
bo, fratello  del  Cardinale,  che  por- 
tava r  ultimo  de'  sei  stendardi  co- 
me vessillifero  di  s.  Chiesa,  cioè  il 
gonfalone  di  essa  con  croce  rossa  in 
campo  bianco.  Vestito  era  egli  di 
livrea  di  broccato,  ed  i  suoi  staffie- 
ri di  raso  bianco.  Seguivano  i  ca- 
valli o  chinee  coperti  di  nobili  bar- 
dature riserbate  per  uso  del  Pon- 
tefice ,  condotte  a  mano  dai  pala- 
frenieri ;  quattro  camerieri  d'  onore 
vestiti  di  cappa  con  berretta  in  ca- 
po a  cavallo,  sostenendo  con  altret- 
tante verghe  rosse  i  quattro  cap- 
pelli pontificali;  quattro  trombetti  a 
cavallo  nobilmente  vestiti  con  trom- 
be adornate  di  bende  coli' aquila 
imperiale  ;  il  suddiacono  pontifìcio 
con  piviale  sopra  il  rocchetto,  e 
cappello  di  color  ceruleo ,  che  su 
mula  nobilmente  bardata    sosteneva 


298  CAV 

la  croce  pontificia  ;  due  chierici  della 
cappella  papale  vestiti  di  piviale  e 
cappello,  destinati  a  portare  su  due 
muli  nobilmente  bardati  due  lan- 
terne in  asta  con  entro  candele  ac- 
cese, precedendo  1'  augustissimo  Sa- 
cramento; in  mezzo  ad  essi  allro 
chierico  in  egual  modo  vestito,  col 
prezioso  triregno  papale;  buon  nu- 
mero di  torcie  accese  innanzi ,  ed 
intomo  del  ss.  Sagramento,  portate 
da  uomini  a  piedi;  un  palafreniere 
con  sopravveste  rossa,  che  guidava  a 
mano  una  chinea  bardata  di  broc- 
cato d'oro,  su  cui  era  decentemente 
colloaita  una  nobile  custodia  ,  che 
1-acchiudeva  la  ss.  Eucaristia,  la  quale 
vcdevasi  dai  trafori  della  custodia  ; 
cittadini  bolognesi  vestiti  coi  loro 
abiti  solenni,  i  quali  col  capo  sco- 
perto sostenevano  le  aste  del  bal- 
dacchino di  broccato  con  quattro 
aste  a  guisa  di  trono  portatile,  se- 
guendo r  arcivescovo  di  Durazzo  sa- 
grista  del  Papa,  che  cavalcava  una 
mula  decentemente  bardata,  e  che 
vestito  era  di  lungo  rocchetto  e 
piviale,  col  capo  scoperto  qual  cu- 
stode del  ss.  Sacramento. 

Appresso  incedevano  il  conte  d'As- 
ford,  o  d'Astorgio  gran  siniscalco  e 
maggiordomo  di  Cesare,  cogli  altri 
nobili  famigliari  del  medesimo  su 
cavalli  decentemente  bardati,  vestiti 
con  abiti  di  cerimonia  convenienti 
al  grado  loro.  La  mentovata  lette- 
ra descrive  questi  ultimi  personag- 
gi ,  prima  del  ss.  Sacramento ,  e 
nel  seguente  modo.  Dappoi  veniva- 
no circa  cento  signori  tra  spagnuoli 
e  italiani,  tutti  vestiti  di  ricchissi- 
me vesti  d'oro  e  di  argento,  tra' qua- 
li il  marchese  d' Astorgio  con  una 
veste,  che  fu  stimata  valere  cinquan- 
ta mila  scudi,  e  che  aveva  il  bava- 
ro  tutto  carico  di  gioie.  Il  marchese 
Aloja  ne  portava  una  di   broccato , 


CAV 

coperta  di  raso  bianco,  tutto  carico 
di  corone  d'oro  battuto,  e  molti 
altri  ne  avevano  di  ricchissime.  Tutti 
questi  signori  avevano  gli  staflieri 
vestiti  di  broccato,  e  di  drappo  cre- 
misino. Seguiva  il  tesoriere  impe- 
riale, o  re  d'armi,  da  altri  chianiato 
araldo,  ossia  mazziere  a  cavallo,  il 
quale  spargeva  fra  il  popolo  mo- 
nete d'  oro  e  d'argento,  ovvero  du- 
cati coir  effigie  dell'  imperatore  da 
una  parte,  e  l'epigrafe  carolVs 
QviNTvs  iMPERATOR,  c  dall'altra  e- 
ranvi  le  colonne  d' Ercole  col  mil- 
lesimo in  mezzo,  cioè  mdxxx.  Caval- 
cava quindi  il  sacro  Collegio  de'  Car- 
dinali vestiti  di  cappa  magna,  e  cap- 
pello pontificale  su  muli  nobilmente 
bardali,  procedendo  secondo  i  loro 
ordini  ;  quattro  gran  principi  caval- 
cando cavalli  nobilmente  bardati 
colle  insegne  imperiali,  cioè  :  i ."  Bo- 
nifacio marchese  di  Monferrato  in 
veste  di  velluto  cremisino  con  ma- 
niche larghe ,  e  bavaro  rotondo  co- 
perto di  pelli  di  ermeUini  con  code, 
e  con  in  testa  un  berrettone  del 
medesimo  velluto  foderato  delle  stes- 
se pelli,  e  circondato  della  corona 
marchcsale  d' oro  arricchita  di  per- 
le ed  altre  preziose  gemme,  portando 
anche  lo  scettro  imperiale'.  2."  Fran- 
cesco Maria  della  Rovere  duca  d'Ur* 
bino,  prefetto  di  Roma,  vestito  del- 
l'abito, e  corona  convenienti  alla  di- 
gnità di  prefetto,  il  quale  portava  la 
spada,  ossia  stocco  imperiale.  3."  Car- 
lo III  duca  di  Savoia  vestito  del 
manto,  e  corona  ducale,  che  porta- 
va la  corona  propria  dell'  impera- 
tore come  re  dei  romani .  4'"  Fi- 
lippo de'  duchi  di  Baviera  elettore 
del  sacro  romano  impero ,  che  ve- 
stito del  manto,  e  corona  ducale, 
sosteneva  il  globo,  o  pomo  impe- 
riale. Seguito  era  da  guardie  pon- 
tificie   ed  imperiali  a  piedi   armate 


CAV 

dli  alabarde ,  che  precedevano ,  ac- 
compagnavano, e  seguivano  il  Papa 
e  r  imperatore. 

Il  sommo  Pontefice  Clemente  VII, 
Medici,  ornato  degli  abiti  pontifi- 
cali in  piviale,  avente  in  capo  il 
prezioso  triregno,  su  bianco  cavallo 
magnificamente  bardato,  procedeva 
alla  destra  dell'  imperatore. 

Carlo  V,  re  de'  romani  ed  im- 
peratore, vestito  degli  abiti  conve- 
nienti alla  dignità ,  e  alla  seguita 
solenne  funzione  colla  .  corona  pre- 
ziosa in  capo  ornata  di  ricche  gem- 
me, su  cavallo  magnificamente  bar- 
dato, camminava  alla  sinistra  del 
Pontefice,  in  egual  linea,  e  sotto  il 
medesimo  baldacchino  nobile,  che 
serviva  di  trono  portatile  ad  ambe- 
due, e  eh'  era  appoggiato  a  quattro 
aste  sostenute  dai  senatori  bologne- 
si del  numero  di  quaranta. 

Indi  cavalcavano:  il  ministro  de- 
stinato a  portare  la  mitra  pontificia 
fra  due  camerieri  segieli ;  Enrico  di 
Nassau,  vestito  nobilmente  col  toson 
d'oro  pendente  dal  collo  su  cavallo 
pomposamente  bardato;  molti  arci- 
vescovi e  vescovi  su  cavalli  decen- 
temente bardati  in  cappa  magna  e 
cappello  pontificale;  altri  prelati  non 
vescovi  con  abiti  prelatizi! ,  e  cap- 
pelli semipontificali  ;  trombettieri,  e 
timpanisti  imperiali.  Finalmente  se- 
guivano numerose  compagnie  di  sol- 
dati a  cavallo,  alla  testa  delle  quali 
cavalcavano  in  bella  ordinanza  su 
generosi  destrieri  guarniti  di  nobili 
bardature,  diversi  principali  ministri 
dell'imperatore,  non  che  capitani, 
ed  altri  uffiziali  colle  loro  rispettive 
insegne.  Era  chiusa  la  cavalcata  da 
d.  Antonio  de  Leva  capitano  generale 
circondato  da  molli  uffiziali ,  e  se- 
guito dai  carri  coli'  artiglieria.  F. 
Coronazione  degl'  imperatori. 

Delle  cavalcate  eseguite  in  Roma 


CAV  3.99 

pei  sovrani  ivi  defunti ,  si  parlerà 
al  termine  del  seguente  paragrafo, 
dopo  quelle  che  si  facevano  per  al- 
cuni Cardinah. 

§  II.   Cavalcate  de'  Cardinali, 

Nel  precedente  paragrafo  vedem- 
mo r  origine  delle  pontifìcie  caval- 
cate 5,  e  in  conseguenza  pure  di  quel- 
le dei  Cardinali,  e  sino  dal  possesso 
di  Gregorio  IX,  preso  nel  1227, 
abbiamo  che  i  Cardinali  vestiti  di 
porpora  in  esso  cavalcarono.  Anzi 
Innocenzo  IV, immediato  successore  di 
Giegorio  IX,  non  solo  concesse a'Car- 
dinali  il  cappello  rosso,  ma  comandò 
loro  di  andare  per  la  città  dome- 
sticamente a  cavallo,  essendo  stati 
soliti  i  Cardinali  fino  a  quel  tempo 
di  andare  ordinariamente  a  piedi 
per  umiltà  e  moderazione.  F.  il 
Marangoni  Thesaur.  Paroclior.  lib. 
I,  cap.  23  p.  89.  Quindi  Paolo  II, 
volendo  accrescere  le  prerogative  dei 
Cardinali,  nel  i465,  accordò  loro  l'uso 
delle  gualdrappe  di  scarlatto  rosso 
per  le  loro  mule  nelle  cavalcate , 
nelle  quali  incedevano  in  cappa, 
cappuccio,  e  cappello  pontificale, 
mentre  i  finimenti  della  mula  erano 
egualmente  rossi ,  con  guarnizioni,  e 
staffe  di  metallo  dorato.  E  a  sa- 
persi, che  prima  di  detto  Pontefice  le 
mule  cavalcate  dai  Cardinali  avevano 
le  gualdrappe  di  drappo  bianco,  che 
furono  chiamate  anche  Mappae. 

Dopo  la  prescrizione  d' Innocenzo 
IV,  i  Cardinali  avevano  continuato 
ad  incedere  per  la  città  a  cavallo , 
facendo  altrettanto  i  Cardinali  le- 
gati viaggiando.  Ne  diede  uno  degli 
ultimi  esempi  il  Cardinal  Farnese 
nipote  di  Paolo  III,  il  quale  andò 
in  Germania  legato  all'  imperatore 
Carlo  V,  sempre  a  cavallo,  ripa- 
randosi dal  sole  e  dalla  pioggia  coll'om- 


3oo  CAV 

brellìno  inventalo  a  questo  effetto, 
che  poi  diveniue  tlistiiUivo  principe- 
sco. Andarono  pure  i  Cardinali  in 
lettiga  per  la  città  ;  ma  quando  alla 
metà  del  XV  secolo,  e  nei  primi 
del  XVI  si  cominciarono  ad  usa- 
re le  carrozze,  i  Cardinali  principia- 
rono ad  adoperarle  ,  e  non  più 
cavalcarono  domesticamente,  massi- 
me quando  recavansi  alle  cappelle  e 
ai  concistori.  11  perchè  ciò  disappro- 
vando Giulio  III,  appena  eletto  nel 
i55o,  e  celebrandosi  in  quell'anno 
l'universal  giubileo,  per  decoro  della 
dignità  Cardinalizia,  ordinò  al  sacro 
Collegio  di  cavalcare,  particolarmen- 
te alle  cappelle  e  concistori,  come 
prima  praticavasi.  Ciò  per  altro  fu 
eseguito  ed  osservato  soltanto  nel 
corso  del  giubileo.  Laonde  il  Pon- 
tefice Pio  IV,  nel  concistoro  de'27 
novembre  i564,  fece  una  grave  e 
ragionata  esortazione  ai  Cardinali , 
ad  astenersi  dall'  uso  delle  carrozze, 
ed  a  seguitare  ad  andare  a  cavallo 
con  quella  ecclesiastica  maestà,  che 
movendo  tutti  a  riverenza  ,  cotanto 
piacque  al  possente  imperatore  Carlo 
V.  Avendo  detto  altrove  1'  autorità, 
ch'esercitavano  i  Cardinali  [Vedi), 
allorché  procedevano  in  cavalcata 
al  palazzo  apostolico,  aggiungeremo 
poi  qui,  che  quando  nel  pontificato 
di  Clemente  VII  l'esercito  imperia- 
le, nel  i527,  prese  Roma_,  siccome 
composto  per  la  maggior  parte  di 
soldati  fanatici  luterani ,  per  con- 
traffare la  cavalcata  de'  Cardinali, 
si  vestirono  delle  loro  cappe,  e  con 
esse  cavalcarono  per  Roma.  E  quan- 
do i  Cardinali  potevano  assumere  il 
lutto  grave  per  morte  di  qualche 
stretto  congiunto,  nelle  cavalcate,  le 
guarnizioni  della  mula,  e  le  valigie, 
che  portavano  i  loro  famigliari,  era- 
no di  color  violaceo  osservandosi 
ciò  anche   quando    non   cavalcando 


CAV 

mandavano  le  loro  mille,  come  per 
le  cavalcate  degli  ambasciatori. 

Ca^' aleuta   dt  Cardinali  per  pren- 
dere il  cappello  rosso. 

Allorché  il  Cardinale,  che  era  stato 
creato  assente  da  Roma,  si  recava 
in  questa  città,  doveva  fare  l'in- 
gresso pubblico  (  Fedi)  con  caval- 
cata, che  descrivesi  a  quell'articolo  , 
e  quindi  con  cavalcala  pubblica  dal 
convento  di  s.  Maria  del  popolo, 
si  recava  nella  mattina  del  conci- 
storo pubblico,  al  palazzo  quirinale, 
o  valicano,  ove  risiedeva  il  Papa,  per 
ricevervi  il  cappello  Cardinalizio.  Da 
tale  cavalcata  talora  dispensarono  i 
Pontefici  per  supplica  del  novello 
porporato.  Dove  essa  però  si  facesse, 
il  prefetto  de'  cerimonieri  pontificii 
mandava  precedentemente  l'intima- 
zione con  ischedula  non  solo  a  tutti 
i  Cardinali,  ma  ai  prelati  ed  al- 
tri ,  che  vi  dovevano  intervenire. 
Nella  mattina  poi  del  concistoro 
pubblico,  il  nuovo  Cardinale  in  roc- 
chetto ed  abito  del  colore  corrente, 
colle  carrozze  a  coda  senza  fiocchi, 
e  con  bandinelle  tirate ,  andava  al 
convento  degli  agostiniani  di  s.  Ma- 
ria del  popolo,  prima  dell'arrivo 
degli  altri  Cardinali ,  quindi  subito 
assumeva  la  cappa  paonazza,  aven- 
do deposta  la  mozzetta  e  mantel- 
letta,  e  preceduto  dalla  sua  famiglia, 
con  mazza  elavata,  ascendeva  alla 
camera  preparata  pel  ricevimento 
del  sagro  Collegio,  cioè  tanto  per 
ricevere  que'Cardinali,  che  volevano 
onorare  la  cavalcata,  quanto  quei 
Cardinali  che  non  cavalcando,  fatto 
ivi  un  complimento ,  e  trattenutisi 
alquanto,  partivano  co' propri  fami- 
gliari per  recarsi  al  palazzo  apo- 
stolico pel  concistoro  pubblico. 
Adunati  tutti  quelli,  che  doveva- 


CAV 
no  cavalcare,  i  maestri    di    cerimo- 
nie, cui  incombeva  regolare  la  fun- 
zione, ordinavano  alla    cavalcata  di 
porsi  in  ordinanza;  indi  i  Cardinali 
calavano  in  un  contiguo  cortile  per 
montare  sulle    mule,    ricoperti    col 
cappuccio  della  cappa  e  col  cappel- 
lo rosso    pontificale,    dal    Cardinale 
novello  in    fuori    clie  usava    quello 
del  suo  antico  grado.  Mentre    pro- 
cedeva   la   cavalcata,    le    artiglierie 
di    Castel   s.    Angelo   ne    davano    il 
segno  alla  città,  con  replicati    colpi 
di    cannone.     Precedevano    quattro 
tamburi  del  senato  romano    a    pie- 
di,   altrettante   trombette    de'  caval- 
leggieri,  e  due  mazzieri  pontifìcii  a 
cavallo;    indi    seguivano    i    guarda- 
roba, e    valigieri  di  ogni    Cardinale 
che  cavalcava,  portando  sull'arcione 
della  sella  la  valigia  ricamata  collo 
stemma    gentilizio    del    proprio    pa- 
drone. Succedevano    i    gentiluomini 
dei  principi,  degli  ambasciatori,  dei 
Cardinali  ,     e  in  ultimo    quelli    del 
novello  porporato,    non    che    quelli 
dei  baroni,  e  cavalieri  romani.  Indi 
cavalcava  il  capitano  della    guardia 
svizzera     pontifìcia  ,    circondata    da 
quattro  svizzeri  a  piedi  con  alabar- 
de;   i  mazzieri    de' Cardinali    colle 
masse  elevate,  e    in    ultimo    quello 
del  nuovo  Cardinale.     Poscia  caval- 
cavano due  altri  mazzieri  pontifìcii, 
due  maestri  di  cerimonie  coli'  abito 
di  mantellone  paonazzo,    e    talvolta 
colla  croccia  sopra  la  veste,  coperti 
di  cappello  semi-pontificale.  Ad  essi 
succedevano  i  Cardinali  sopra  mule 
guernite  con  finimenti   e    staffe  do- 
rate, e    con    gualdrappe   nobili  del 
colore,  che  richiedeva  il  tempo,  as- 
sistiti dai  rispettivi  palafrenieri,  due 
de' quali  portavano   innanzi    ad    essi 
due  mazze  di  legno,  o  bastoni  ver- 
di, nell'estremità    de' quali    era    im- 
pressa Tarma  del  proprio  padrone, 


CAV  3o( 

fiancheggiati  dalla  guardia  svizzera, 
armata  di  alabarda  e  di  spadoni. 

I  Cardinali  cavalcavano  per  an- 
zianità due  a  due,  cioè  prima  i  ve- 
scovi suburbicarii ,  poi  i  preti ,  in 
ultimo  i  diaconi,  i  quali  però  ince- 
devano con  ordine  diverso  ,  poiché 
precedevano  i  meno  anziani,  e  segui- 
vano i  piili  antichi.  In  mezzo  ad  es- 
si cavalcava  il  Cardinale  nuovo  so- 
pra mula  ornata  come  le  altre,  ser- 
vito dai  suoi  palafrenieri,  con  maz- 
ze di  legno  o  bastoni  in  mano ,  e 
col  cappuccio  della  cappa  in  testa  , 
ma  sopra  di  essa  col  cappello,  che 
usava  prima  del  Cardinalato,  come 
dicemmo.  Appresso  cavalcava  la  pre- 
latura secondo  l'  ordine  della  sua 
preeminenza,  precedendo  i  più  de- 
gni, e  cavalcando  mule  con  gual- 
drappe paonazze  e  nere,  vestiti  col- 
l'abito  ordinario  prelatizio,  e  con 
cappello  semi-pontificale  quelli  che 
ne  godevano  l'uso,  ovvero  col  cap- 
pello usuale.  Chiudevasi  la  cavalcata 
dagli  avvocati  concistoriali.  Veniva- 
no di  poi  le  carrozze  del  nuovo 
Cardinale  co'  fiocchi  rossi,  messi  ai 
cavalli,  appena  incominciava  a  cam- 
minare la  cavalcata.  Giunta  que- 
sta al  palazzo  abitato  dal  Papa  ,  i 
Cardinali  deponevano  il  cappello 
pontificale,  e  preceduti  dalle  rispet- 
tive famiglie,  recavansi  nella  sala  del 
concistoro  pubblico,  mentre  il  no- 
vello porporato  andava  invece  nel- 
la cappella  pontifìcia,  per  adempie- 
re a  quanto  viene  prescritto  dai 
cerimoniali,  e  dalle  costituzioni  apo- 
stoliche ai  Cardinali  prima  di  rice- 
vere il  cappello  rosso.  Terminata 
la  funzione,  ogni  Cardinale,  insieme 
al  novello,  tornava  ai  propri  palazzi 
o  in  carrozza,  o  a  cavallo,  giacche, 
cavalcando,  non  solo  i  Cardinali  si 
recavano  ai  concistori  sì  pubblici 
che  segreti,  ma  anche  alle  cappelle, 


3o2  CAV 

ed  allresi  priva laniente  quando  ac- 
compagnavano il  Papa  in  lettiga.  In 
SI  privato  contegno  incedevano  ve- 
stiti del  colore  corrente,  portando 
sulle  mule  gualdrappe  e  finimenti 
ordinari,  con  cappello  semplice,  se- 
guendo a  coppia,  cioè  due  a  due,  il 
Papa.  V.  Lunadoro  edizione  del 
1646,  pag.  287,  ed  il  Catalano, 
Ceranoniale  romano,  tomo  I,  pag. 
352  e  ?>^^^,^  ove  spiega  l'ordine,  che 
osserva  vasi  allorché  il  Papa  con 
solenne  cavalcata  recavasi  alla  visi- 
ta di    qualche  chiesa. 

Su  questo  argomento  è  a  vedersi 
J'articolo  Cappello  Cardinalizio,  ove 
si  riportano  non  solo  altre  notizie 
analoghe  a  questa  cavalcata,  ma  si 
descrive  quella,  che  facevasi  dal  no- 
vello Cardinale  nel  luogo  fuori  di 
Roma,  ove  dimorava,  e  dove  per 
ispeciale  indulto  del  Sommo  Ponte- 
fice, un  ahiegalo  apostolico  gli  ri- 
metteva il  cappello  rosso.  Si  face- 
vano inoltre  dai  Cardinali  le  caval- 
cate solenni  quando  accompagnava- 
no al  concistoro  qualche  Cardinale, 
che  veniva  spedito  dal  Papa  legato 
a  Intere  ultra  moiites,  o  allorquan- 
do tornava  dalla  legazione.  /^.  il 
Sestini,  //  maestro  di  Camera,  ca- 
po XVII;  Del  concistoro  pubblico 
nel  quale  si  dà  il  cappello  ai  Car- 
dinali, e  della  cavalcata  per  tal 
Junzione,  non  che  il  capo  XIX, 
Particolarità  delle  cavalcate  de' Car- 
dinali j  e  il  capo  XXVIII,  Dell'a- 
prire e  chiudere  la  porta  Santa. 
Ivi  si  dice  delle  cavalcate,  colle  quali 
si  portavano  ad  eseguire  tal  funzio- 
ne i  tre  Cardinali  legati  a  late  re , 
appositamente  destinati  in  concisto- 
ro dal  Papa.  Ciò  però  da  noi  fu 
trattato  all'articolo  Antti  Santi,  ed 
a  quello  delle  Cappelle  Pontificie, 
dove  abbiamo  descritto  un'  egual 
funzione. 


CAV 

Cavalcata  de'  Cardinali  neW  in- 
gresso di  qualche  sovrano  in 
Roma. 

Oltre  quanto  relativamente  si  di- 
ce   agli     articoli     ingressi   in    Roma 

SOLENNI,    e    SOVRANI    CHE     SI    RECARONO 

A  Roma,  noteremo  qui:  i.**  che  al- 
lorquando il  Pontefice  Urbano  V 
nel  i365  si  trovava  in  Roma,  fu 
visitato  da  Giovanna  I  regina  di 
Napoli,  la  quale  cavalcò  per  la  cit- 
tìi  insieme  coi  Cardinali  ;  2.°  che 
quando  nel  1 4^2  si  condusse  in  Roma 
r  imperatore  Federico  III ,  coli'  im- 
peratrice Eleonora  di  Portogallo, 
con  nobile  cavalcata  gli  uscirono 
incontro  tredici  Cardinali,  con  tutti 
i  magistrati,  magnati,  e  curia  ro- 
mana, e  cavalcando  fecero  l'ingres- 
so per  porta  Castello,  accompa- 
gnandolo sino  alla  basilica  vatica- 
na ,  sulle  cui  scale  lo  attendeva 
Papa  Nicolò  V;  3."  che  nell'  an- 
no 1 47 1  portatosi  a  Roma  Borsa 
d'Este,  Paolo  II  lo  fece  incontrare 
dal  suo  nipote  Cardinal  Zeno,  e  dal 
Cardinal  Gonzaga,  i  quali  lo  ac- 
compagnarono cavalcando  al  palaz- 
zo pontificio  di  s.  Marco;  quindi 
Paolo  II  nel  di  della  Pasqua  lo  di- 
chiarò duca  in  s.  Pietro,  ponendo- 
gli il  manto  di  broccato  d'oro,  con 
una  berretta  a  cupola,  al  collo  una 
collana  ricca,  e  nelle  mani  una  ver- 
ga d'oro.  Poscia  il  giorno  seguente 
Io  regalò  della  rosa  d'oro ,  e  poi 
preceduto  dalla  cavalcata  di  quin- 
dici Cardinali,  in  mezzo  al  Cardi- 
nal Cancelliere,  e  al  Cardinal  Gon- 
zaga, cavalcò  sino  al  palazzo  di  san 
Marco,  ove  gli  fu  dato  un  laulissi- 
mo  convito.  Ma  avendo  nel  ponti- 
ficato di  Alessandro  VII  abdicato 
al  trono  la  regina  di  Svezia,  Cri- 
stina, per  abiurare  gli  errori  di  Lu- 


CAV 

tero,  siccome  il  di  lei  ingi'csso  in 
Roma  riuscì  per  ordine  del  Papa 
sommamente  magnifico,  splendido 
ed  imponente,  non  riuscirà  discaro, 
che  compendiosamente  ne  riportia- 
mo la  cavalcata  solenne. 

Primieramente,  essendo  giunta  la 
regina  a'  20  dicembre  i655  alla 
villa  Olgiati,  dieci  miglia  distante 
da  Roma,  nella  stessa  mattina  si  mos- 
sero dalla  città  due  Cardinali  del- 
l'ordine de' diaconi,  dichiarati  appo- 
sitamente legati,  cioè  Carlo  de' Me- 
dici fratello  del  gran  duca  di  To- 
scana, e  Federico  d'Assia  cugino  del- 
la stessa  regina ,  mentre  per  una 
sovrana  di  maggior  condizione,  come 
di  Francia  e  di  Spagna,  si  sareb- 
bono  deputati  due  Cardinali  dell'  or- 
dine de' preti,  o  de' vescovi.  Parti- 
rono pertanto  i  legati  per  incontrar- 
la con  pompa  di  pubblica  cavalca- 
ta, e  con  tal  sontuosità,  che  il  solo 
Cardinal  de  Medici,  oltre  la  sua 
numerosa  corte,  conduceva  quattro 
primari  prelati ,  tre  duchi ,  molti 
marchesi,  ed  altri  distinti  cavalieri , 
tutti  in  sì  ricca  comparsa,  che  fu 
stimato  esservi  stato  speso  ottanta- 
mila scudi.  Alla  Storta,  lungi  tre 
miglia  dalla  villa  Olgiati,  i  legati  furo- 
no incontrati  dal  maggiordomo  della 
regina,  che  li  fece  ascendere  in  una 
regia  carrozza,  e  giunti  alla  villa, 
trovarono  che  la  regina  li  attende- 
va a  pie'  delle  scale,  uscendo  loro 
incontro  sino  alla  porta.  Esauriti 
gli  scambievoli  uffizi,  i  legati  pren- 
dendo la  regina  in  mezzo,  ascesero 
la  carrozza  del  Pontefice ,  arvian- 
dosi  verso  Roma,  ove  in  mezzo  ad 
innumerabili  torcie  accese,  giunsero  a 
tre  ore  di  notte.  Quindi  la  regina 
fu  presentata  ad  Alessandro  VII. 

Essendosi  poi  stabilito  il  giorno 
9.3  dicembre  pel  solenne  ingresso  in 
Roma  della  regina,    il    conte  David 


CAV  3o3 

Widmann  sergente  generale  delle 
milizie  della  Chiesa,  dispose  le  sol- 
datesche pei  luoghi  ove  dovea  pns- 
sare  la  cavalcata  con  bella  ordinan- 
za. Presso  ponte  Molle  schierò  mille 
fanti,  con  sei  pezzi  di  artiglieria  per 
le  salve  eh'  ebbero  luogo,  e  schierò 
duemila  fanti  sulla  piazza  Vaticana, 
con  due  squadroni  di  corazze,  e  do- 
dici pezzi  di  artiglieria.  Nella  mat- 
tina adunque  di  detto  giorno  i  Car- 
dinali legati  col  loro  nobile  corteggio, 
si  avviarono  per  ponte  Molle,  ove 
incontrarono  la  regina  col  governato- 
re di  Roma,  col  magistrato  di  Campi- 
doglio in  uno  ai  loro  uffiziali,  i  quali 
r  accompagnarono  alla  villa  fabbri- 
cata da  Giulio  III,  destinata  per 
luogo  donde  dovessero  partire  le  so- 
lenni cavalcate  pei  pubblici  ingressi 
in  Roma.  Ivi  sopraggiunse  il  mag- 
giordomo del  Papa,  con  tutta  la 
corte  pontificia,  e  disceso  colla  re- 
gina nel  cortile,  le  presentò,  in  notne 
di  Alessandro  VII,  una  carrozza 
con  ornamenti  di  argento,  invenzio- 
ne del  cav.  Bernini,  tirata  da  sei 
cavalli  frigioni  leardi,  una  lettiga, 
ed  una  sedia,  cioè  una  specie  di 
lettiga  scoperta,  superbamente  ornate, 
e  foderate  di  velluto  turchino  con  ri- 
cami d'argento,  con  muli  ben  ad- 
dobbati ,  non  che  una  nobile  chi- 
nea  pure  guarnita  di  velluto  tur- 
chino, sulla  quale  montò  la  regina 
in  mezzo  ai  due  Cardinali  legati, 
che  già  avevano  assunto  gli  abiti 
lunghi  e  le  cappe;  e  preceduta  in 
cavalcata  dal  menzionato  corteggio, 
cui  facevano  parte  in  copioso  nume- 
ro cavalieri,  si  avviò  per  la  porta 
Flaminia,  ove  era  attesa  dal  sacro 
Collegio  a  cavallo,  essendo  i  Cardi- 
nali vestiti  colle  cappe  e  cappelli 
pontificaH.  Il  Cardinal  Barberini,  sic- 
come il  più  antico,  fece  alla  regina 
in  nome  de'suoi  colleghi  un  analogo 


3o4  CAV 

complimento;  ed  essendo  in  quel 
luogo  terminato  l'ufiìzio  dei  Cardi- 
nali legati,  presero  quello,  che  loro 
conveniva  nella  cavalcata ^  e  la  re- 
gina dopo  tutti  i  Cardinali  fu  posta 
in  mezzo  dei  Cardinali  Orsini  e 
Costaguti,  siccome  più  anziani  del- 
l'ordine dei  diaconi. 

Arrivata  la  cavalcata  al  Vatica- 
no, i  Cardinali  lasciarono  la  regina 
per  andare  nell'aula  concistoriale  a 
rendere  ubbidienza  al  Papa,  rima- 
nendo con  essa  i  soli  Cardinali  de 
Medici ,  e  Sforza,  coi  quali  sali  alla 
basilica  di  s.  Pietro,  ricevuta  da 
quel  capitolo;  e  dopo  aver  adorato 
il  ss.  Sacramento,  esposto  sull'allare 
maggiore,  fu  condotta  al  contiguo 
palazzo  apostolico,  ove  fu  incontrata 
dal  maggiordomo,  da  otto  vescovi 
assistenti  al  soglio,  dal  maestro  del 
sacro  ospizio,  e  dai  due  Cardinali 
Orsini  e  Costaguti ,  co'  quali  avea 
cavalcalo.  Quindi  entrata  nella  sala 
concistoriale  tre  volte  si  genuflesse 
in  vedere  Alessandro  VII,  e  perve- 
nuta al  soglio  ove  sedeva,  gli  baciò 
il  piede  e  la  mano,  e  con  brevi 
parole  scambievoli  ebbe  termine  la 
cerimonia. 

Cavalcata  pel  trasporto  dei  cada- 
veri dei  Cardinali^  decano  del 
sacro  Collegio i  vice  cancelliere, 
camerlengo^  e  penitenziere  mag- 
giore. 

Parlando  il  Sestini  al  capo  XXIV, 
verso  il  fine,  del  rito  antico  delle 
esequie  de'  Cardinali,  dice  che  il 
Papa  soleva  mandare  la  sua  fami- 
glia in  cavalcata  ad  accompagnare 
i  cadaveri  dei  Cardinali  capi  d'or- 
dine, dal  loro  palazzo  alla  chiesa, 
ovvero  da  questa  ove  si  erano  cele- 
brate le  esequie,  a  quella  dove  tu- 
mulavansi ,    e    di  quelli   che    erano 


CAV 

insigniti  di  qualche  grande  ufficio 
nella  romana  corte,  come  di  vice 
cancelliere,  camerlengo  ,  peniten- 
ziere maggiore  ,  decano  del  sa- 
cro Collegio,  e  simili;  non  che 
dei  Cardinali  per  nascita  e  per 
meriti  distinti.  Dice  di  più,  die  in 
tali  funerali  i  famigliari  pontificii 
cavalcavano  fino  alla  porla  della 
chiesa ,  e  quindi  si  restituivano  al 
palazzo  apostolico  ;  rna  che  se  ac- 
compagnavano il  Cardinal  decano, 
o  altro  principalissimo  porporato, 
discendevano  da  cavallo,  entravano 
in  chiesa,  e  si  trattenevano  nel  coro, 
finche  il  clero  terminava  di  cantare 
le  preci  sul  cadavere,  e  quindi  se 
ne  partivano. 

Questo  cerimoniale  si  osservò  sino 
agli  ultimi  del  secolo  decorso,  dap- 
poiché il  Cancellieri,  che  pubblicò  le 
sue  Cappelle  nel  1790,  parlando  a 
pag.  326  delle  esequie  de'  Cardinali, 
soggiunge  che  diverso  era  il  traspor- 
to alla  chiesa  dei  cadaveri  dei  Car- 
dinali vice-cancelliere,  camerlengo, 
decano  e  del  penitenziere  maggiore, 
perchè  questi  venivano  portati  di 
giorno  sopra  un  magnifico  letto  con 
grandiosa  pompa  funebre,  attorniati 
dalla  guardia  svizzera,  preceduti  da 
tutte  le  confraternite,  e  seguiti  dal 
maggiordomo  colia  camera  segreta, 
dai  vescovi  assistenti  al  soglio,  dai 
chierici  di  camera  ,  che  incedevano 
su  cavalli  bardati  a  lutto,  e  col  cor- 
teggio delle  carrozze  nobili  del  Car- 
dinale defunto,  nelle  quali  eranvi  i 
di  lui  famigliari  in  abito  lugubre. 
Certo  è,  che  l'  ultima  cavalcata  fu- 
nebre pei  Cardinali  decani,  fu  quella 
del  Cardinal  Carlo  Alberto  Guidobono 
Cavalchini,  decano,  che  morì  a*  12 
marzo  1774»  come  l'ultima  dei  Car- 
dinali penitenzieri  vuoisi  essere  stata 
la  cavalcata  del  Cardinal  Galli  peni- 
tenziere, il  quale  terminò  i  suoi  gior- 


CAV 

ni  nel  1768.  Abbiamo  degli  esempi, 
che  sebbene  tali  cavalcate  fossero  in 
uso,    pure    per  alcuni    non    furono 
fatte,  come  pel  Cardinal  Tanara  de- 
cano del  sagro  Collegio,   a  cagione 
della  sede  vacante,  perchè  morì  nel 
1724;  pel  Cardinal  Ottoboni  vice- 
cancelliere,  che    cessò  di  vivere  nel 
1740;  pel  Cardinal  Delci  decano  che 
morì  nel   1761  ,    forse   perchè  Cle- 
mente XIII  trovavasi  in  Castel  Gan- 
dolfo.    Il  Cardinal  Petra    poi  peni- 
tenziere maggiore  ,    che    morì     nel 
1748,    vietò  gli    fosse   fatta  la  ca- 
valcata   funebre;    tuttavia  venne  e- 
seguita,  anzi  v'  intervennero  i   cap- 
pellani segreti ,    che   nelle  altre  ca- 
valcate di  questa  specie  non  vi  ave- 
vano luogo,  come  si  legge  nella  de- 
scrizione, che     fa    di     questa  caval- 
cata il  numero  4^32  dei  Dìarii  di 
Roma  di  detto  anno. 
'    Perchè    poi    si    prenda    una    piìi 
esatta   nozione   di    queste    cavalcate 
funebri ,    riporteremo     l' estratto    di 
quella  fìUta  nel    17 19  pel  Cardinal 
decano     del    sagro    Collegio    Nicolò 
Acciajuoli,  fiorentino,  creatura  di  Cle* 
mente  X ,  la  cui  relazione    si     leg-» 
gè  nel  Diario  di  Roma  ,    di  detto 
anno,  num.  iSS,  pag.  7  e  seg.  Do-' 
poche  fu    imbalsamato  il    cadavere 
del  Cardinal  Acciajuoli ,    fu  esposto 
in  una  sala  del  suo  palazzo,  ove  i  re- 
ligiosi degli  Ordini  mendicanti  si  re- 
carono   a  recitare    l' uffizio    dei  de- 
funti. Quindi  nella  mattina  del  quar- 
to giorno  dopo  la  sua  morte,  seguì 
il  trasporto    del    suo    cadavere   alla 
chiesa  nazionale  di  s.  Giovanni   dei 
fiorentini,  ove  nelle  ore  pomeridia- 
ne gli  furono  fatti  i  soliti    funerali. 
L'ordine  pertanto  del  trasporto,  e  del- 
la cavalcata  si  componeva  di  cinque 
a  rei  con  fra  terni  te,  dei  religiosi  cappuc- 
cini, serviti,  e  domenicani,  di  parec- 
chie coppie  di  preti,  del  parroco  di 

VOL.    X. 


CAV  3o5 

s.  Giovatìiiì  de'  fiorentini,  e  del  ca- 
merlengo del  clero,  aventi  ai  lati  i 
cursori  pontificii  colle    mazze  d' ar- 
gento. Seguiva    il  letto ,    o    talamo 
funebre    portato    da   sedici   persone 
vestite  di  sacco ,  sebbene  comparis- 
se portato  da  otto  gentiluomini  del- 
la sua  corte  vestiti  a  lutto,  e  proce- 
devano quattro  palafrenieri  del  de- 
funto  in  gramaglia ,    e    banderuole 
cogli  stemmi    gentilizi .    Il  cadavere 
era  vestito  pontificalmente  di  color 
violaceo,  e  veniva  circondato  da  tre- 
cento confrati   de'  mentovati  sodali- 
zi, portando  ciascuno  una  torcia  ac- 
cesa.   Seguiti  erano  essi  dalla  fami- 
gUa  nobile  in  veste  di  gramaglia,  o 
coruccio.  Indi  cavalcava  la  famiglia 
pontificia,  che  era  stata  intimata  dai 
cursori  apostolici   nel  giorno  prece- 
dente. Pel  primo  cavalcava  il  capi- 
tano della  guardia  svizzera,  con  qua- 
ranta individui  delia  medesima,  che 
contornavano  il  defunto,  e  il  suo  se- 
guito» Appresso  ed  a  cavallo  incede- 
vano i  mazzieri  Pontificii  colle  maz- 
ze, vestiti  come  nelle  cavalcate.  Con 
essi  camminavano  due  maestri  delle 
cerimonie  pontifìcie  con  mantellone 
e  cappelli  semi-pontificali;  indi  mon- 
signor maggiordomo  in  mezzo  a  tre 
arcivescovi  e  vescovi  assistenti  al  so- 
glio ,  seguiti    da  cinque  protonolari 
apostolici,  in  abito  da  cavalcata  so- 
lenne  con    mantellone ,    e    cappello 
pontificale  convenienti    al   grado  di 
ciascuno,  con  mule  bardale  di  di-ap- 
po  paonazzo.  A  coppia  progredivano 
su  mule  con  gualdrappe  nere  i  cap- 
pellani comuni,  i  camerieri  extra,  e 
gU  scudieri  con  cappe  e  sopravveste 
rosse,  e  i  primi  con  pelli  di  armel- 
lini.  Chiudeva    il  convoglio ,  la  car- 
rozza nobile   del  defunto  con  fiocchi 
rossi,  e  due   nere   erano  di  seguito , 
con  diversi  della  sua  corte. 

I  medesimi  Diari  di  Roina^  del- 
20 


3o6  CAV 

lo  stesso  anno  1719  num.  267, 
pag.  6,  e  seg.,  ci  danno  la  relazio- 
ne della  cavalcata  pel  cadavere  del 
Cardinal  Spinola  camerlengo  di  San- 
ta Romana  Chiesa,  le  cui  esequie  si 
celebrarono  nella  chiesa  de'  ss.  XII 
apostoli  sua  parroccliia,  sebbene  aves- 
se disposto,  che  il  suo  cadavere  fosse 
tumulato  nella  chiesa  di  s.  Andrea 
presso  il  noviziato  de'  gesuiti.  La 
sera  quindi  dopo  le  ore  ventiquat- 
tro si  portò  alla  chiesa  de'  ss.  XII 
apostoli  la  consueta  cavalcata  della 
corte  pontificia ,  col  capitano  della 
guardia  svizzera  ec.  Il  cadavere  era 
collocato  sul  consueto  letto  pontifi- 
calmente vestito,  e  l'ordine  della  pro- 
cessione della  cavalcata  fu  come  la 
precedente,  meno  che  essendo  stato 
questo  porporato  protettore  dell'ospi- 
zio apostolico  di  s.  Michele,  v'  inter- 
vennero gli  alunni  di  quello,  venen- 
do circondato  il  letto  da  trecento 
torcie  portate  da'  confrati*  Si  deve 
poi  avvertire,  che  come  camerlengo, 
dopo  i  protonotarii  apostolici  caval- 
carono anche  i  chierici  di  Camera. 
Quanto  poi  agli  individui,  che  inter- 
venivano oltre  i  consueti  alle  caval- 
cate funebri  pei  Cardinali  vice-can- 
cellieri, e  penitenzieri  maggiori  (  Vedi)y 
se  ne  tratta  a  quegli  articoli.  E  no- 
to, che  se  il  Cardinale  vice-cancel- 
liere, o  camerlengo  fossero  stati  del- 
l'ordine de'  diaconi,  i  sacri  paramenti 
erano  di  color  rosso,  vestendosi  solo 
i  cadaveri  de'  Cardinali  vescovi  e 
preti  di  colore  paonazzo. 

Le  suddescritte  cavalcate  della  fa- 
miglia pontificia ,  si  facevano  anco 
per  accompagnare  sovrani  morti  in 
Roma.  Di  fatti,  per  dire  soltanto  di 
alcuni,  Clemente  XI,  nel  1 7 1 9,  per 
la  morte  del  serenissimo  Filippo 
Maurizio,  figlio  dell'elettore  Massi- 
miliano di  Baviera,  volle  che  gli  fos- 
sero resi  i  medesimi  onori   funebri, 


CAV 

cui  nel  1 7 1 4  avea  fatto  celebrare 
pel  figlio  del  re  di  Polonia,  Alessan- 
dro Sobicski.  Ed  è  perciò,  che  die- 
tro il  feretro,  seguiva  il  capitano 
degli  svizzeri  a  cavallo  con  cinquan- 
ta uomini  della  sua  guardia,  proce- 
dendo in  cavalcata  i  mazzieri  pon- 
tificii, due  maestri  delle  cerimonie, 
monsignor  maggiordomo ,  i  vescovi 
ed  arcivescovi  assistenti  al  ponti- 
ficio soglio  ,  i  protonotari  apo- 
stolici partecipanti ,  e  le  tre  clas- 
si de'  cappellani  comuni ,  camerieri 
extra^  e  scudieri,  famigliari  tutti  del 
Papa  in  cappa  e  sopravveste  rossa , 
con  gualdrappe  nere,  precedente- 
mente avvisati  dai  cursori  apostolici. 
Assistettero  essi  anche  alla  messa  di 
requiem ,  in  urlo  agli  ordini  della 
prelatura  j  nella  chiesa  di  s.  Maria 
della  Vittoria. 

Nel  pontificato  di  Clemente  XII, 
essendo  morta  nel  1735  in  Roma 
la  regina  d' Inghilterra  Maria  Cle- 
mentina moglie  di  Giacomo  III,  il 
Papa  colla  sopraintendenza  di  mon- 
signor maggiordomo  le  fece  celebra- 
re nella  chiesa  de'  ss.  XII  apostoli 
solennissime  esequie,  quindi  seguì  il 
magnifico  trasporto  del  di  lei  cada- 
vere alla  basilica  vaticana,  coli' in- 
tervento delle  confraternite,  del  cle- 
ro regolare,  del  capitolo  vaticano,  ec, 
venendo  seguito  il  feretro  dalla  ca- 
valcata solita,  cioè  dal  capitano  del- 
la guardia  svizzera,  da'  mazzieri,  dai 
maestri  di  cerimonie,  dal  maggiordo- 
mo, dai  vescovi  assistenti  al  soglio, 
dai  protonotari  apostolici,  e  cappel- 
lani comuni,  dai  camerieri  extra,  e 
scudieri  del  Papa,  tutti  con  abiti  da 
cavalcata,  non  che  dai  pontificii  pa- 
lafrenieri con  torcie  accese. 

Siccome  poi  1'  ultima  cavalcata 
per  una  regina  defunta  ebbe  luogo 
in  Roma  nel  18 19,  e  fu  eguale  a 
quella  eseguita  per  altri  sovrani  der 


CAV 

funtl  in  detta  capitale,  ci  sembra  in- 
dispensabile di  darne  qui  un  cenno. 
Ebbe  luogo  questa  cavalcata  pei  fu- 
nerali resi  a  Maria  Luisa  di  Borbo- 
ne, regina  delle  Spagne  e  delle  In- 
die, moglie  del  re  Carlo  IV,  morta 
a'  2    gennaio  di    quell'  anno.    Dopo 
essersi  il  suo  cadavere  esposto  nelle 
camere  del  palazzo  Barberini,  dalla 
defunta  abitato,  sopra  elevato  letto, 
e  sotto  sontuoso  trono,  fregiato  coi 
reali  ordini,  di  cui  era  insignita,  la 
sera  dei  9  di  detto  mese  se  ne  fe- 
ce il  trasporto  alla  basilica    liberia- 
na, ove  nel  di  seguente  ebbe  luogo 
la    cappella    papale,    celebrando    la 
messa    il    Cardinale  Emmanuele  de 
Gregorio,  e  lodandone    le  gesta    lo 
spagnuolo  monsig.  Marco  y  Catalan 
poi  Cardinale,  ed  allora   uditore  di 
rota  per  la  corona  di  Aragona.  Quin- 
di alle  due    ore   pomeridiane    inco- 
minciò   la   solenne    pompa    funebre 
del  trasporto  del  real  cadavere  alla 
basilica  vaticana  per  la  strada  papa- 
le, e  coir  ordine  seguente.  Dopo  uno 
squadrone  di  carabinieri  a   cavallo , 
venivano  quindici  tamburini  col  lo- 
ro tamburo  scordato,  e   coperto   di 
nero,  e  quindi  la  banda  del  distac- 
camento d' infanteria  granatiera,  che 
marciava  co'fucili  a  funerale,  e  col- 
r  insegna  di  cipresso  nel    berretto- 
ne,   insegna    portata   pur    da    tut- 
ta   la    milizia,   che    vi  era.  Succede- 
vano  i    letterati    di    s.    Michele,    il 
collegio  degli  orfani,    e    venti    arci- 
confraternite  ciascuna  col  suo  sten- 
dardino   avanti,    e   col    cappellano 
in  cotta  e  stola  in  fine,    e  coi  fra- 
telli vestiti  col  proprio  sacco,    colla 
candela  accesa  in  mano,  alternando 
con  funebre  canto  i  salmi  deiruffizio 
de' morti. 

Veniva  di  poi  la  croce  inalbera- 
ta del  capitolo  vaticano  con  tre  custo- 
di, e  quattro  accoliti  con  torcia  ac- 


CAV  3o7 

cese,  e  subito  dopo  i  religiosi  di  do- 
dici diversi  Ordini,  avendo  ognuno 
di  essi  le  candele  accese,  e  di  piì^i 
due  torcie  in  ogni  prima  coppia  a 
lato  de'  loro  stendardini.  Seguivano 
quindi  i  due  parrochi  di  s.  Pietro 
e  di  s.  Susanna,  e  nel  mezzo  di  essi 
il  camerlengo  del  clero,  tutti  e  tre 
con  cotta,  stola,  e  torcia  accesa  ; 
e  dopo  di  essi  i  musici  cappellani , 
e  gli  alunni  del  seminario  di  s.  Pie- 
tro, e  finalmente  i  due  capitoli  uni- 
tij  vaticano,  e  liberiano.  Quest'  ulti- 
mo prese  la  mano  sinistra  per  tutta 
la  strada,  passando  poi  alla  destra 
neir  entrare  nella  gran  piazza  di  s. 
Pietro,  avendo  tutti  torcie  accese  in 
mano.  Indi  veniva  il  gran  letto,  su  cui 
giaceva  il  cadavere  della  defunta,  ve- 
stito d'un  abito  di  lama  d'argento,  col 
grandioso  real  manto  di  velluto  cre- 
misi, foderato  di  pelli  d'armellini,  colla 
corona  regia  in  capo. Era  il  letto  coper- 
to di  preziosa  coltre  di  lama  d'oro  con- 
tornata di  velluto  nero  guarnito  di  gal- 
lone, e  di  fregi  consimili,  coi  quattro 
stemmi  reali  ai  lati.  Esso  però  veni- 
va preceduto  da  duecento  sessanta,  e 
seguito  da  altri  duecento  fratelli  dei 
menzionati  sodalizi  a  quattro  a  quat- 
tro ripartiti,  tutti  con  torcie  accese 
sollevate  in  alto;  avendo  ai  due  lati 
quaranta  sacerdoti  nazionali  del  clero 
secolare  e  regolare,  mentre  la  guardia 
svizzera  contornava  il  letto  medesimo. 
I  quattro  lembi  della  coltre  erano 
sostenuti  da  altrettanti  principi  roma- 
ni, grandi  di  Spagna,  e  quattro  gentil- 
uomini di  corte  sostenevano  sulle  aste 
le  banderuole  di  lama  d' argento,  in 
cui  vi  era  l'arma  reale  con  ricami 
e  trine  d'oro  intorno,  mentre  al 
lato  destro  del  letto  incedevano  il 
cavallerizzo  maggiore,  ed  il  mag- 
giordomo maggiore  al  sinistro.  Ve- 
niva dietro  un  altro  coro  di  cappel- 
lani cantori  in  veste  talare  e  cotta, 


3o8  CAV 

e  quindi  aveanoluogodue  volanti  o  lac- 
chè, due  guardaporloni,  due  stattleri 
cogii  ombrelli  sotto  il  braccio,  e  tutti 
gli  altri  staffieri  e  famigliari  con  torcie 
egualmente  accese  ;  ed  inoltre  ac- 
compagnavano la  funebre  pompa  il 
ministro  di  Spagna  presso  la  Santa 
Sede,  Vargas  y  Laguna. 

Dopo  tutto  ciò  veniva  la  solenne 
cavalcata  della  famiglia  pontificia , 
ia  quale  cominciava  co' soldati  sviz- 
zeri, aventi  dopo  di  essi  il  loro  ca- 
pitano, e  due  mazzieri  a  cavallo 
colle  mazze  d'argento  poste  a  tra- 
verso suir  arcione  della  sella,  e  due 
maestri  delle  cerimonie  pontifìcie  in 
mantellone,  cappuccio,  e  cappello  se- 
mi-pontificale negro  foderato  di  pao- 
nazzo, con  cordoni  e  fiocchi  misti 
dello  stesso  colore  paonazzo  e  nero. 
Poi  succedeva  monsig.  Frosi ni, prefetto 
de'sacri  palazzi  apostolici  e  maggiordo- 
mo di  Pio  VII,  a  cavallo,  nel  mezzo 
dei  monsignori  Fratlini  arcivescovo 
di  Filippi,  e  vicegerente  di  Roma,  e 
Caprano  arcivescovo  d' Iconio  pari- 
menti a  cavallo,  tutti  in  gran  man- 
tellone, cappuccio,  e  cappello  ponti- 
ficale, col  divario  per  altro,  che  gli 
arcivescovi,  e  gli  altri  vescovi,  i  quali 
venivano  dopo,  avevano  lo  stesso 
cappello  pontificale  nero,  ma  fode- 
rato non  già  di  paonazzo,  bensì  di 
seta  verde,  e  col  cordone,  e  co'fioc- 
chi  di  egual  colore.  Seguivano  in 
pari  modo  a  due  a  due  gli  altri , 
cioè  i  vescovi  assistenti  al  soglio  pon- 
tificio, cioè  i  monsignori  Menochio 
vescovo  di  Porfirio,  e  sagrista  pon- 
tificio, e  Margarita,  vescovo  di  Gra- 
vina e  Monte  Peloso.  Cavalcavano 
appresso  i  monsignori  protonotari 
apostolici  Zambelli,  Ugolini,  e  Pia- 
netti,  col  cappello  paonazzo  fodera- 
to di  seta  cremisi  con  cordoni  e  fioc- 
chi di  egual  colore,  come  anche  ca- 
valcavano i  cubicularii  del  Papa,  cioè 


CAV 

i  cappellani  comuni,  i  camerieri  eX' 
tra,  e  gli  scudieri  colle  loro  cappe, 
e  cappucci  rossi,  i  primi  colle  pelli 
di  armellini,  e  tutti  coi  cappelli  ne- 
ri ecclesiastici.  Finalmente  vi  erano 
dodici  palafrenieri  pontificii  con  tor- 
cie di  cera,  e  quattro  garzoni  di  scu- 
deria con  quelle  di  pece. 

Le  carrozze  di  coite  in  tutta  ga- 
la, che  venivano  dietro,  erano  lira- 
te,  la  prima  da  otto,  e  le  due  altre 
da  sei  cavaUi.  Dopo  vi  era  la  grati 
carrozza,  in  cui  il  regio  cadavere 
era  stato  trasportato  la  sera  antece- 
dente dal  palazzo  Barberini  alla  ba- 
silica liberiana,  e  poi  dieci  altre  car- 
rozze con  ricchi,  e  vaghi  finimenti, 
nelle  quaU  eranvi  le  dame  di  palazzo, 
le  cameriste,  ed  altre  persone  distinte 
addette  al  servigio  della  corte  me- 
desima. Vi  erano  altresì  le  ciurozze 
di  sua  maestà  la  duchessa  di  Luc- 
ca, del  ministro  di  Spagna,  e  quel- 
le di  pielali,  e  personaggi  ragguar- 
devoli, che  avevano  luogo  nella  pom- 
pa funebre.  Marciava  in  ultimo  un 
ben  grosso  distaccamento  di  guardia 
civica  scelta,  con  la  banda,  e  co'tam- 
buri  nel  modo  stesso  della  milizia 
di  linea,  e  dietro  ad  esso  uno  squa- 
drone di  cavalleria. 

Allorché  il  real  cadavere  fu  vicino 
a  Castel  s.  Angelo,  venne  salutato 
con  molti  colpi  di  artiglieria  ;  e  giunto 
che  fu  nella  cappella  del  coro  della 
basilica  vaticana,  venne  ricevuto  dal 
Cardinal  Mattei  arciprete  con  tutto 
quel  capitolo,  e  quindi  ebbe  luogo 
l'assoluzione  del  cadavere.  Questo 
allora  dal  gran  letto  fu  posto  in  al- 
tro più  piccolo,  donde  dai  gentiluo- 
mini della  reale  defunta  fu  colloca- 
to nella  prima  cassa  di  cipresso  con 
materasso,  e  guanciale  di  seta,  con 
la  corona  in  capo,  e  con  altre  in- 
segne reali.  La  prima  dama  di  pa- 
lazzo, e    le    cameriste    ricuoprirono 


CAV 

tutto  il  corpo  con  due   veli   di    se- 
tn,  ed  appiè  di  esso    fu   posta    una 
borsa  chiusa  con  tre  medaglie,  una 
d'oro,  r  altra  d' argento,  e  la  terza 
di  rame,  in  una  parte   della    quale 
\ì  era  l' effìgie  in  rilievo   della    de- 
funta regina  col  suo  nome,    e   dal- 
l' altra  il  di   lei  elogio.  In  altra  bor- 
sa, parimenti  posta  a'  piedi,  fu    rin- 
chiuso   il    suggello    reale,  e    quindi 
con  doppia  serratura  venne    chiusa 
la  detta  prima  cassa,  la  quale  fu  po- 
sta dentro  un'altra  di  piombo  chiusa 
del   pari,  e  suggellata  cogli  stemmi 
di   Spagna,   del    Cardinal    arciprete, 
del  capitolo  vaticano,    e    del    mini- 
stro di  Spagna,  venendovi  posta  so- 
pra analoga    iscrizione.    Indi    seguì 
l'atto  formale  di  consegna  del   ca- 
davere, e  la  cassa  di  piombo,  collo- 
cata in  una  terza  di  legno,  fu  tras- 
portata in  deposito  nelle  grotte  va- 
ticane. Nella  mattina  seguente    poi, 
con  permesso  di  Pio  VII,  fu    cele- 
brato altro  funerale    nella    cappella 
del  coro  della  stessa  basilica  erigen- 
dosi un  magnifico  tumulo  sovrasta- 
to dalia  regia  corona.  Cantò  messa 
monsignor  Guerrieri  arcivescovo,  cui 
assisterono     ventiquattro     Cardinali. 
Tanto  il  trasporto,  che  la  cavalcata, 
e  le  funebri  funzioni  furono  eguali 
in  tutto  a  quanto  si  praticò  in  Ro- 
ma, nel    1689,  alla   regina  Ci'istina 
di  Svezia,  nel  17  35,  alla  regina  Ma- 
ria Clementina  Sobiesky,  della  Gran 
Brettagna;  e  nel    1766,  per   Giaco- 
mo 111  re  della  stessa  Gran  Bretta- 
gna, tutti   morti     in  Roma.    P^.  De- 
scrizione degli  onori  funebri  renda- 
ti in  Roma  dalla  real  corte  di  Spa- 
gna a  sua  maestà  cattolica  Maria 
Luisa  di  Borbone  regina  delle  Spa- 
gne e  delle  Indie  il  di   i  o  gennaio 
1819  colla  orazione  funebre,  Roma 
pel  de  Romanis. 


CAV  309 

§  III.   Cavalcate  degli  Jmhascìator^ 
presso  la  Sa/ita  Sede. 

Oltre  quanto  dicemmo  all'articolo 
Ambasciatori  §  V  (Fedi)  ^  è  indi- 
spensabile riportare  qui  alcune  no- 
tizie compendiate  sulle  cavalcate  so- 
lenni del  loro  ingresso  in  Roma , 
sulle  cavalcate  colle  quali  si  porta- 
vano al  concistoro  pubblico,  e  sulla 
cavalcata  dell'ambasciatore  del  re 
delle  due  Sicilie  in  presentare  al  Pa- 
pa il  tributo  della  Chinea  nella  vi- 
gilia della  festa  de'  ss.  Pietro  e  Pao- 
lo o  in  altri  tempi,  dove  quel  gior- 
no non  si  fosse  potuto  effettuare  per 
riguardo  della  sede  vacante.  Anti- 
chissimo è  poi  il  rito  di  ricevere  gli 
ambasciatori,  o  legati  de'  principi  con 
accoglienze,  ed  onori  singolarissimi, 
come  si  può  vedere  in  Bruno  Con- 
rado, De  legationibuSy  lib.  V,  e.  6. 

Trattando  il  citato  Sestini  al  cap. 
18  degli  ambasciatori,  che  si  reca- 
vano in  Roma,  dice  che  si  recava- 
no al  concistoro  pubblico ,  o  semi- 
pubblico, per  l'udienza  formale  del 
Papa,  gli  ambasciatori  de'principi,  e 
delle  repubbliche,  ed  anche  quello 
di  Bologna,  i  quali  facevano  la  caval- 
cata tanto  per  la  pubblica  entrata 
o  ingresso,  che  nella  mattina  in  cui 
andavano  al  concistoro.  Di  fatti  si 
legge  nei  Diari  dell' Alaleona  presso 
il  Gallico,  Jcta  caereni.,  che  ai  1 
di  maggio  162 1  in  giorno  di  do- 
menica fecero  l'entrata  in  Roma  tre 
ambasciatori  della  repubblica  di  Luc- 
ca con  bella  cavalcata,  ed  ai  4  elei 
medesimo  mese  gli  stessi  ambascia- 
tori di  Lucca  fecero  l'altra  cavalca- 
ta, ed  andarono  al  concistoro  pub- 
blico a  rendere  ubbidienza  a  Gre- 
gorio XV,  nel  cui  possesso  caval- 
carono fra  i  nipoti  del  Papa,  e  gli 
ambasciatori  de'  principi. 

Neil'  ingresso  degli  ambasciatori,  ì 


3  IO  CAV 

Cardinali  mandavano  i  loro  gentil- 
uomini ,  non  che  le  mule  coi  fmi- 
menti  di  gala ,  che  erano  cavalcate 
dai  palafrenieri ,  portando  dietro  le 
spalle  il  cappello  rosso  pontificale 
del  loro  padrone.  Il  Papa  soleva 
onorarli  colla  sua  guardia  de'  ca vai- 
leggieri  dal  luogo  ove  avea  iuco- 
mincianiento  la  cavalcala,  cioè  dal 
palazzo  eretto  da  Papa  Giulio  III 
fuori  della  porta  Flaminia,  sino  al  pa- 
lazzo delVambasciatore,  ed  altresì  col 
maggiordomo,  con  altri  prelati,  e  con 
alcuni  de'  suoi  intimi  famigliari,  che 
prendevano  in  mezzo  l'ambasciatore, 
ed  allorquando  nella  stessa  cavalcata 
intervennero  altri  ambasciatori,  veni- 
va ognuno  di  essi  accompagnato  da 
più  prelati  alla  sua  abitazione.  Alla 
cavalcata  poi  del  concistoro,  soggiun- 
ge lo  stesso  Sestini,  che  i  Cardinali 
mandavano  molti  gentiluomini,  ma 
non  le  mule;  e  che  l'ordine  della 
cavalcata,  il  suono  de' tamburi ,  e 
l'esplosione  delie  artiglierie  aveano 
luogo  come  nelle  cavalcate  de'  Car- 
dinali ,  venendo  in  essa  dall'amba- 
sciatore invitati,  oltre  il  maggiordo- 
mo, le  tre  classi  dei  cappellani  co- 
muni ,  camerieri  extra ,  e  scudieri 
famigliari  del  Papa. 

Quando  nel  pontificato  di  Grego- 
rio XIII,  i  tre  re  di  Bungo,  di  Ari- 
ma e  di  Omura  nel  Giappone,  eb- 
bero ricevuta  la  luce  del  vangelo 
per  opera  de'  gesuiti ,  volendo  quei 
principi  rendere  ubbidienza  al  vica- 
rio di  Cristo,  spedirono  a  Roma 
quattro  principi  in  ambasceria.  Giun- 
ti in  Roma,  a'sS  marzo  i585,  fu- 
rono con  solenne  cavalcata  da  tutta 
la  corte  romana  condotti  al  palazzo 
vaticano ,  e  quivi  in  pubblico  con- 
cistoro baciarono  i  piedi  al  gran 
Pontefice  Gregorio  XIII,  consegnan- 
dogli le  lettere  de'  lispettivi  sovra- 
ni, servendo  d' interprete  il  p.  Maffei 


CAV 

gesuita;  giacché   gli  altri  ambascia- 
tori solevano    fare  un  discorso ,  cui 
rispondeva  il  prelato   segretario  dei 
brevi  a'  principi    a  nome  del  Papa. 
Ascoltata    da  Gregorio  XIII  la  let- 
tura delle  lettere,  vedendo  da  si  lon- 
tane   regioni    riconosciuta    la   catte- 
dra di  s.  Pietro,  nell'abbracciare  gli 
ambasciatori,  più  volte  esclamò:  Ora 
s\  mio  Dio,  che  il  vostro  servo  va 
a  morire  in  pacej   ed  alle  sue  la- 
grime di  consolazione,  seguirono  quel- 
lede'Cardinali,  e  degli  spettatori.  Gui- 
do Gualtieri  scrisse  esattamente  la/fe- 
lazione  della  venuta  degli  ambascia- 
tori giapponesi  a  Roma, Jl no  alla  lo- 
re  partenza  per  Lisbona ,  Roma  1 586. 
Per   dare   poi   un'  idea    della  ca- 
valcata   del    solenne    ingresso    degli 
ambasciatori  in  Roma,  accenneremo 
quella    fatta    nel   ij^-'2    sotto  Bene- 
detto XIV,  dal  ball  Guerin  de  Ten- 
cin,  ambasciatore  del  sacro  militare 
Ordine  gerosolimitano,  detto  di  Mal- 
ta.    Precedevano     quattro    tamburi 
del  senato  romano,  un  corriere,  due 
guardaportoni  a  cavallo;  indi  segui- 
vano due  trombetti,  e  due  forieri  a 
cavallo  ;     poi    dodici    carriaggi    col 
maestro   di  stalla,   e   il   maniscalco. 
Succedevano  dodici  staffieri  a  cavallo 
con  livree  di  colore  gi'igio  ferro,  con 
camiciuole  verdi  gallonate  d'argento, 
qon  cappelli  bordati,  e  gualdrappe, 
l^i    seguivano    il    decano    con    abito 
distinto  di  panno  fino,  e  bottoniera 
d'argento,  due  scopatori  segreti  con 
abiti  di    colore   cannellino   con  bot- 
toni   d'  argento  ,    camiciuole    verdi 
guarnite  d'argento,  cappelli  bordati, 
e  valdrappe    con    copertine    alle  pi- 
stole di    scarlatto    guernile    d'oro, 
mentre    gli   staffieri    le    avevano  co- 
perte con  trine  di   seta  e  d'argento. 
Succedevano    quattro    ufficiali,     due 
di  credenza ,    e    due  di  cucina    con 
abiti  di  scarlatto   rosso   con  -bottoni 


CAV 

d*oro,  camiciuole  verdi  di  seta  gal- 
lonate d'oro,  cappelli  bordati  a  pun- 
to di  spagna,    e    valdrappe  con  co- 
pertine alle  pistole,  di  velluto  rosso 
gallonate  d'  argento.  Poscia  cavalca- 
vano   quattro     ajutanti     di    camera 
vestiti  con  abito  di  finissimo  panno 
color  cenerino,  riccamente  guarnito 
d'argento,  con  camiciuole  di  drappo 
di  seta  verde   con  guarnizione  pure 
d'argento,    con    cappelli    bordati    a 
punto  di  spagna  d'argento,  con  gual- 
drappa  e   copertina   alle  pistole,  di 
velluto    rosso    gallonato    di  argento. 
Indi  venivano  sette  cavalli  di  rispet- 
to, il  maestro  di  casa  e  il  guarda- 
roba   con    vestiti    gallonati    d' oro  e 
di  argento;  quattro  paggi  con   abiti 
trinati  di  argento;  quattro    gentiluo- 
mini col  maggiordomo  e  col  cavalle^ 
rizzo  con  abiti  ricamati   d'oro  e  di 
argento  ,     fiancheggiati     dagli     staf- 
fieri ,    essendo    tutti    famigliari    del- 
l'ambasciatore.    Procedevano   poi    a 
cavallo  due  compagnie    di  cavalleg- 
gieri  del  Papa;    diciannove   palafre- 
nieri   de'  Cardinali    sopra   mule    dei 
loro  padroni,    con    bardature  rosse, 
e  cappello  pontificale  di  egual  colore 
pendente  dietro  le  spalle;  circa  cento 
gentiluomini  de'Cardinali,  ambascia- 
tori, principi,  e  ministri  esteri,  pro^ 
seguiti    da   due   trombe  di  cavalleg- 
gieri.  Indi  gli  scudieri,    e  camerieri 
extra  del  Pontefice   colle  loro    vesti 
e  cappe  rosse;    diciotto   cavalieri  di 
Malta  ,    il    capitano    degli    svizzeri , 
due  maestri  di  cerimonie,  e  la  guar- 
dia svizzera.  Poscia  era  cavalcato  un 
cavallo  stornello  dall'ambasciatore  in 
abito  da  campagna,  cioè  giustacuore 
di  velluto  celeste  guarnito  d'oro,  in 
mezzo  ad  un  arcivescovo,    e  ad  un 
protonotario    apostolico ,     preceduto 
da  dodici  lacchè.   Appresso  a  lui  ca- 
valcavano   due    mazzieri  pontificii,  i 
protonotari  apostohci  con  mantello- 


CAV  3ri 

ne,  e  cappello  pontificale,  i  cappel- 
lani comuni  con  vesti,  e  cappe  rosse 
foderate  con  pelli  di  armellini;  quat- 
tro carrozze  berline  tirate  a  sei  ca- 
valli, con  entro  alcuni  fr.  cappellani 
dell'  Ordine,  il  maestro  di  camera, 
i  segretari,  ed  altri  famigliari.  Fi- 
nalmente chiudevano  la  cavalcata 
le  mule  de'Cardinali,  ambasciatori, 
principi,  e  ministri  esteri,  in  tutti 
più  di  cento,  facendo  la  via  del 
corso  fino  a  s.  Giovanni  della  Pigna, 
ove  era  il  palazzo  dell'ambasciatore, 
il  quale  in  questa  sua  residenza 
trattò  tutti  di  lauti  rinfreschi ,  e 
poscia  ringraziandoli  si  licenziò  da- 
gl'intervenuti alla  cavalcata. 

Riguardo  alla  ca.valcata  per  la 
presentazione  della  chinea,  eh'  ebbe 
luogo  sino  all'anno  1788,  essa  face- 
vasi  nel  seguente  modo.  L'ambascia- 
tore straordinario,  destinato  dal  re 
delle  due  Sicilie  a  presentare  il 
censo  della  chinea,  riceveva  nel 
proprio  palazzo  i  complimenti  dei 
gentiluomini  de'  Cardinali,  ambascia- 
tori, principi,  e  della  nobiltà  sud- 
dita o  feudataria  alla  corona  Sici- 
liana, cui  faceva  servire  di  splendi- 
di rinfreschi,  e  dopo  s'incominciava 
la  cavalcata  per  la  basilica  vaticana, 
ovvero  alla  chiesa  di  s.  Maria  del 
Popolo,  ove  fu  talvolta  presentata 
la  chinea,  colla  seguente  pompa  ed 
ordinanza. 

Dopo  i  tamburi  dei  fedeli  del 
Campidoglio,  venivano  le  trombe 
dell'ambasciatore,  e  la  compagnia 
dei  cavalleggieri  del  Papa,  seguita 
dai  loro  capitani,  corteggiati  dai 
propri  paggi  a  cavallo,  e  dagli  staf- 
fieri a  piedi  in  livree  di  gala.  Poscia 
cavalcava  il  capitano  degH  svizzeri 
fra  i  suoi  tamburi,  e  il  succedeva 
r  ambasciatore  in  abito  di  ganzo 
d'oro,  circondato  dalla  guardia  sviz- 
zera con  dodici    paggi,    sl'Ì   volanti, 


3i7.  CA.V 

e  altretlnriti  guardaportoni,  oltre  un 
gran  ninnerò     di     servitori,     seguiti 
dal    ciivallerizzo,    e   da  molte  lancia 
spezzate  a  piedi.  Quindi  camminava 
la    mula    bianca,    o    chinea  guidata 
dai   palafrenieri   del   medesimo  am- 
basciatore ,     fiancheggiata     da    altri 
svizzeri,    chiudendo    la    cavalcata    i 
prelati    nazionali    sopra    delle   mule 
bardate,   serviti  dai  propri   famigli, 
ed  infine  quattro  mute  a  sei  cavalli, 
che  tiravano  altrettante  superbe  car- 
rozze, oltre  altre  otto  carrozze  a  coda. 
Nel    passare  la  cavalcata    innanzi 
la  fortezza  di  Castel  s.  Angelo,  ve- 
niva   salutata    da    alcune    salve    di 
cannoni,    e    pervenuta    alla   basilica 
vaticana,   facevasi     quella     funzione 
che    descrivesi   air  articolo  Cappelle 
Pontificie  ,    parlandosi    del    vespero 
pontificale   per  la  festività  dei  prin- 
cipi   degli    apostoli.     Terminata    la 
presentazione  della  chinea,    l'amba- 
sciatore   invece  di  cavalcare,    ascen- 
deva nella   sua    carrozzii   più  nobile 
,in  compagnia  di    tre  prelati,    e   re- 
cavasi al  suo  palazzo,  ove  nella  sera, 
e    in    quella    seguente    faceva    gran 
ricevimento,  con  sontuose  dimostra- 
zioni  di  gioja, 

§  IV.  Cavalcata  del  senatore  di 
Roma  pel  possesso  in  Campido- 
glio, 

Eletto  dal  sovrano  Pontefice  il 
senatore  di  Roma,  si  reca  a  pre- 
stargli il  giuramento  di  fedeltà,  ed 
a  ricevere  dalle  mani  del  Papa  lo 
scettro  d' avorio.  Per  prendere  poi 
il  possesso  della  sua  dignità,  va 
con  magnifica  pompa  al  Campido- 
glio, cavalcando  una  chinea  del  pa- 
lazzo apostolico  riccamente  bardata, 
preceduto  da  numerosa  cavalcata. 
Questa  si  fa  tuttora  se  il  senatore 
prende  possesso  in  forma  pubblica 
e  con    solennità,   ma   perchè  si  co- 


CAV 

nosca  la  diversità,  che  passa  fra  quel- 
lo del  secolo  passato,  e  l'  ultimo  preso 
nel  corrente,  ne  riporteremo  i  due 
seguenti. 

Relazione  dèlia  nobilissima  caval- 
cata fatta  nel  possesso  del  sena- 
tore di  Roma,  preso  a'  i!^  gen- 
naio 17 12  dal  marchese  Mario 
Frangipane. 

Avendo    Clemente   XI    dichiarato 
senatore  di  Ronia  il  marchese  Fran- 
gipane, e  stabilitosi  il  senatorio  pos- 
sesso con  solenne  cavalcata  nel  detto 
giorno,    vestito    il  senatore  con  sot- 
tana di  raso  cremisi,  e  paludamento 
di  broccato  d'oro,  con  preziosa  col- 
lana al  collo,  si  portò  privatamente 
in  carrozza   dal  Campidoglio  al  pa- 
lazzo   vaticano,    ove    introdotto    dal 
maestro  di  camera,    e  da  due  ceri- 
monieri del  Pontefice,  genuflesso  fece 
il  giuramento  di  fedeltà,    facendone 
rogito  gli  stessi  cerimonieri.    Quindi 
Clemente  XI  gli  consegnò  lo  scettro 
d'  avorio,   e  fatti  dal  senatore  i  de- 
biti ringraziamenti,  se  ne  partì.  In- 
tanto   la   cavalcata    fu    regolata  dai 
cerimonieri  pontificii  coli' ordine,  che 
diciamo.     Cavalcava    il    bargello    di 
Campidoglio  seguito  dalle  sue  lancie 
spezzate    a  piedi;    indi    succedevano 
due    tamburi     dei    fedeli  ,     ed    otto 
sergenti,    tutti    con    bande  rosse,  e 
gialle  di  taffeltano,   e   penne   simili. 
Proseguivano  due  paggi  con  bande, 
e    penne    tenendo    impugnata    nella 
mano    destra    una    spada    nuda,    e 
nella  sinistra  una   targa  collo  stem- 
ma del  nuovo  senatore;  un  uilìciale 
con  bande,    e    penne    e  partegiana, 
e  il  capitano  de'capotori  con  bande, 
e  penne  doppie,  co'suoi  servitori  in 
livrea. 

Appresso  venivano  i  rappresentanti 
i  quattordici  rioni  di  Pvoma  due  per 
due,  con  tamburo  battente,  rappre- 


t 


CAV 

sentali  ognuno  da  un  officiale  con  ban- 
da e  penne,  avente  nella  mano  destra 
la  spada  nuda,    e    nella  sinistra  un 
targone  con  arme;  da   un  capotoro 
con  penne  e  bande,  da  un  deputa- 
to coir  insegna   del  rione,  con    ban- 
de e  penne,  da  un  paggio    che  sos- 
teneva   la    punta  di    dette    insegne, 
parimenti  con  bande  e  penne,  e  da 
quaranta  soldati  marciando  per  quat- 
tro,  mentre  marciava  dopo    il  XIV 
rione    il    tenente     de'  capotori.     Ca- 
valcava poscia   il  maestro    di    stalla 
con  quaranta  muli,  con  testiere    a- 
dornate  di  penne  gialle   e  rosse ,    e 
guarnizioni  inargentate,  tirando  car- 
ri con  casse  coperte  da    portiere,  e 
guidale    da    mulattieri     vestiti    con 
palandre  di    panno    rosso,    guarnite 
di  trine  d'oro,  collo  stemma  del  se- 
natore  di  lastra  dorata  sulla  schie- 
na, e  berrettone   rosso    guarnito  di 
oro.  Seguivano  dieci  cavalli  da  ma- 
neggio, guidati    da   dieci    famigli  di 
stalla     vestiti     come     i     mulattieri  . 
Quindi  cavalcava  una  compagnia  di 
cavalJeggieri  coi  trombetti,  e  i  pala- 
frenieri dei  Cardinali  con  mule  bar- 
date e  cappello  pontificale  pendente 
dalle  spalle.  A  cavallo  pur  seguiva- 
no quattordici  mandatari  di    Cam- 
pidoglio,   con    valigie    del    senatore 
fregiate  del  di  lui    stemma.    Proce- 
devano in  nobile  cavalcata   un    co- 
pioso numero    di     gentiluomini    dei 
Cardinali,  dei  baroni,    e    degli    am- 
basciatori, non  che  de' cavalieri    ro- 
mani    ed     esteri,  regolati    da    quat- 
tro   signori      romani     deputati     dal 
Papa.  Appresso  canmiinavano    quat- 
tro   trombetti  vestiti    di    panno     fi- 
no   di   colore  rosso ,    cogli     svolazzi 
alle  trombe,    aventi    da    una    parte 
l'arma   del   popolo  romano,    e  dal- 
la lira    quella    del    senatore,    prece- 
duti da  quattro  tamburi    colle  livree 
del  popolo  romano,  decorati  di  cgua- 


CAV  3i3 

li  insegne.  Succedevano  due  paggi 
a  cavallo  con  due  grandi  stendardi 
colle  predette  armi ,  ed  altri  due 
paggi  con  ispada  e  targa:  poscia 
venivano  i  capotori,  due  altri  trom- 
betti del  popolo  romano,  ed  il  te- 
nente della  guardia  svizzera  con 
molti  individui  di  questa.  Altri  due 
paggi  sostenevano  lo  stocco  senato- 
rio foderato  di  velluto  cremisi,  ed 
il  cappello  di  broccato;  indi  un  mae- 
stro di  cerimonie  pontifìcio,  e  molti 
palafrenieri  del  senatore,  sei  de'qua- 
li  con  bastoni  dorati  con  arme  del 
Sommo  Pontefice,  del  popolo  ro- 
mano, e  del  senatore. 

In  mezzo  alla  guardia  svizzera 
cavalcava  il  senatore  con  paluda- 
mento di  broccato,  collo  scettro  d'a- 
vorio in  mano ,  sopra  cavallo  con 
ricca  gualdrappa  di  velluto  cremisi, 
ricamata  d'oro,  seguendolo  un  ser- 
vitore coir  ombrella  serrata,  che  l'al- 
zò così  chiusa  fuori  della  piazza  Va- 
ticana. Neil'  uscire,  che  fece  dal  pa- 
lazzo, apostolico  ,  il  senatore  fu  sa- 
lutato dalla  guardia  svizzera ,  con 
una  salva  di  mortari ,  e  passando 
avanti  Castel  s.  Angelo,  si  spararono 
ventiquattro  colpi  di  cannone.  Ca- 
valcavano poi  appresso  il  senatore 
i  due  collaterali  di  Campidoglio,  il 
giudice  criminale,  l'avvocato  de'  po- 
veri di  Campidoglio ,  il  sostituto  fi- 
scale,  il  protonotario  del  senatore, 
e  il  collegio  de'  notari  capitolini.  Se- 
guiva la  carrozza  grande  senatoria 
con  fiocchi  neri ,  con  altre  due  si- 
mili, essendo  vestiti  i  cocchieri  con 
maniche  e  giubboni  di  raso  gial- 
lo gallonato  d'oro,  con  calzoni,  e 
sacconi  rossi  pure  gallonati  d' oro. 
Procedendo  la  cavalcata  per  la  stra- 
da papale,  tutta  magnifica  per  gli 
apparati,  e  tappezzerie  esposte  alla 
finestre  e  loggie,  pervenne  al  Cam- 
pidoglio, ove  smontato    il  senatore 


3i4  CAV 

da  cavallo,  s'avviò  alla  contigua  chie- 
sa di  s.  Maria  d' Araceli ,   ed  incon- 
tralo dai  minori  osservanti,  dopo  aver 
adorato  il  ss.  Sacramento,  e  baciato 
laltare  maggiore,  lasciò  ivi  un'obla- 
zione. All'uscire  della  chiesa,  i  musici 
collocati  sul  Campidoglio  suonarono 
lietamente,  ed  ossequiato  il  senatore 
dai    tre    conservatori    di    Roma ,  e 
priore  de*  caporioni,  ascese  nella  sala 
del  palazzo  senatorio,  e  postosi  a  se- 
dere, consegnò  il  breve  di  sua  ele- 
zione al  primo  conservatore,  il  quale 
lo  diede  a  leggere  allo  scriba  del  sena- 
to, dopo  di  che  prestò  il  senatore  il 
consueto  giuramento    di  conservare, 
e  mantenere  i  diritti  e  le  preroga- 
tive del  popolo  romano.    E  quindi 
avendo  ringraziati  ed  accompagnati 
i  conservatori,  ed    il  priore    de' ca- 
porioni, ricevette  le  congratulazioni 
della  nobiltà,  e  fece   imbandire    un 
sontuoso  rinfresco,  mentre    a  bene- 
ficio del  popolo  le  fontane  dei  due 
leoni  a  pie  delle  scale  di  Campido- 
glio   gettavano    vino;    avvenimento 
che  fu  anche  festeggiato  colla    illu- 
minazione del  Campidoglio  per  due 
sere  con  i sfarzo  di  cera ,  non  meno 
che  con  altre  dimostrazioni  giulive. 
Tale  Cavalcata  e  pompa  è  pur  de- 
scritta dal  Piazza  nel  suo  Emerolo- 
gio  dì  Roma  cristiana  j   ecclesiasti- 
ca e  gentile j    tom.  I,  pag.    364    e 
seg.,  nella  qual    funzione    egli   vede 
rinnovarsi  in  Roma  la  memoria  de- 
gli antichi  trionfi  del  celebra tissimo 
Campidoglio. 

Relazione  della  cavalcata  e  solen- 
ne possesso  preso  il  dì  21  giugno 
18 18  dal  principe  d.  Tommaso 
Corsini  della  dignità  di  senatore 
di  Romaj  conferitagli  dal  Ponte- 
fice Pio   VII. 

Nel  detto    giorno,    verso    le    ore 
quattro  pomeridiane,  il  novello  se- 


CAV 

natore  si  portò  privatamente  al  pa-» 
lazzo  apostolico  Quirinale,  ed  occu- 
pato l'appartamento  detto  delle  con- 
gregazioni ,  ivi  ricevette  i  complimenti 
degli  ambasciatori,  ministri  esteri,  e 
principi  romani,  non  che  dei  Cardi- 
nali esternati  dai  loro  rispettivi  gen- 
tiluomini spediti  a  tal  uopo,  ed  anco 
per  corteggiarlo  nella  solenne  caval- 
cata. Giunta  l'ora  di  ascendere  al- 
l' appartamento  superiore,  sospesa  la 
detta  udienza,  con  pubblica  forma- 
lità, accompagnato  dai  maestri  delle 
cerimonie    si     recò    nelle    pontifìcie 
camere,  accolto  da  tutti  i  ceti  delle 
persone,  che  componevano  la  nobile 
famiglia  pontificia.   Allorché  il  Papa 
ebbe  avviso,  che  il  senatore  era  giun- 
to, uscì  dalle  sue   stanze  vestito  di 
rocchetto    e  mozzetta ,    e  postosi   a 
sedere  sotto  il  trono,  avendo  a'  suoi 
lati  il  maggiordomo,  il  maestro    di 
camera,   e    facendogli    corona  tutte 
le  nobili  persone  componenti  la  ca- 
mera segreta,  fu  quindi  il  senatore 
introdotto  da  due  cerimonieri  avanti 
al  Pontefice,  e,    previe  le  consuete 
cerimonie,     andò  a' piedi    del     me- 
desimo, e  genuflesso  emise    il   con- 
sueto   giuramento    di    fedeltà  verso 
la  di  lui  sacra  persona,  e  suoi  suc- 
cessori, e  di  bene  e  fedelmente  eser-r 
citare  il  commessogli    onorifico    im- 
piego,   precipuamente    nell'  ammini- 
strazione della  giustizia.  Indi  ricevette 
dal  Papa  lo  scettro  di  avorio  ,    in- 
segna   dell'  autorità    e   giurisdizione 
senatoria  ,    colla    consueta  formula  : 
jéccipe  sceptrunij  et  esto  senator  Ur- 
bis. In  nomine  Patrisj  et  Filii^  et  Spi-r 
ritiis  sancti.  Amen. 

Allora  il  senatore  alzandosi  in  pie- 
di pronunziò  un  eloquente  ringra- 
ziamento, cui  rispose  il  Papa  ade- 
quatamente,  e  benedicendolo  fece 
ritorno  alle  sue  stanze.  11  senatore 
si  recò  nelle  precedenti  camere  de- 


CAV 

sllnategli ,  aspettando  il  momento 
per  montare  a  cavallo,  e  recai'si  alla 
cavalcata  per  le  vie  destinate  al 
Campidoglio.  Come  fu  tutto  in  or- 
dine, incominciò  la  cavalcata  nel 
modo  seguente. 

Precedeva  un  picchetto  di  carabi- 
nieri a  cavallo  per  isbarazzare  la 
strada.  Venivano  quindi  a  lunghis- 
sima fila  le  carvozze  degli  ambascia- 
tori, e  ministri  esteri  con  entro  i 
rispettivi  gentiluomini,  che,  come  di- 
cemmo, già  erano  slati  nel  palazzo 
pontificio  a  complimentare  il  sena- 
tore, in  nome  de'  suddetti  ambascia- 
tori e  ministri.  Seguiva  un  altro 
picchetto  di  carabinieri  a  cavallo , 
quindi  apriva  la  marcia  militare  il 
corpo  dei  pompieri  col  suo  coman- 
dante a  cavallo.  Marciava  in  seguito 
im  battaglione  di  granatieri  di  li- 
nea, con  banda  e  tamburi,  alla  testa 
del  quale  eravi  un  capo  di  batta- 
glione a  cavallo.  Segtiiya  altro  bat- 
taglione di  truppa  civica,  con  ban- 
da e  tamburi  ,  comandato  da  un 
capo  di  baltaglione  a  cavallo.  Dipoi 
venivano  le  trombette  ed  i  tamburi 
del  Campidoglio,  quindi  il  capitano 
della  truppa  capitolina  a  cavallo  col 
suo  ajutante ,  il  quale  era  seguito 
da  un  plotone  di  uffiziali ,  e  sotto 
uffiziali  della  truppa  suddetta.  Im- 
mediatamente sventolavano  le  ban- 
diere dei  quattordici  rioni  di  Roma 
in  gruppo,  alle  quali  teneva  dietro 
la  milizia  urbana  dei  capotori.  Ap- 
presso cavalcava  un  foriere  del  se- 
natore, seguito  da  venti  carriaggi 
coperti ,  del  medesimo  senatore , 
il  cui  sopraintendente  della  scude- 
ria seguivali  con  dieci  cavalli  da 
maneggio.  Indi  venivano  due  sezio- 
ni di  dragoni,  e  due  di  carabinieri 
a  cavallo  coi  loro  uffiziali  ;  quindi 
i  palafrenieri  de'  Cardinali  a  caval- 
lo,   col    cappello    Cardinalizio   pen- 


CAV  3j5 

dente  dalle  spalle.  Poscia  cavalcava- 
no i  cursori  della  curia  capitolina,  e 
i  gentiluomini  dei  Cardinali.  Succe- 
devano egualmente  a  cavallo  le 
guardie  nobili  pontifìcie,  ed  imme- 
diatamente appresso  i  camerieri  d'o- 
nore, e  segreti  di  .spada  e  cappa  del 
Papa  a  cavallo.  Quindi  la  banda 
della  truppa  capitolina,  cavalcando 
poi  iin  paggio  con  valigia  del  sena- 
tore, e  due  paggi  di  esso,  uno  collo, 
stendardo  del  popolo  romano,  e  l'al- 
tro con  quello  del  senatore.  Veniva 
intermedio  il  capitano  della  guardia 
svizzera  a  cavallo,  cui  seguivano  al- 
tri due  paggi  dello  stesso  senatore 
a  cavallo,  uno  col  cappello,  l'altra 
collo  stocco  senatorio.  Dipoi  un  ce- 
rimoniere pontifìcio  a  cavallo,  e  fi- 
nalmente compariva  il  senatore  d\ 
Roma  principe  Corsini  nel  nobile, 
abito  di  sua  dignità  con  sottana  di 
amuer  ponsò,  e  rubbone  di  lama 
d'  oro,  e  consueta  collana,  cavalcan- 
do un  bellissimo  destriere  riccamen- 
te bardato  con  valdrappa  di  vellu- 
to cremisi  ricamata  d'oro,  e  coper- 
tura fatta  a  rete  d»  seta  e  oro,  con 
istaffe  e  finimenti  dorati.  Circonda- 
to egli  era  dai  fedeli  della  camera 
capitolina,  e  dalla  guardia  svizzera 
del  Pontefice.  Si  dee  qui  avvertire, 
che  il  cavallo  in  nome  del  Papa , 
fu  presentato  al  senatore  nel  punto 
di  ascendervi,  dal  cavallerizzo  mag- 
giore pontifìcio,  mediante  un  breve 
complimento ,  a  cui  rispose  analo- 
gamente il  senatore.  In  seguito  ve- 
nivano sopra  cavalli  coperti  d'uni- 
forme, testiera^  e  valdrappe  di  pan- 
no nero,  il  primo  collaterale  eser- 
cente pel  senatore  le  veci  di  presi- 
dente, il  secondo  collaterale,  ed  udi- 
tore particolare  del  medesimo,  i  qua- 
li come  componenti  il  tribunale  ci- 
vile della  curia  capitolina,  indossa- 
vano maestosa  toga  ornata    di    vel- 


3i6  CAV 

luto,  e  fasciè  nere.  Ai  giutlici  civili 
sucivdevail  luo>i;otenenle  criminale, 
e  giudice  de' malefici!  con  egual  to- 
ga ed  ornalo.  Al  lato  del  suddetto 
erano  l'avvocalo  de' poveri  del  Cam- 
pidoglio, ed  il  sostituto  fiscale  con 
toga  corrispondente  alla  low  rap- 
presentanza. Dipoi,  con  toga  di  saia 
nera  ornala  di  nobiltà,  venivano  il 
protonotario  del  senatore,  il  decano 
del  collegio  de'  notari  capitolini,  ed 
il  capo  notaro  criminale,  seguiti  da- 
gli altri  notari  collegiali  in  Ioga  con- 
simile, cui  succedevano  in  abito  nero 
i  sostituti  dei  medesimi.  Chiudeva- 
no il  corteggio  quattro  magnifiche 
«I «rozze  del  senatore  coi  suoi  pala- 
/ienieri  a  piedi  con  ricchissime  li- 
vree, terminando  la  cavalcata  una 
sezione  di  dragoni. 

Tal  cavalcata ,  a  seconda  della 
notificazione  anteriormente  pubbli- 
cista dai  conservatori  di  Roma,  per 
invitare  i  romani  ad  ornare  giusta  il 
cuìstume  le  finestre  nei  luoghi  per  cui 
passava,  dal  Quirinale  si  diresse  verso 
Je  quattro  fontane,  piazza  Barberini, 
via  due  Macelli,  piazza  di  Spagna , 
via  Condotti,  corso,  piazza  di  Vene- 
zia, e  piazza  del  Gesù,  prosegui  di- 
rettamente fino  al  Campidoglio,  ed 
allorché  il  senatore  della  via  Con- 
dotti entrò  nel  corso,  il  Castel  s. 
Angelo  sparò  sessanta  colpi  di  can- 
none. Pervenuta  la  cavalcata  al 
monte  capitolino ,  ne  fu  all'  istan- 
te annunciato  l'arrivo  dal  festevo- 
le suono  delie  campane  del  Cam- 
pidoglio. Smontato  il  senatore  da  ca- 
vallo, prima  di  tutto  si  recò  al  tempio 
prossimo  al  palazzo  senatorio,  sagro 
allaB.V.  Maria,  denominato  d'Arace- 
li ,  per  fare  i  debiti  ringraziamenti 
a  Dio  onnipotente,  e  venne  ricevuto 
dai  padri  minori  osservanti,  che  lo 
officiano.  Soddisfatta  ivi  dal  sena- 
tore la  sua  devozione,  sah    all'alta- 


CAV 

re  ,  ne  l)aclò  con  venerazione  la 
mensa,  e  lasciò  in  dono  quattro  son- 
tuosi reliquiari  d'argento.  Adernpiu- 
ti  in  tal  modo  gli  atti  religiosi,  di- 
scese dal  tempio ,  sempre  scortato 
dalla  guardia  svizzera,  e  dalle  ban- 
diere de*  rioni  in  due  altre  divise , 
col  quale  accompagnamento  si  con- 
dusse alla  gran  sala  di  Campido- 
glio del  palazzo  senatorio,  ricevuto 
dai  conservatori  di  Roma ,  e  dal 
priore  de' caporioni ,  come  rappre- 
sentanti del  popolo  romano,  che  in 
unione  dell'avvocato  fiscale,  prece- 
duti da  moltissimi  patrizi  e  cava- 
fieri  romani,  si  avanzarono  ad  incon- 
trarlo in  cima  al  doppio  scalone 
fuori  della  porta  d' ingresso  della 
pubblica  sala,  e  lo  condussero  pres- 
so la  sedia  senatoria  maestosamen- 
te eretta  in  fondo  di  essa,  ove  asceso 
il  senatore,  e  collocatisi  tanto  i  conser- 
vatori e  priori  de'caporioni  vestiti  col 
rubbone  d'oro,  dal  destro  lato,  quan- 
to i  giudici  e  fiscale  dal  lato  sini- 
stro, venne  dal  pro-scriba  del  sena- 
to e  popolo  romano  fatta  ad  alta 
voce  la  lettura  del  breve  apostoli- 
co della  dignità  senatoria  conferita- 
gli dal  Sommo  Pontefice,  ed  an^- 
Cora  dell'atto  del  giuramento,  che 
doveva  prestare  il  senatore  nelle 
mani  dei  conservatori  di  Roma. 
Terminata  la  lettura  del  breve,  il 
senatore  discese  dalla  sedia,  e  prestò 
genuflesso  il  sohto  giuramento  col 
tatto,  e  bacio  dei  santi  evangeli,  per 
l'osservanza  delle  leggi.  Dopo  di  ciò, 
salito  di  nuovo  il  senatore  sulla 
mentovata  sedia,  il  marchese  Gaspa- 
re Cavalletti  de  Rossi  Belloni,  co- 
me primo  conservatore,  gli  diresse 
un  discorso  analogo,  cui  con  gradi- 
mento rispose  con  altro  il  senatore, 
e  terminato  che  l'ebbe,  complimen- 
tò sino  alla  porta  i  conservatori  di 
Roma,  ed  il  priore  dei  caporioni,  i 


CAV 

quali  col  loro  seguilo  si  restituirono 
iieir  adiacente  palazzo  di  loro  resi- 
denza. 

Tornato  il  senatore  nel  suo  ap- 
partamento, fece  imbandire  copiosis- 
simi rinfreschi  a  quelli  che  avevano 
iàtto  parte  della  cavalcata,  i  quali 
dal  medesimo  furono  tutti  ringra- 
ziati. JVelia  sera  poi,  e  in  quella  se- 
guente, al  palazzo  senatorio  vi  fu 
gran  ricevimento,  in  cui  il  senatore 
ricevè  le  congratulazioni  della  no- 
biltà romana  e  straniera,  del  cor- 
po diplomatico,  e  del  sacro  Collegio, 
serviti  tutti  di  magnifici  rinfreschi. 
Alle  parrocchie  di  Roma  il  novello 
senatore  fece  distribuire  quantità  di 
pane  pei  poveri,  e  i  due  leoni  di 
l3asalte  posti  a  pie  della  cordonata 
di  Campidoglio,  per  due  giorni  ver- 
sarono vino,  Io  che  pure  segui  nel 
sottoposto  foro  romano,  detto  cam- 
po Vaccino.  Inoltre  nelle  medesime 
sere  fu  vagamente  illuminato  il  Cam- 
pidoglio con  emblemi  ed  ornati  re- 
lativi, e  rallegralo  venne  dalle  sin- 
fonie delle  orchestre,  e  dai  fuochi 
artificiali.  Finalmente  il  nuovo  sena- 
tore ai  22  giugno,  in  forma  pub- 
blica, e  con  treno  nobile  si  portò 
alla  visita  della  basilica  vaticana,  e 
quindi  fu  ad  ossequiare  il  Cardinal 
decano  del  sacro  Collegio.  V.  Se- 
natore DI  Roma,  e  Campidoglio  ro- 
mano. 

§  V.    Cavalcala  degli  Uditori  della 
Sagra  Rota  Romana. 

Dopo  le  ferie  dell'estate  si  apre 
ogni  anno  il  tribunale  della  rota 
nei  primi  di  ottobre  :  laonde  con 
preventivo  invito  tutti  i  Cardinali , 
prelati  di  fiocchetti,  ambasciatori, 
ministri  esteri,  principi,  e  primarii 
della  romana  nobiltà  e  curia,  fino  ad 
anni  addietro ,  mandavano  i  loro 
gentiluomini    a    cavallo    al    palazzo 


CAV  3i7 

dell'  ultimo  uditore,  ove  erano  trat- 
tati di  rinfresco.  Giunta  l'ora  della 
cavalcata,  il  menzionato  pi  elato,  ve- 
stito di  sottana  e  fascia  paonazza, 
con  rocchetto,  e  mantellone  paonaz- 
zo, con  berretta  in  capo,  e  col  cap- 
pello pontificale  sopra  di  essa,  ascen- 
deva su  mula  pontificia  bardata  di 
ricco  finimento  e  gualdrappa  pure 
paonazza,  ed  in  mezzo  a  due  avvo- 
cati concistoriali,  con  nobile  seguito, 
si  recava  dal  penultimo  viditore  di 
rota,  che  vestito  in  egual  modo,  e 
cavalcando  una  mula  egualmente 
del  palazzo  apostolico,  sebbene  \V 
Papa  abitasse  al  Quirinale,  o  altrove, 
si  avviava  con  lui,  al  palazzo  vaticano. 
Preceduti  da  numerosa  cavalcata  dei 
menzionati  gentiluomini,  non  che 
degli  avvocati  e  curiah,  ossiano  i 
procuratori  di  collegio,  ed  i  procu- 
ratori rotali,  coi  propri  famigliari  a 
pietli,  alcuni  de'  quali  con  bastoni 
dipinti  in  mano,  fregiati  dell'  arma 
della  rota,  giungevano  all'atrio  vati- 
cano, dove  tutti  discendevano,  e  do- 
ve i  due  uditori  deposti  i  cappelli 
e  i  mantelloni,  assumevano  le  cappe 
violacee  ,  ed  andavano  nella  sala 
del  tribunale,  chiamato  auditorio , 
incontrati  dal  decano,  e  dai  prelati 
colleghi  per  ordine  di  anzianità.  Do- 
po la  messa  dello  Spirito  Santo,  ce- 
lebrata dal  loro  cappellano,  passava- 
no nella  camera  contigua  all'  udito- 
rio, ove  discioltesi  le  cappe  si  pone- 
vano a  sedere  nel  banco  coperto  di 
strato,  e  assistevano  alla  lettura  delle 
pontificie  costituzioni  riguardanti^  il 
tribunale  della  rota,  che  faceva  un 
notaro  di  esso,  vestito  con  lunga  ve- 
ste paonazza,  terminata  la  quale, 
r  ultimo  uditore  pronunziava  una 
breve  orazione  sulla  retta  ammini- 
strazione della  giustizia,  alla  pre- 
senza di  gran  parte  della  curia. 
Quindi  raccolte  dagli  uditori  le  cap- 


3i8                     CAV  CAV 

pe  spiegate,  pa^^sando  ij;li  uditori  al-  tarli,  venendo  trattati  di  cioccolata, 
la  caiuera  dell'  udiloiio  per  i iccvere  e  paste,  non  servendosi  di  gelati,  se 
i  conipiinienti  degl'intervenuti  alla  non  l'uditore  novizio  dove  vi  fosse, 
cavalcata,  e  chiusesi  le  porte,  il  de-  allorché  si  reca  a  visitare  i  detti  due 
cauo  recitava  l' orazione  Adsuniux,  colleghi.  Altrettali  visite  e  corteggio 
Doininc  Sancte  SpirituSj  attiihuita  fanno  i  segreti  degli  altri  uditori  di 
a  s.  Isidoro  vescovo  di  Siviglia,  la  rota,  i  quali  poi  vanno  al  palaz- 
tjuale  nelle  successive  rote  viene  ri-  zo  vaticano  per  ricevere  la  cavalca- 
petuta  per  ordine  da  tutti  gli  udi-  ta.  Tutti  gì'  invitati,  cioè  i  Cardina- 
tori.  Terminata  la  preghiera,  il  de-  li,  prelati  di  fiocchetti,  corpo  diplo- 
cano  distribuiva  i  fiori,  e  l'elenco  malico,  principi,  e  primaria  nobiltà 
delle  rote,  che  in  progresso  doveva-  romana  mandano  i  loro  gentiluomi- 
no  aver  luogo.  Ciò  fatto,  i  due  ul-  ni  a  complimentare  i  predetti  due 
timi  uditori,  riassunto  il  maiitellone,  ultimi  uditori,  lo  che  s'intende  effet- 
e  il  cappello  pontificale,  dal  Valica-  tuato  per  V  intiero  tribunale.  Ter- 
no, preceduti  dal  medesimo  corleg-  minale  tali  visite,  1'  ultimo  uditore 
gio,  facevano  ritorno  alle  rispettive  parte  dalla  sua  abitazione  preceduto 
abitazioni,  onorificenza  singolare,  dap-  dai  pontifìcii  dragoni  a  cavallo,  da 
poiché  questa  era  l'unica  cavalcala,  la  due  servitori  colle  mazze  munite 
<|uale  tanto  nell'andata,  che  nel  ritor-  delle  insegne  rotali^  e  da  un  pala- 
no si  faceva  dopo  il  riaprimenlo  del  freniere  con  la  mula  bianca  barda- 
tribunale,  col  suono  della  campana  ta  del  palazzo  apostolico,  avendo  egli 
di  s.  PielrOj  cioè  di  quella  detta  del-  preso  luogo  nella  propria  carrozza 
la  rota,  e  colla  parata  delle  guar-  di  gala,  vestito  di  mantellone  e  roc- 
die  della  guarnigione  di  Castel  s.  chello,  col  decano  de'  suoi  servi,  ai- 
Angelo,  sì  nell'andata  che  nel  ri-  la  portiera  col  cappello  pontificale, 
torno,  duplice  distinzione  che  in  Ro-  Seguono  immediatamente  i  procu- 
ma  non  può  vantare  verun  altro  ratori  rotali,  ciascuno  nella  propria 
tribunale.  /^.  Domenico  Bernini,  //  carrozza.  In  tal  modo  si  procede  al 
Tribunale  dtlla  s.  Rota  Romana ,  palazzo  del  penultimo  uditore,  il  qua- 
Roma  1 7  1 7,  capitolo  VII,  della  ca-  le  ascende  la  carrozza  dell'  ultimo,  e 
calcata  della  Sagra  Rota  ec.  piglia  il  primo  posto,  mentre  nella 
Attualmente,  non  avendo  più  luo-  di  lui  carrozza  vanno  i  cappellani, 
go  la  cavalcata,  sebbene  se  ne  con-  I  servi  del  penultimo  si  uniscono 
servi  il  nome,  ecco  quanto  si  prati-  allora  a  quei  dell'  ultimo,  anche 
ca,  rimanendo  nel  lesto  fermo  quan-  essi  colle  mazze,  ed  il  decano  del 
to  descrivemmo.  JVella  maltina  fis-  primo  sostiene  il  cappello  pontiflca- 
sata  per  \  apertura  della  Rota,  i  le  all'  altra  portiera.  Cosi  la  di 
procuratori,  tanto  rotali  che  di  col-  lui  mula  bardata  del  palazzo  apo- 
legio,  in  abito  nero  lungo  di  sotta-  slohco  si  unisce  all'altra,  ed  in  tal 
na  e  ferrai uolone,  e  con  berretta,  ver-  modo,  essendo  la  via  tutta  coperta 
so  le  ore  otto  antimeridiane,  si  re-  di  sabbione,  il  corteggio  giunge  al 
cano  da!  penultimo  uditore  di  rota,  Vaticano,  ritornando  nel  medesimo 
e  quindi  dall'  ultimo  per  complimen-  modo,  donde  era  partilo. 


FINE    DEL    VOLUIVIE    DECIMO. 
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1840 

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Noroni ,  Gaet 

ano. 

1802-1883. 

Dizionario  d 

i  erudizione 

storico-ecc 

lesiast 

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AFK-9455  (awsk)